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di Annalisa Cuzzocrea

La Stampa, 24 marzo 2023

La condizione detentiva non è compatibile con la salute dei minori. Guardatela questa bambina, con i capelli neri lunghi e i piedi che non toccano terra. Si chiama Zinetta, quando è entrata in carcere aveva tre anni, adesso ne ha sette e quel cortile e quella panchina sono il suo posto del cuore nel carcere di Lauro, in provincia di Avellino. Guardate le foto di Anna Catalano, a Napoli, ascoltatela mentre racconta dei bambini che le chiedevano: “Portami via”, e poi ditemi se questa è giustizia.

Forse il problema è che quei deputati di Fratelli d’Italia, quei sottosegretari, quei leader politici a vederli da vicino - i bambini in carcere - non ci sono mai stati. Non hanno attraversato il portone dalla vernice scrostata della casa circondariale di Rebibbia, a Roma. Consegnato la borsa con il telefonino, percorso i viali spogli, osservato il mare di cemento in mezzo al quale si trova la sezione nido.

Non hanno visto i più piccoli affollarsi intorno alle assistenti per giocare con le chiavi delle porte di ferro che ogni notte li rinchiudono. Non li hanno visti piangere perché vorrebbero andare fuori, e loro fuori non possono andare. Non li hanno sentiti urlare per la paura di un lavoro di ristrutturazione, “umore, umore”, gridava un bambino che non aveva due anni e quel suono lì non lo aveva mai sentito. Non faceva parte del repertorio della sua clausura. E non era l’ora di uscire in giardino quindi no, da quel brutto rumore nessuno lo poteva allontanare.

Non hanno parlato con i medici che visitano i bambini in carcere e raccontano del loro rapporto malato con lo spazio, ristretto da quando hanno memoria. Dei loro problemi di vista perché quasi sempre l’unica luce - bassa - è quella dei neon. Perché la luce del giorno la vedono troppo poco e quando la tua percezione del mondo è in costruzione, questo conta, incide, limita, ammala.

Non hanno visto madri disperarsi quando in un Icam un bambino che da scuola deve tornare dentro, e dentro non può invitare nessuno, comincia a detestare la prigionia associandola alle colpe di chi gli ha dato la vita. Molti di questi rapporti - che in carcere sono simbiotici - si spezzano quando il bambino diventa ragazzo e prende coscienza. Tutte le persone che si occupano di carcere, anche chi lavora con l’infanzia nelle prigioni italiane e fa di tutto per rendere la permanenza dei bambini meno terribile, dice chiaramente: “La condizione detentiva non è compatibile con la salute dei minori”. E allora cosa si aspetta?

C’è una legge del 2011 che prevede per le detenute madri che hanno con sé bambini fino a tre anni (nelle sezioni nido) o fino a 10 anni (negli Icam, istituti a custodia attenuata, comunque chiusi e spesso inseriti all’interno delle carceri) la pena possa essere scontata in case famiglia protette. Luoghi inseriti in un tessuto cittadino, ma comunque controllate. Dove si possano fare percorsi di rieducazione per le madri, ci sono anche in carcere, ma da dove i bambini possano uscire e entrare con più libertà. Ce ne sono già due, una a Milano e una a Roma, “La casa di Leda”, dal nome di Leda Colombini, partigiana che ai bambini in prigione aveva dedicato la vita. Da lì in venti anni c’è stata una sola evasione.

La legge che è saltata ieri perché Fratelli d’Italia l’aveva modificata fino a stravolgerne lo spirito non faceva altro che spingere verso la costruzione di nuove case famiglia in modo che quei 26 bambini che oggi vivono in cella possano vivere in un ambiente più sano e più protetto. Sono 26 a oggi, sono stati anche 80 negli anni che hanno preceduto la pandemia. Sono tantissimi, se contiamo tutti quelli che sono passati dalle carceri in questi anni. Ma com’è possibile doverlo spiegare? Che non è civile, non è sano, non è umano, non è giusto?

I soldi per la costruzione delle case famiglia che servono, un milione e mezzo di euro, sono già stati stanziati nella manovra di bilancio del 2020. Le Regioni non li hanno spesi perché aspettavano la nuova legge, era a un passo, era già stata approvata il 30 maggio scorso dalla Camera, poi il governo Draghi è caduto e serviva ricominciare daccapo. Ma nessuno si aspettava che sarebbe saltata. Perché quel 30 maggio l’allora deputato pd Paolo Siani aveva attraversato l’aula e aveva abbracciato la deputata di Fratelli d’Italia Maria Teresa Bellucci. È vero, il partito di Giorgia Meloni aveva scelto l’astensione, unico tra tutti, ma qualcuno la legge l’aveva comunque votata.

Cos’è successo, da allora? Com’è possibile che Lega Forza Italia e quel pezzo di Fratelli d’Italia abbiano cambiato idea su una norma di pura civiltà? È successo che la destra che non sa dare risposte ha bisogno di propaganda e come dimostra il tweet di Salvini non c’è propaganda migliore di quella fatta grazie alla foto di borseggiatrici incinte al grido di: “Devono andare in prigione anche loro! Basta fare figli per salvarsi!”.

Nessuno le ha mai salvate. Sono loro, spesso, a popolare le sezioni nido e gli Icam. Lo sono perché tornano a delinquere e nessuno fa loro sconti, per questo. Differiscono l’ingresso in carcere, a volte, ma poi scontano tutto insieme e per il cumulo delle recidive arrivano a pene che superano i 30 anni. Solo che, a dispetto della propaganda leghista, nessuno vuole far sì che tornino a delinquere. La legge saltata prevedeva che quelle donne siano detenute in case adatte alla loro condizione di madri. A volte, ma solo quando i percorsi di rieducazione funzionano, queste donne non tornano al “campo” e non tornano a rubare proprio perché la giustizia mostra loro una strada diversa.

Come sempre, Salvini usa un problema enorme per aizzare i peggiori istinti contro obiettivi facili. Forse non sa, neanche lui, che a settembre del 2021 Amra ha partorito in carcere, sempre a Rebibbia, perché il giudice non aveva fatto in tempo a esaminare il suo caso. In terra, aiutata da una compagna di cella anche lei al quinto mese di gravidanza, senza un medico, senza un’ostetrica. La ministra Cartabia allora mandò gli ispettori, disse “mai più”, e invece.

Forse non ricordano, Salvini o il sottosegretario alla Giustizia Andrea Ostellari o la deputata FdI Carolina Varchi, che nel 2018 a Rebibbia una donna tedesca che lì non doveva stare perché era malata di schizofrenia ha buttato i suoi due bambini dalle scale e li ha uccisi. Anche allora si disse mai più. Il cappellano del carcere richiamò la politica alle sue responsabilità. Paolo Siani, era appena arrivato in Parlamento, si mise al lavoro su quella legge. Che oggi salta perché Salvini aveva bisogno di un tweet sulle ladre incinte per saziare la sua bestia social, e Fratelli d’Italia di nuovi nemici da dare in pasto all’elettorato.

Dice il ministro Carlo Nordio, interpellato dalla Stampa su questo, che il nostro giornale è “così prevenuto da non interpretare bene le norme. Peccato”. Rispondiamo al ministro Nordio, che se così fosse con noi le interpreterebbero male tutte - tutte - le associazioni che si occupano di carcere. E che quel che sta avvenendo ai danni di questi bambini non è un peccato. È un delitto.