sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Filippo Femia

La Stampa, 4 ottobre 2025

La lezione dell’ex presidente della Corte costituzionale al Lorusso e Cutugno di Torino: “Il giudice decide delle vite altrui. La rieducazione? Sa di totalitarismo”. “Parla come se fosse uno di noi”. È sorpreso, quasi incredulo, Daniele quando si alza ad applaudire nella saletta del padiglione E del carcere di Torino. Sta scontando una pena di 16 anni per omicidio e ha appena assistito alla lectio di Gustavo Zagrebelsky. Titolo (provocatorio): “Se sono lì, se lo sono meritato”. Una iniziativa delle Giornate della Legalità, organizzate dalla Città di Torino con Fondazione per la Cultura. Tra citazioni dei Fratelli Karamazov (“Un libro che dovete assolutamente leggere”), rudimenti di diritto penale e ricordi della sua carriera speziati da qualche battuta, l’ex presidente della Corte Costituzionale strega i detenuti. Senza mai salire in cattedra: “I giuristi sono soliti usare parole oscure: se ci casco, fermatemi”, avverte con un sorriso. E sottolinea un paradosso: “Sono qui a parlarvi di carcere, ma non so cosa sia: voi ne sapete molto più di me”.

Il ruolo del giudice - Poi arriva il primo invito alla riflessione: “Quanto, nelle nostre scelte personali e quindi anche in quelle criminali, è determinato dall’ambiente e quanto da libere scelte?”. Qualcuno annuisce, altri prendono appunti. E il professore 82enne offre la sua lettura: “Molto dipende dall’ambiente, ma non tutto. Altrimenti vivremmo una condizione disumana, come marionette mosse da altri”. A partire da un brano di Dostoevskij, si arriva a ragionare sul ruolo del giudice, che “compie la più difficile e tragica delle scelte, decidendo delle vite degli altri”. In un silenzio quasi religioso Zagrebelsky confida ai detenuti: “Ho fatto il giudice della Corte Costituzionale per nove anni, ma lavoravo sulle carte. Dovevo giudicare leggi, non persone. Forse, per debolezza, non sarei riuscito a decidere della vita di altri”.

I diritti e il regolamento carcerario - L’attenzione è alta, il ghiaccio ormai rotto. Un detenuto alza la mano per un’osservazione: “È vero che c’è un’alta incidenza di schizofrenia tra i giudici? L’ho letto su una rivista scientifica”. Gli altri reclusi, molti del Polo universitario della casa circondariale, sorridono con Zagrebelsky. Che tra il serio e il faceto chiede chi conosca l’articolo 68 del regolamento carcerario. Nessuna mano alzata. “Che vergogna - sbuffa ironicamente il professore -. Dovete conoscerlo a memoria, lì ci sono anche i vostri diritti. Leggetelo prima delle 800 pagine dei Fratelli Karamazov”.

Una pena diversa dal carcere - Poi ci si avvicina al nocciolo della questione. Il carcere e la vita al suo interno. “L’umanità ha fatto tantissimi progressi - è il preambolo di Zagrebelsky -, ma non è ancora riuscita a immaginare qualcosa di diverso dal carcere come pena: siamo fermi a secoli fa”. Qualcuno ha ricevuto condanne molto lunghe ed emerge il nodo dell’ergastolo, in contrasto con l’articolo 27 della Costituzione. “È un’utopia”, replica un detenuto che dice di frequentare le carceri dal 1974. “Nel 1849 Dostoevskij venne condannato a morte. Se entrasse qui - risponde il professore - parlerebbe di utopia realizzata”.

Il tempo che non passa - Ma è il tempo che non passa che molti evidenziano come vera condanna di un luogo che, nelle intenzioni, dovrebbe condurre alla rieducazione (“Che brutta parola, sa di totalitarismo”, sottolinea Zagrebelsky). “Qui dentro in un anno facciamo quello che voi fate in un’ora”, dice un detenuto. Il costituzionalista cita allora un articolo del 1949 in cui Vittorio Foa spiega quale sia il vero dolore della pena: “Le privazioni materiali sono poca cosa, il peso reale consiste nel progressivo svanire della volontà, cioè nella decomposizione dell’essere umano in conseguenza della nullificazione del tempo”.

Un buco nero - Sul senso della vita in carcere, poi, Zagrebelsky pronuncia le parole più apprezzate dai detenuti. “Tutti i tentativi per umanizzare il carcere - ricorda - sono stati fatti affinché il tempo dei reclusi sia da considerare un periodo, come gli altri, della propria vita. Invece spesso è vissuto come un buco nero. Ecco, io credo che il carcere costituzionale debba essere un luogo dove continua la vita”. Applausi.

Un ragazzo prende la parola ed evidenzia lo stigma legato al mondo carcerario. “Anche io fino a sette anni fa, prima di entrare qui, avevo pregiudizi verso i detenuti. Per sradicarli è necessaria una sensibilizzazione di tutta la società iniziale”. Si torna alla riflessione iniziale: chi guarda il carcere da fuori non lo conosce. E qui Zagrebelsky azzarda un ribaltamento di prospettiva: “Le misure adottate per superare il carcere come segregazione, la messa alla prova o i permessi premio, sono azioni che dall’esterno arrivano all’interno. Servirebbe invece che la comunità carceraria costruisse una propria voce per parlare fuori e fare capire che cos’è il carcere. Credete che chi siede in Parlamento ne sappia qualcosa?”. Ancora applausi. Daniele sorride entusiasta: “Parla quasi come uno di noi”.