di Eva Thiébaud e Morgane Remy*
Il Fatto Quotidiano, 11 novembre 2019
Violazione dei diritti dell'uomo. L'Osservatorio sugli armamenti e altre Ong hanno raccolto testimonianze di dissidenti "bastonati e rinchiusi" nell'area segreta degli Emirati a Balhaf. Sono stato rinchiuso in una cella. Poi mi hanno preso a pugni e bastonato, trascinato per la barba e colpito al volto. Mi hanno fatto credere che i miei compagni di cella mi avessero denunciato e accusato di far parte dell'Isis, di Al Qaeda o dei Fratelli Musulmani".
Mohammad (nome di fantasia) è yemenita. Sostiene di essere stato rinchiuso e picchiato dalle forze emirate a Balhaf, costa sud dello Yemen, in un sito industriale gestito dal consorzio Yemen Lng (Ylng) il cui principale azionista è il gruppo francese Total (circa il 40%).
La sua testimonianza emerge da un rapporto pubblicato giovedì scorso dall'Osservatorio sugli armamenti e dalla Ong SumOfUs, in collaborazione con Amici della Terra ("Operation Shabwa - La Francia e Total in guerra nello Yemen?"), che Mediapart e Le Monde hanno potuto consultare.
Vi sono prove che l'impianto di Balhaf è stato usato dagli Emirati Arabi Uniti come prigione segreta dove i detenuti sarebbero stati sottoposti a trattamenti "disumani e degradanti". I fatti risalgono al 2017 e 2018, durante la guerra, ancora in corso, tra i ribelli Huthi, un movimento politico islamico armato, e il governo di Abd Rabbih Mansur Hadi, presidente riconosciuto dalla comunità internazionale e sostenuto dal 2015 dalla coalizione di Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti. Abbiamo contattato sia Total che Ylng, senza risposta.
Dall'ufficio del primo ministro Edouard Philippe ci è stato spiegato che se "la Francia ha sostenuto questo progetto industriale, la gestione del sito e la ripresa delle attività spetta al consorzio Ylng".
E hanno aggiunto: "I fatti molto seri che segnalate dovranno essere verificati". L'impianto, aperto nel 2009, rientrava all'inizio nella strategia della multinazionale francese di sviluppare il gas naturale per il mix energetico. Lo stabilimento di Balhaf, alimentato da un gasdotto collegato ai giacimenti di gas della città di Marib, produceva Lng (Liquefied Natural Gas) che veniva venduto a clienti internazionali via il porto di Balhaf. Lo stabilimento, strategicamente importante per la multinazionale, era e rimane vitale per l'economia yemenita. Con il suo costo di 5 miliardi di dollari, rappresenta il più grosso investimento mai realizzato nel paese.
Le esportazioni potrebbero fruttare "quasi un miliardo di dollari all'anno al governo", secondo Aws Al-Aoud, il ministro del Petrolio yemenita. Un reddito essenziale per il paese più povero del Medio Oriente. Assicurare la protezione del consorzio Ylng a Balhaf è dunque importante. Il sito che, oltre alla zona industriale, comprende anche abitazioni, una moschea e una mensa, è protetto da "torri di osservazione, sensori e telecamere anti intrusione e checkpoint", notano le associazioni.
Della sua sicurezza si occupano delle società yemenite come Al Maz, G4S Limited o Griffin Limited, ma anche compagnie militari private francesi come Pro-Risk o Surtymar e gruppi militari vicini all'esercito yemenita. Sul posto è presente anche l'esercito francese. "Ylng ha convinto il governo francese a inviare delle pattuglie navali per addestrare i soldati yemeniti basati a Balhaf nel maggio 2009", scriveva l'ambasciatore americano dell'epoca in una missiva diplomatica rivelata da WikiLeaks.
La militarizzazione del sito ha consentito allo stabilimento di funzionare a pieno regime anche a conflitto iniziato, dopo che, nel 2014, il movimento Houthi aveva conquistato la capitale yemenita, Sanaa. Quell'anno la fabbrica aveva persino esportato volumi superiori al previsto, secondo i dati di Bp. Ma, a inizio 2015, per "cause di forza maggiore", Total ha sospeso le attività e rimpatriato i suoi dipendenti in Francia, grazie ancora una volta alla presenza della marina militare nazionale. La fabbrica nei fatti non è mai stata completamente ferma.
L'impianto va ad attività ridotta per preservare le installazioni, facendo intervenire sul posto 50 "volontari" yemeniti. "Due squadre si alternavano ogni quattro settimane - ha confermato a Mediapartun tecnico presente sul sito da anni -. Avevamo avuto la sensazione di dover agire per il bene del nostro Paese, nonostante i rischi incorsi per attraversare regioni in guerra". La sospensione dell'impianto è coincisa con l'intervento in Yemen, al fianco del presidente Abd Rabbih Mansur Hadi, dell'Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti, accomunati, oltre che dalla volontà di combattere i ribelli Houthi che occupano lo Yemen settentrionale, anche da interessi privati.
"Gli Emirati hanno messo a punto una strategia per controllare il sud dello Yemen e la trafficata rotta marittima che unisce lo stretto di Hormuz allo stretto di Bab el-Mandeb", ha spiegato Tony Fortin dell'Osservatorio sugli armamenti. "Controllare i porti yemeniti permette di limitarne lo sviluppo e la concorrenza che potrebbero fare ai porti emirati - sottolinea Ali Ashal, deputato del Congresso yemenita per la riforma, partito di opposizione affiliato ai Fratelli Musulmani.
Anche la regione di Shabwa, ricca di petrolio, è di loro interesse". Il porto e la fabbrica di Balhaf, all'interno del governatorato di Shabwa, ricco di idrocarburi, è un luogo strategico. "Il sito è una base militare degli Emirati, con armi e logistica. Lo sanno tutti", afferma una fonte del governo yemenita. Da immagini satellitari le associazioni hanno notato la comparsa di nuove infrastrutture sul posto, tra cui "un eliporto".
É possibile che Total, in quanto principale azionista, ignori la trasformazione del sito in caserma? "Total è al corrente", ci ha detto un membro del governo yemenita, a condizione di conservare l'anonimato.
E il governo francese? "La Francia è un alleato storico degli Emirati Arabi Uniti", ha sottolineato Tony Fortin, ricordando le ingenti vendite d'armi alla monarchia del Golfo: 3,5 miliardi di euro di ordini tra 2009 e 2018, secondo il rapporto parlamentare 2019 sulle esportazioni di armi. I due paesi hanno recentemente rafforzato la cooperazione, in materia di "pace e sicurezza regionali" e di "lotta contro il terrorismo".
Nel campo dell'energia, il governo francese ha impegnato fondi pubblici per il progetto dell'impianto di liquefazione yemenita attraverso un'assicurazione che copre parte dei rischi assunti dalle banche finanziatrici del progetto. Il ministero dell'Economia ha confermato una polizza assicurativa di 240 milioni di dollari.
"Significa che i contribuenti potrebbero trovarsi nella situazione assurda di doversi assumere i rischi finanziari presi da Total in Yemen - denuncia Cécile Marchand, dell'associazione Amici della Terra. E, peggio ancora, che lo stato francese si ritrova complice delle violazioni dei diritti umani perpetrate a Balhaf".
Le associazioni denunciano anche la creazione sul sito nel 2017 e 2018 di una prigione segreta, basandosi sulle testimonianze di due yemeniti, tra cui Mohammad. "Tra 5 e 10 detenuti sono ammassati in celle minuscole, di 5-8 metri quadrati. Dormono per terra. Non c'è acqua corrente e si soffoca per il caldo. Vengono segnalati casi di tortura e maltrattamenti: i prigionieri sono picchiati e i malati lasciati senza cure", si legge nel rapporto. Anche l'associazione Sam di Ginevra per i diritti e la libertà aveva registrato l'arresto nell'agosto 2017 e la detenzione nel sito di Balhaf di diverse persone, tra cui bambini.
"Una donna ha descritto la detenzione della sua famiglia, compresi i suoi bimbi, trasportata in elicottero e rinchiusa a Balhaf", ha detto a Mediapart Tawfik Hamidi, avvocato yemenita che lavora per l'associazione. Più in generale, media e associazioni hanno denunciato l'esistenza, tra 2017 e 2018, di una rete di luoghi di detenzione gestiti dagli Emirati Arabi Uniti situati intorno ai porti di Aden e Mukalla.
"Le persone che vi sono rinchiuse sono in genere accusate di appartenere a al-Qaeda nella penisola arabica (Aqap)", scrivono l'Osservatorio sugli armamenti e Sum Of Us. Secondo le testimonianze raccolte da Amnesty International, verrebbe preso di mira anche chi critica la coalizione e i suoi alleati, tra cui attivisti e giornalisti, nonché sostenitori e membri del Congresso di riforma yemenita. "Tuttavia - scrive ancora Amnesty - molti arresti si baserebbero su sospetti infondati e vendette personali".
La Ong reclamava già nel luglio 2018 l'apertura di "inchieste per crimini di guerra". "In queste carceri si sono verificati atti di tortura", hanno dichiarato a Media-part Bonyan Jamal e Ali Al Razzaqi, due avvocati della Ong yemenita Mwatana for Human Rights, che lavorano sulle prigioni segrete. Le associazioni chiedono ora l'apertura di una commissione d'inchiesta per fare luce sulle responsabilità della Francia nella situazione in Yemen.
Dopo le rivelazioni di giovedì, Total ha diffuso un comunicato: "Total è stato informato nell'aprile 2017 dalla Yemen Lng, della requisizione, da parte delle autorità internazionalmente riconosciute dello Yemen, di una parte delle installazioni del sito di Balhaf, non in uso, a favore delle forze della coalizione". Ma che Total "non dispone di informazioni relative all'uso che la coalizione ne fa".
*Traduzione di Luana De Micco










