di Stefano Anastasìa*
garantedetenutilazio.it, 2 luglio 2024
“Chi ce lo fa fare?”: bella domanda questa che Francesca De Carolis e Sandra Berardi si fanno e ci fanno. Quante volte me lo sono chiesto, nella mia vita di ergastolano dei diritti in carcere (ci sono entrato la prima volta trentasei anni fa, quando ne avevo solo ventitré, tutti i capelli e la sfrontatezza dell’età): quante volte mentre attraversavo l’Italia, per un dibattito, una visita, una riunione; quante volte mentre sacrificavo le sere, le domeniche e le vacanze; quante volte mentre costringevo la mia compagna e i miei figli a rinunciare a qualcosa per qualcuno che loro non avrebbero mai visto, e forse neanche io.
Bella domanda, chi ce lo fa fare a dedicare una parte, se non gran parte della nostra vita, senza nessun obbligo familiare o professionale a chi è costretto in carcere? Chi ce lo fa fare a consumare il nostro tempo e le nostre energie per condividere le innumerevoli frustrazioni delle persone detenute, dei loro familiari, degli operatori penitenziari motivati, dei sanitari, degli avvocati e dei magistrati scrupolosi? Per loro è la vita, sono affetti, lavoro, ma per noi?
Uno dei miei fratelli maggiori, con cui mi sono accompagnato e tutt’ora mi accompagno per queste vie, un giorno mi propose una sua piccola teoria: al carcere resta impigliato chi ce l’ha da qualche parte in un imprinting. Così sarebbe per lui, figlio di un medico di un’antica colonia penale militare; così, forse, per me, figlio di un ragazzo rimasto orfano di padre in Eritrea, durante la seconda guerra mondiale, che - per contribuire a mantenere la famiglia - a sedici anni andò a fare la guardia penitenziaria nel carcere dell’Asmara. Chissà? Forse ci saranno anche questi tratti biografici, come ricorda Sandra dei suoi …
Ma poi ci sono le scelte, i valori, e qualcosa fatto per sé, come giustamente scrive Francesca. E nella storia di un’“anima bella”, o di un “buonista”, come i “cattivisti” amano deriderci, c’è anche un’idea di giustizia, che dà senso alla propria esperienza di vita. O almeno così è stato per me: l’impegno per il carcere e per i detenuti è stata la naturale prosecuzione di un impegno politico giovanile, di un’idea di giustizia sociale. Quello che vedevo e vedo ancora in carcere non è il bene e il male, o almeno non solo il bene e il male, che qualcuno ha pur commesso, in carcere come fuori, ma l’effetto delle diseguaglianze che dividono le nostre società, generando violenza e abbandono, criminali e reietti.
L’idea universalista dei diritti fondamentali, portata fin dentro le carceri, a beneficio di quelli che fuori abbiamo etichettato come brutti, sporchi e cattivi (e che talvolta, effettivamente, lo sono stati) è per me il modo di criticare l’ingiustizia sociale che produce tanto il crimine quanto il carcere. E qui l’anima bella si fa don Chichotte di fronte ai mulini a vento: ma come mi viene in mente di combattere l’ingiustizia sociale a partire dal carcere? E in effetti il tasso di frustrazione che genera l’impegno per i diritti e la giustizia sociale a partire dal carcere è incredibilmente alto, tanto da poter apparire una perdita della ragione, e qualcuno (tutt’altro che scettico, ma seriamente motivato a seguire una strada simile alla mia) una volta me l’ha chiesto: ma chi te lo fa fare, se il carcere non cambia mai e ogni volta bisogna ricominciare daccapo? Due risposte mi sono e gli ho dato, così su due piedi, nel frangente di una conversazione in pubblico.
La prima, la più banale, dice che a ognuno di noi tocca la nostra parte nella trasmissione di un sapere, di una memoria, di un modo di vedere le cose e se quest’ergastolo dei diritti è servito a motivare altri a proseguire dopo di me, è stata una condanna ben spesa. La seconda, quella più importante, è la compensazione che una sola conquista, per una sola persona, riesce a fare di tutto quel cumulo di frustrazioni di cui è pieno il nostro impegno: perché poi, alla fine, ci sono le persone in carne e ossa, quelle che sono lì, che soffrono con noi e di fronte a noi, a cui non gli si può raccontare del migliore dei mondi possibili senza rispondergli qui e ora ai loro bisogni di giustizia. E quando uno su mille ce la fa, ecco allora chi ce lo ha fatto fare.
*Prefazione al “Bianciardino”, liberamente scaricabile, di Sandra Berardi e Francesca De Carolis “Chi ce lo fa fare…/Non possiamo fingere di non sapere”: http://www.stradebianchelibri.com/uploads/3/0/4/4/30440538/de_carolis_francesca_berardi_sandra_-_chi_ce_lo_fa_fare.pdf











