di Alessandro Giordano*
Il Messaggero, 20 novembre 2020
Un Paese moderno deve essere in grado di saper gestire le emergenze, ma anche di programmare il proprio futuro, sia prossimo che a lungo termine. Si tratta di scelte di indirizzo, non soltanto dettate dalla rincorsa del contingente, ma fondate su di una visione ad ampio raggio. I responsabili di una nazione efficiente, insomma, sono tenuti a governare l'oggi e il domani dei problemi degli amministrati.
Cito, a mero titolo esemplificativo, i temi delle infrastrutture e del territorio, che necessitano di una programmazione anche per quanto riguarda gli interventi manutentivi dell'esistente prima che si verifichino delle tragedie, spesso annunciate, la gestione dell'inquinamento e dei rifiuti (ricordo in Germania che già nell'anno 1980 era stata avviata un'attenta raccolta differenziata, tanto che oggi, dopo quarant'anni, i tedeschi si collocano al primo posto in Europa in tale campo), le politiche della sanità, che devono tenere conto del fabbisogno di assistenza medica della popolazione nei decenni a venire, ma pure in caso di scenari critici e tanti altri.
Anche il sistema carcerario nel suo complesso, dimenticato (spesso volutamente) dalla maggioranza della popolazione, rientra tra questi temi: uno Stato efficiente deve prospettarsi i fabbisogni futuri e supplire alle carenze di strutture e di personale con interventi risolutori, ma anche porsi il problema della gestione straordinaria, oggi costituita dalla pandemia da Covid-19 negli Istituti penitenziari afflitti dall'ormai cronica piaga del sovraffollamento.
È infatti di poco tempo fa la notizia di nuovi casi verificatisi proprio all'interno della Casa Circondariale di Rebibbia. Già la scorsa Pasqua, in pieno lockdown, il Papa aveva rivolto un appello ai potenti al fine di trovare "una strada giusta e creativa" per risolvere il problema del sovraffollamento nelle carceri nell'epoca della diffusione del virus.
In quella occasione avevo proposto alla Politica di approvare una normativa, non già demenziale, ma diretta ad applicare delle nuove misure alternative al carcere, più "agili", come l'impiego in lavori socialmente utili di quei ristretti destinatari di pene brevi, non pericolosi, non macchiatisi di reati odiosi e non autori di disordini o sommosse (il suggerimento è stato pubblicato nella rubrica "Lettere" di questo giornale, mercoledì 15 aprile 2020).
Una soluzione del genere permetterebbe di alleggerire il carico penitenziario in un periodo così delicato per la situazione sanitaria del Paese e di garantire l'esecuzione della pena in condizioni umane e non degradanti. Dunque, il messaggio di Papa Francesco oggi è sempre attuale, sia nell'ottica dello spirito evangelico diretto alla ricerca del bene comune, sia nella prospettiva laica, programmatica e gestionale, di uno Stato di diritto. Tuttavia, finora l'invito del Papa è rimasto senza eco, la pandemia continua a far sentire la sua voce, il legislatore il suo silenzio.
*Magistrato presso il Tribunale di Sorveglianza di Roma
di Livio Ferrari*
Ristretti Orizzonti, 20 novembre 2020
Nel quadro della pandemia in corso i reclusi delle nostre patrie galere si ritrovano a pagare un sovraprezzo non previsto in sentenza, a causa di mancanza di attenzione e responsabilità nei loro confronti, il loro essere sempre e solo vite a perdere per una società che non è in grado di integrare, soprattutto non coloro che hanno il torto di essere soprattutto poveri.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 20 novembre 2020
Circa il 40% dei detenuti che escono dal carcere dopo anni di detenzione presentano patologie psichiatriche o oncologiche. È una percentuale alta, che rende l'idea di come espirare la pena in celle sovraffollate, fra scarsa igiene e troppa promiscuità, con poca luce e poco spazio, e farlo per anni e anni, possa segnare duramente la mente e il corpo di un detenuto. Sono ferite interne. "Chi entra in carcere colpevole di aver commesso un reato rischia di uscirne vittima di malagiustizia o malasanità", tuona il garante dei detenuti della Campania Samuele Ciambriello.
Il garante è in prima linea a tutela della salute dei detenuti, soprattutto in questo periodo di grande emergenza sanitaria causata dal Covid che avanza nelle carceri e fa moltiplicare i contagi. Nelle prigioni campane, in poche settimane, si è sfondato il tetto dei 500 contagiati fra detenuti reclusi nelle celle e personale in servizio negli istituti di pena. I detenuti positivi al Covid sono 202, gli agenti della penitenziaria 221 e 30 gli operatori socio-sanitari risultati positivi al virus. E, come se non bastasse, i posti per l'isolamento dei contagiati negli istituti di pena sono sempre più scarsi. In tutto questo la politica resta in silenzio e per sollecitare un intervento che contribuisca concretamente a risolvere il dramma delle carceri si stanno mobilitando soltanto garanti, cappellani e penalisti. Dopo aver incontrato nei giorni scorsi il prefetto di Napoli Marco Valentini, oggi il garante campano Ciambriello incontrerà il prefetto di Caserta Raffaele Ruberto. Si chiedono interventi da parte del governo Conte per alleggerire il peso del sovraffollamento negli istituti di pena, liberare spazi che possono servire a gestire meglio l'emergenza ed essere utilizzati per la quarantena e l'isolamento dei positivi.
Il Covid, in questo momento, è un problema primario nelle carceri. Per sopperire alle più stringenti restrizioni che la zona rossa impone, sono state autorizzate le videochiamate tra i detenuti e i garanti, non solo con quello regionale ma anche con i garanti di Napoli, Pietro Ioia, di Caserta Emanuela Belcuore, e di Avellino Carlo Mele.
Uno spiraglio riluce nel buio della pandemia. Mentre sullo sfondo restano le criticità di sempre, quelle che in decenni non si sono mai risolte. Quelle legate alla qualità di vita nelle carceri e alla qualità della tutela della salute dei detenuti.
Vivere dietro le sbarre e in celle affollate può produrre un arresto del processo biologico di maturazione e una diminuzione delle facoltà sensoriali. Abituandosi alle minuscole dimensioni di una cella, si perde il senso della distanza e delle proporzioni e, assuefacendosi ai colori non naturali, si può cadere facilmente in alterazioni e infermità della vista. Inoltre il moto, ridotto ai soli spostamenti fra stanze e corridoi, incide sull'equilibrio fisico riducendolo.
Per non parlare della sfera più intima, legata all'equilibrio psicologico: in carcere si perde l'intimità, non c'è riservatezza, si è costretti a convivere con persone che non si sono scelte e la solitudine diventa uno dei sentimenti prevalenti che, assieme a fattori come la privazione della libertà, la convivenza coatta, la monotonia, l'ozio, il microclima, la lontananza dai parenti, l'abolizione dei rapporti sessuali, le preoccupazioni processuali, l'esposizione al pubblico giudizio, la perdita dell'autodecisione, finiscono per diventare fonte enorme di stress e capaci di segnare il detenuto, nel fisico o nella mente.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 20 novembre 2020
Parla Ceraudo, pioniere della medicina penitenziaria. "L'Iran e la Turchia (non proprio un esempio di democrazia) hanno rilasciato i propri detenuti. Perché dobbiamo essere più khomeinisti degli ayatollah? La politica deve saper recuperare in un momento così grave e oscuro la dignità, la forza e il senso di responsabilità che le dovrebbe competere.
Il Governo e il Parlamento devono avvertire la sensibilità di intervenire prima che sia troppo tardi per ridurre drasticamente la popolazione detenuta attraverso qualsiasi intervento di legge che sia aderente alla nostra Costituzione e alla Convenzione europea dei diritti dell'uomo".
Francesco Ceraudo, pioniere della medicina penitenziaria, già direttore del centro clinico di Pisa e presidente del Consiglio internazionale dei servizi medici penitenziari, sottolinea la necessità di intervenire sul sistema carcere.
"L'amnistia e l'indulto - spiega - in questo particolare momento costituiscono un atto significativo di medicina preventiva". Dunque, non è solo un discorso di clemenza e garantismo. Viste le curve dei contagi e i dati sempre più allarmanti che arrivano dagli istituti di pena, la questione diventa anche di tipo strettamente sanitario.
"L'Organizzazione Mondiale della Sanità ha stilato precise linee di comportamento per prevenire e controllare la diffusione del Coronavirus nelle carceri. Tra queste - osserva Ceraudo - assume un significato particolare il distanziamento che prefigura l'abitudine a stare ad almeno un metro di distanza. Questo non può essere assolutamente assicurato in carcere in preda a un cronico sovraffollamento, mentre è forte la difficoltà di rispettare accuratamente le norme igienico-sanitarie e le opere di sanificazione degli ambienti".
Come si può quindi immaginare di gestire la pandemia in un luogo dove la prima basilare regola di prevenzione e sicurezza, quella del distanziamento, non può essere rispettata perché non c'è lo spazio fisico per consentirlo?
"Tra la popolazione detenuta è alto il numero delle persone maggiormente esposte al rischio di gravi conseguenze in caso di contagio: anziani, soggetti affetti da malattie pregresse, persone immunodepresse. Le carceri - dice Ceraudo - costituiscono delle bombe epidemiologiche. Vi è di fatto l'impedimento di approntare opportunamente degli spazi idonei per l'isolamento dei contagiati e la quarantena delle persone entrate in contatto con i contagiati. Pertanto devono essere messe in atto, con estrema urgenza, politiche deflattive, laddove le misure alternative al carcere devono trovare un legittimo riconoscimento".
Che il Covid potesse fare vittime anche all'interno delle carceri non era difficile da prevedere. Dopo i primi decessi per Covid nelle carceri piemontesi e toscane, l'altro giorno è accaduto anche a un detenuto del carcere napoletano di Poggioreale. Il sovraffollamento gioca un ruolo più cruciale che mai.
"Il sovraffollamento carcerario al momento attuale si configura come una sorta di tortura ambientale e rende tutto più difficile e aleatorio. Sovraffollamento e promiscuità in ambienti fatiscenti sono gli elementi di una miscela esplosiva - sottolinea Ceraudo - Le celle piene di detenuti, con letti a castello fino a rasentare il soffitto, rassomigliano sempre più a porcilaie, a canili, a polli stipati nelle stie. Umanità ammassata, promiscuità assoluta che confonde e abbrutisce, unisce e divide, distrugge ogni rispetto, riservatezza e intimità e condanna inesorabilmente a una disperata solitudine.
Di frequente si presenta la necessità di stare in compagnia di persone che non si sono scelte, talvolta non desiderate e non gradite, e dividere con loro ogni minuto di ogni giornata: rapporti sociali imposti o subiti; odori, rumori, sapori sporcizia di altri; promiscuità assoluta che degrada. Il carcere è stress". Inoltre, "in carcere continuano a entrare a ritmo incalzante tossicodipendenti, extracomunitari, disturbati mentali, emarginati sociali, una fetta di umanità ferita e debole. E ora, come era facilmente prevedibile, siamo costretti a riscontrare il dilagare del Covid tra la popolazione detenuta e tra gli agenti di polizia penitenziaria e a contare, purtroppo, i primi detenuti deceduti. Temo - conclude Ceraudo - che esista un sommerso che supera ogni immaginazione".
di Franco Mirabelli*
huffingtonpost.it, 20 novembre 2020
Da sempre il carcere e l'esecuzione penale sono oggetto di scontro. Il tema, però, non è la necessità di garantire che le pene vengano espiate, questo nessuno lo mette in discussione: la certezza della pena non è il nodo su cui si divide davvero la politica. Le idee divergono sulla funzione della pena, sul senso della carcerazione.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 20 novembre 2020
Sono 22 i detenuti positivi al Covid 19, tra i 41bis e quelli in alta sicurezza reclusi nel carcere di Tolmezzo., ma potrebbero essere molti di più. Non solo tre, come invece risultava dall'ultimo report del Dap consegnato ai sindacati della polizia penitenziaria. I dati, ma quelli giusti, provengono dal provveditorato regionale di Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige. Accanto ai detenuti, risultano positivi anche 16 agenti penitenziari. Parliamo, quindi, di un focolaio importante.
di Marta Rizzo
La Repubblica, 20 novembre 2020
Associazione Antigone, Anpi, Cgil, Gruppo Abele e uno schieramento composto da sindacati e associazioni legati alla tutela dei diritti delle persone, firmano una lettera al Governo e alla Commissione Giustizia di Camera e Senato, per ridurre il numero delle persone ristrette (sono 7.000 in più rispetto ai posti letto), mettere in sicurezza quelle a rischio, garantire una quotidianità decorosa in questa nuova emergenza pandemica.
di Patrizio Gonnella
Il Manifesto, 20 novembre 2020
Come esistono i negazionisti del Covid, così esistono i negazionisti dell'afflittività e patogenicità del carcere. Con pragmatismo e senso di umanità bisognerebbe, in tempi strettissimi, evitare che le carceri arrivino a produrre lo stesso numero di morti e disastri già visti nelle Rsa.
imgpress.it, 20 novembre 2020
Bambini detenuti nelle carceri italiane: è una realtà che non può essere più accettata. Se ne contavano 33 nel mese di ottobre, qualcuno in compagnia di un fratellino / sorellina, essendo 31 le mamme, secondo le statistiche del Ministero della Giustizia. Possono sembrare numeri piccoli, ma se si pensa alle conseguenze che la detenzione ha sul piano psicologico, emotivo e fisico di un bambino piccolo, la portata del fenomeno è devastante e inaccettabile.
Per questo A Roma, insieme, La Gabbianella e Terre des Hommes chiedono con urgenza che venga riformata, con interventi non più procrastinabili, la legge 62/2011 che, oggi, permette questo.
L'Italia deve disporre di una legislazione in materia di infanzia in grado di assicurare sempre il rispetto del superiore interesse del minore e questo, a maggior ragione, se i bambini destinatari delle sue disposizioni vivono una condizione di estrema vulnerabilità, quale quella causata dalla detenzione con la propria mamma.
Pur animata da nobili finalità, quella legge fu un tentativo non riuscito di migliorare la condizione dei bambini a rischio di detenzione, come dimostra il corso dei dieci anni di applicazione della legge. Infatti, a causa di storture e limiti di applicazione della legge, paradossalmente l'hanno per taluni versi aggravata.
Oggi ad esempio è previsto che un bambino possa rimanere nel carcere (o in una struttura di detenzione attenuata quali sono gli Icam) sino ai 6 anni, quando prima il limite era 3.
Inoltre la legge, pur introducendo, finalmente l'istituto delle Case Famiglia Protette, alternativa concreta alla detenzione, nei fatti non le rende facilmente accessibili, prevedendo, tra le altre cose, che non vi siano oneri a carico dello Stato per il loro sostentamento.
Questi e molti altri sono gli elementi che fanno richiedere una tempestiva riforma dell'attuale disciplina, che permetta finalmente di rispondere ai bisogni di protezione, cura, assistenza e promozione del diritto del bambino di vivere e crescere davvero in un ambiente adatto alle sue necessità.
Cosa chiediamo:
Che il numero di bambini che ancora oggi varcano la soglia del carcere con la madre detenuta (in misura cautelare o in esecuzione pena) sia il più basso possibile considerando la carcerazione, anche attenuata nelle Icam, l'estrema ratio;
Che al 3° anno di età i bambini siano obbligatoriamente fatti uscire dal carcere e/o dagli Icam e la madre sia sempre coinvolta nel percorso di uscita del figlio, permettendole di svolgere quel naturale ruolo "ponte" con l'esterno, che eviterebbe al bambino un trauma all'atto della separazione;
Che dal 9° mese di vita i bambini presenti in carcere o Icam siano inseriti in strutture per l'infanzia, esterne al sistema penitenziario;
Che nell'ottica di ridurre al massimo la frequentazione dei luoghi carcerari da parte del bambino, siano favorite attività ulteriori rispetto al nido e alla scuola dell'infanzia: laboratori, iniziative di svago e gioco etc. In quest'ottica sia quindi promosso e favorito l'istituto dell'affidamento diurno (affidamento ad una famiglia e/o singola persona individuata dal Comune che accoglie il bambino durante il giorno, mentre la sera e in caso di malattia il bambino resta con la madre). Solo ed esclusivamente per le residue ore in cui il bambino è costretto a frequentare il carcere si chiede che tali attività siano previste anche al suo interno.
Una proposta di riforma della legge, quella a firma dell'On. Siani, riprende gran parte di queste richieste, ma non è stata ancora calendarizzata la sua discussione in aula della Commissione Giustizia alla Camera.
Le tre organizzazioni invitano dunque il Parlamento a riattivare urgentemente il dibattito sul tema, per permettere l'approvazione di alcune modifiche all'attuale impianto normativo, non più rimandabili.
"Non si può crescere bene tra mura intrise di dolore" è la frase guida del mio libro "Uscire di carcere a 6 anni (Franco Angeli Editore)", dichiara Carla Forcolin, presidente dell'Associazione La Gabbianella. "I bambini devono stare in carcere il minor tempo possibile. Se proprio devono seguire la madre in istituti di pena, dagli stessi devono uscire presto e, finché la madre è lì, devono comunque frequentare l'asilo nido e la scuola materna. Io sono da sempre contraria all'istituzionalizzazione. La Gabbianella è un'associazione che nasce sulle tematiche dell'affidamento. Credo che se i Comuni in cui ci sono istituti di pena dessero a persone "solidali" il compito di accompagnare i bambini fuori per molte ore, diciamo fino a sera, e poi queste persone (educatori o persone appositamente formate e seguite) li riportassero dalla mamma, i bambini non subirebbero quella deprivazione di stimoli, rapporti, esperienze, conoscenze, linguaggi, che il carcere porta purtroppo con sé".
"La legge 62/11 ha introdotto finalmente l'istituto delle Case Famiglia Protette, ma troppo esiguo è il ricorso a questa soluzione. Si sceglie ancora troppo il carcere o, in alternativa l'ICAM - Istituto a Custodia Attenuata per Madri, come fosse la soluzione e dimenticando invece che anche questa è una struttura fondamentalmente carceraria, non adeguata a rispondere al bisogno di un bambino di poter crescere i primi anni della vita con la mamma" afferma Federica Giannotta, Responsabile Advocacy e Programma Italia di Terre des Hommes.
"Ci riconosciamo in generale nei contenuti e finalità della proposta di legge di cui è primo firmatario l'On. Siani. Su di essa, come su altre proposte riguardanti questo tema specifico, si apra finalmente in Parlamento un vero confronto e il legislatore decida, su una linea di indirizzo che abbia riguardo innanzitutto all'interesse del bambino, alla salvaguardia del rapporto di affettività genitore figlio. La legislazione penale italiana in questo campo attende finalmente segni concreti di misure improntate alla umanizzazione della pena che siano degne di un paese civile", ricorda Giovanna Longo, presidente di A Roma, insieme.
Associazione A Roma, insieme
Giovanna Longo
Presidente
La Gabbianella e altri Animali
Carla Forcolin
Presidente
Fondazione Terre des Hommes Italia onlus
Federica Giannotta
Responsabile Advocacy e Programmi Italia
di Liana Milella
La Repubblica, 20 novembre 2020
Si torna a parlare di stanze dove i detenuti possano incontrare privatamente le mogli e le carcerate i loro compagni, o stare per qualche ora con i figli. La Regione Toscana ritenta l'avventura dopo vent'anni che si parla di affettività e sesso dietro alle sbarre. In Europa è la regola, ne esistono dall'Albania alla Svizzera, dalla Germania alla Spagna, ma in Italia sono ancora un tabù.
Esistono i miraggi. E le "camere dell'amore", nelle carceri italiane, sono uno di questi. Il detenuto che, per 24 ore o anche per meno, riesce a ricongiungersi con la sua famiglia. Vede i figli. Prepara un pasto e mangia con loro. Ha un rapporto con la sua donna, moglie o compagna che sia. In un ambiente, anche solo una stanza, che sembra quello di casa. Una parentesi "rosa" nella pena oscura. Per rivivere e desiderare il mondo che c'è all'esterno.
Fuori dall'Italia i momenti di vera affettività, anche se stai chiuso in galera, sono considerati giusti. E pure importanti. Lo sono in tanti paesi. Tanto per citarli in ordine alfabetico, Albania, Austria, Belgio, Croazia, Danimarca, Francia, Finlandia, Germania, Norvegia, Olanda, Spagna, Svezia, Svizzera. In Italia no. Per colpa di un pregiudizio. Perché la pena serve solo se è la peggiore possibile, se ti fa soffrire, se azzera i tuoi diritti, se ti abbrutisce. Così non delinquerai più perché avrai paura di tornare in prigione. Di solito funziona al contrario, il carcere cattivo fa diventare più cattivi. Chi, da sempre, crede nella tesi opposta, come Franco Corleone, ci riprova. Insiste da 20 anni. Ostinato, con le alleanze necessarie, pronto a citare un maestro come Alessandro Margara, giudice giusto, padre della legge Gozzini, che fu anche un grande capo delle carceri.
Ed ecco che, con la sua regia dietro, le "camere dell'amore" in carcere si materializzano al Senato. In commissione Giustizia. Con una legge presentata dalla Regione Toscana, poiché le Regioni hanno il diritto di mettere sul tavolo le loro proposte e magari di vedersele pure approvate. Dietro c'è sempre lui, l'ex sottosegretario alla Giustizia Corleone (con Flick, con Fassino, con Diliberto), che in Toscana è stato Garante dei detenuti. E ha lavorato con Stefano Anastasia che è il Garante nel Lazio. Pochi articoli, quanto basta. Una relatrice che ci crede, la Dem Monica Cirinnà che battezza la sfida subito, "è una legge di grande civiltà". E uno sponsor come il capogruppo del Pd Franco Mirabelli che sul carcere migliore di quello che è adesso, in questa legislatura, non s'è certo risparmiato.
Ma l'opposizione è già in agguato, pronta a sciorinare paure che fanno presa su chi vuole avere paura. Allusioni grossier, come quella di Balboni, senatore della Meloni, che parla di "droga nascosta negli orifizi corporei". Come se ignorasse che anche adesso, per un colloquio, si viene attentamente perquisiti. Figurati per entrare e vivere nella "stanza dell'amore". Il primo round comunque va a loro, alla destra, perché la legge non sarà approvata in commissione ma dovrà andare in aula. Dove i numeri sono a rischio perché anche dentro M5S ci sono perplessità.
C'è poi una coincidenza che potrebbe fare breccia in negativo. Riguarda la scelta dei tempi. Se c'è il Covid, se già le carceri sono in affanno, se il virus si propaga, se le distanze non vengono rispettate o si fatica a rispettarle, come sempre del resto, vagheggiare la "stanza dell'amore" sembra come aprire il libro dei sogni. E, in fondo, un po' lo è. Ma anche su questo Corleone ha la risposta pronta: "A chi obietta che la proposta sull'affettività non è la priorità perché c'è la pandemia ricordo che nel maggio 1978, pochi giorni dopo il ritrovamento del cadavere di Moro, il Parlamento approvò la legge 180 e sempre a maggio quella sull'aborto. Nessuno obiettò che c'era il terrorismo. Ma forse erano altri tempi".
Libro dei sogni? Basta andarsi a leggere il primo articolo della proposta di legge per rendersi conto che non lo è: sotto il titolo "Rapporti con la famiglia" ecco le modifiche alla legge Gozzini sull'ordinamento penitenziario del 1975. Tra gli scopi del carcere, teso alla rieducazione del condannato, quello nuovo recita: "Particolare cura è altresì dedicata a coltivare i rapporti affettivi. A tale fine i detenuti e gli internati hanno diritto a una visita al mese, della durata minima di sei ore e massima di ventiquattro ore, delle persone autorizzate ai colloqui. Le visite si svolgono in apposite unità abitative appositamente attrezzate all'interno degli istituti penitenziari senza controlli visivi e auditivi".
In queste poche righe c'è l'annuncio delle "stanze dell'amore" e dell'ingresso anche, ma non necessariamente, di una sessualità sana in carcere. "È quello che ho visto già vent'anni fa quando, in vista di questa stessa legge, ho fatto un sopralluogo in Europa". Corleone ce l'ha ancora negli occhi quelle visite: "In Svizzera trovai un'unità immobiliare separata dal resto del carcere. In Olanda c'erano stanze in buone condizioni, ma non edifici distinti dal resto della prigione. In Spagna, sia a Barcellona che a Madrid, erano ugualmente previste".
Ma la sua proposta di cambiare solo l'ordinamento penitenziario fallì, il Consiglio di Stato si mise di traverso, espresse un parere contrario scrivendo che era assolutamente necessaria una legge e non bastava soltanto mettere mano all'ordinamento penitenziario. Da quel momento l'ipotesi delle camere dell'amore è rimasto lettera morta. Anche se la Consulta, a più riprese, ha ribadito il diritto all'affettività anche per un condannato.
Non ha avuto fortuna neppure l'ex Guardasigilli Andrea Orlando quando a Milano nel 2018 ha organizzato gli Stati generali sul carcere. L'innovazione rivoluzionaria delle stanze dell'amore era prevista, ma - come ricorda Glauco Giostra, il docente di procedura penale a Roma che aveva collaborato con l'intero progetto - si arenò di fronte alle troppe perplessità che via via si rovesciarono sul tavolo del Guardasigilli. Che alla fine accettò di stralciarla.
Dei tentativi simili nel frattempo non sono mancarti. Come quello del carcere di Bollate dove dal 2005 l'allora direttrice Lucia Castellano aveva sperimentato, ma solo per le famiglie che avevano dei problemi, stanze che simulavano un ambiente domestico, con una cucina, un angolo cottura, in cui le famiglie si potevano riunire, ma venivano sempre monitorate dai poliziotti che si mantenevano all'esterno senza però essere invasivi.
Adesso Corleone rilancia la sua sfida, che parte da una frase di Margara: "Vogliamo tenere assieme cose che possono apparire impossibili, ma non devono esserlo, cioè un carcere vivibile, in cui la pena non abbia nulla di afflittivo oltre la perdita della libertà".
Così disse Margara l'11 marzo del 1999 davanti alla commissione Giustizia della Camera. Già allora il testo riconosceva il tema dell'affettività "nell'ambito dei rapporti con la famiglia" come uno degli elementi del trattamento previsto dalla legge penitenziaria. I detenuti avrebbero avuto la possibilità di trascorrere con i propri familiari fino a ventiquattro ore consecutive in apposite unità abitative realizzate all'interno dell'istituto penitenziario. Dopo vent'anni si riparte da lì, ma questa volta con una legge.
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