di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 5 febbraio 2021
Detenzioni illegali, sparizioni, confessioni di immoralità estorte: il nuovo medioevo delle milizie Houti si abbatte sulle yemenite. Solo pochi giorni fa il governo italiano ha deciso di revocare le autorizzazioni all'export di armamenti (bombe e missili) ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Un effetto della campagna per impedire che le armi italiane contribuiscano al massacro di civili provocato dal conflitto in Yemen. Arabia Saudita e EAU infatti guidano la coalizione militare che combatte i ribelli sciiti, Houti, sostenuti dall'Iran. Quelle italiane naturalmente non sono le uniche armi impiegate, sono molti i paesi che esportano macchine di morte in una guerra scoppiata nel marzo del 2015 e tuttora in corso con violenti combattimenti.
Eppure quella odierna è una situazione figlia in qualche modo degli sconvolgimenti del 2011 quando lo Yemen, uno dei paesi più poveri dell'area della penisola arabica, venne investito dall'ondata delle cosiddette primavere arabe. Come in altri paesi il risultato politico sarebbe stato diverso dalle speranze iniziali. Uno ad uno caddero regimi e autocrati al potere da decenni ma il vuoto seguente è stato spesso un baratro riempito da uomini altrettanto autoritari. Dieci anni fa le strade di Sanà, Taiz o Aden furono percorse da migliaia di persone soprattutto provenienti dai quartieri popolari, ma le proteste partirono anche da ambienti universitari e della società civile. Al centro delle manifestazioni le richieste di un abbassamento dei prezzi del cibo fino alle dimissioni del presidente Saleh al potere da 33 anni. Quest'ultimo venne ferito da una bomba lanciata contro il palazzo presidenziale, riparato in Arabia Saudita tornò dopo due mesi designando come suo successore Abdrabbuh Mansour Hadi che divenne presidente nel 2012.
Al di là del cambio istituzionale quella dello Yemen, almeno in quella prima fase, fu una vera rivoluzione sociale e culturale. Molte volte infatti in prima fila dei cortei c'erano le donne che per la prima volta presero in mano il loro destino e quello del paese. In particolar modo alcune di esse erano e sono avvocate e nello stesso tempo attiviste per i diritti umani. Le loro storie raccontano non solo il passato ma anche il futuro dello Yemen. È il caso di Ishraq al- Maqtari, la legale che fu tra le prime donne a scendere in piazza. Recentemente è stata intervistata dalla BBC è ha ricordato la scelta di impegnare se stessa nella lotta di quel periodo, non solo per se stessa ma anche per i suoi figli che non di rado portò con lei alle manifestazioni. Una decisione difficile e pericolosa. Basti pensare all'episodio nel quale la Guardia Repubblicana fede a Saleh aprì il fuoco contro le donne che pregavano in un presidio di protesta a Taiz diventando un obiettivo della repressione.
La rivoluzione dunque fu l'occasione per le donne di partecipare al dibattito pubblico, un cambiamento che però è stato fin dall'inizio combattuto dalla società patriarcale ben lungi dall'essere superata. La situazione poi è peggiorata ancora di più quando il 21 settembre 2014, gli Houhti hanno inflitto pesanti perdite alle forze fedeli ad Hadi e sono penetrate fin dentro i quartieri centrali di Sana'a. Così la capitale dello Yemen di fatto appare adesso controllata dai seguaci degli Houthi. Lo spazio per avvocate come Ishraq al-Maqtari, nel frattempo divenuta membro della Commissione nazionale per indagare sulle presunte violazioni dei diritti umani, si è ulteriormente ridotto. Uno degli esempi più lampanti è stata la sua denuncia contro la campagna di arresti nei confronti del "lavoro sessuale".
Decine di donne sono finite in carcere con l'accusa di prostituzione sebbene una tradizione conservatrice non veda di buon occhio la detenzione femminile. Per al-Maqtari però dietro la persecuzione della prostituzione si nascondono arresti politici, un modo per colpire una società che si schiera contro quella che vede come un'occupazione.
I dati, sebbene non aggiornati, parlano di almeno 182 donne incarcerate (oltre a quelle detenute a Sanaa, secondo Maqtari ce ne erano settanta imprigionate nell'Amran dello Yemen settentrionale e 12 nella città di Hodeidah sul Mar Rosso), principalmente per esercitare una pressione sulle famiglie. L'avvocata al-Maqtari ha riferito anche che diverse ragazze sono state sequestrate mentre uscivano da scuola o prestavano soccorsi alle persone colpite dai bombardamenti. La campagna di detenzione si è intensificata a partire dal dicembre 2018, prendendo di mira le donne tra i 16 e i 74 anni.
Ishraq al Maqtari ha così raccolto le testimonianze di altri avvocati i quali, molti in forma anonima, hanno rivelato che sotto le minacce degli Houthi, le donne sono state costrette ad ammettere, sotto minaccia di tortura, di aver esrecitato "lavoro sessuale" anche se ciò non corrispondeva alla verità. Inoltre alle accusate spesso non è stato consentito di avvalersi di un legale difensore.
Incarcerazioni illegali e sparizioni forzate dunque, una situazione che viene costantemente denunciata anche dall'avvocata Radhya al- Mutawakel che insieme al marito, ha fondato nel 2014 l'organizzazione "Mwatana" per documentare le violazioni dei diritti umani in Yemen. Per la sua attività è stata costretta lasciare il suo paese per rifugiarsi negli Stati Uniti, dopo essere finita in carcere in due occasioni, ma è stata anche la prima civile yemenita ad intervenire al Consiglio di Sicurezza dell'Onu.
A luglio dello scorso anno un rapporto di "Mwatana" titolato 'In the Darkness: Abusive Detention, Disappearance and Torture in Yemen's Unofficial Prisons', basato su 2.566 interviste, ha fatto luce su almeno 1.600 casi di detenzioni arbitrarie e sulle torture compiute nelle prigioni segrete appartenenti a ambedue le parti in conflitto. Nel rapporto di 87 pagine si parla infatti di almeno undici centri di detenzione non ufficiali dove gli abusi sui detenuti sono una pratica quotidiana fin dal 2016. L'organizzazione per i diritti umani ha rivelato come le famiglie non abbiano saputo più nulla circa la sorte dei loro parenti detenuti.
In particolare gli Houthi gestirebbero carceri illegali nel quartier generale dei servizi segreti e a Taiz in edifici residenziali, mentre le forze armate degli Emirati Arabi Uniti avrebbero costruito campi di prigionia nella provincia di Aden e il governo in quella di Ma'rib. Naturalmente il lavoro più grande e difficile di Radhya al- Mutawakel è quello di riuscire a contribuire alla pace per lo Yemen. Un'impresa ardua ma che nonostante le difficoltà potrebbe essere a portata di mano. Secondo l'avvocata infatti le parti in conflitto sono ambedue deboli e screditate anche se il sostegno alla Comunità internazionale non è univoco. In questo senso la fine dell'export di armamenti rappresenta un punto fondamentale.











