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di Paolo Foschini

Corriere della Sera, 25 febbraio 2025

I ventimila impegnati nell’anno-record: 1 ogni 16 detenuti contro 1 educatore su 65. Il Terzo settore svolge l’80% delle attività, eppure non esiste un registro nazionale: “Non siamo supplenti, vogliamo contare”. Per milioni di persone, ovviamente, la galera è l’ultimo posto in cui uno vorrebbe finire. Poi ce ne sono molte altre - oggi in Italia 62mila - che in galera ci stanno e ovviamente ne vorrebbero solo uscire. Infine c’è un gruppo di gente, evidentemente strana, che in galera invece spinge per entrare: è la galassia dei volontari e delle volontarie. Tanto necessaria quanto misteriosa: in un mondo che oggi conta anche i microbi nessuno sa con precisione quante persone la compongono a livello nazionale. A partire dal Ministero della giustizia e dall’Amministrazione penitenziaria, che pure sono le autorità da cui tutta quella folla ottiene i permessi d’ingresso.

Per fare di tutto: corsi, iniziative culturali, sportive, di formazione professionale, di inclusione, o semplicemente di ascolto (hai detto niente). Gente fondamentale? Per dirlo non c’è sintesi migliore di quella di Elisabetta Palù, direttrice reggente del carcere di San Vittore (circa 900 volontari per 1.100 persone detenute) che si richiama allo scopo della pena previsto dalla Costituzione: “Il reinserimento sociale - dice - necessita imprescindibilmente della rete del volontariato. Senza il contributo della società civile qualsiasi riforma del sistema penitenziario rischia di rimanere incompiuta”.

Proviamoci dunque lo stesso a fare i conti, iniziando da quelli sicuri per un confronto. In Italia ci sono 190 carceri per le quasi 62mila persone detenute di cui sopra (siamo tornati al 2012, quando il sovraffollamento delle nostre prigioni valse all’Italia una condanna per tortura da parte dell’Europa) con circa 3imila agenti e mille educatori (dati ufficiali Dap 2024: un agente ogni due detenuti e un educatore ogni 65). Ma sui volontari non c’è rilevazione statistica ufficiale. Unica possibilità sarebbe contare i permessi d’ingresso rilasciati in base agli articoli 17 oppure 78 dell’Ordinamento penitenziario (il quale assegna esplicitamente al volontariato un “ruolo fondamentale”) che però non distinguono tra chi entra una tantum e chi magari tutti i giorni. Inoltre il conto lo tengono i singoli istituti, non c’è una somma.

Chi negli anni ha provato a farla con certosina pazienza è stata l’associazione Antigone con il suo Osservatorio. E ha rilevato che stando ai permessi d’ingresso la galassia di volontari-volontarie nelle carceri italiane è cresciuta costantemente, fino al record del 2019 con 19.511 persone: più di un volontario ogni due agenti. Poi è arrivato il Covid. Con mesi di ingresso vietato per tutti. E alla ripresa, a fine 2020, il numero degli articoli 17 e 78 era dimezzato: 9.825 in tutto, un volontario ogni cinque detenuti.

L’anno dopo siamo risaliti a quasi 12mila, ultimo totale pervenuto. Ma il ritorno ai livelli pre-Covid è ancora lontano e comunque ripetiamo: il conto non distingue tra occasionali e costanti. Una stima attuale dell’Osservatorio ipotizza un volontario ogni 16 detenuti. Stesso discorso per le associazioni a cui i singoli volontari in genere fanno capo. Il sito del Dipartimento amministrazione penitenziaria ne cita 64, in un elenco fatto su segnalazioni occasionali che però si ferma al 2022 e comunque la sua tenuta non è prevista dalla legge.

Dopodiché dal 2015 esiste una Conferenza nazionale volontariato giustizia (CNVG) che nel 2023 ha anche stipulato un protocollo di intesa con CSV.net, la rete nazionale dei Centri servizi volontariato. E quel che se ne ricava, sempre a occhio, è che l’8o per cento delle attività sociali e simili nelle carceri esiste grazie al Terzo settore: a questo proposito un corposo studio di Filippo Giordano, docente dell’Università Bocconi, documentava già nel 2021 con prefazione di Marta Cartabia che dei circa 150 euro al giorno spesi dallo Stato per ogni detenuto la quota destinata al suo “recupero” non supera gli 8 centesimi. Il resto lo fanno i volontari.

“È il tradimento - dice Michele Miravalle dell’Osservatorio Antigone - della riforma dell’Ordinamento penitenziario dell’85 che al volontariato assegnava un ruolo importantissimo di collaborazione: non di supplenza, come spesso avviene. Con l’aggravante, a volte, di dover chiedere come fosse un favore il permesso di fornire servizi o addirittura beni essenziali che senza volontari non fornirebbe nessuno”. Spazzolini compresi, a volte.

Ornella Favero, direttrice di Ristretti Orizzonti nel carcere di Padova e presidente di Cnvg, aggiunge: “II volontariato nelle carceri non va considerato ruota di scorta. Il carcere è un pezzo della società e occorre che questa se ne prenda cura, non per buonismo ma per la propria stessa sicurezza”. Nel novembre scorso il Garante dei detenuti dell’Emilia Romagna ha pubblicato - lavoro quasi unico in Italia - l’esito di un meticoloso sondaggio sul volontariato penitenziario nella regione. Al termine c’è l’elenco di ciò che i volontari vorrebbero: più dialogo, partecipazione, comunicazione... le richieste occupano tre cartelle in formato Word, interlinea uno.