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di Filippo Facci

Libero, 3 giugno 2022

Terza puntata della mini-guida ai referendum sulla giustizia, utile anche per via dell’incomprensibilità dei cinque testi che andrete a votare il 12 giugno. Il referendum che analizziamo oggi, peraltro, è il più complicato da leggere in assoluto: da solo consta in 7.300 battute (una pagina di Libero) e alla fine non si capisce assolutamente di che cosa abbia parlato: se di “separazione delle carriere” dei magistrati, se di “separazione delle funzioni” dei medesimi, oppure se si tratti di votare un loro “divieto di passare dalla funzione requirente alla funzione giudicante” ossia di poter passare liberamente dalla funzione di pubblico ministero (che rappresenta solo la parte dell’accusa, contrapposto alla parte della difesa assunta da un avvocato) alla funzione di giudice, che dovrebbe essere “terzo” (ed equanime) nel giudicare tra le due parti. Nel testo del referendum (tanto non lo leggerete mai) sappiate che ci sono indicazioni di norme contenute in cinque leggi diverse, peraltro da abrogare parzialmente.

Come funziona oggi. In parole povere: oggi pm e giudici sono comunque magistrati (hanno fatto lo stesso concorso, sono vicini di ufficio, si conoscono un po’ tutti) e ciascuno, nel corso nella sua vita, può passare senza problemi da una funzione all’altra: al punto che un tizio, che è stato accusato da un pm, tempo dopo può ritrovarselo come giudice, una “parte”, cioè, frattanto è diventata improvvisamente “sopra le parti”. Ecco. Questa vicinanza, questa prossimità, così come è oggi, ripetiamo, così come è oggi, esiste solo in Italia. Nei paesi anglosassoni, giudici e pubblici ministeri fanno carriere separate, stanno in palazzi separati e anche un loro eventuale frequentarsi non è visto di buon occhio.

Ma per un cambiamento così strutturale, in Italia, diciamo subito, non basterebbe certo un referendum: per questa e per altre cose occorrerebbe rimettere mano pesantemente alla Costituzione italiana, che in ogni caso assicura alla magistratura un assetto unico al mondo. Questa è la nostra opinione, ma andiamo abbastanza sul sicuro.

La primogenitura dell’idea di separare le funzioni non è neppure di origine politica: negli anni Ottanta coincise con la formazione dell’Unione delle Camere penali, tempi in cui nessuno parlava ancora di “ledere l’indipendenza della magistratura” o “sottomettere il pm al potere esecutivo” (come in Francia e in altri paesi) e però insomma: alla fine non si è mai combinato niente.

Referendum sulla separazione delle funzioni giudicanti e requirenti dei magistrati. Chi ha proposto il quesito punta a separare nettamente le due funzioni cosicché ogni magistrato, a inizio carriera, debba scegliere se vuole fare un mestiere o l’altro, accusare o giudicare, la requirente o la giudicante.

Alla fine è tutto qui. Oggi i magistrati possono interscambiarsi tra una funzione e l’altra per ben quattro volte: pare troppo. In qualsiasi caso, se vincesse il “Si” e poi si rivelasse vero che anche solo una modifica del genere sarebbe incompatibile con la Costituzione (e dunque necessiterebbe di una sua modifica, nel Titolo IV) sarebbe una chiara indicazione della volontà popolare, sempre che conti ancora qualcosa.

Il fronte del “No”. In realtà l’unico argomento serio di chi si oppone a questo referendum è valido anche per chi l’ha voluto: la necessità di rimettere mano alla Costituzione. Sciagura per alcuni, benedizione per altri. Il resto delle obiezioni, francamente, è una lagna di processi alle intenzioni. Vogliono a scardinare l’assetto costituzionale della magistratura (vero) o punire la magistratura (come se fosse una persona) o balle conclamate tipo “l’interscambiabilità dei ruoli è possibile quasi dovunque” (balle) o favolette pedagogiche tipo “lo scambio di esperienze aiuta ad interpretare il singolo ruolo” (ottimo: allora qualche mese di galera aiuterebbe a interpretare il ruolo dell’imputato) o ancora “separare le funzioni isolerebbe il pubblico ministero e nascerebbe cioè una cultura dell’indagine e dell’accusa troppo autonoma, sganciata da ogni vincolo”. Certo, e allora?

Negli Usa non ci sono pm e avvocati: li chiamano avvocato dell’accusa e avvocato della difesa, per chiarire. Ma i peggiori sono quelli che vagheggiano che ci sarebbero opposte “tendenze internazionali” in un mondo dove, ripetiamo, nessun assetto della magistratura assomiglia al nostro, e nessuno ha così tanto potere e indipendenza: col singolare primato di funzionare anche male.