di Franz Baraggino
Il Fatto Quotidiano, 25 gennaio 2025
I giudizi sulle convalide dei nuovi trattenimenti rischiano di essere sospesi a causa dei rinvii pregiudiziali sulla questione dei “Paesi sicuri” pendenti presso la Corte europea. La sospensione delle convalide, come già avvenuto ai primi di ottobre, comporta l’immediato rilascio dei richiedenti e, in base al Protocollo Italia Albania, l’obbligo di portarli in Italia. La nave Cassiopea è operativo a sud di Lampedusa e pronto a trasferire altri migranti in Albania. Il governo ha deciso di non aspettare il pronunciamento della Corte di giustizia europea e di riattivare il noto Protocollo. Ai primi di novembre, il tribunale di Roma aveva sospeso il giudizio sulle convalide dei trattenimenti in Albania, rinviando alla Corte Ue la questione dei “Paesi d’origine sicuri”. Decisioni che, almeno dal punto di vista giuridico, hanno di fatto messo in stallo i trasferimenti in Albania di migranti provenienti da Paesi d’origine che l’Italia considera sicuri. Con la legittimità dei trattenimenti oggetto di rinvio pregiudiziale alla Corte europea, che ha fissato una prima udienza per il 25 febbraio, appare improbabile che i prossimi giudici italiani investiti delle stesse valutazioni non sospendano a loro volta il giudizio. E questo anche se la competenza delle convalide è stata affidata, per decreto, alle corti d’appello e non più alle sezioni immigrazione dei tribunali, ormai invise al governo.
di Riccardo Noury*
Il Fatto Quotidiano, 25 gennaio 2025
L’Italia ospitò, nel 1998, la conferenza internazionale che diede vita, attraverso quello che per l’appunto si chiama Statuto di Roma, alla Corte penale internazionale. L’Italia ratificò sollecitamente lo Statuto di Roma, impegnandosi dunque tra l’altro a consegnare alla Corte le persone raggiunte da un mandato di cattura. Quindi era chiaro cosa avrebbero dovuto fare le autorità italiane nei confronti di Osama Njeem detto El Masry, del cui arresto a Torino è stata data notizia il 20 gennaio: trasferirlo alla Corte penale internazionale. Cosa è avvenuto dopo è noto: il velocissimo ritorno a Tripoli del ricercato, accolto in pompa magna a Tripoli tra esultanze e cori di scherno nei confronti del nostro paese.
di Riccardo Redaelli
Avvenire, 25 gennaio 2025
Sono davvero periodi cupi e tristi quando la ferocia viene esibita come un valore, quando il disprezzo della vita altrui - soprattutto la vita dei poveri e dei meno fortunati - diviene un elemento di successo politico. Era lecito aspettarsi il peggio dal ritorno alla presidenza statunitense di un Donald Trump privo di freni inibitori, attorniato da una corte di tecnocrati miliardari insofferenti di ogni regola; e infatti il peggio sembra essere arrivato oltre ogni timore. Questi primi giorni sono un diluvio di ordini esecutivi, alcuni palesemente incostituzionali, che vanno a minare alcuni dei principi cardine della democrazia americana.
di Paolo Giordano
Corriere della Sera, 25 gennaio 2025
Così inizia “l’età dell’oro” dell’America: con la fotografia di un gruppo di persone in catene. Un’istantanea del mondo che verrà, dove le azioni peggiori delle politiche antimigratorie non si fanno più nell’ombra: vengono esibite invece, in onore del “buon senso comune”. È un passo avanti importante nell’agenda del sovranismo, perché il post di ieri non è di un fanatico suprematista in acido ma dell’account X ufficiale della Casa Bianca. La rivendicazione istituzionale della brutalità. La fotografia ci indigna. Ma la nostra indignazione non è che uno sbuffo di vapore, dura meno del post. D’altra parte non c’è tempo. Qualche giorno fa era Elon Musk con il braccio teso, oggi sono le catene, domani chissà. Non si sa quando fermare l’attimo.
di Antonella Napoli
L’Espresso, 25 gennaio 2025
Dopo la rielezione di al-Sisi nel 2023, si è intensificata l’onda di repressione contro dissidenti e manifestanti. Con arresti, minacce, libertà violate. Come attesta un rapporto all’esame dell’Onu. Egitto, Paese sicuro? Qualche volta, se hai almeno una doppia nazionalità e il governo del tuo Paese riesce a intervenire prima che i servizi di sicurezza ti facciano sparire; come invece è accaduto a Giulio Regeni, il ricercatore di Fiumicello sequestrato, torturato e ucciso nel 2016 al Cairo. A Sherif Elanain, ex pornoattore e cittadino italiano che rischiava tre anni di carcere per l’accusa di “immoralità”, è andata bene: è stato scagionato e rilasciato lo scorso 2 gennaio. Non sono altrettanto fortunati i prigionieri che a migliaia affollano le carceri egiziane. Dalle elezioni presidenziali del dicembre 2023, vinte dal presidente in carica Abdel Fattah al-Sisi con il 90 per cento dei voti, si è registrata nel Paese una nuova ondata di arresti e processi. Le autorità politiche e giudiziarie hanno intensificato la campagna di repressione nei confronti dei dissidenti e dei manifestanti pacifici, arrivata al culmine lo scorso luglio con una maxi-retata con centinaia di fermi. L’azione repressiva si è poi estesa fino a fine anno. E continua.
di Chiara Cruciati e Giansandro Merli
Il Manifesto, 25 gennaio 2025
Reportage dal Nord-est della Siria Visita al campo che ospita 40mila familiari dei jihadisti catturati dopo la fine del Califfato. Un inferno con i suoi gironi - siriani, iracheni, stranieri “rimossi” dai loro paesi - e dinamiche di un piccolo Stato islamico. Pronto pericolosamente a risorgere. Parla la direttrice della struttura Jihan Hanan: “Abbiamo avuto informazioni che l’Isis sta pianificando qualcosa. Non sappiamo se un attacco dall’esterno o una rivolta all’interno”. Ma in questo momento nella regione a maggioranza curda retta dall’Amministrazione autonoma il principale incubo è la Turchia. Una distesa di reti, grate e filo spinato taglia il deserto. Fuori, tutto intorno, ci sono le postazioni asaysh, la polizia dell’Amministrazione autonoma del Nord-est della Siria (Aanes). Più lontano vigilano le Syrian Democratic Forces (Sdf), la federazione di unità di autodifesa nata dalla rivoluzione del Rojava, il Kurdistan siriano.
di Giulia Pompili
Il Foglio, 25 gennaio 2025
Quarantotto cittadini cinesi dello Xinjiang detenuti in Tailandia da più di dieci anni ora sono a rischio rimpatrio. Il simbolo della spietatezza cinese, anche dentro a una storia più italiana. “Potremmo essere imprigionati o essere uccisi. Facciamo appello a tutte le organizzazioni internazionali e ai paesi che hanno a cuore i diritti umani perché intervengano per salvarci da questo tragico destino, prima che sia troppo tardi”. Una decina di giorni fa l’Ap è venuta in possesso di una lettera scritta da uno dei 43 cittadini cinesi di etnia uigura detenuti da dieci anni in Tailandia, e che le autorità di Bangkok vorrebbero adesso deportare in Cina. La loro vicenda rappresenta la capacità della Repubblica popolare cinese di usare la repressione internazionale e la manipolazione dei media come arma diplomatica e politica.
di Sergio D’Elia*
L’Unità, 25 gennaio 2025
Taiwan è una piccola isola immersa nel mar della Cina, una grande montagna della resistenza liberale all’impero dispotico continentale. Davide e Golia. Democrazia e Dittatura. Stato di Diritto e Potere assoluto dello Stato. La differenza è abissale, ma anche la riprova che un modo d’essere ordinato e orientato ai valori umani universali può avere nel tempo, speriamo ancora, la meglio sul disordine costituito e centrato sul potere. La Cina può fare di Taiwan un sol boccone solo se il grande avrà assimilato il piccolo, quando il piccolo sarà simile al grande. L’irriducibile differenza di valori è la forza vitale della resistenza al regime violento. Ammainare le proprie nobili bandiere, quelle di grazia e giustizia, di diritto e libertà, mette a repentaglio insieme ai propri grandi principi anche la propria piccola indipendenza nazionale.
di Michele Passione
Il Dubbio, 24 gennaio 2025
Va bene l’edilizia carceraria contro il sovraffollamento. Manca però un piano articolato. Nel giro di pochi giorni il Ministro della Giustizia Carlo Nordio ha dato i numeri, sciorinando nella sua Comunicazione al Parlamento anche alcuni dei punti contenuti nel d.d.l. n.1315, di conversione in legge del d.l. n.178/2024, recante misure urgenti in materia di giustizia (che, sia chiaro, ha registrato 163 voti a favore, 103 astenuti e nessun contrario).
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 24 gennaio 2025
Dopo le dimissioni di Russo, il Dap è diretto dalla sua vice Lina Di Domenico. Ma nessun nome è ancora arrivato al Colle. Amministrazione della giustizia, la relazione al Parlamento del Guardasigilli. Il sovraffollamento c’è. Ma l’atto di clemenza “sarebbe un incentivo alla recidiva”. A un mese dalle dimissioni di Giovanni Russo, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria è ancora senza un capo. Mentre l’ex procuratore nazionale antimafia che si era insediato a largo Daga nel gennaio 2023 ha già preso posto come consigliere giuridico della Farnesina, la sua vice Lina Di Domenico, magistrata collocata fuori ruolo dal Csm l’8 gennaio scorso, lo ha sostituito ma ancora solo nella veste di facente funzione. Ma né il suo né un altro nome è ancora arrivato - come vuole la prassi - al Quirinale. Spetta infatti a Sergio Mattarella, in quanto capo delle forze armate, firmare il decreto presidenziale di nomina della figura istituzionale che guida anche il corpo di Polizia penitenziaria. L’impasse è tale che la delibera con la quale il governo propone il nome del nuovo capo Dap non è neppure ancora pervenuta formalmente sul tavolo del Consiglio dei ministri.
- Un volto umano alle carceri: la missione impossibile del Commissario per l’edilizia penitenziaria
- Le soluzioni impossibili di Nordio al sovraffollamento delle carceri
- “Buttare la chiave” non garantisce la sicurezza. Il carcere deve rieducare
- La linea del Csm: riforma del sistema e nuove Rems
- Noi Garanti chiediamo un incontro urgente con il ministro Nordio. Il carcere è una polveriera










