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di Giacomo Galeazzi

La Stampa, 14 dicembre 2025

Il cardinale: “Sovraffollamento insostenibile, i suicidi in cella sono 18 volte più che in libertà. Serve una giustizia dal volto umano, come diceva Platone la punizione è utile solo se rieduca”. “C’è troppa sofferenza nelle carceri. Si tratta di fare giustizia alla vittima non di giustiziare l’aggressore - dice il cardinale Matteo Zuppi (fin dal 1981 incontrava a Rebibbia i carcerati, compresi i “dissociati” del terrorismo). Due terzi delle persone che escono dal carcere e che hanno seguito percorsi solo dentro al carcere sono recidivi. Al contrario coloro che sono stati ammessi a fruire delle misure alternative al carcere hanno una bassissima recidiva”.

Per la funzione educativa della pena a che punto siamo?

“Il tasso di affollamento del 120% rischia di farci tornare presto alla situazione per cui Strasburgo ha condannato l’Italia. Il presidente Sergio Mattarella le ha definite inaccettabili. Queste condizioni diventano insostenibili per i più fragili, come le persone segnate da malattie psichiatriche, che senza cure adeguate diventano presenze pericolose per gli altri e per se stesse. C’è poi la tragedia dei suicidi, con un tasso di 11,4 episodi ogni 10 mila detenuti. In carcere ci si uccide 18 volte di più che in libertà. Come possiamo pensare di aiutare la speranza e la rieducazione quando gli spazi di lavoro e gli investimenti per aiutare il reinserimento dei detenuti restano insufficienti?”.

Sovraffollamento record, suicidi e carenze strutturali...

“La giustizia deve sempre garantire un volto umano. Guai a pensare che questo significhi meno sicurezza o che il volto e il linguaggio da duri, disumano (ma si può sentire parlare di “deportazioni”?), come se la comprensione fosse ingenuità, significhi più sicurezza. È il contrario. La sicurezza è nel riparare quello che il male ha provocato con tanta sofferenza. È l’intelligenza giuridica plurisecolare del nostro Paese che non possiamo mettere in discussione con semplificazioni pericolose e ignoranti. Platone diceva che la punizione serve solo se educa”.

Alternative alla detenzione?

“Molti studi hanno dimostrato che la carcerazione da sola non è la misura più efficace per ridurre la recidiva. Anzi. La Costituzione parla di pene, al plurale, non a caso. Tutte pene, attenzione. Non si tratta di sconti o indulgenze pericolose, ma di riparare e rieducare, riparando il passato segnato dal male. Solo così si prepara un futuro diverso. La recidiva si abbatte solo con il lavoro, l’educazione, possibilità quando si esce e verificare che siano alternative e si sia capaci di percorrerle. E, vorrei aggiungere, non dimentichiamo la richiesta di Francesco per il Giubileo di iniziative che restituiscano speranza. Quel minimo indulto richiesto autorevolmente in occasione del Natale e la necessità di ampliare gli spazi per i domiciliari meritati non sono esercizi di buonismo ma solo di buon senso. E sono due cose molto diverse”.

È un problema di leggi o di come vengono applicate?

“Ogni giudice è tenuto a giudicare facendo un necessario discernimento, per non far mancare al detenuto un accompagnamento che gli permetta di guardare al futuro, evitando che si arrivi a una condanna solo ripiegata sul passato. La giustizia retributiva, che ha come norma solo il castigo, si realizza comminando, in modo quasi automatico, a ogni reato, la punizione corrispondente. Ma la giustizia non è mai un semplice automatismo, tanto che, nella tradizione giuridica, c’è sempre stata, giustamente, anche una moderazione e personalizzazione della pena, derivante dall’esame dei tanti fattori che portano alla definizione di una punizione e che tengono presenti anche gli aspetti legati alla storia personale e sociale di ogni singola persona”.

Dilemma rigore-umanità?

“Non è il carcere in sé a rendere migliore il detenuto. È molto difficile, infatti, che un detenuto cambi in meglio, se non vengono avviati dei processi veri di reinserimento sociale. La pena non deve mai essere contraria al senso di umanità. Per questo la giustizia deve bilanciare le differenti esigenze della casa comune, della quale fa parte anche il carcere. Ossia sicurezza sociale, bisogno di giustizia delle vittime e di recupero del colpevole, che significa lasciare sempre uno spiraglio di speranza, la possibilità di ricominciare. Il rispetto della legge significa osservare le prescrizioni, sempre consapevoli però che la legge da sola non basta, che la sua applicazione dev’essere in vista del bene effettivo delle persone interessate, siano essi i responsabili dei reati o siano coloro che sono stati offesi”.

Cosa serve per la giustizia?

“È fondamentale uno spazio del discernimento nella definizione di una pena. Naturalmente è la prima cosa che viene messa in discussione appena capita qualche inconveniente con i detenuti. Del resto è più facile propagandare un ideale di giustizia incentrata sull’idea del castigo e della paura, piuttosto che parlare di futuro e di speranza per i detenuti. In questo modo, però, non si costruisce una giustizia vera e diminuisce la sicurezza. Perciò dobbiamo tutti vigilare e garantire la salute in carcere, diritto fondamentale riconosciuto dalla Costituzione: ammalarsi in carcere è una disgrazia. Io credo fermamente che l’uomo possa cambiare e a tutti deve essere garantita la possibilità. Presunzione di innocenza prima della condanna e presunzione di cambiamento dopo”.

Manca la rieducazione?

“Purtroppo facciamo fatica a riconoscere il prossimo e a riconoscerci in esso. Il vero rischio è che vinca l’individualismo, con le sue paure e patologie, che fa crescere la logica della condanna. Questa non ha bisogno di ragionare e di porsi domande. Invece i percorsi di giustizia riparativa partono dal presupposto che l’altro è esattamente uguale a noi, non ha un marchio di fabbrica che lo rende diverso”.

Un ostacolo insormontabile?

“No ma stentiamo a riconoscere la “banalità” del male. Il male è talmente “banale” che può essere compiuto da chiunque, anche dalle persone più insospettabili o esteriormente “normali”. Siamo tutti potenzialmente malvagi - siamo lupi o sbaglio? - ma non siamo mai solo il male compiuto. Dobbiamo ricordarci che tutti siamo uguali e che tutti possiamo sbagliare: tutti siamo uomini e tutti siamo, per certi versi, soggetti al male, sia compiuto sia subito. Tutti abbiamo bisogno di speranza. L’idea che i detenuti non abbiano nulla a che fare con chi sta fuori dal carcere, porta solamente a un aumento delle distanze tra chi si crede giusto e chi, ormai, è irrecuperabile. L’aumento della distanza porta all’aumento del disprezzo”.

Il grado di civiltà di una società si misura dalla condizione nelle carceri. Come stiamo?

“C’è bisogno di un’alleanza sociale e di garantire la presenza di volontari nelle carceri, avvicinare il territorio e viceversa. Ricordiamo che sono ammessi a frequentare gli istituti penitenziari con l’autorizzazione proprio coloro che avendo concreto interesse per l’opera di risocializzazione dei detenuti dimostrino di potere utilmente promuovere lo sviluppo dei contatti tra la comunità carceraria e la società libera. La prossimità territoriale dei provveditorati ha consentito fluidità di relazione e collaborazione per le numerose iniziative inerenti i detenuti”.