di Gennaro Grimolizzi
Il Dubbio, 8 febbraio 2025
Dalla stesura dello statuto di Roma, al contributo decisivo per individuare i crimini contro l’umanità, fino al conflitto politico e ideologico di oggi. Quale destino per la Corte dell’Aia? Il caso Almasri e lo scenario disastroso del Medio Oriente hanno aperto un dibattito su scala globale sul presente e, soprattutto, sul futuro della giustizia internazionale con un eventuale ripensamento degli strumenti messi a disposizione nei decenni passati. L’entusiasmo per costruire un mondo migliore, dopo le mattanze nella Ex Jugoslavia e il Ruanda, con i relativi Tribunali internazionali, ha contribuito alla stesura nel 1998 dello Statuto di Roma.
di Andrea Lavazza
Avvenire, 8 febbraio 2025
Affossare l’aspirazione a una giustizia universale, nata dopo il crollo del Muro di Berlino, significa cancellare il principio di convivenza rispettosa fra le nazioni. Perché? “La natura non permette che i crimini rimangano impuniti: a essa devono essere riferiti i crimini commessi contro il diritto delle genti”, scrive Ugo Grozio nella sua celebre opera “Sul diritto della guerra e della pace” (1625). E con “natura’”, il grande giurista intendeva la legge naturale, ovvero quelle regole che la retta ragione suggerisce all’essere umano, indipendentemente dalla sua identità e dal luogo in cui si trova. Il “diritto delle genti” è poi l’estensione universale delle norme concordate sulla base della riflessione precedente, ovvero il diritto internazionale moderno. Sta in questa tradizione razionale e umanitaria la radice di quella straordinaria realizzazione, quattro secoli dopo, che è la Corte penale internazionale. Ci sono voluti quasi 400 anni per arrivare a tale risultato, che è eccezionale e ammirevole per il principio, ovviamente, e non per la concreta attuazione, sempre soggetta, come tutte le cose umane, a errori e imperfezioni. Non si può che salutare infatti come irrinunciabile il principio per cui vi sia una giustizia per crimini gravissimi che vada oltre i confini degli Stati - quando questi non possono o non vogliono perseguirli - e che punisca i singoli responsabili, basandosi sull’idea di dignità umana universale e necessità di proteggere i più vulnerabili. In questo senso, la Cpi è stata l’espressione più alta, il vertice forse, dell’ordine liberale multipolare postbellico e post-Muro di Berlino. Quando nacque, con il Trattato di Roma, nel 1998, il mondo sembrava pronto ad avviarsi verso la condizione che qualcuno definì “fine della storia”, intesa quale superamento del continuo scontro tra visioni inconciliabili del mondo e dei suoi abitanti. Non è stato così, lo sappiamo bene.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 7 febbraio 2025
Mercoledì scorso la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha presieduto un vertice d’emergenza sul piano carceri, con l’obiettivo dichiarato di risolvere il cronico sovraffollamento dei penitenziari. All’incontro hanno partecipato il ministro della Giustizia Carlo Nordio, il sottosegretario Andrea Delmastro, il neo-commissario per le carceri Marco Doglio, oltre a rappresentanti del Mit e del Dap. La proposta non è certamente nuova, se ne parla già da oltre un anno: realizzare 7.000 nuovi posti detentivi entro la fine della legislatura. Presentata come una soluzione strutturale per “migliorare le condizioni della pena e delle strutture” è stata accolta con scetticismo dall’opposizione.
di Francesca Polizzi ed Elisa Rossi
Il Domani, 7 febbraio 2025
Sette mila nuovi posti detentivi nelle carceri italiane. Lo prevede il Piano carceri annunciato dopo un incontro a Palazzo Chigi tra la premier Giorgia Meloni, il ministro della Giustizia Carlo Nordio, il sottosegretario Andrea Delmastro e il commissario per l’edilizia penitenziaria Marco Doglio. “In questa legislatura porremo fine al sovraffollamento carcerario”, ha detto Delmastro. Ma queste strategie che puntano ad aumentare gli spazi detentivi non migliorano le condizioni delle persone detenute. Sulle carceri si continua a ragionare in ottica emergenziale, ma come fa notare Domenico Alessandro de Rossi, architetto e presidente di Cesp (Centro europeo studi penitenziari): “La costruzione di nuovi padiglioni è un intervento palliativo, non basta dare una camera dove dormire, bisogna pensare a tutta una serie di servizi”.
di Alice Dominese
L’Espresso, 7 febbraio 2025
Under 25 insieme con gli adulti, senza percorsi di reinserimento e in carceri al collasso. L’effetto travaso del decreto Caivano ha peggiorato la situazione con 1.800 reclusi in più. A inizio gennaio, un detenuto romeno di 23 anni si è tolto la vita impiccandosi nel carcere di Regina Coeli, a Roma. Era stato arrestato un mese prima e si trovava in un carcere che contiene oltre mille reclusi, quasi il doppio della capienza prevista. A distanza di alcuni giorni, nel carcere fiorentino di Sollicciano, a impiccarsi è stato un ragazzo egiziano di 25 anni con una storia di atti di autolesionismo alle spalle. Sono loro i più giovani detenuti morti suicidi finora nel 2025. L’anno scorso, i ragazzi tra i 18 e i 25 anni che si sono tolti la vita in carcere sono stati dieci.
di Adriano Sofri
Il Foglio, 7 febbraio 2025
Fabio Gianfilippi (1977) è dal 2006 magistrato di sorveglianza a Spoleto e nel Tribunale di sorveglianza di Perugia. L’elenco corposo delle sue pubblicazioni, sul mondo penitenziario, la sorveglianza, l’esecuzione delle pene e le alternative, i diritti dei detenuti, testimonia la vocazione per il suo incarico, in troppi casi burocraticamente e fastidiosamente svolto in attesa di destinazioni più ambite. Lo scorso 29 gennaio ha depositato un’ordinanza riguardante il reclamo di un detenuto che si era visto rigettare dalla direzione del carcere di Terni la richiesta di svolgere colloqui intimi con la sua convivente, senza controlli a vista, “come ormai consentito dopo la sentenza Corte Costituzionale 20 gennaio 2024”.
di Frank Cimini
L’Unità, 7 febbraio 2025
Il tipografo della colonna romana denunciò di essere stato seviziato. Stessa sorte toccò ai sequestratori di Dozier. E poi c’è il carcere duro. L’Italia come del resto altre democrazie ha un rapporto non molto chiaro (eufemismo) con la tortura. Infatti non esiste una legge che sanzioni la tortura come reato tipico del pubblico ufficiale soprattutto per l’opposizione storica dei sindacati di polizia che vorrebbero abrogare o comunque ridimensionare quel minimo di normativa attualmente in vigore. Su questo urge una riflessione da contestualizzare proprio nel momento in cui il torturatore libico ricercato dal Tribunale penale internazionale è stato liberato e riaccompagnato a casa. L’utilizzo della tortura caratterizzò gli anni in cui c’era da reprimere la sovversione interna. Al di là delle “belle parole” nel 1982 del presidente della Repubblica Sandro Pertini: “In Italia abbiamo sconfitto il terrorismo nelle aule di giustizia e non negli stadi”.
di Massimo Donini
L’Unità, 7 febbraio 2025
Azione, intenzione e animo sono tre realtà ben differenti. I tribunali, dovrebbero occuparsi di accertare i fatti, le azioni. Sulle intenzioni già aleggia il rischio di un arbitrio investigativo e probatorio. Una delle più famose esortazioni di Gesù riguarda l’ammonimento a non giudicare (Matteo, 7, 2; Luca, 6, 37). In realtà, i Vangeli ci hanno trasmesso una versione esplicativa che conserva un vago sapore retributivo: non giudicate per non essere giudicati. Perché saremo giudicati con la stessa severità con la quale abbiamo giudicato gli altri (v. anche Marco, 4, 25). Eppure, in questa problematica tradizione testuale, che mira soprattutto alla moderazione, se non al perdono, e a disvelare l’ipocrisia di chi giudica senza conoscere le persone che sta valutando e senza autocritica, sembra che il metro del giudizio lo scegliamo noi, e dunque la corrispettività (e la c.d. proporzione) del premio o del castigo sia affidata a imperscrutabili e arbitrarie opzioni soggettive della stessa persona incolpata. Non pare, allora, che la lettura tramandata sia davvero convincente, anche se una certa relatività di giudizio, in campo morale e religioso, dipende sicuramente dalla persona, dal suo cuore, e non dalle sole azioni.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 7 febbraio 2025
La magistratura raccoglie la sfida lanciata dal guardasigilli in Aula: “Siamo pronti a mobilitarci contro le riforme”. Ma in Anm è battaglia. “L’altro giorno un magistrato ha ringraziato ironicamente il Ministro perché finalmente aveva compattato la magistratura. Sono io che ringrazio questa parte della magistratura, perché ha compattato la nostra maggioranza come mai si era visto: se agli inizi vi erano delle esitazioni, oggi non vi sono più. Andremo avanti, andremo avanti fino in fondo, senza esitazione e fino alla riforma finale”: così ieri alla Camera il ministro Nordio ha concluso la sua informativa sul caso Almasri facendo capire alla magistratura che nulla fermerà la maggioranza e il Governo nel finalizzare la riforma sulla separazione delle carriere.
di Maurizio Crippa
Il Foglio, 7 febbraio 2025
L’atto “dovuto” dell’iscrizione nel registro degli indagati, feticcio di tanto giornalismo giudiziario e dogma incrollabile di molta parte della magistratura, per lui invece “non è mai automatico”, c’è sempre un aspetto di valutazione. Però il caso della comunicazione del procuratore Lo Voi ai membri del governo sulla base di un esposto “è esattamente il caso particolare in cui l’atto è davvero e inevitabilmente dovuto”. La separazione delle carriere è un danno per il sistema giudiziario, ma l’equilibrio reale tra accusa e difesa va garantito dal corretto funzionamento del processo. Sulle inchieste della procura di Milano per le ipotesi di reato in materia di edilizia premette subito di non voler commentare, essendo ex procuratore, come i cardinali emeriti. Ma indica l’elogio, inserito nel suo ultimo libro, della sostituta procuratrice di Prato, Laura Canovai, “secondo cui i magistrati non devono indagare i fenomeni”. Per la precisione: “Indagheremo solo i fatti concreti”, disse dopo l’alluvione del 2023, “non posso indagare il ciclone e non è detto che per forza ci sia una causa riferibile all’uomo”. Conversare con Edmondo Bruti Liberati, ex procuratore di Milano, saggista e giurista acuminato, è una sfida interessante.
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