di Francesca Mannocchi
La Stampa, 3 maggio 2026
La fotografa era con la reporter in Libano quando sono state attaccate: Israele ha rallentato i soccorsi. All’ospedale Al-Zahraa di Beirut, Zeinab Faraj ha una mano appena operata, l’occhio ferito, una gamba immobilizzata e un altro intervento davanti. È arrivata qui dopo l’attacco israeliano del 22 aprile ad al-Tiri, nel Sud del Libano, l’attacco in cui lei è sopravvissuta e Amal Khalil, reporter di Al-Akhbar, è rimasta sotto le macerie ed è morta. Quando racconta, Zeinab torna a martedì 21 aprile, alla telefonata con cui Amal le dice che il giorno dopo sarebbero andate a girare nel distretto di Bint Jbeil. La mattina di mercoledì 22 prepara le camere, i vestiti, la borsa; suo padre le porta l’attrezzatura da Saida, poi lei e Amal partono verso il Sud. Fanno riprese e fotografie, passano da Tebnine, proseguono verso al-Tiri. Prima dell’attacco, nella memoria di Zeinab, ci sono ancora i gesti ordinari del lavoro: Amal alla guida, lei con la camera, la strada tra un villaggio e l’altro, quattro persone che ridono mentre continuano a documentare un Sud formalmente in tregua e ancora esposto ai colpi. Amal Khalil aveva quarantatré anni, era una giornalista del quotidiano libanese Al-Akhbar e raccontava da anni il Sud del Libano. Il 22 aprile era ad al-Tiri, insieme a Zeinab, fotografa e videomaker freelance, stavano documentando la situazione nei villaggi del Sud dopo il cessate il fuoco del 16 aprile tra Israele e Hezbollah. Un primo attacco israeliano ha colpito il veicolo davanti a quello su cui viaggiavano; le due donne sono scese e hanno cercato riparo in un edificio vicino. Poi anche quell’edificio è stato colpito. Amal è morta sotto le macerie, Zeinab è stata estratta ferita. Nel racconto di Zeinab, tutto si concentra sul tempo trascorso dopo il primo colpo. Circa due ore, forse di più: un tempo sufficiente perché Amal, ferita ma ancora viva, potesse essere raggiunta e portata via. Zeinab dice che da lì chiamano tutti: l’esercito libanese, la Croce Rossa, le Nazioni Unite, qualunque interlocutore possa aprire un accesso. La risposta che ricevono, ogni volta, è che i soccorsi attendono l’autorizzazione israeliana per entrare nell’area. È qui che il suo racconto diventa anche una questione politica: due giornaliste libanesi, in un villaggio libanese, con una camera e un microfono, restano intrappolate mentre la possibilità di salvarle dipende dall’esercito che ha appena colpito. Due possibili crimini di guerra, come afferma Reporters sans frontières: l’attacco contro giornaliste identificate come tali e l’ostruzione delle operazioni di soccorso.
Secondo una successiva ricostruzione di Reuters, quando i soccorritori hanno tentato di tornare per Amal, l’esercito israeliano avrebbe lanciato una granata assordante, bloccando l’accesso all’edificio danneggiato, secondo una rappresentante dell’Unione dei giornalisti in Libano e un alto funzionario militare libanese. Zeinab racconta che Amal era già stata minacciata, e questa per lei è la chiave dell’attacco: non un errore dentro una giornata di guerra, ma l’esito di un bersaglio già nominato. Nel 2024, durante la guerra precedente tra Israele e Libano, Amal aveva raccontato di aver ricevuto minacce da un numero israeliano; la stessa Rsf ne aveva chiesto la protezione dopo una minaccia di morte ricevuta nel settembre 2024 e numerose intimidazioni precedenti, compreso un episodio di incitamento pubblico contro di lei pochi giorni prima dell’uccisione.
Zeinab ricostruisce tutto a partire da questa convinzione. Prima il missile contro l’auto di Ali, davanti a loro, mentre Amal guida e lei filma; poi la fuga verso un edificio sul bordo della strada, un negozio che sembra una casa; poi l’attesa, due ore, forse due ore e mezza, con i soccorsi fermi e le telefonate all’esercito, alla Croce Rossa, alle Nazioni Unite; poi il secondo colpo, sulla macchina di Amal, quando Amal le è accanto, la abbraccia e la copre con il corpo, prendendo lei le ferite più gravi; infine il terzo colpo, quello sull’edificio, con i telefoni ormai scarichi, la paura diventata confusione e Amal rimasta dentro, sotto le macerie. In mezzo, prima dell’ultimo attacco, c’è il tempo che Zeinab restituisce in ogni dettaglio: loro due vicine, il silenzio, poche parole, Amal che le dice di non lasciarla e Zeinab che le risponde usando le stesse parole: non mi lasciare. Per questo, quando parla di Amal, Zeinab non parla soltanto della collega uccisa accanto a lei, ma della giornalista che voleva diventare: una donna che lavorava con coscienza, interessata a far arrivare la voce delle persone del Sud, la voce della verità.
La morte di Amal Khalil si iscrive in un bilancio che ha ormai superato la cronaca dei singoli attacchi e riguarda il modo in cui Israele conduce la guerra contro chi la documenta. Secondo il Committee to Protect Journalists, al 28 aprile 2026 almeno 262 giornalisti e operatori dei media sono stati uccisi dall’inizio della guerra del 7 ottobre 2023 e del conflitto con l’Iran; 258 sono stati uccisi da Israele. Il punto, però, non è soltanto numerico. È giuridico e politico.
Nei conflitti armati i giornalisti sono civili, e restano protetti finché non prendono parte direttamente alle ostilità. Una testata considerata ostile, una telecamera, un microfono, la presenza in un’area di combattimento non bastano a trasformare un giornalista in un obiettivo militare. Per questo le Nazioni Unite e il Comitato internazionale della Croce Rossa ribadiscono che colpire deliberatamente chi sta svolgendo lavoro giornalistico è una grave violazione del diritto internazionale umanitario e può configurare un crimine di guerra. Amal era lì per documentare. La sua morte, e il tempo in cui i soccorsi non sono riusciti a raggiungerla, appartengono a questa domanda ancora senza risposta: chi risponde quando la protezione prevista dal diritto esiste sulla carta e scompare sul terreno? Nel caso di Amal, la questione non riguarda soltanto il colpo che l’ha ferita o uccisa. Riguarda anche il tempo successivo, quello in cui una persona ferita resta senza accesso alle cure, secondo il diritto internazionale, i feriti devono essere rispettati, protetti e curati senza discriminazioni, e che causare intenzionalmente grandi sofferenze attraverso la negazione deliberata di cure mediche a civili feriti può costituire una grave violazione delle Convenzioni di Ginevra e un crimine di guerra. Il Sud del Libano conosce già questa sequenza: un attacco contro giornalisti identificabili, una versione militare che parla di minaccia, l’apertura annunciata di verifiche interne, poi l’assenza di responsabilità effettive. Il 13 ottobre 2023 il videoreporter di Reuters Issam Abdallah è stato ucciso vicino ad Alma al-Shaab da un colpo israeliano; altri sei giornalisti sono rimasti feriti. L’inchiesta di Reuters ha ricostruito che un carro armato israeliano ha sparato due colpi in rapida successione contro un gruppo di reporter che stava filmando dal lato libanese del confine. Amnesty International ha chiesto di indagare l’attacco come possibile crimine di guerra; Human Rights Watch lo ha definito apparentemente deliberato. A distanza di mesi, quel precedente non è solo un richiamo alla memoria: mostra che cosa accade quando la morte di un giornalista viene assorbita dalla guerra, trattata come errore, eccezione, revisione pendente, e non diventa mai responsabilità. Il precedente di Issam Abdallah non sta accanto alla morte di Amal come una semplice analogia; conferma un metodo, quello per cui dopo l’uccisione di un giornalista, la prima versione resta quasi sempre quella dell’esercito che ha sparato: una minaccia, un’area operativa, una presenza sospetta, una verifica interna. Intanto l’accertamento indipendente si allontana, la responsabilità si disperde, e la protezione dovuta ai civili diventa una formula priva di conseguenze. È così che funziona l’impunità: non cancella i fatti, li lascia in una zona dove nessuno è chiamato a risponderne davvero.
Zeinab ricorda Amal per il modo in cui lavorava: senza cercare la scena, con l’ostinazione di chi sa che nel Sud del Libano ogni casa distrutta, ogni strada vuota, ogni famiglia rimasta deve essere raccontata prima che venga ridotta a formula militare. Finirà i suoi studi in giornalismo e seguirà il suo esempio. Ricorda Amal che le dice di non lasciarla, e forse è questa la frase che resta oltre la scena dell’attacco: non solo l’ultima richiesta di una donna ferita, ma la consegna di un mestiere. Restare, guardare, raccontare, perché la guerra cerca sempre, insieme ai corpi, anche la sparizione di chi può contraddirla.











