di Andrea Malaguti
La Stampa, 12 gennaio 2026
Il giurista: “C’è un sistema di interessi che si è fatto ideologia e che lo sostiene. Il colonialismo in nome della nostra civiltà ricorda i discorsi di Mussolini”. Johann Sebastian Bach, Partita numero 1. Le mani del professor Gustavo Zagrebelsky scivolano rapide sui tasti. Nessuna esitazione. Preludio, Allemanda, Sarabanda. Una suite di movimenti. La stanza si riempie di musica. Torino è un quadro elegante e gelido oltre la finestra. Le note scorrono fluide, precise, secche. Fa venire voglia di ballare, ad esserne capaci.
Si può iniziare da una partitura in “si bemolle maggiore” per ragionare sul mondo? Il delirio di onnipotenza di Trump, l’agonia delle democrazie liberali che coincide con gli ottant’anni della Repubblica. E poi Maduro, Putin, la Groenlandia. La grande lavatrice della follia planetaria? Apparentemente, sì.
“Lo sente?”.
Cosa, professore?
“Questo pianoforte non è accordato bene. Un tempo ne avevo uno verticale, francese, dell’Ottocento, tutto legno, che sistemavo a orecchio”.
Magnifico. Non è banale accordare un pianoforte...
“Infatti non ne sono capace”.
Non capisco...
“Il martelletto batte sulle corde. Tre corde per ogni nota. Ogni nota un tasto. I tasti sono 88. Quanto fa? Bisogna “accordare” tutto. È una questione di equilibrio. Se non sei sicuro di quello che fai finisci per esagerare, tirare più del dovuto, strafare. Una notte, dopo aver suonato per un bel po’, ho sentito un fragoroso crack. La tensione delle corde aveva fatto crollare il somiere. Le corde giacevano tutte aggrovigliate. Capisce, adesso?”.
Non ancora...
“Chi è insicuro va sempre più su, perde la misura, esagera”.
Stiamo parlando di Trump?
“Anche”.
Io non penso che esageri. Penso che Trump sia un narcisista megalomane perfettamente calato nello spirito del tempo...
“Vede, a dare retta a chi sostiene che l’Impero americano è in crisi, si potrebbe dedurre che Trump - narcisista e megalomane, come dice lei - tenda ad esagerare per nascondere le sue fragilità. Rilanciare continuamente. Succede spesso che chi è insicuro diventi aggressivo”.
Le sembra insicuro un uomo che due sere fa ha detto testualmente: io rispondo solo a me stesso?
“Sì. La megalomania è una debolezza. Il “sé”, da solo, è un sostegno troppo piccolo. Dietro, però c’è un sistema di interessi che si è fatto ideologia. Questo è il sostegno”.
Ha esfiltrato Maduro dal Venezuela, appellandosi a regole tutte sue...
“Calpestando ogni principio di diritto internazionale, a cominciare da quello di non ingerenza: l’inizio del caos. Potrà reggere?”.
Eppure, in Venezuela sono in molti a festeggiare. Maduro era un dittatore...
“In molti. Non pensa che dovrebbe essere il popolo venezuelano a prendere in mano il proprio destino senza lasciarlo agli americani?”.
Lo penso. Ma qui siamo di fronte a un uomo che vuole anche invadere la Groenlandia. E Vance dice che va preso sul serio...
“Invaderla se non riesce a comprarla. Ma come può fare? Mercanteggiare con la presidente danese? Però può acquistare il consenso dei groenlandesi a suon di dollari. Con lo stesso criterio con cui Musk offriva soldi in cambio di voti. E poi invocare il principio di autodeterminazione dei popoli. Così gli Stati diventano merci sul mercato. Fine della politica, trionfo degli affari”.
È una profezia la sua?
“No. Constato solo che, quando ragioniamo sull’espansionismo, rischiamo di essere schematici. Gli strumenti per introdursi in Paesi altrui sono molteplici, non solo la forza militare, anche quella economica”.
Siamo spacciati?
“È il suo modo per chiedermi che cosa succederà adesso?”.
Che cosa succederà adesso?
“Le rispondo, modestamente, che non lo so. E aggiungo che nessuno lo sa. Le variabili sono infinite. Disastri naturali, morte dei leader, umori delle popolazioni che mutano, ribellioni, crisi economiche. Fa sorridere sentire qualche “stratega” che definisce la politica, perfino la geopolitica, come una scienza esatta. Non lo è. La politica è il regno dell’imprevedibile”.
Considerando le tenebre che ci avvolgono, la prendo per una professione di ottimismo...
“Ci sono solo opinioni di opinionisti che regalano vacue sentenze. Neanche un algoritmo sarebbe in grado di padroneggiare le incalcolabili variabili”.
La politica come dovrebbe reagire a questa nebbia della ragione?
“Riflettendo con San Paolo che dice: qui sulla Terra vediamo ogni cosa per speculum et in aenigmate”.
Non vediamo le cose per come sono ma per come siamo?
“Sì, come desideriamo. Consideriamo la prima parte di quella espressione: per speculum. Vediamo innanzitutto noi stessi davanti allo specchio. Perciò la visione è condizionata dagli impliciti che abbiamo in noi, dai giudizi e pregiudizi, dai desideri e dalle paure, dalla nostra storia e dalla nostra personalità”.
Che cosa discende da tutto ciò?
“Che quando parliamo, per esempio, delle crisi internazionali del nostro tempo usiamo lenti che incorporano credenze, illusioni, terrori, interessi”.
Questo lo specchio. E l’enigma?
“Ogni cosa è sottoposta a dubbio, perciò si dovrebbero evitare le conclusioni definitive che implicano scelte senza ritorno, come è la guerra”.
Ma scegliere è inevitabile...
“Sì, ma è meglio essere minimalisti. Credo che ognuno debba fare la sua parte, prendendosi le sue responsabilità per quello che gli compete”.
Al momento il risultato finale non è bello...
“Perché “finale”? Per costruire la casa serve che ognuno porti il suo mattone, non una visione millenaristica da Terzo Reich. Ragionare di massimi sistemi è sensato nei libri di filosofia, meno nella pratica”.
Per ragionare con Trump, Putin e Xi un po’ di massimi sistemi sono utili, non crede?
“Sì, ma serve capacità dialogica per affermare i nostri principi e valori. Non abbiamo la formula magica, l’abracadabra; tanto meno la possibilità di plasmare tutto il mondo come ci pare. Possiamo però fare uno sforzo collettivo per creare movimenti pro-pace, pro-giustizia, pro-libertà, pro-Europa. Difendere e creare spazi territoriali e spirituali e credere, come dicevano gli Antichi, che omne bonum diffusivum sui, ogni cosa buona tende a espandersi”.
Bello. Non so quanto realistico...
“Comunque, è ciò che spetta ad ognuno di noi. Il mero realismo è una tentazione luciferina se corrisponde a disarmo etico. Incominciamo a chiederci, per esempio, se stiamo costruendo una sensibilità pro-pace o pro-guerra”.
Per fare quello che dice lei bisognerebbe ripartire da zero...
“La tabula rasa non è mai esistita. Ma esiste l’autonomia degli esseri umani e dell’umanità. Per cui si può persino immaginare che ad un certo punto sorga una ribellione della terra”.
Cioè?
“Il pianeta terra, nel suo complesso, piante, animali, esseri viventi, forse si ribellerà alla stupidità e alla cupidigia che dominano in questo nostro tempo. Che certo non sarà eterno”.
Professore, la Repubblica italiana sta per compiere 80 anni. Prepariamo una festa o un funerale?
“È una domanda sinistra, per uno come me che di anni ne ha 82”.
Parlavo di un ciclo ideale, non biologico...
“Ricorda Leopardi? Tutto al mondo passa e quasi orma non lascia”.
La sera del dì di festa, credo...
“Crede bene. Il punto è in quel “quasi”. Un’orma rimane sempre, nei figli, nei nipoti, di come siamo stati e delle cose che abbiamo fatto. Diversamente la vita sarebbe solo tragedia a scoppio ritardato”.
Qual è l’orma della nostra democrazia?
“Non è solo un’orma. Chi dice che la democrazia è morta sbaglia. È una categoria che esiste dalla notte dei tempi ed è un’aspirazione universale. Nella storia nulla finisce mai completamente. Comprese tirannie e oligarchie”.
Perdoni se apro una parentesi. È favorevole alla riforma della giustizia e alla separazione delle carriere?
“No”.
Perché?
“Sintetizzando, direi che è una riforma, se posso usare una parola di altri tempi, classista. Dividendo la magistratura, l’indebolisce e, indebolendola, l’espone all’influenza dei più forti. Il sommo principio: la legge è uguale per tutti, vuole che l’indipendenza del giudice sia difesa ad oltranza”.
È una riforma che non piace ai magistrati, ma piace agli avvocati...
“Non a tutti, però. Oggi, i pubblici ministeri si dicono parti imparziali del processo. Non sono lì per sconfiggere l’imputato, come su un ring. Operano per la giustizia, affinché il giudice abbia a disposizione un punto di vista da mettere a confronto con quello della difesa, e trarre poi le conclusioni. Se invece diventassero, per così dire, parti partigiane che hanno come scopo non la legge, ma la vittoria, siamo sicuri che agli avvocati piacerebbe?”.
Immagino di no. E allora?
“Qualcuno poi dirà: un organo di questo genere è pericoloso e dunque va controllato. Da chi? La politica e, per la politica la maggioranza e poi il governo, in nome della “governabilità”. Non vedo come altrimenti”.
Torno alla geopolitica. Gli americani fanno ancora parte del mondo Occidentale?
“Sì e no. L’Occidente è fatto di molte cose. Non tutte belle”.
Che cos’è che non le piace?
“L’imperialismo, il colonialismo in nome della nostra civiltà (ricorda ad esempio il discorso di Mussolini sull’Etiopia?), l’idea della superiorità del nostro modo di vivere, il suprematismo in ogni sua versione. Non mi piacciono le grandi disuguaglianze create dal capitalismo di rapina, il cinismo nei confronti di chi è più povero e debole. Una delle componenti chiave della cultura occidentale è il darwinismo sociale. Il più forte si impone sul più debole ed è giusto che sia così: se sei povero peggio per te. Gli investimenti sociali sono sprechi, sono risorse sottratte allo “sviluppo”.
Speravo fossimo anche altro...
“Lo siamo e dobbiamo rivendicarlo come bene conquistato spesso a carissimo prezzo. Ma parlare genericamente di Occidente non è buona cosa, anche perché in larga parte del mondo crea repulsione”.
Dunque?
“Facciamo emergere la parte migliore. La libertà di coscienza, l’uguaglianza, la tolleranza, la democrazia liberale, le libere elezioni, il ricambio pacifico dei governi e - se vuole - anche il relativismo, quell’idea per cui in politica non esiste una verità assoluta. Dobbiamo avere la forza di distinguere. Perché il tronco buono dei nostri valori è venuto incrostandosi”.
In questa fase la Forza conta più del Diritto...
“Parla di nuovo di Trump?”.
In effetti sì...
“Adesso il presidente americano ci sembra una novità, un fungo avvelenato, ma non è vero. Ha idea di quante volte è stato violato il principio di non intervento dal 1948 al 2026? Kosovo, Libano, Iraq, Libia, Corea, Vietnam, eccetera”.
Abbiamo fatto molti errori ma c’è pur il diritto internazionale...
“Solone, riportato da Plutarco, diceva: il diritto è come la tela del ragno stesa sui piccoli insetti. Le mosche si impigliano, ma i mosconi ci fanno un bucone. Non possiamo avere fiducia cieca nel diritto internazionale. Se non è sostenuto da un equilibrio tra le forze in campo, vale solo come richiamo ad una moralità disarmata. L’Europa, nel progetto originario, doveva contribuire a tale equilibrio, precondizione della pace”.
Mi perdoni, professore, ma con il relativismo si può giustificare ogni cosa. E a me continuano a sembrare meglio le democrazie liberali, del putinismo o del trumpismo...
“Ho detto il contrario? Mi limito a notare che per ottant’anni ci siamo detti mai più guerra. Adesso questa visione ingenua, per non dire infantile, è terremotata”.
Perché ingenua?
“Ci siamo mai chiesti davvero di che pace stavamo parlando? Ce ne sono tante”.
A me piaceva la nostra...
“Mi lasci finire”.
Scusi...
“La pax romana, la pax americana, la pace del terrore, eccetera. In questi casi si può parlare di pace o non, piuttosto, di guerre latenti solo sospese?”.
L’equilibrio lo imponevano le legioni romane...
“Non l’equilibrio, ma il dominio. I romani inventarono il motto “si vis pacem para bellum”. L’equilibrio nei rapporti internazionali, nei pochi momenti in cui c’è stato, fu sempre un fragile castello. Nessuno può prevedere fino in fondo le mosse degli altri. Per questo si punta sulla corsa agli armamenti”.
Come si inverte il processo?
“Abbiamo completamente dimenticato la via dell’accordo come quello stipulato nel 1968 inizialmente da Stati Uniti e Unione Sovietica per il controllo degli armamenti atomici, in vista di un progressivo disarmo. Era qualcosa di simile a ciò che chiedono, inascoltati, anche i papi Leone XIV e Francesco prima di lui”.
Non mi pare che Trump ascolti il suo connazionale in Vaticano...
“Eppure, qui siamo di fronte ad un’alternativa chiara. Da un lato la costruzione di “case di dinamite”, considerata come massima forma di deterrenza, dall’altro il dialogo per il disarmo. La prima strada ha come meta, anche se non desiderata, la guerra che travolge il mondo. Esattamente come successe all’inizio del Novecento. Nessuno voleva il conflitto, eppure esplose”.
La seconda strada?
“È una proposta di pace sostenuta dalla pressione delle libere opinioni pubbliche mondiali, partendo da un’idea di progressivo arretramento di tutte le parti nel rispetto della sicurezza”.
Accordiamo il “cantino” allentando la corda...
“Esatto. Successe nel 1968 con Regan e Gorbaciov. E il mondo, con il ricordo ancora caldo della crisi dei missili a Cuba (1962), tirò un momentaneo sospiro di sollievo. Si può tentare anche oggi”.
Chi lo spiega a Palantir, la Big Tech che fornisce Big Data a esercito, intelligence, ICE e polizia americana?
“Qual è il punto?”.
Sono ascoltatissimi dalla Casa Bianca. Sostengono che solo un’America armata può mantenere il dominio su Russia e Cina...
“Le pare pace o non piuttosto oppressione su scala mondiale? È ideologia bellica allo stato puro, solo abbellita anche dall’idea che l’industria bellica sia un volano per la produzione di ricchezza. Se gli stessi investimenti fossero concentrati in campo medico, o ecologico ed energetico, per esempio, o concentrati ad alleviare le sofferenze di tante popolazioni, le ricadute sarebbero meno importanti?”.
Bisognerebbe che qualcuno lo sussurrasse all’orecchio dei potenti...
“In effetti, “i potenti” dipendono da ciò che è detto e suggerito loro da soggetti totalmente irresponsabili, che non rispondono alle opinioni pubbliche e rappresentano interessi opachi. Ma possiamo appunto sperare nella rivolta della Terra. “Verrà il momento”, non crede?”.
Oggi non tanto...
“Oggi”.










