di Conchita Sannino
La Repubblica, 28 aprile 2025
Intervista al docente di diritto costituzionale, già deputato e presidente Rai. “Non possiamo tacere”. Di nuovo in campo i costituzionalisti. Stavolta contro il decreto Sicurezza, con 260 firme che pesano. Contro un altro “degli attacchi” della destra “volti a comprimere diritti e accentrare il potere”. Un duro appello, dallo stesso autorevole gruppo che un anno fa si schierò al fianco della senatrice Liliana Segre, dopo il suo j’accuse in Senato sul premierato. “Dobbiamo confidare che tutti gli organi di garanzia costituzionale mantengano alta l’attenzione”, auspica Roberto Zaccaria, già deputato e presidente Rai, promotore della mobilitazione che vede, come prime firme, ex presidenti e vice della Consulta: De Siervo, Silvestri, Zagrebesky, Cheli, Maddalena.
Professore Zaccaria, il dl è per voi una “forzatura di particolare gravità”. È sufficiente per un appello?
“Di fronte a profili incostituzionali di questo tenore, si ha il dovere di assumere una posizione. E le ragioni sono molteplici, di forma e sostanza. Già è significativo che un decreto legge, che incide fortemente sulla materia penale, sia sprovvisto totalmente dei requisiti di necessità e urgenza”.
Anche altri governi hanno fatto largo uso di decreti d’urgenza...
“Qui non siamo al “solito” abuso: ma a una pericolosa escalation”.
Per la trasformazione repentina da disegno di legge a decreto d’urgenza?
“Uso un termine improprio: è stato uno “scippo”. Il governo si è appropriato del disegno di legge e si è sostituito alle Camere. Eppure il ddl era quasi all’approvazione dopo un lungo iter: ma con un cambio di mano si è voluto un decreto di enormi dimensioni, con gravissime ipotesi di reato e aggravamento di reati esistenti. Che peraltro i cittadini ad oggi non conoscono”.
Scrivete anche: “Un disegno estremamente pericoloso”...
“Perché rivela una strategia chiaramente repressiva di quelle forme di dissenso che è invece fondamentale riconoscere in una società democratica. Per di più, lo realizzano mediante un irragionevole aumento qualitativo e quantitativo delle sanzioni”.
Il principio dell’uguaglianza è gravemente compromesso, voi dite: perché?
“Perché, tra le altre cose, si equiparano i centri di trattenimento per stranieri extracomunitari al carcere, e la resistenza passiva alle condotte attive di rivolta”.
Anche il tema del daspo urbano è di dubbia costituzionalità?
“Sì, appare in contrasto con l’articolo 13 della Costituzione che sancisce che la libertà personale è inviolabile. Basta una denuncia del questore a determinarlo: ma così si equipara irragionevolmente condannati e denunciati”.
Lei, in Commissione Affari costituzionali, cinque giorni fa, ha parlato di grave torsione. E ha detto: siete riusciti a mettere d’accordo giudici, avvocati e costituzionalisti contro il dl Sicurezza...
“In effetti, è singolare: mentre sulla riforma della giustizia avvocati e magistrati sono agli antipodi, qui siamo tutti preoccupati allo stesso modo, e faremo dibattiti assieme”.
Il professor Manes ha parlato anche di “ossessione securitaria”...
“Sì, lo condivido totalmente”.
I rilievi del Quirinale hanno scongiurato il peggio, poi toccherà alla Consulta?
“Il presidente della Repubblica interviene di fronte ai profili di manifesta illegittimità, e benissimo ha fatto. Ma, come in uno Stato di diritto che funzioni, a ciascuno il suo compito”.
Un potere sempre più invadente nel controllare, sanzionare e reprimere stili di vita
di Luigi Manconi e Chiara Tamburello
La Repubblica, 28 aprile 2025
Dall’insediamento di Giorgia Meloni come premier sono passati due anni e mezzo e da allora si è perso il conto dei provvedimenti finalizzati a introdurre nuovi reati, inasprire le pene, aumentare le aggravanti. Questa destra può nuocere alla salute. Sembra uno spot pubblicitario che richiama lo stile di una campagna contro il fumo, ma una qualche corrispondenza tra una certa azione politica e un lento e graduale danneggiamento dell’equilibrio mentale collettivo non è da escludere. Certo: le guerre, il cambiamento climatico, la pandemia, la crisi economica hanno un peso significativo in questo “stato confusionale”, ma c’è qualcosa di più. C’è un tratto caratteriale di una parte di questa destra che sembra colpire direttamente la componente più fragile del corpo sociale.
In questo caso non ci si riferisce esclusivamente a quanti vivono una condizione di minorità (detenuti, migranti, senzatetto, malati psichici) e a quanti attuano azioni di protesta (occupanti di case, ambientalisti radicali, lavoratori in sciopero) - destinatari, praticamente tutti, di un intero decreto sulla sicurezza approvato il 4 aprile scorso - ma si vuole anche mettere in relazione alcune scelte politiche con un conseguente, e sempre più diffuso, senso di turbamento e di solitudine. E dunque con un sentimento che ha a che fare con lo stato di salute di una comunità e con il suo benessere emotivo.
Dall’insediamento di Giorgia Meloni come premier sono passati due anni e mezzo e da allora si è perso il conto dei provvedimenti finalizzati a introdurre nuovi reati, inasprire le pene, aumentare le aggravanti. E non sono mancati episodi che hanno mostrato la più sincera, come dire?, malvagità di alcuni membri di questo governo: dal definire i migranti “cani e porci” al dichiarare di provare “un’intima gioia” nel vedere i detenuti in regime di 41-bis trasportati nei nuovi automezzi in dotazione alla polizia penitenziaria, dall’elogiare l’operato dei poliziotti accusati di aver torturato i detenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere al rivendicare l’utilizzo delle fascette ai polsi dei migranti trasferiti nel centro per il rimpatrio in Albania.
Ma, come si diceva, qui non si tratta solo di giudicare moralmente tutte quelle iniziative che mortificano i disgraziati privati della libertà personale e i fuggiaschi arrivati via mare nel nostro paese. Si tratta piuttosto di evidenziare come questa destra voglia assegnare allo Stato un potere sempre più invadente nel controllare, sanzionare e reprimere stili di vita, scelte di consumo, preferenze sentimentali, orientamenti sessuali, opzioni riproduttive. E per fare questo si sono adottate le misure più drastiche e si sono annunciati i propositi più aggressivi: ostacolare l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza, limitare il diritto di cittadinanza, vietare la gestazione per altri, impedire la realizzazione di famiglie omogenitoriali, proporre, se non la cancellazione, la limitazione del ricorso al reato di tortura.
È facile credere che l’impulso autoritario e lo sprezzo nei confronti di determinate libertà possano incutere angosce, inquietudini e disagi solo a chi è collocato nella parte opposta dello schieramento politico, ma non è così: in un contesto in cui le libertà individuali e sociali vengono insidiate o ridimensionate, le persone che di quelle libertà dovrebbero godere subiscono effetti psicologici negativi. E ciò non riguarda solamente le donne che non vogliono diventare madri e le persone in gravi difficoltà economiche, le coppie omosessuali che vorrebbero adottare figli e le vittime di abusi da parte delle forze di polizia; ma riguarda tutti coloro che vogliono uno Stato capace di tutelare i diritti collettivi e quelli individuali e di garantire il più ampio pluralismo e la massima libertà di espressione del pensiero. Fattori essenziali, questi, per preservare la salute dei singoli e delle comunità.
La destra sembra voler fare dello Stato il riflesso e lo strumento della propria ideologia. In ciò potrebbe rientrare anche la scelta di decretare cinque giorni di lutto nazionale per la morte di papa Francesco; e l’invito a “svolgere tutte le manifestazioni pubbliche in modo sobrio e consono alla circostanza” e a evitare “balli e canti scatenati” (il ministro Nello Musumeci). Ciò appare come l’imposizione di una modalità di osservanza del lutto quale espressione del proprio sentimento di parte politico-culturale. Forse la destra, di fronte alle critiche mosse al rischio di “oscurare” così il 25 aprile, crede che l’opposizione sia affetta da una sorta di “sindrome da disturbo di Meloni”. Un disturbo simile a quello che i repubblicani statunitensi hanno proposto di riconoscere come patologia e quanto porterebbe “all’insorgenza acuta di paranoia in persone altrimenti normali in reazione alle politiche e alle scelte del presidente degli Stati Uniti Donald Trump”.











