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di Marco Cremonesi

Corriere della Sera, 21 settembre 2023

Il governatore del Veneto è perplesso sui progetti del governo: “Il problema? Non siamo in grado di rimpatriare”. I Cpr? “Aiutano, ma non bastano”. Luca Zaia lo ha detto e lo ribadisce: la situazione è “preoccupante se non allarmante”. Il governatore veneto definisce quella in corso riguardo all’immigrazione una “tempesta perfetta” che può rendere necessario il rivedere “i nostri servizi sanitari, sociali ed educativi. Che rischiano di aprire una questione sociale vera”.

Le strategie nazionali e internazionali del governo vengono criticate sia in Italia che all’estero. Vorrebbe un cambio di passo?

“La colpa, me lo faccia dire con la massima chiarezza, non è del governo. Se parlo di tempesta perfetta è perché le attuali ondate migratorie dipendono da parecchie cause, non ultima la guerra in Ucraina. Da noi, ci lamentiamo comprensibilmente delle bollette che si impennano. In Africa, la difficoltà di non potersi pagare il cibo riduce alla fame”.

Eppure, molti suoi colleghi governatori negli ultimi giorni non hanno fatto mancare le critiche. A tenere banco è la collocazione dei Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr). Che, per dirla in breve, nessuno vuole…

“I Cpr sono indubbiamente un anello della catena di gestione, uno strumento che completa la filiera. Ma nel contempo è doveroso dire che non risolveranno il problema”.

Perché è così scettico?

“Perché guardo i numeri. Perché tutta l’Africa in Italia non ci sta e ovviamente non è questione di razzismo e nemmeno di casacca politica: la realtà è molto chiara. Questi flussi non ci possono essere. Non riusciamo a sostenerli. Non c’è dubbio che noi dobbiamo aiutare chi scappa dalla morte o dalla fame. Ma quest’anno, il bilancio non può che far arrabbiare”.

Ci può aiutare a capire?

“I dati degli ultimi anni ci dicono che soltanto l’8% avrà lo status di rifugiato. Se è vero come sembra che quest’anno gli arrivi saranno 200 mila, significa che solo 16 mila persone avranno il riconoscimento di essere scappate da morte e fame. Arrotondiamo pure i numeri, arriviamo con i diversi istituti di protezione al 30%, ma la verità è che almeno un 70% dovrebbe avere come unica destinazione il rimpatrio. Significa che alla fine dell’anno avremo 140 mila persone da rimpatriare. Lei sa quanti sono stati negli ultimi anni?”.

Mi aiuti…

“Quest’anno i rimpatri forzati sono stati 2.270. Nel 2022, sono stati 3.200. La verità è che non siamo in grado di fare rimpatri significativi. Una procedura complicata che prevede passaggi di carte, organizzazione logistica e anche una scorta, a volte in aereo si vedono quattro o cinque agenti per accompagnare un solo migrante. Insomma: è un’utopia pensare di rimpatriare una parte significativa di coloro che sono arrivati senza titolo. È come cercare di svuotare il mare con un secchio”.

Gli imprenditori veneti dicono di aver bisogno di manodopera. Le Regioni non potrebbero avere un ruolo nel “guardare dentro” chi arriva in vista di un avviamento al lavoro?

“Se non si vuole essere il solito “ufficio complicazione affari semplici” avrebbe un senso. È certamente un tema da affrontare, nel rispetto dell’occupazione dei residenti. Sapendo che non potremo dare 200 mila posti di lavoro e consapevoli che se nel mercato del lavoro ci fossero riduzioni di posti, non è che potranno essere i residenti con famiglia e figli a rimanere disoccupati. Il tema del lavoro è delicato, anzi sacro: non possiamo rischiare conflitti sociali”.

Le Regioni, però, chiedono un ruolo e non solo gli oneri. Lei non si associa alla richiesta?

“Io sono il primo ad aver proposto un governo del sistema basato su un’accoglienza diffusa e concordata. E mi sono preso una valanga di critiche. Oggi la filiera prevede che chi fa il controllo dei confini si occupi anche della distribuzione dei migranti. E credo sia giusto così: se si separassero le due questioni, rischieremmo che la mano destra non sappia che cosa fa la sinistra”.

La premier si è affidata al dialogo con il presidente tunisino Saïed, ma la comunità internazionale non sembra apprezzare. Lei cosa ne pensa?

“La Tunisia in questo momento rappresenta una parte fondamentale del problema immigrazione. Ma a me pare che in quel Paese in questo momento non ci sia un governo affidabile. Sono però molto d’accordo con la premier che ha portato la questione immigrazione di fronte all’Onu e che continua insistere con l’Unione, la grande assente che giorno dopo giorno ci accredita il ruolo di campo profughi”.

Che cosa dovrebbe fare l’Unione?

“Io le rispondo con una domanda: che cosa sta facendo Mari Juritsch? Che cosa fa la referente per i rimpatri, la return coordinator? I collocamenti europei si possono contare sulle dita delle mani e per giunta ci sono paesi come l’Austria e la Francia che stanno sospendendo il trattato di Schengen. Lo chiede un europeista convinto: l’Unione può occuparsi soltanto della carne sintetica?”.