di Luigi Manconi
La Repubblica, 11 febbraio 2020
È stato come se il destino o, piuttosto, "menti raffinatissime", dubitando della nostra capacità di interpretare correttamente fatti tanto evidenti, avessero deciso di caricare la vicenda del giovane egiziano Patrick George Zaky di una esorbitante simbologia.
Patrick ha pressoché la stessa età di Giulio Regeni quando quest'ultimo venne torturato e ucciso; svolge un'attività di ricerca simile a quella del nostro connazionale; frequenta una prestigiosa istituzione accademica (l'Università di Bologna), così come Regeni faceva un dottorato a Cambridge. Sono connotati comuni a quei "giovani contemporanei" (Paola Deffendi Regeni) che si muovono con curiosità e intelligenza tra gli Stati Uniti, l'Europa e la sponda sud del Mediterraneo, scavalcano con agilità confini e barriere, imparano le lingue e scambiano stili di vita e culture, esperienze e costumi.
Rappresentano, cioè, quelle nuove generazioni che in Occidente e nel Nord Africa manifestano un bisogno irresistibile di autodeterminazione e di diritti civili e politici. Nella tetra concezione di al-Sisi e delle leadership che dopo le Primavere arabe sono ritornate al potere, quei giovani rappresentano il nemico: perché credono nella democrazia e perché - colpa inammissibile - sono colti, cosmopoliti e insofferenti ai pregiudizi, che siano nati a Fiumicello o a Mansura.
E così, per un tragico paradosso, la vicenda di Giulio Regeni, assassinato quattro anni fa, oggi ci viene restituita, illuminata di una luce brutale. Proprio come nel processo chimico che porta a stampare una fotografia, rendendo visibile l'immagine latente impressa nel supporto fotosensibile, la storia di Patrick ci fa "vedere" nitidamente i dispositivi di esercizio del potere da parte del governo di al-Sisi.
Ciò che, di quel regime, prima potevamo conoscere grazie ad Amnesty International, a testimonianze individuali, a movimenti per i diritti civili e, in particolare, grazie a Paola Deffendi e Claudio Regeni, ora può essere ricostruito attraverso una documentazione parziale, ma incontestabile. Alle 4 del mattino di venerdì 7 febbraio, all'aeroporto internazionale del Cairo, il giovane viene fermato perché risulta a suo carico un mandato di arresto emesso nel 2019. Prima viene condotto, bendato, in una sede segreta, dove sarà sottoposto a tortura con cavi elettrici.
Poi il trasferimento presso una stazione di polizia di Mansura e, infine, presenti i suoi legali, l'udienza davanti a un collegio di giudici per cinque capi d'imputazione, dal tentativo di rovesciare il sistema all'uso dei social media per danneggiare la sicurezza nazionale, fino all'uso della violenza. Al momento si trova in stato di custodia cautelare per due settimane: un periodo che, per quelle imputazioni, può protrarsi fino ai due anni.
È questa la ragione fondamentale che, oltre le impressionanti affinità biografiche, rende così intimamente connesse la mobilitazione per raggiungere la verità sulla morte di Giulio Regeni e quella per la libertà di Patrick George Zaky. Il primo a mostrarsi convinto di questo profondo legame sembra essere proprio il regime di al-Sisi, assai sensibile, come tutti i totalitarismi, alle rappresentazioni simboliche e alle costruzioni allegoriche, capaci di inviare messaggi tanto elementari quanto efficaci: i nemici dell'Egitto sono coloro che vivono all'estero, intrattengono rapporti con gli occidentali, ne assumono idee e valori, influenzando gli strati popolari egiziani.
Ciò rende essenziale la battaglia per Patrick George Zaky, ma non la si può combattere, certo, a mani nude. L'Italia in quattro anni non è stata in grado di esercitare una concreta azione di pressione nei confronti del regime di al-Sisi; l'unica misura adottata (il richiamo nel nostro Paese dell'ambasciatore italiano al Cairo) è durata 16 mesi ed è stata interrotta senza che alcun risultato fosse conseguito. E senza che un piano di iniziative capaci di premere sul governo di al-Sisi venisse realizzato (a livello economico, commerciale, militare, culturale, turistico e sportivo...).
Nel frattempo, i quattro governi italiani succedutisi hanno ribadito, a ogni piè sospinto, "l'amicizia" verso al-Sisi e la considerazione dell'insostituibilità del suo ruolo geo-politico. O questa impostazione viene totalmente ribaltata o si finisce per accettare che, come ha detto il ministro dell'Interno egiziano, "Patrick George Zaki non è cittadino italiano": e dunque - è il sottinteso - che andate cercando?
Più che una precisazione burocratica o la rivendicazione di una competenza giuridica, quella frase sembra rappresentare né più né meno che una minaccia: per un regime tirannico, quale è quello di al-Sisi, non è la cittadinanza a fare la differenza e, tantomeno, a garantire l'immunità. La tortura va per le spicce.









