di Luigi de Magistris*
Il Fatto Quotidiano, 7 febbraio 2025
Un Paese in balia dello Stato. Il governo delle destre aveva puntato, soprattutto in campagna elettorale, tutto su sicurezza ed immigrazione e sta, invece, franando rovinosamente su questi temi complessi anche con una buona dose di condotte farsesche che oscillano tra il tragico ed il comico. Cominciamo con la comicità e l’incompetenza giuridica e l’inadeguatezza istituzionale: il pendolarismo di esseri umani migranti tra l’Italia e l’Albania in aperto contrasto con la dignità umana e sociale che la Costituzione riconosce ad ogni essere umano. Il governo si incaponisce a trasferire immigrati, con una evidente prova di forza muscolare, in violazione del diritto e della giurisprudenza.
di Edmondo Bruti Liberati
La Stampa, 7 febbraio 2025
L’informativa del Governo alle Camere, attraverso gli interventi dei Ministri Nordio e Piantedosi, ha consentito di fare chiarezza almeno su un punto, ma decisivo. La scarcerazione e la successiva espulsione del cittadino libico Almasry sono una precisa scelta politica del Governo adottata per la tutela dell’interesse nazionale. Lo ha detto limpidamente, in un chiaro burocratese, il Ministro Piantedosi citando “esigenze di salvaguardia della sicurezza dello Stato… unitamente alla difesa dell’interesse dello Stato… nell’obbiettivo di evitare, in ogni modo, un danno al Paese e ai suoi cittadini” (Resoconto stenografico Camera 5 febbraio 2025 p.8). Ma alla stessa conclusione si giunge all’esito del contorto, per certi versi surreale, intervento del Ministro della Giustizia. Alle diverse versioni fatte circolare nei giorni scorsi ha aggiunto, sembra, la difficoltà di valutare un testo, il mandato di arresto della Corte Penale internazionale, di ben quaranta pagine scritte in inglese! L’inglese giuridico internazionale ormai lo maneggiano tutti gli operatori del diritto e tra questi certamente i collaboratori del Ministro a via Arenula.
di Gennaro Grimolizzi
Il Dubbio, 7 febbraio 2025
Alta tensione tra l’Aja e Roma legata alla vicenda della scarcerazione di Almasri. Durissima l’ex prosecutor del Tribunale penale internazionale per il Ruanda. Dopo l’informativa del governo alle Camere sulla scarcerazione e sull’invio a Tripoli del torturatore libico Almasri, lo scontro tra l’Italia e la Corte penale internazionale non è destinato a placarsi. Ieri si è diffusa la notizia di una denuncia, pervenuta ai giudici dell’Aia da un cittadino sudanese, dalla quale sarebbe scaturita un’indagine sul governo italiano, accusato di “ostacolo all’amministrazione della giustizia”, ai sensi dell’articolo 70 dello Statuto di Roma (Reati contro l’amministrazione della giustizia). Pronta la smentita della Cpi: nessun fascicolo è stato aperto nei confronti dell’Italia.
di Massimo Franco
Corriere della Sera, 7 febbraio 2025
L’esecutivo è stato esposto inutilmente in una vicenda spinosa e riguardante la sicurezza nazionale. La denuncia arrivata alla Corte penale internazionale sull’operato del governo italiano lascia perplessi. Aggiunge paradosso a paradosso, e amplifica una vicenda che poteva essere chiusa rapidamente e senza l’eco negativa di questi giorni. Il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, reagisce sostenendo che forse bisognerebbe “aprire un’inchiesta sulla Corte penale, per avere chiarimenti su come si è comportata”. In effetti regna una certa confusione perché la Cpi non sembra incline ad aprire un’indagine sulla base della denuncia, rivelata da Avvenire.
di Danilo Paolini
Avvenire, 7 febbraio 2025
Esaurito il prevedibile fuoco del dibattito parlamentare scaturito dalle informative dei ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi sulla vicenda dell’arresto, del rilascio e del rimpatrio del capo della polizia giudiziaria libica Nijeem Osama Almasri, non si può dire purtroppo che sia stato disperso il tanto fumo che l’avvolge. Anzi, le parole dei titolari della Giustizia e dell’Interno, delegati dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni che non ha voluto riferire in prima persona alle Camere (preferendo dare la sua versione in un video diffuso sui social), sembrano sollevare perfino qualche interrogativo in più rispetto a quelli di partenza. Come in un puzzle a cui manchi qualche tessera o, peggio, le cui tessere non combacino.
di Francesco Grignetti
La Stampa, 7 febbraio 2025
Tutti i Governi da Gentiloni a Conte fino a Meloni hanno sottoscritto gli stessi patti. Aiuti finanziari e attrezzature ignorando però i diritti. Diceva due giorni fa il ministro Matteo Piantedosi, in Parlamento, riferendosi alla Libia: “Scenari di rilevante valore strategico ma, al contempo, di enormi complessità e delicatezza”. Un eufemismo per dire che la Libia preme assai a questo governo essendo un gigantesco deposito di petrolio, ma è anche il suo tallone d’Achille. Perché si può disquisire a lungo del Piano Mattei (che peraltro è ancora sulla carta e gli investimenti per la Libia sono assai scarsi), ma la sostanza è che gli sbarchi proseguono e per frenarli Giorgia Meloni si muove nel solco dei suoi predecessori. Né una virgola in più, né una in meno rispetto a quel che è scritto nel famoso Memorandum del 2017, che lei ha ereditato e coltiva con dedizione.
di Marina Corradi
Avvenire, 7 febbraio 2025
“Ero felice e cantavo lungo la strada del ritorno, ma poi ho raggiunto casa e ho trovato solo distruzione davanti ai miei occhi. Non sarei dovuto tornare”, ha raccontato alla Bbc Imad Ali al-Zain, palestinese, 48 anni. Li si vedeva infatti, dieci giorni fa, dei sorrisi incerti sulle facce delle donne stipate su camioncini, ai margini di Gaza. C’era perfino chi batteva le mani e festeggiava, mentre la folla finora trattenuta dall’Idf, scattato il via libera, quasi di corsa sciamava verso Nord. Verso casa. Come un esodo biblico quell’onda di uomini e donne e bambini in braccio che stracarichi di borse, affannati, marciando verso casa.
di Valeria Parrella
Il Manifesto, 7 febbraio 2025
Pensare di prendere due milioni di persone e di decidere dall’esterno, da fuori, dall’alto di fianco, da sotto, da ovunque fuorché dal punto di vista della loro stessa identità chi e dove debbano essere, ovvero negare la loro esistenza se non riducendola a sopravvivenza è già l’annientamento. Ogni tanto qualcuno nella storia lo dice, non credo che scappi di bocca. L’altra volta, nella precedente amministrazione Trump, lo disse suo genero, Kushner, usò un’espressione sognante da Le mille e una notte, più o meno disse che avrebbe fatto di Gaza una Tel Aviv in stile arabeggiante. Stavolta lo ha detto proprio il presidente: il punto non era blandire Netanyahu, il punto non era neppure immaginare dei resort dove noi abbiamo ascoltato le poesie di Rafaat Alareer, il punto era permettersi di dirlo. Infatti tutti poi a metterci una pezza a colore, i suoi e gli altri, perché queste sono cose che si pensano ma non si dicono. Eppure Kushner citò dei precedenti storici precisi, per esempio il Libano.
forbes.it, 7 febbraio 2025
Nonostante i loro centri di detenzione siano stati accusati di negligenza e di far vivere le persone in cattive condizioni, Geo Group e CoreCivic sono destinate a guadagnare grazie alla stretta di Trump sull’immigrazione. Ma sono in grado di gestire milioni di nuovi carcerati? La prognosi di Dulce Atahuaman Carhuancho era infausta. I medici dell’Oschner Lafayette General Hospital, in Louisiana, avevano detto alla famiglia della 21enne che forse non sarebbe sopravvissuta all’emorragia cerebrale. Nonostante la causa delle ferite e dei lividi sul suo corpo non fosse chiara, i suoi avvocati ritenevano fossero dovuti a un trauma che aveva subito nel South Louisiana Ice Processing Center (Slipc), una struttura di detenzione per immigrati gestita da Geo Group, un’azienda privata di carceri valutata 5 miliardi di dollari.
di Zaccaria Trevi
L’Opinione, 7 febbraio 2025
L’ennesimo atto di propaganda a firma Cuba. Il 14 gennaio scorso, il governo dell’Isola ha iniziato la graduale scarcerazione di 553 detenuti, a seguito di un indulto voluto dal Vaticano. Il regime ha presentato quest’operazione come un gesto di apertura, ma per il rapporto di Prisoners defenders si tratta chiaramente di una frode. Infatti, solo 198 prigionieri politici sono stati rilasciati e il 94 per cento di loro aveva già diritto alla libertà condizionata o a un regime aperto mesi prima. Inoltre, non si tratta di una vera liberazione: i detenuti rimangono sotto un rigido regime carcerario-domiciliare, con severe restrizioni e la costante minaccia di essere nuovamente incarcerati. Dei 1.161 prigionieri politici censiti alla fine del 2024, 931 restano dietro le sbarre e 230 sono agli arresti domiciliari. La maggior parte degli scarcerati ha scontato oltre metà della pena e avrebbe dovuto essere già rilasciata. Tuttavia, Cuba ha trattenuto questi detenuti per includerli nell’accordo con il Vaticano, creando un’operazione mediatica priva di reali concessioni.
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