di Gabriele Rizza
thedotcultura.it, 4 agosto 2026
Presto una sala nella Fortezza di Volterra dove opera l’omonima compagnia. Il nuovo progetto di un teatro stabile all’interno del carcere di Volterra diventa realtà. Dopo anni di studio e ripensamenti, i vari organismi coinvolti nell’operazione (ministeri, enti locali, lavori pubblici, sovrintendenze, belle arti e via dicendo) hanno dato il via libera. Nulla più osta, nessun cavillo burocratico si frappone alla realizzazione di una sala all’interno della Fortezza medicea dove da quasi 40 anni opera l’omonima compagnia. L’utopia lanciata da Armando Punzo diventa un fatto concreto. Si aspetta la gara d’appalto e il relativo affidamento dei lavori perché il cerchio si chiuda.
“Un’idea più grande di me” la dice Punzo che si materializza nella architettura disegnata da Mario Cucinella: un padiglione di 450 metri quadrati per 250 posti. Che la prigione di Volterra sia un caso a sé nel panorama delle strutture penitenziarie della penisola (sempre al centro di denunce, emergenze, carenze endemiche, crisi di sovraffollamento) è cosa nota.
La differenza la fanno Armando Punzo e la sua Compagnia della Fortezza. Che da quando è nata, nel 1988, dispiega una “rilettura” della forza del teatro e della condizione di chi la abita “che non sarebbe stata possibile senza la complicità e il sostegno delle istituzioni pubbliche, Comune di Volterra e Regione Toscana in primis” sottolinea Punzo. Disincagliato dalla routine della “normalità” quanto ancorato ai perimetri della “diversità” il corto circuito che puntualmente ogni anno si innesta sotto il sole di luglio, è l’esempio concreto, il paradigma operativo, di un progetto visionario, ai limiti dell’impossibile: quello di una clausura che attraverso la “finzione” dell’andare in scena trova un incontenibile respiro di libertà.
Qui l’abusata, e un po’ spiccia formula del “teatro in carcere” come percorso di reinserimento è sì consapevole di questa finalità, ma si distingue per essere prima di tutto un “contenitore” di altre competenze, una polveriera di imperfezioni, sudore e disciplina, in cerca di sé, in nome dell’arte della rappresentazione e della strategia dell’allestimento. L’ultimo tassello di questo mosaico, un luogo di confine che è diventato un “modello” di condivisione che ha fatto scuola e il giro del mondo, ha debuttato nei giorni scorsi (fino al primo agosto) col titolo Il capitale umano.
Spiega Punzo: “Quello che vedremo è un assaggio, il primo studio di un allestimento che vedrà la sua forma completa nel 2028, quando la Compagnia festeggerà i suoi primi quarant’anni. Il lavoro prende forma nel dialogo con l’eredità delle grandi utopie moderne e con la necessità di ripensare radicalmente il valore dell’umano”. Si chiede Punzo: “E’ possibile nel disimpegno delle inquietudini contemporanee attivare una grande narrazione?”. La Compagnia della Fortezza ci prova. “Sono molte le parole - conclude Punzo - le immagini e le situazioni che si affollano negli ultimi tempi nella nostra cella-teatro. Il Capitale Umano, con tutte le contraddizioni e fraintendimenti che può generare, intercetta un gruppo di attori che lavora su una diversa idea di comunità, di comunione. A nutrirla sono i campioni delle cause perse, da Don Chisciotte a Gesù, da Spinoza a Giordano Bruno, da Pasolini a Galileo, da Artaud a Angela Davis”.
Quello che vediamo è un lavoro in corso di formazione, definizione e assestamento. Una messinscena, tutta orchestrata, montata, spalmata all’interno negli spazi affacciati sul cortile, nell’occasione lasciato libero per la ripresa della Cenerentola dello scorso anno, che difende, col suo stuolo di protagonisti, un ventaglio di “dramatis personae” vagheggiate o solo accennate, capitanate da Louise Michel, figura simbolo della Comune parigina, che vanamente chiese di essere fucilata insieme ai suoi compagni, la prima qui a sfumare oltre il bozzetto nella “interpretazione” agitata di Viola Ferro, che sostiene il diritto alle “cause perse”, parafrasando il celebre libro di Slavoj Zizek che fa da bussola ideale e perimetro scenico.
Le stazioni dell’attesa, in questo che Punzo definisce il Grand Hotel Marx (automi del filosofo, barbuti e capelluti, come un coro muto, ci accolgono e ci guidano) sono una favolistica nomenclatura di pensatori (filosofi, scienziati, artisti, scrittori, profeti) dove ciascuno dei qui convenuti viaggiatori (cullati dalle onde sonore di Andrea Salvadori) può trovare la sua sponda. Il capitale umano pensato da Punzo, con tutte le contraddizioni e i fraintendimenti che può generare, siamo noi, a un passo dall’oblio, disillusi e vulnerabili, sconfitti dal peso della contemporaneità e, su tutto, ormai incapaci di incarnare l’idea dell’immaginazione. Siamo al primo stadio. Ricco di spunti e visioni quanto dotato di una sua singolare eleganza compositiva e reminiscenza evocativa. “Le grandi idee vanno nutrite” conclude Punzo. Lo aspetta un biennio appetitoso.









