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di Paolo Guzzanti

Il Giornale, 11 giugno 2022

Perché correre a votare sì ai cinque referendum? Per dare un segno di dispetto e uno di rispetto. Rispetto, per l’istituto del referendum che è una specie di quelle asce che si nascondono dietro a una lastra di vetro da rompere se c’è un incendio e prima che arrivino i pompieri.

Dispetto perché è necessario gettare una palata di sabbia nelle ruote di una giustizia che è la stessa dai tempi di Pinocchio e del Giudice Scimmia. È un cancro italiano di cui gli attuali giudici fisici in carne ed ossa hanno talvolta colpe personali, ma che per lo più fa parte di una tradizione appiccicosa e formalistica, la scienza degli Azzeccagarbugli.

I guai italiani di oggi li trovate già ben scritti e descritti nel romanzo di Manzoni, nella italianissima storia del già citato Pinocchio perseguitato da una fata sadica e conformista e nel “Discorso sul carattere degli italiani” di Leopardi: un saggio di giornalismo e psicologia comportamentale che non dimostra i due secoli che ha. È inutile sperare di raddrizzare l’infernale macchinario con le riformine buonine ma innocue, perché poi, dopo la riformina, nessuno metterà mano alla questione per altri due secoli. Può anche darsi che da una vittoria del Sì referendario emerga una giustizia ancora zoppicante, ma sarebbe meglio così (ecco la positività di un elemento di “dispetto”) perché il futuro Parlamento, che non può essere peggiore di quello attuale e meno rappresentativo, avrà ulteriori motivi di fretta per fare il suo dovere e cioè le leggi che seguono un ampio e approfondito dibattito: noi siamo una Repubblica Parlamentare come il Regno Unito, e non una federazione referendaria come la Svizzera, il referendum è uno strumento estremo che serve a tagliare i tempi infiniti della politica, sbattendo il muso della politica sul malfatto, come con i gattini che la fanno fuori della cassetta. La magistratura in carica non sarà mai contenta di alcuna riforma che vada ad intaccare i vecchi meccanismi e non ne ha colpa: la natura umana è conservatrice per autodifesa, ma è tempo che si autodifendano i cittadini. Non è questione di tradizione e di conflitti storici fra Diritto Romano e Common Law inglese.

Semplicemente, non è ammissibile che lo stesso alto funzionario dello Stato che ha scelto di dedicarsi al più delicato e fondamentale dei servizi pubblici, la Giustizia, nel corso della propria carriera vesta i panni dell’accusatore (che però può anche scegliere di stare dalla parte dell’imputato, dipende dal suo umore) e poi quelli del giudice terzo, che, udite le parti, emette la sentenza. Spesso nei Paesi anglosassoni l’accusa è svolta da un avvocato e comunque il giudice è il padrone e signore della sua Aula, nella quale amministra le regole perché la parità sia garantita ed è sicuro che due ore dopo non sarà a cena dal rappresentante della pubblica accusa perché è suo genero, caso non infrequente. Formalmente la giustizia italiana è perfetta, ma soltanto perché punta nel corso della sua opera alla morte naturale di almeno uno degli attori. Così faceva del resto la Sacra Rota per l’annullamento dei matrimoni: impiegava vent’anni per decidere perché in quel lungo “uno dei tre” interessati finiva sotto i cipressi. Che il Csm costretto a danzare sul carillon delle correnti dei magistrati vada nella sua forma attuale incenerito col lanciafiamme come scatola vuota in cui hanno prosperato molti disfatti, è sotto gli occhi di quasi tutti, perché il tema non è popolarissimo nei talk show la cui stella polare è l’indice degli ascolti che arrivano alle undici del mattino successivo. Noi cittadini ne sappiamo in genere poco e sarà meglio non sforzarsi di capire il linguaggio che troveremo sulle schede del referendum abrogativo. Votare sì, per una volta, oltre che giusto sarà anche divertente perché possiamo immaginare alcune facce. E poi le storiche conseguenze.