di Silvia Truzzi
Il Fatto Quotidiano, 10 luglio 2022
“L’incolumità delle persone è un valore che scavalca confini e differenze sociali. Il ripudio di cui parla la Carta dovrebbe essere condiviso da tutti”. “Dell’esportazione di armi non si sa nulla. Che cosa ci nascondono? La vera natura della nostra industria bellica?”.
In una lettera al Mahatma Gandhi, pochi mesi prima di morire, Lev Tolstoj scrive che c’è una contraddizione evidente tra il riconoscere il cristianesimo e contemporaneamente la necessità degli eserciti di uccidere; alla fine o sarà abolita la religione cristiana, indispensabile per il mantenimento dello Stato, oppure l’esercito (e qualsiasi forma di violenza) che non è meno indispensabile allo Stato. “I governi sanno da dove arriva il pericolo principale e proteggono i loro interessi: si tratta di essere o non essere”. Con Gustavo Zagrebelsky proviamo ad affrontare qualcuno dei molti temi che il conflitto in Ucraina pone e che sono affogati in una discussione pubblica a volte infantile e spesso intollerante.
Professore, partiamo dall’interrogativo radicale del pacifismo tolstoiano - posto per esempio nei bellissimi Racconti di Sebastopoli, al cui assedio lo scrittore partecipò come ufficiale: perché si fanno le guerre?
Già, perché c’è la guerra? Eppure, a parte qualche matto come Hegel e Marinetti che l’hanno celebrata come il colmo della eticità o come “igiene del mondo”, tutti la considerano un terribile flagello. Perché l’umanità si fa da sé tanto male, spontaneamente, con le sue stesse mani? Perché questo supremo masochismo? Uno spirito religioso risponderebbe che non è propriamente così perché nella guerra c’è qualcosa di metafisico che è entrato “nell’umano”, per qualche colpa originaria: un seme demoniaco contro il quale, infatti, si invoca, il “dona nobis pacem”.
Non resta che la preghiera o la psicanalisi?
Non guastano. Ma c’è dell’altro: gli esseri umani ci mettono del loro scientemente. Su questo c’è molto da dire e da fare.
Per esempio?
Incominciamo con una distinzione, con una piccola pulizia concettuale. Si dice che “c’è la guerra”. Ricorda quel tragico canto di Sergio Endrigo che inizia con “dicono che domani ci sarà la guerra”? “Ci sarà” indica una fatalità di cui nessuno sembra portare la responsabilità. Oppure, ci si chiede perché “si fanno” le guerre e anche in questo caso, con la formula impersonale, si nasconde qualcosa di essenziale, si manipolano le intelligenze ed evaporano le responsabilità.
Che cosa intende?
Le guerre non “si fanno”. Le guerre “si fanno fare”. È un’evidenza. Da una parte ci sono coloro che decidono, dall’altra coloro che eseguono. I primi fanno fare la guerra ai secondi. I capi di Stato, i ministri, gli alti comandi, i sobillatori, i fabbricanti di armi, i giornalisti (a parte gli inviati di guerra) e gli opinionisti al seguito, di solito non vanno sul campo, non sparano e non si fanno sparare, non distruggono case altrui e non si fanno distruggere le proprie. Le loro compagne, i loro bambini, i loro vecchi non sono uccisi, non sono buttati in strada tra le macerie. Quelli che fanno fare la guerra giocano con le vite altrui. Nella guerra, la distanza tra chi sta sopra nella gerarchia sociale e comanda e chi sta sotto ed esegue è abissale.
C’è una questione sociale nella guerra?
Esattamente. Stiamo parlando delle guerre decise da qualcuno che manda qualcun altro a combattere e a morire. Comandare e ubbidire. Si può essere sicuri che, se a decidere fossero gli inermi che devono combattere in guerre decise da altri, dai potenti, la guerra scomparirebbe dalla faccia della terra. L’abisso tra la vita e la morte è diversamente percepito se si tratta di sé oppure degli altri. Quando Napoleone doveva rimpiazzare i soldati nella campagna di Russia, tornava a Parigi e, senza batter ciglio, ordinava tra i contadini la leva di centomila nuovi soldati da mandare a loro volta a morire. Lo stesso faceva Alessandro tra i servi della gleba. La carne umana non è tutta uguale e quella da cannone si trova preferibilmente nella parte bassa della stratificazione sociale.
Eppure la storia dice che la partenza per la guerra è quasi sempre organizzata come una festa, una grande festa nazionale…
Sì, è un’esaltazione dello spirito guerresco delle nazioni. Ma finisce presto. La retorica si sbriciola in presenza della realtà. Per questo occorrono miti, ideologie, valori generali che confondono le menti e intimoriscono. Come si può essere insensibili all’amor di patria, per esempio? Ricorda l’antica menzogna dulce et decorum est pro patria mori con la quale Orazio, poeta di corte di Augusto, incitava i soldati a immolarsi con entusiasmo, per non passare per vili? Oppure, si fa appello a qualche magnifica e progressiva “vocazione storica”, data da bere a popoli inebetiti e creduloni per indurli a precipitare in guerre per la civiltà, il progresso, la giustizia, il bene della nazione. O si chiama in causa la volontà di Dio (il deus vult d’ogni crociata), o qualche cogente “ragione della storia” che si incarna in potenze auto-investite di “missioni” civilizzatrici universali. Oppure ancora si glorifica la virilità, lo sprezzo del pericolo, la bella morte (il “Viva la muerte” dei fascismi) e si dileggiano i miti che non ci credono. È un miscuglio di propaganda in mano ai potenti, al quale gli impotenti possono opporre canzoni (Dylan, De André…) e poesie (Brecht, Ungaretti…) per di più spesso censurate.
La guerra è sempre violenza non solo verso chi è combattuto, ma anche verso chi combatte?
Con l’eccezione dei fanatici. Dietro ogni guerra c’è una missione e ci sono i missionari. I soldati, per essere disposti a morire e a uccidere, devono essere imboniti, eccitati dalla propaganda, frastornati dall’uso di valori, frasi a effetto, ricatti morali in nome dell’eroismo e dell’amor di patria; oppure terrorizzati con i più orribili ritratti e caricature del nemico. Se poi questo non basta - dopo un po’ non basta a contatto con gli orrori: la guerra è bella solo a chi non l’ha provata, diceva Erasmo - allora ecco la gogna, la galera per i “disfattisti” e per gli obiettori (ricordiamo il processo del 1963 a don Milani), la fucilazione dei disertori sul campo o dopo processi sommari. Questo è il “codice di guerra”, il codice dell’umanità rovesciata, della dittatura più spietata. Il pensiero si perde in un’orribile confusione di fantasmi, proiezione nelle menti della confusione dei campi di battaglia. Pensi che anche la nostra Costituzione, così chiara nel “ripudiare” la guerra e nel vietare la pena di morte, fino alla modifica del 2007 lasciava alle “leggi militari di guerra” la possibilità di comminare la pena capitale.
Qualunque guerra è una festa dell’ipocrisia?
All’inizio lei ha citato Tolstoj, che era un idealista. Io mi limito a citare Federico II di Prussia, un onesto realista che disse: “Se i nostri soldati pensassero con la loro testa, si rifiuterebbero di andare in guerra”. Ecco il perché della mobilitazione, prima che degli eserciti, dei propagandisti e delle menti: per impedire di pensare o per far pensare storto.
Il pacifismo assoluto è un dovere morale?
No. Il pacifismo assoluto condanna l’uso della forza sia per aggredire che per resistere all’aggressione. Non è la stessa cosa. La pace è un bene cui tutti dichiarano devozione ma è, per così dire, un bene plurilaterale. È un rapporto tra più parti. Difendersi dall’aggressione, contrariamente alla prima impressione, fa bene alla pace, cioè impedisce a colui che l’ha violata di godere i frutti della violazione. Non difendersi, fa bene alla guerra e a chi l’ha iniziata. Potrà proseguire. Non è, dunque, solo una questione di legittima difesa, il vim vi repellere licet del diritto romano. Anche qui occorre una distinzione nell’uso della forza: una cosa se è per aggredire, un’altra se è per difendersi. Chi si difende combatte per la pace perché cerca di impedire il diffondersi della guerra. Questo, diciamo così, “in diritto”. In fatto può essere difficile discernere aggressori e aggrediti.
Lei dice “difendersi”. Può valere anche per “difendere”, cioè andare in soccorso di chi l’aggressione l’ha subita?
Ottima osservazione. Capisco dove vuole portare il discorso. Ci arriveremo. Per ora restiamo a ragionare sulla differenza tra il verbo difendere nell’uso transitivo e in quello riflessivo. Lei mi chiede un esempio concreto: non è forse un’orribile macchia del nostro Occidente che non si siano bombardate le linee ferroviarie su cui correvano i treni per Auschwitz? Si sapeva, ma c’erano altre cose cui pensare prima, che interessavano di più. Capisco anche l’obiezione di chi dice: allora, per coerenza, occorrerebbe intervenire sempre e comunque con l’uso della forza tutte le volte che ci sono vittime innocenti da proteggere. Ma è un ragionamento per assurdo.
Perché “per assurdo”?
Si immagina un mondo in cui tutti si riconoscessero il dovere di portare la guerra, a giudizio di ciascuno, ovunque vi sia un’ingiustizia da combattere? Non sarebbe la guerra di tutti contro tutti? O, forse peggio, non sarebbe la legittimazione della dittatura di chi ha le armi più potenti? Altro che pace e giustizia per tutti: il regno del caos o della forza. Per questo c’è dell’ingenuità, o anche dell’ipocrisia, in chi dice: perché intervenite lì e non siete intervenuti là? In Ucraina (ecco dove il nostro discorso inevitabilmente finirà per arrivare) e non, per esempio, in Siria o nelle repubbliche africane sconvolte da terribili conflitti tribali?
Cosa risponderebbe se le girassi questa domanda?
Due cose. Primo: come ho già detto, l’applicazione generale e astratta di questo principio porterebbe al suicidio del mondo. Ad evitare esiti catastrofici, fino a quando non si sarà instaurato il regno della “pace perpetua” e universale, o almeno la pace come regola e la guerra come eccezione, vale, prima facie come dicono i giuristi, il principio di “non ingerenza”. Brutta cosa di fronte alle ingiustizie, ma meno brutta dell’ingerenza illimitata per propri interessi negli affari degli altri. Secondo: poiché non ci può essere automatismo, è ovvio che chi interviene lo fa quando, al di là delle ragioni umanitarie, ha anche un interesse proprio. Può non piacere, ma è così. Interessi e ragioni umanitarie si mescolano inevitabilmente. Se viaggiassero gli uni indipendenti dalle altre sarebbero o pura prevaricazione o astratto umanitarismo. Naturalmente, si tratta di ingredienti di decisioni complesse che hanno due estremi: la morale umanitaria indipendente dall’interesse, inverosimile; l’interesse rivestito di umanitarismo, cinismo. Su tutto, dovrebbe valere come garanzia l’autorità delle Nazioni Unite.
Lei ha scritto su Repubblica che “i valori possono essere bellissimi ma, maneggiati dai potenti, spesso fanno paura”. Questa guerra è presentata da entrambe le parti come uno scontro in difesa dei valori: è così?
Per giustificare una cosa così terribile come la guerra occorre poter esibire ragioni fortissime, “valori” inconfutabili: valori non negoziabili. Infatti, quando c’è la guerra non ci sono trattative, tace la diplomazia. Anzi, chi invoca trattative è a sua volta trattato come un traditore dei valori. Lo scontro tra valori che ciascuna parte indossa come corazza porta alla guerra assoluta. Questo è evidente quando le parti in guerra invocano lo stesso valore, ma ciascuna dalla sua parte. Questo valore è la sicurezza, cosa bellissima ma ambigua. Non c’è guerra, né politica militarista che non sia giustificata con l’argomento dell’autodifesa nei confronti dell’aggressore, in atto o in potenza. E quando uno invoca la propria sicurezza, l’altro è autorizzato a fare altrettanto. Per questo, per scatenare la guerra c’è bisogno di un casus belli, di una “provocazione” e, se non c’è, la si costruisce artatamente attraverso qualche “incidente”. Non c’è bisogno di portare esempi. Non è forse questa una dimostrazione palmare di cattiva coscienza? Paradossalmente la guerra - il massimo dell’insicurezza - la si fa invocando proprio la sicurezza. I valori esibiti in guerra si mescolano in un tutto putrescente dove vero e falso, realtà e inganno, onestà e raggiro s’intrecciano. L’unica cosa da farsi per sottrarsi al gioco delle menzogne è la miscredenza.
Che cosa orribile sta dicendo! È l’elogio dell’indifferenza, proprio di fronte alla tragedia. Non le viene in mente quella legge di Solone che condannava i cittadini che non avessero preso posizione, o di qua o di là, quando nella città spirava aria di guerra? Condannava gli “attendisti” in attesa di schierarsi col vincitore...
Niente di ciò. L’unico valore comune e incontrovertibile è la vita e l’incolumità delle persone. Dovrebbe valere per tutti, allo stesso modo. Per tutti ma, evidentemente, i potenti che scatenano le guerre e le preparano per “farle fare” agli altri, mettendo in conto migliaia di morti e invalidi, e immani distruzioni che non li toccano personalmente, hanno altre priorità. La loro prima preoccupazione non è la vita, ma la potenza. Sono pronti - cosa di questi giorni - a sacrificare vite in cambio di armi (curdi contro basi militari), in più facendo furbescamente finta di niente (“chiedete chiarimenti ai governi turco e svedese”). La vita è un valore che scavalca i confini e le differenze sociali. Il ripudio della guerra di cui parla la Costituzione dovrebbe essere condivisione di tutti. Pacem in terris è l’enciclica di Giovanni XXIII, uno dei testi più lungimiranti del XX secolo. Ma ha nemici.
Chi sono?
Sono i “potentissimi signori” ai quali scriveva Bertrand Russell (allora Eisenhower e Kruscev) nel 1957 al tempo dell’”immane terrore” della bomba atomica, un tempo che sembrava superato e, invece, era solo dimenticato e ora si ripropone drammaticamente. Se c’è una speranza di pace è nella democrazia, cioè nel diritto degli impotenti, delle vittime designate, di sapere e di dire la loro. Se ci si accontenta di mettersi nelle mani di potentissimi signori, anche se scelti in forme più o meno democratiche, tutto può essere perduto. Le vite distrutte a migliaia o milioni e le immani distruzioni sono per loro “effetti collaterali” o effetti “purtroppo” necessari (Hiroshima ecc.).
Mi stupisce che finora non abbia parlato dell’articolo 11 della Costituzione. Non sarebbe una guida sufficiente per districarsi in questi grovigli?
È un lungo discorso… sotto un aspetto è datato; sotto un altro non lo è. Paradossalmente ciò che lo rende datato è anche ciò che lo rende attuale.
Professore ce lo spieghi meglio...
Che cosa è la guerra di cui questo articolo della Costituzione parla? Dagli atti dell’Assemblea Costituente risulta chiaro che si intendeva la guerra da cui si era appena usciti: la guerra in cui “si entrava” con una certa procedura disciplinata dal diritto interno e dal diritto internazionale. Occorreva la “deliberazione dello stato di guerra” con conseguente applicazione delle leggi di guerra, la coscrizione obbligatoria, il conferimento al governo dei “poteri necessari”, l’eventuale sospensione di alcuni diritti, la “dichiarazione” solennemente notificata al nemico. Quando la Costituzione parla di guerra anche in altri articoli (78 e 87 nono comma), usa la parola in questo significato, per così dire, classico. Già allora si fece tuttavia osservare che la guerra moderna è incompatibile con i tempi lunghi. Pearl Harbor dimostrava l’importanza della sorpresa dal punto di vista militare. Lo straordinario sviluppo della tecnologia bellica che culmina con i missili e la bomba atomica dà un vantaggio incolmabile a chi sferra a sorpresa il primo colpo. Insomma, se la guerra che la Costituzione “ripudia” fosse (soltanto) questa, l’art. 11 potrebbe essere annoverato tra le anticaglie vintage che spesso sopravvivono inutilmente nel diritto.
In che senso è attuale?
Nelle relazioni internazionali, oggi la forza si minaccia e si usa sempre di più evitando di pronunciare la parola “guerra”: polizia internazionale, missioni umanitarie o di peacekeeping, fino alla “operazione speciale” in corso in Ucraina. D’altra parte, nel diritto internazionale, il “flagello dell’umanità”, che dopo la II Guerra mondiale si volle condannare definitivamente, è qualificato diversamente e ampiamente come “violenza bellica” o, nelle parole dello statuto dell’Onu e di altre dichiarazioni della stessa fonte, come “minaccia o uso della forza”. Questo è il significato che deve darsi all’art. 11 della Costituzione per non privare di senso il libello di ripudio ch’esso contiene. In questo senso è una norma attualissima. Del resto, l’interpretazione stretta della parola “guerra” significherebbe per assurdo che è vietata la guerra antica, ma sono ammesse quelle di oggi cambiando i nomi.
Sono cambiate anche le modalità di queste guerre...
Si possono fare e si fanno guerre per delega o procura, mandando aiuti materiali e finanziari, mezzi militari, soldati, mercenari, contractors, istruttori. Non si “dichiara” la guerra, ma la si “fa”. A me pare evidente che il “ripudio” imposto dalla Costituzione vale sia per le guerre dirette, che per quelle indirette. Il “neo-colonialismo” del nostro tempo usa questi mezzi. Ma, ciò che è vietato per le une è vietato anche per le altre. È chiaro, comunque, che concettualmente una cosa sono coloro che agiscono come longa manus di potenze straniere che non vogliono apparire in prima persona e sono da queste foraggiate per i propri interessi; un’altra cosa sono, per esempio, i movimenti di liberazione nazionale il cui fine non è opprimere, ma liberarsi dall’oppressione.
La Costituzione non vieta la guerra sempre e comunque, ma quando è “strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”...
Questo punto è molto importante. La Costituzione non è “pacifista” in assoluto, nel senso evangelico del “porgere l’altra guancia” a chi ti ha offeso. La legittima difesa è, e non potrebbe non essere, ammessa. È piuttosto “pacifica” nel senso del “Discorso della Montagna”: “beati i pacifici”, cioè coloro che fanno pace, i “costruttori di pace”. Perciò è vietata la guerra offensiva, la guerra che “offende la libertà degli altri popoli”. Nessuno mette in dubbio che ci si può, anzi ci si deve (“sacro dovere”, articolo 52 della Costituzione) difendere, ma non è vietato l’uso della forza quando si tratta non di offendere, ma di proteggere la libertà degli altri popoli. L’articolo 11 vieta le “offese”, ma non dice nulla sulle “difese”. Badi bene: non si parla di libertà degli Stati, ma dei “popoli”. I popoli non sono solo i cittadini di uno Stato, non coincidono con lo Stato; sono collettività di persone di natura etnica, politica, culturale, religiosa, eccetera. Pensiamo ai numerosi casi persecuzione e sterminio politico o etnico (le famigerate “pulizie”). Ritorniamo al caso emblematico della Shoah. La questione non è di principio, ma è pratica: evitare che sotto il pretesto umanitario si nascondano ragioni di potenza.
Non pacifista, ma pacifica. La difesa, anche con le armi, è ammessa. Ma che cosa s’intende per difesa? Pare un concetto chiaro solo a prima vista...
Anche a questo proposito, bisogna fare i conti con un mondo che non è più quello del quale ragionavano i nostri Padri costituenti. Si pensava ancora a un mondo di Stati che difendevano la propria sovranità innanzitutto sui propri confini. Oggi il mondo deve essere più realisticamente considerato come una grande scacchiera. I “pezzi” sono tanti, tra di loro esistono enormi differenze di peso e di possibilità (i pedoni sono tanti, da soli possono poco; il cavallo scalcia a destra e a manca; l’alfiere va trasversalmente; la torre va diritto o di qua o di là; la regina è mobile e va dove vuole secondo il suo estro; il re, apparentemente il più importante, è quasi solo la preda). Questa è la globalizzazione politica. La mossa in un punto qualunque può essere una minaccia per tutti o per qualcuno indipendentemente dalla contiguità territoriale. I giocatori di scacchi lo sanno bene. La difesa del re si fa con strategie apparentemente lontane dal punto in cui egli si trova collocato. Questo è realismo o, se si vuole, “geopolitica”: termine che, nel senso attuale, non ha più di cinquant’anni. Chi ragiona seduto sui suoi confini e non guarda oltre perde la partita.
Quindi bisogna guardare lontano per pensare la pace? Politica per la pace...
Sì. Lontano nello spazio e anche nel tempo. Il buon giocatore di scacchi non pensa alla prossima mossa ma a tutte le prossime mosse. In un certo senso, è un politico che fa scelte geopolitiche. L’articolo 11 impone di guardare lontano nello spazio e nel tempo quando ammette, in condizione di parità, le “limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni” e invita a “promuovere e favorire le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. È un grande programma, il programma del futuro. Certo, una volta che si sia aderito a qualcuna di queste organizzazioni, si deve essere conseguenti. Conseguenti, non vuol dire ubbidienti passivi. Non basta dire, come si usa: “ce lo chiede”… l’Onu, la Nato, l’Ue. Ma tu, che cosa ci stai a fare in queste organizzazioni, ci stai per ubbidire? Fai valere, per quanto è possibile, la parità che la Carta esige, secondo la tua visione della pace.
Vogliamo dire qualcosa anche sulla guerra che è in corso in Ucraina?
Sì, con la cautela di chi - a onta della valanga di notizie che ci si rovescia addosso - ne sa poco, al di là del fatto che c’è un esercito russo che fa guerra, morti a migliaia, distruzioni sul territorio ucraino e al di là dei “valori” che da una parte e dall’altra sventolano come bandiere. Questi sono gli unici dati. Il resto è sospetto di reciproca propaganda. Anche un poco di propaganda è inquinante di tutta la verità. Per non essere creduloni siamo perplessi. Vorremmo saperne molto di più: quali cause ha questa guerra, come sono venute accumulandosi, chi ha fomentato le contrapposizioni, quali interessi al di là dei valori muovono le parti in guerra, chi sono i “potentissimi signori” di questo conflitto, chi se ne avvantaggia, quali sono gli intenti, che cosa pensano le vittime, e come vanno le operazioni sul terreno.
Non teme che in questo modo si finisca per trovare giustificazioni all’aggressore?
C’è una differenza che solo gli sciocchi non vedono: la differenza tra comprendere e giustificare. Si può “tutto comprendere” e “nulla giustificare”. Si deve comprendere per poter giudicare. Una volta che hai “compreso”, solo allora potrai assolvere o condannare.
Di fronte all’invasione che cosa c’è da comprendere? Non si deve essere, comunque e incondizionatamente, dalla parte delle vittime innocenti?
Chi potrebbe dubitarne. Ma “stare dalla parte” può voler dire molte cose. La guerra, diretta o indiretta che sia, è l’ultima di queste cose. Innanzitutto, non è sempre moralmente lecita, anche se si sa chi è l’aggressore e chi l’aggredito. Ricordo la polemica, al tempo della prima Guerra del Golfo, tra Norberto Bobbio e alcuni suoi allievi, scandalizzati perché il loro maestro aveva detto che la guerra priva di prospettive di successo è immorale. L’avevano frainteso, come se avesse detto che la guerra vittoriosa è comunque “morale”. Bobbio diceva il contrario, cioè che una guerra combattuta senza prospettive - come quella dei Melii contro gli Ateniesi di cui parla Tucidide - è comunque immorale: morte, distruzione e disperazione senza senso. Chi potrebbe pensare il contrario? Se sai che la guerra è senza speranza ma la fai ugualmente, non sarà che vuoi la guerra per altri motivi? Davvero in Ucraina si è convinti di sconfiggere la Russia e di poter costringerla alla resa? Davvero si crede all’efficacia di strumenti come le sanzioni economiche che non hanno mai funzionato nei confronti di popoli abituati alle più disperate resistenze in nome di “guerre patriottiche”?
La Costituzione dice qualcosa che valga a proteggerci dagli abusi, noi che ne sappiamo poco o niente e siamo facili vittime della propaganda di guerra?
Sì. Innanzitutto ha voluto sottrarre le decisioni di guerra e pace alla solitudine dei governanti. In passato, la politica estera in generale era un “potere di prerogativa”, appannaggio del re e del suo governo. Era materia “riservata”. Per quanto invecchiata rispetto all’esigenza di decisioni rapide, è chiara l’impronta “garantista” della Costituzione. I poteri straordinari necessari in caso di guerra non sono del governo, ma del Parlamento che glieli “conferisce” (art. 78). Ciò significa pubblicità, trasparenza e responsabilità: responsabilità che, in ultima istanza, riguarda il popolo sovrano, i cittadini. Meno sappiamo, meno siamo sovrani.
Sotto questo aspetto, si dice, le cose sono formalmente a posto. Ci sono decreti convertiti in legge; “atti d’indirizzo” del Parlamento. Il presidente del Consiglio ha “riferito” alle Camere e le Camere hanno “preso atto”. Basta?
È stata prevista la partecipazione di personale militare ai dispositivi Nato e la cessione di mezzi e equipaggiamenti militari “non letali e di protezione”. Poi questa clausola è caduta a favore della cessione di “ulteriori mezzi”. Quali siano, è stabilito dal ministro della Difesa con documenti “classificati”, cioè secretati, elaborati dallo Stato maggiore della difesa. Il Parlamento, in un suo atto d’indirizzo aveva però previsto la necessità d’essere costantemente informato sulla “cessione degli apparati e strumenti militari” per poterne discutere. Non si capisce perché non si possa sapere quali siano. Segreto militare? Una volta inviati e messi sul campo si saprebbe benissimo che cosa sono. Si vuol che si sappia solo a cose fatte? In altri Paesi che partecipano alla fornitura di armi all’Ucraina vige la pubblicità. Sapere quali sono è essenziale per comprendere la natura della partecipazione italiana alla guerra in Ucraina. Che cosa si nasconde? La natura dell’industria bellica in Italia, forse?
Quindi, lei sostiene che l’informazione è insufficiente, alla luce del “garantismo” voluto dalla Costituzione?
Così mi pare. Aggiungo che la responsabilità non è solo del governo. Anzi, forse in misura maggiore è del Parlamento stesso che si accontenta troppo facilmente. Basta leggere le generiche formule, piene di buone intenzioni (tra cui la de-escalation della guerra, mentre si aumentano le armi che sparano sul campo) contenute negli “atti d’indirizzo”. Tutte le volte che il Parlamento si accontenta, scontenta i cittadini che in esso dovrebbero potersi rispecchiare.










