di Andrea Comollo
Il Domani, 22 aprile 2026
I margini non sono un quartiere o una periferia, sono spazi economici, politici, sociali e a volte anche geografici. I margini possono essere tutte queste cose insieme. Mentre la tentazione è quella di inglobarli o pulirli, l’ambizione deve essere quella di lavorare sul diritto al futuro di chi li abita, a partire da ragazze e ragazzi. Ci sono i territori, ci sono le persone che li abitano e c’è l’immaginario che costruiamo intorno. Ci sono parole che assumono pesi e valori differenti a seconda delle bocche che le pronunciano e delle orecchie che le ascoltano. Periferia è una di queste parole. Ma chi decide cos’è la periferia?
È una domanda che si pone Martina Micciché in Femminismo di Periferia e una risposta che dà è che “la periferia non si è autodefinita, ma è stata definita”. Parole che determinano esistenze e futuri. Caivano, Barona, Scampia, Sant’Elia, San Basilio, Barriera di Milano, Angeli Custodi. Sono alcune delle zone d’Italia che, più spesso, quando si parla di disuguaglianze, povertà, disagio sociale occupano i titoli di giornali. Sono quartieri più o meno periferici di città e aree urbane, territori con forte pressione sociale e poca presenza di servizi.
Quartieri per i quali abbiamo un immaginario di riferimento, definizioni e nomi collettivi che ci rassicurano e ci permettono di porci al di fuori: baby gang, “maranza”, occupanti, migranti, NEET, micro-criminalità. Parlare di periferia e povertà ci ha portati negli anni a cristallizzare queste aree, demonizzandole da una parte e romanticizzandole dall’altra. I racconti di chi ce l’ha fatta partendo dalla periferia, le storie di successo all’interno di angoli di emarginazione e disagio sono un grande classico giornalistico. Grandi riscatti individuali, mentre le collettività arrancano aggrappandosi a carenti sostegni di welfare a singhiozzo, troppo spesso solo assistenziali per tamponare problemi più ampi, che, una volta terminate le risorse per le emergenze, si ripresentano immutati se non accresciuti.
Diecimila invisibili: chi sono le persone senza dimora nelle città italiane I margini Ma cosa succede quando usciamo dalle etichette e proviamo ad allargare lo sguardo, ad ascoltare chi questi luoghi li abita e li attraversa? Cosa succede se proviamo a non considerare le sole dimensioni geografiche e di povertà per raggruppare le persone e i loro bisogni? C’è una parola che nel lavoro di questi anni è tornata e torna sempre più spesso nel confronto con le persone che questi luoghi li abitano: margini. I margini non sono un quartiere o una periferia, sono spazi economici, politici, sociali e a volte anche geografici.
I margini possono essere tutte queste cose insieme. A volte c’è sovrapposizione tra aree urbane periferiche e marginalità, altre volte sono più nascosti e difficili da individuare. Mentre la tentazione è quella di rattoppare i margini, inglobarli, pulirli e normalizzarli, l’ambizione deve essere quella di lavorare sul diritto al futuro di chi li abita, a partire da ragazze e ragazzi. Senza uno sguardo e una direzione che vada oltre l’emergenza e i bisogni contingenti - che pure vanno affrontati e soddisfatti - e che, soprattutto, lasci il potere decisionale direttamente alle persone, il risultato sarà solo quello di assegnare uno spazio ai margini unicamente perché possano sempre essere in relazione con il centro, perché possano nutrire il centro e riportarci alla stessa lettura che abbiamo con le periferie: fuori da noi.
Costruire città senza dissenso, una Milano “modello Tokyo” Diritto al futuro I margini si portano dietro la marginalità e la marginalizzazione, le persone che li abitano e i processi che li costruiscono. Uscire dalla sola dimensione geografica ci obbliga a considerare le persone, le domande che portano, le risposte che hanno. Torniamo alle parole e all’uso che ne facciamo. Servono parole nuove per costruire risposte diverse. Parole che non calino dall’alto, ma siano frutto di pratiche di comunità e territori. Oggi, 22 aprile, esce Abitare i Margini, una ricerca di WeWorld che da anni lavora, in Italia e nel mondo, insieme alle persone per contrastare le disuguaglianze, garantire aiuti e diritti nelle zone di conflitti umanitari come nelle povertà urbane che attraversano il nostro paese.
È una ricerca che prova a includere nella nostra lettura del mondo la parola margini per passare dal concetto di periferia e povertà a un più ampio orizzonte che affronta le ingiustizie sociali. Parliamo di diritto al futuro, di possibilità di aspirare a un domani migliore e più equo per tutte le persone. Parliamo di corpi e di potere, di identità, di spazio, di sapere e di classe. Cambiando lo sguardo e le parole possono cambiare anche le domande e con domande migliori, possiamo cercare risposte più complete, efficaci e condivise.











