di Giansandro Merli
Il Manifesto, 19 aprile 2026
Avviati nel 2011 sono entrati, con poche differenze, nelle proposte sulla remigrazione. La vera partita, per ora, si gioca dall’altro lato del Mediterraneo. “Volontari e assistiti”. Così lo Stato e le organizzazioni coinvolte definiscono i rimpatri che presentano come “buoni”. Li hanno avviati nel 2011 e non riguardano i destinatari di espulsione. L’”elemento fondamentale è la volontarietà: la decisione di tornare in patria espressa dal cittadino del Paese terzo deve essere libera e spontanea”, si legge nel Manuale operativo pubblicato dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim). Questi rientri prevedono assistenza prima e dopo il viaggio, con sostegno psicologico e monitoraggio della reintegrazione (spesso inesistente). A incentivarli ci sono anche 615 euro per affrontare “le prime necessità”.
Nonostante le “indicazioni strategiche” Ue su tali prassi e il grande impegno del governo nazionale sui rimpatri di ogni tipo, in Italia i numeri restano irrisori. Nel 2024 i migranti tornati nel paese d’origine in questo modo sono stati 290. Nel 2025 sono saliti a 675 (su 6. 772 rimpatriati totali e 66. 617 arrivati via mare). Il Viminale sottolinea “l’aumento del 133%”, ma la differenza riguarda poche persone. Per questo ora l’esecutivo vuole coinvolgere gli avvocati, garantendo anche a loro 615 euro. Per ogni migrante assistito o, penseranno i più maliziosi, convinto.
I numeri veri, comunque, riguardano l’altro lato del mare. È da lì che l’Oim, grazie a fondi italiani e Ue, fa tornare a casa decine di migliaia di persone attraverso i rimpatri volontari e assistiti: 10mila dalla Tunisia e 16mila dalla Libia solo l’anno scorso. Da Tripolitania e Cirenaica tra il 2015 e il 2025 sono rientrati “volontariamente” in 100mila. Le virgolette sono d’obbligo perché da quelle parti non esistono condizioni per una “scelta libera e spontanea”.
Nel 2022 l’Alto commissario Onu per i diritti umani ha messo in dubbio la volontarietà dei rimpatri dalla Libia e invitato gli Stati Ue a non finanziare quei programmi. L’anno scorso 64 associazioni italiane hanno lanciato la campagna Voluntary Humanitarian Refusal contro “l’uso distorto e strumentale dei rimpatri “volontari” da paesi di transito come Libia e Tunisia”. La base sono testimonianze inequivocabili: “Quando la scelta è fatta dentro centri di detenzione, sotto minaccia di espulsione o in contesti di violenza e violazione sistematica dei diritti fondamentali, non c’è nulla di volontario. Sono espulsioni camuffate”.
Intanto l’idea di pagare i migranti per rimandarli a casa è stata sposata dalle destre radicali. Nella proposta di legge Remigrazione e riconquista - sostenuta da Casapound, Patriots e Fronte veneto skinheads - è centrale. La stessa remigrazione è definita “il rientro volontario e assistito degli stranieri regolarmente presenti sul territorio nazionale nei Paesi di origine”. Gli aggettivi sono gli stessi dei programmi governativi già in atto. Anche gli estremisti di destra hanno pensato a un fondo dedicato ma non avevano avuto l’intuizione di garantire una parte della torta agli avvocati. Almeno finora.











