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di Maurizio Ferrera

Corriere della Sera, 28 agosto 2026

Non esistono “due sinistre”: identità, inclusione e redistribuzione stanno insieme. Come può la sinistra riformista rispondere alle domande di parità delle identità discriminate senza smarrire la propria vocazione egualitaria e universalista? Nate nel Partito democratico americano, queste domande sono ormai entrate anche nel dibattito europeo. Sulla scia delle critiche di Conte agli eccessi della cultura woke, nell’ultima settimana si è acceso anche in Italia un confronto che ripropone lo spettro delle “due sinistre”: una più sensibile ai diritti civili, alle identità e all’inclusione; l’altra alle disuguaglianze materiali, alla redistribuzione e ai diritti sociali.

La contrapposizione è fuorviante per almeno due ragioni. Primo, perché i partiti progressisti hanno ormai compreso, sia pure con accenti diversi, che universalismo sociale e riconoscimento delle differenze vanno tenuti insieme. Secondo, perché la sfida è in realtà più ampia: aggiornare l’idea di giustizia di fronte alle nuove domande di uguaglianza, non discriminazione e autonomia individuale di una società sempre più diversificata. 

Per la sinistra la dimensione socio-economica resta centrale. Il mercato del lavoro, la famiglia e la demografia sono cambiati profondamente e con essi rischi e bisogni. La lettura “classista” della sinistra del Novecento va quindi ripensata. La nuova questione sociale è sempre più “situazionale”: rischi e opportunità dipendono dalla combinazione di lavoro, famiglia, territorio, servizi, reti sociali, fase della vita e condizioni personali. Alle persone più deboli servono garanzie di reddito, ma anche nuove capacità: lo Stato deve sostenerne la formazione attraverso un ambizioso programma di investimenti sociali. Accrescere la prosperità condivisa richiede inoltre un raccordo fra politiche sociali ed economiche, così da non compromettere condizioni e incentivi alla crescita.

La concezione della giustizia deve però allargarsi ad altre due dimensioni. La prima riguarda l’emancipazione di gruppi storicamente svantaggiati: donne, minoranze etniche, persone con disabilità, immigrati, persone Lgbtq+. Non discriminazione e parità devono essere parte integrante dell’agenda progressista, nel solco della tradizione liberale. Va però evitato il rischio denunciato da Conte: le politiche di “riconoscimento” possono generare nuovi conformismi e intolleranza verso il dissenso. L’esperienza degli Stati Uniti mostra che le degenerazioni woke tendono a provocare contraccolpi in direzione opposta. Uno dei primi provvedimenti di Trump è stato il ridimensionamento delle politiche federali per “diversità, equità e inclusione”. In Italia la dinamica è più complessa: alla crescente sensibilità verso le discriminazioni si contrappone un discorso ostile verso alcune minoranze (gay, immigrati: pensiamo alle posizioni di Vannacci), prima ancora dell’introduzione di nuovi diritti civili.

La seconda dimensione riguarda la crescente domanda di autodeterminazione individuale: la possibilità di decidere liberamente della propria vita, del proprio corpo e delle relazioni personali. Libertà riproduttiva, diritti delle coppie, privacy, autodeterminazione sessuale, suicidio medicalmente assistito. Qui non siamo di fronte alla richiesta di riconoscimento di una particolare identità collettiva, ma a una domanda, profondamente liberale, di autonomia personale. L’Italia è ancora in ritardo su molti di questi temi: anche su questo fronte i progressisti devono fare di più.

Le tre dimensioni dell’ingiustizia - disuguaglianza materiale, discriminazione e limitazioni dell’autodeterminazione - non riguardano elettorati diversi. È fuorviante contrapporre i ceti urbani e istruiti, più sensibili ai temi delle identità e dell’autodeterminazione, ai ceti popolari interessati soltanto al reddito e al welfare. Una giovane donna con un lavoro precario vive insieme il problema del salario, della conciliazione fra lavoro e famiglia e della parità di genere. Un giovane omosessuale può avere insieme problemi di casa e di lavoro e subire discriminazioni. La realtà sociale è fatta di situazioni più sfaccettate delle categorie politiche con cui spesso la rappresentiamo.

Del resto, l’allargamento dei diritti civili non è una novità per il riformismo di sinistra e liberale. L’Italia ha conosciuto una stagione decisiva già negli anni Settanta: divorzio, riforma del diritto di famiglia, parità nel lavoro, interruzione volontaria della gravidanza. Furono conquiste di libertà ed emancipazione intrecciate alle grandi trasformazioni dell’epoca e accompagnate dall’introduzione di nuovi diritti sociali.

È su queste esperienze che le formazioni progressiste potrebbero costruire oggi una nuova agenda: rafforzare il welfare e, insieme alla protezione sociale, perseguire la non discriminazione, la tutela delle differenze e l’autodeterminazione individuale. Non sarebbe un tradimento dell’universalismo, ma la sua evoluzione. Già secondo la concezione novecentesca della cittadinanza, l’eguaglianza dei diritti era una condizione necessaria perché tutti potessero partecipare pienamente alla vita della società. Oggi quella intuizione va aggiornata: alle tradizionali disuguaglianze economiche si sono aggiunti nuovi ostacoli alla partecipazione. Sembra un ossimoro, ma ciò che serve è un universalismo “differenziato”: che non ignori le differenze, ma garantisca a tutti la possibilità di partecipare alla società come pari, disponendo di risorse, capacità e autonomia adeguate per realizzare i propri progetti di vita.