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di Luciana Borsatti

huffingtonpost.it, 14 ottobre 2024

Dalla Premio Nobel Mohammadi agli appelli degli intellettuali, sono in molti a temere che l’annunciato attacco di Israele contro l’Iran preluda a un “nuovo ordine” imposto dall’esterno, ignorando i movimenti della società civile cresciuti in questi anni e che lavorano per il cambiamento dall’interno.

La strada verso la democrazia in Iran non passa per la guerra. Ne sono convinti quegli iraniani che, in patria e all’estero, guardano con molta preoccupazione al conflitto aperto ormai alle porte anche del loro Paese. Una guerra che potrebbe partire proprio dalla tanto annunciata ritorsione israeliana all’attacco missilistico della Repubblica Islamica contro Tel Aviv del primo ottobre scorso - a sua volta una ritorsione contro gli attacchi di Israele, anche in territorio in territorio iraniano, in una spirale che negli ultimi dodici mesi ha toccato livelli mai visti prima. Lo scenario temuto non è soltanto quello della guerra sul suolo stesso dell’Iran- sono in molti a ricordare gli otto anni di conflitto con l’Iraq cominciato con l’invasione di Saddam Hussein nel 1980 - ma anche la concreta possibilità che un conflitto diretto con Israele risponda all’obiettivo di far cadere la Repubblica con un atto violento dall’esterno, funzionale alla creazione del “nuovo ordine” nel Medio Oriente programmato da Netanyahu. Il quale, solo pochi giorni fa, in un messaggio video agli iraniani assicurava che “non c’è nessun luogo in Medioriente che Israele non possa raggiungere” per difendere il proprio popolo, e annunciava che “quando l’Iran sarà finalmente libero - e quel momento arriverà molto prima di quanto si pensi - tutto sarà diverso. I nostri due antichi popoli, quello ebraico e quello persiano, saranno finalmente in pace” e l’Iran prospererà come mai prima d’ora”. Un discorso pronunciato in inglese, in cui non è difficile leggere la possibilità, se non il piano, che un attacco dello Stato ebraico contro Teheran apra la porta alla caduta della Repubblica islamica.

In persiano invece, ma anche in ebraico, il discorso del principe Reza Pahlavi rivolto da New York “agli amici del popolo iraniano in Medio Oriente”. Senza aver mai criticato le azioni di Israele a Gaza e in Libano o le minacce di Netanyahu di colpire le infrastrutture civili in Iran, anche Pahlavi rilancia l’argomento di Netanyahu sulle risorse del Paese spese da Teheran non per i cittadini, ma per finanziare le sue milizie nella regione - cosa per nulla apprezzata in Iran. E aggiunge che, per migliorare la situazione nella regione, è necessario che “questo regime, che ci tiene in ostaggio da quasi mezzo secolo, se ne vada”.

 “Il Medio Oriente - riconosce Pahlavi - conosce molto bene il caos e i disordini. Pertanto - prosegue, rivolgendosi a chi teme una guerra civile - capisco che si possa temere che il cambio di regime in Iran porti il caos. Ma non si deve avere paura. Non permetteremo che si crei un vuoto di potere dopo la caduta di questo regime. Una grande coalizione di iraniani patriottici, dentro e fuori, è pronta ad agire per servire il nostro Paese e stabilire la pace con i paesi della regione”. “Farò il mio dovere e su loro richiesta - conclude - mi farò avanti per supervisionare questa transizione pacifica verso la democrazia”.

Dopo il grande allarme seguito all’attacco del primo ottobre, racconta da Teheran una conoscente che preferisce restare anonima, ora la gente sembra tornata alle occupazioni normali. “All’inizio c’erano file ai distributori di benzina - racconta - ma per ora anche questo è finito.Purtroppo sono di nuovo aumentati i prezzi”, aggiunge, ricordando gli alti tassi di inflazione (fino al 40%) che hanno messa a dura prova gli iraniani negli ultimi anni. Quanto a Israele, le opinioni sono divise - risponde - ma anche chi guarderebbe con favore a un attacco è preoccupato per le conseguenze, a cominciare dai danni alle infrastrutture del petrolio e del gas e all’economia. Per non parlare appunto di quel “caos” politico prefigurato dallo stesso Pahlavi.

Il discorso di Netanyahu agli iraniani - sottolinea Raha, quarantenne che da tempo si divide tra Roma e l’Iran, dove abita ancora la sua famiglia - rappresenta “un insulto alla loro capacità di liberarsi da soli, e considera come fosse zero la forza dei movimenti interni cresciuti in questi anni, partiti dalla gente che vive in Iran: dal movimento Donna Vita Libertà a quelli degli studenti, degli operai, dei prigionieri politici nelle carceri. Questi movimenti, nonostante la repressione, non si sono mai fermati, ma continuano con le proprie mani e la propria forza ad andare verso la libertà e la democrazia. È un insulto che non si consideri nemmeno queste forze interne, e si creda che gli iraniani abbiano bisogno di un aiuto dall’esterno”. “Inoltre - prosegue Raha - il popolo iraniano non ha mai chiesto aiuto a nessuno, lo ha fatto solo una certa opposizione che non può considerarsene rappresentante. Ma se anche dovessero chiedere aiuto gli iraniani, per liberarsi di un regime tiranno che uccide anche i minori, certo non lo farà con un Paese ugualmente tiranno - conclude, riferendosi alla guerra di Israele su Gaza - che uccide molti più bambini della Repubblica islamica. Un regime occupante e di apartheid è l’ultimo a cui chiedere di liberarci dalla tirannia”.

La pensa in modo analogo anche Feresteh Rezaifar, di Donna Vita Libertà Roma, che al festival Sabir in corso a Roma ha partecipato, con altre attiviste iraniane e afghane, a un dibattito sulla necessità che l’Onu riconosca l’apartheid di genere come un crimine contro l’umanità. “Sono convinta che la Repubblica Islamica debba cadere sotto la spinta del suo popolo, e non di potenze straniere. La guerra non porta la democrazia, uccide piuttosto la cultura democratica della parte più attiva e consapevole della popolazione”. Ma anche dovesse esserci una guerra, sottolinea, le donne continueranno a fare da avanguardia di tutti gli iraniani che vogliono il cambiamento. E la loro battaglia non si è mai fermata, come dimostra anche - ricorda - la campagna contro la pena di morte guidata dalle prigioniere politiche in Iran. Qualche dubbio lo nutre però Rayhane Tabrizi, attivista basata a Milano. “Gli iraniani non vogliono la guerra - dice - alla caduta della Repubblica Islamica ci vogliono arrivare da soli. Purtroppo però fra loro c’è anche chi ancora cerca un tutore, un padre che possa aiutarli a farlo”. Magari un re o aspirante tale, appunto.

Ma contro la guerra si è espressa pochi giorni fa l’autorevole voce di Narges Mohammadi, Premio Nobel per la pace, da anni in carcere per le sue idee e le sue battaglie, fra cui quella contro la pena di morte e, più di recente, per la criminalizzazione dell’apartheid di genere da parte dell’Onu. “Per me la pace non è semplicemente assenza di guerra - ha detto nei giorni scorsi al Corriere della Sera - ma la liberazione da ogni tipo di tirannia, dominio, discriminazione, minaccia e terrore”. “Non esiste un percorso di pace - ha proseguito - attraverso il buio della guerra. Odio la guerra come la tirannia, e sono favorevole alla pace come alla democrazia. Ho vissuto entrambe le esperienze. Il raggiungimento della democrazia, la fine di ogni forma di tirannia, i diritti umani e la fine dell’apartheid di genere sono le condizioni preliminari per una pace che possa essere duratura”. E rispondendo alla domanda su un possibile cambio di regime provocato dall’esterno, “la transizione dalla tirannia alla democrazia - afferma - è il cammino della gente d’Iran”.

Intanto, un gruppo di circa 360 accademici, esponenti politici e attivisti della società civile hanno diffuso una dichiarazione contro la guerra, che denuncia sia il coinvolgimento dell’Iran nei conflitti regionali per procura, sia le azioni militari di Israele a Gaza e in Libano. Tra i firmatari come Ervand Abrahamian, Touraj Atabaki, Mehrangiz Kar, Reza Alijani, Mohammad Reza Nikfar e e la Premio Nobel Shirin Ebadi. La dichiarazione condanna entrambe le parti del conflitto per l’escalation delle tensioni, la crisi umanitaria e l’aumento dell’estremismo. “La Repubblica islamica e i suoi alleati fondamentalisti hanno preso in ostaggio le aspirazioni del popolo palestinese, mentre il governo Netanyahu alimenta la guerra in Medio Oriente con il pretesto di un nuovo ordine”, si legge nella dichiarazione. Dove si esorta gli organi internazionali, comprese le Nazioni Unite, le organizzazioni per i diritti umani e i sostenitori della pace e della democrazia, a fare pressione su tutte le parti coinvolte affinché concordino un cessate il fuoco immediato. “Difendere la pace - affermano i firmatari - significa difendere la libertà e la dignità umana”.

Una cinquantina di altri intellettuali basati sia in Iran che all’estero hanno firmato un altro documento “contro il ‘nuovo’ ordine imposto al Medio Oriente”. Anche gli intellettuali devono intervenire con i loro strumenti, vi si legge, soprattutto in un momento in cui la macchina della propaganda di una parte dell’opposizione all’estero - “spesso con il sostegno e la guida diretta e indiretta di governi e istituzioni finanziarie straniere - sfrutta costantemente le proteste popolari contro il governo iraniano”.

Quest’ultimo elemento, prosegue l’appello, non solo ha influenzato la percezione della posizione dell’Iran nella regione e nel mondo, “ma ha anche preso il sopravvento su qualsiasi rivolta e resistenza contro l’oppressione e la disuguaglianza all’interno dell’Iran”, rafforzando il rischio di una violenta repressione interna. Un chiaro esempio di ciò - sottolinea la nota - “è l’abuso dello slogan Donna, Vita, Libertà da parte dei fautori della guerra e delle sanzioni contro l’Iran.