di Alessio Alfretti
La Provincia Pavese, 11 aprile 2020
Accuse anche dall'ex calciatore Iaquinta (il padre è detenuto) La responsabile del penitenziario spiega le contromisure. Pubblica un disegno fatto a mano di una cella della casa circondariale di Voghera, per dimostrare che in quello spazio non sarebbe possibile tenere le distanze di sicurezza imposte dall'emergenza sanitaria.
Il messaggio che il calciatore Vincenzo Iaquinta, il cui padre sconta una pena nella struttura vogherese, ha affidato al suo profilo sul social network Instagram (poi ripreso da un sito sportivo online) è chiaro: "Come si fa a mantenere la distanza di sicurezza?". Insomma, il metro di distanza interpersonale, in uno spazio che dal disegno del calciatore risulta di 5,25 metri per 4,50, occupato da tavolo e quattro sedie, 2 letti più uno a castello, angolo cottura e il bagno, non sarebbe possibile da rispettare.
Un dubbio cui risponde il direttore della casa circondariale di Voghera, Stefania Mussio, che parla anche dell'impegno per assicurare la tutela dei detenuti. A partire dalle diverse misure adottate: "Il cambiamento delle abitudini e delle relazioni è qualcosa che riguarda oggi tutte le persone e ancor di più chi si ritrova a dover condividere uno spazio "forzato" in ragione del reato commesso - spiega Mussio.
L'argomento della distanza interpersonale non può essere considerato l'unico paramento misuratore di un pericolo: le persone detenute devono indossare la mascherina, devono mantenere la cella pulita e sanificata con i prodotti a loro disposizione, devono in ogni caso adottare modalità di relazione più caute e accorte, devono mantenere areata la cella. Inoltre devono ricevere informazioni corrette". La direttrice fornisce dettagli sulla situazione in carcere per quanto riguarda il contagio da Coronavirus.
La situazione Covid - "La sezione in cui si trova Iaquinta è stata posta in quarantena perché sono stati individuati due casi positivi di Covid-19, fortunatamente asintomatici. Entrambi i casi hanno riguardato due detenuti che condividevano la camera di pernottamento, rispettivamente con altre tre persone: tutte e 6 sono state sottoposte a tampone e tutte e sei sono risultate negative".
Stefania Mussio spiega che in carcere si fa di tutto per affrontare l'emergenza nel miglior modo possibile, conciliando le ragioni della sicurezza con gli aspetti umani e sociali. "Abbiamo cercato in questo periodo di comprendere le angosce sia dei detenuti che dei loro famigliari. Abbiamo fatto in modo, con tutti gli strumenti a disposizione, di allentare il problema dei colloqui e delle telefonate, favorendo in ogni modo i contatti con le famiglie.
Il personale penitenziario lavora duramente, fortemente provato dai turni di servizio e dal virus che non risparmia nessuno. Applichiamo rigorosamente i protocolli sanitari e tutte le possibili modalità di prevenzione, con le difficoltà note a tutti coloro che lavorano in prima linea. Qui come altrove non è diverso: la diversità la facciamo quando affrontiamo il problema senza scoraggiarci credendo fortemente di svolgere un servizio e non sentendoci soli, ma un insieme di forze. Con noi i medici, il medico del lavoro e gli infermieri. Nessuno è escluso".
Infine, la direttrice non nega che quello degli spazi in carcere possa essere un problema: "La complessità di questo virus, che merita attenzione e prevenzione, non si dovrebbe sempre circoscrivere al solo problema della distanza interpersonale e quindi dell'affollamento, una questione importante, nota e di vecchia data, che meriterebbe di essere affrontata lontano da logiche emergenziali".










