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di Lorenza Cerbini

Corriere della Sera, 24 agosto 2023

Nel carcere toscano il regista Armando Punzo presenta “Atlantis”, il nuovo spettacolo realizzato con la Compagnia della Fortezza. “I primi uomini si svegliano in un mondo primitivo ancora malleabile e in uno stato in divenire. Viaggiano per il paese lasciando nella loro scia sentieri sacri conosciuti come vie dei canti o piste del sogno”. Sono questi alcuni passi di “Atlantis”, opera ultima della Compagnia della Fortezza guidata dal regista Armando Punzo e presentata in anteprima nel carcere di Volterra. Non poteva essere che quello il luogo, tra quelle mura in cui i detenuti-attori sviluppano le loro performance.

Per Punzo è l’ennesimo successo in una carriera onorata con il Leone d’Oro. Notizia recente, statuetta consegnata il passato 17 giugno, accompagnata da una motivazione lunga e articolata e che nella parte finale recita così: “Lo spirito e la fantasia non hanno sbarre che contengano ma, soprattutto, siamo certi che siano gli Altri i prigionieri condannati ad un perimetro? I nostri limiti, le paure, il bisogno di affermazione sociale, la cecità verso il prossimo; rendere visibile il non palpabile, l’inconsapevole: un’utopia culturale di cui Armando Punzo e la Compagnia della Fortezza sono le fulgide incarnazioni”. Un premio importante, l’occasione per ribadire la necessità di un teatro stabile all’interno del penitenziario volterrano. “Il bando è stato vinto dall’architetto Mario Cucinella - dice Punzo -. Spero che i lavori inizino presto”.

Le domande del bambino - Con Atlantis, Punzo porta in scena l’uomo che non si accontenta di lasciare posto alla vita ordinaria e si “interroga sulla permanenza per dare un senso all’essere nato, al percorso di vita, alla morte”. Con l’opera precedente, Naturae, Punzo affrontava il tema della felicità. “Con Atlantis la domanda è successiva: possibile in qualche modo lavorare permanentemente sulla felicità? O siamo uomini in preda alle nostre passioni, emozioni, a una vita ordinaria? Possiamo costruirci?”. Atlantis ha richiesto un anno di lavoro e la lettura di moltissimi testi dai diversi saperi fino ad arrivare alle teorie del cosmologo John Barrow. Il risultato? “Siamo tanto presi dalla nostra vita ordinaria che diventa incomprensibile connettersi con quella parte di umanità, come ad esempio i fisici quantistici, che ancora oggi continuano a cercare, ponendosi domande sull’esistenza e sulla materia”. Se Barrow invita a prendere sul serio “le domande del bambino”, quelle semplici nella forma, ma complesse nella struttura: (perché fa buio?), Punzo sceglie di lottare contro l’ordinario per “ricreare un altro mondo”. Porsi domande è scavare nell’ordinario, è fare dei “buchi nella realtà”. Sul palcoscenico assumono la forma di enormi piattaforme scure ruotate da esseri in frac e smoking, ingessati nell’uniforme delle grandi occasioni in cui è necessario apparire impeccabili. Pubblico ammesso nel cortile del penitenziario dove gli attori si muovono come i pianeti di un astrolabio.

Le celle come contenitori di pensieri e suoni - La scena successiva è in movimento, il corteo s’introduce in un corridoio del carcere: monologhi all’interno delle celle trasformate in contenitori di pensieri e suoni. Per poi tornare al punto di partenza, dove, tolto l’abito elegante, l’uomo resta nudo nella lotta con se stesso sul pianeta stella. Punzo, pervaso da un ottimismo che si spinge oltre il reale, intravvede “la possibilità di guardare al di là dell’ordinario” perché “proprio attraverso i buchi nella realtà, si fa apparire altro”. Per Barrow i buchi neri inghiottiranno le stelle e la materia. Semplicemente alzando lo sguardo all’insù, sorge il sospetto che possa sbagliarsi e spontanea la speranza che le stelle restino al loro posto, più lucenti che mai, mentre, citando Atlantis, “il senso comune perde il suo senso. Due più due non fa più quattro perché non è più necessario che sia così”.