di Marta Serafini
Corriere della Sera, 17 aprile 2023
In tre giorni sono rilasciati quasi 900 detenuti. Settimana scorsa l’incontro a Sana’a tra i per negoziare la fine del conflitto in corso dal 2015. In molti hanno riso e pianto per la felicità. In tanti sono scesi con dalla scaletta dell’aereo con il pugno alzato. Sono i prigionieri delle milizie ribelli Houthi che in queste ore stanno rientrando a casa, nell’ambito del maxi-scambio di prigionieri concordato dall’Arabia Saudita e dai rappresentanti del gruppo filo Teheran iniziato venerdì per porre fine al conflitto che devasta il Paese da oltre otto anni.
Tra chi è sceso dai voli, anche l’ex ministro della Difesa dello Yemen e il fratello dell’ex presidente, trasportati da Aden, controllata dal governo, alla capitale Sana’a. A mediare lo scambio che prevede il rilascio di 900 detenuti in tre giorni, il Comitato della Croce Rossa Internazionale. Si tratta della più grande operazione dopo il rilascio di oltre 1.000 prigionieri nell’ottobre 2020. Ma soprattutto si tratta del primo concreto segnale che finalmente la guerra in Yemen si avvia alla sua conclusione, dopo aver provocato 150 mila morti tra combattenti e civili e una delle peggiori catastrofi umanitarie che la storia ricordi.
“Le operazioni di rilascio sono il risultato dei colloqui conclusi il 20 marzo 2023 a Berna, in Svizzera, dove le parti in conflitto nello Yemen hanno finalizzato il piano per il rilascio. Il Comitato internazionale della Croce rossa ha co-presieduto questi incontri con l’Ufficio dell’inviato speciale del segretario generale delle Nazioni Unite per lo Yemen”, si legge in un comunicato di Icrc. Fabrizio Carboni, direttore regionale della Croce rossa per il Vicino e Medio Oriente, ha aggiunto: “Con questo atto di buona volontà, centinaia di famiglie dilaniate dal conflitto si stanno riunendo durante il mese sacro del Ramadan, un barlume di speranza in mezzo a grandi sofferenze. Il nostro profondo desiderio è che questi rilasci forniscano lo slancio per una soluzione politica più ampia, portando un numero ancora maggiore di detenuti dai loro cari”.
Intanto il coordinatore della Casa Bianca per il Medio Oriente e il Nord Africa, Brett McGurk, è tornato negli Stati Uniti dopo un viaggio di due giorni in Arabia Saudita, accompagnato dall’inviato della presidenza Usa per le infrastrutture e la sicurezza energetica, Amos Hochstein, e dal rappresentante speciale di Washington per lo Yemen, Tim Lenderking. La delegazione statunitense ha incontrato il principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman; il ministro della Difesa, Khalid bin Salman; il ministro degli Esteri, Faisal bin Farhan; e una serie di alti funzionari del governo di Riad. I colloqui si sono incentrati sulla necessità di portare avanti gli sforzi per arrivare ad una soluzione diplomatica del conflitto in Yemen, ed entrambe le parti hanno elogiato la tregua mediata dalle Nazioni Unite. L’inviato speciale delle Nazioni Unite per lo Yemen, Hans Grundberg, ha esortato le parti in guerra a continuare la ricerca di un futuro pacifico per il Paese in guerra, in concomitanza con l’avvio dello scambio dei prigionieri. Tutti passi in avanti verso la sigla di un definitivo accordo.
Domenica scorsa i rappresentanti sauditi avevano già incontrato i funzionari Houthi a Sana’a. Un evento storico, dato che si è trattato del primo incontro diretto tra i rappresentanti del Regno e il movimento Houthi e durante il quale le due parti avrebbero discusso una serie di questioni, tra cui le riparazioni, un altro potenziale cessate il fuoco, l’accesso umanitario e la riapertura a tempo indeterminato dell’aeroporto internazionale di Sana’a.
Era il 2014 quando iniziò quella che venne quasi subito ribattezzata la “guerra dimenticata”. Gli Houthi conquistarono Sana’a e gran parte del nord del Paese mentre una coalizione araba a guida saudita intervenne mesi dopo iniziando a bombardare il nord del Paese.
A contribuire sia ai colloqui sia al rilascio di prigionieri il riposizionamento dell’Arabia Saudita in particolare in relazioni ai rapporti con Teheran. L’intesa sottoscritta il 10 marzo scorso da Iran e Arabia Saudita, con la mediazione della Cina, per ripristinare le relazioni diplomatiche interrotte nel 2016, prevede accordi anche su diverse questioni di sicurezza, tra cui l’accordo sul nucleare iraniano e proprio il conflitto nello Yemen. In particolare l’accordo stabilisce che “l’Iran rispetti gli interessi sauditi nella regione e sostenga i piani di pace”. Inoltre, hanno aggiunto le fonti, “L’Iran ha assicurato che i suoi missili balistici non costituiranno una minaccia per l’Arabia Saudita”. Nelle scorse settimane anche il Wall Street Journal, citando fonti americane e saudite, aveva riferito di un’intesa riguardante lo Yemen raggiunta nell’ambito dell’accordo del 10 marzo scorso, secondo cui Teheran avrebbe accettato di mettere fine alle forniture di armi agli Houthi.









