di Monica Guerzoni
Corriere della Sera, 2 gennaio 2025
Con una nota divulgata a tempo di record, Giorgia Meloni ha messo nero su bianco parole come cordialità, apprezzamento, condivisione e gratitudine. E ha tenuto per sé ogni alzata di sopracciglio, ogni fischio che le parole di Sergio Mattarella hanno fatto risuonare nelle sue orecchie e in quelle degli esponenti dell’esecutivo. Meloni e Mattarella si erano sentiti nel pomeriggio per la nomina del nuovo commissario all’alluvione. A sera lei ha richiamato il Quirinale per rivolgere al presidente “i migliori auguri per il 2025 e per la prosecuzione del suo mandato”. Nel “cordiale” colloquio lampo, la premier ha espresso a Mattarella il suo “apprezzamento personale” e quello del governo e lo ha ringraziato per aver ricordato “l’importante momento della presidenza del G7” e “il forte impegno dell’Italia” negli scenari di crisi.
di Andrea Colombo
Il Manifesto, 2 gennaio 2025
Senza proclami, quasi sottovoce, Sergio Mattarella ha pronunciato nel messaggio di capodanno uno dei discorsi politicamente più forti da molti anni. Ha ricordato la Liberazione che abbiamo alle spalle, quella arrivata all’ottantesimo anniversario, con il suo frutto, la Costituzione. Ma ha soprattutto indicato quella che abbiamo invece di fronte, ancora in larga parte incompiuta: “Liberazione da tutto ciò che ostacola libertà, democrazia, dedizione all’Italia, dignità di ciascuno, lavoro, giustizia”. Non è impresa che possa essere delegata ai politici, sui quali il giudizio del presidente, espresso nel precedente discorso ai vertici istituzionali, non suonava lusinghiero. Spetta alla società civile, sola destinataria del messaggio: “La speranza siamo noi. Il nostro impegno. La nostra libertà. Le nostre scelte”.
di David Romoli
L’Unità, 2 gennaio 2025
Lo schiaffo del presidente a Salvini-Meloni. Non ha fatto sconti di sorta. Ha confutato, senza averne l’aria, buona parte del trionfalismo del governo. Nel suo decimo messaggio di fine anno rivolto agli italiani Sergio Mattarella ha lavorato di fioretto. Attento a evitare ogni accento apertamente polemico ha però passato in rassegna, spesso quasi telegraficamente, tutto ciò che nella società italiana, e nel mondo, non sta funzionando. La situazione dell’occupazione è “incoraggiante”, senza dimenticare però “precarietà, salari bassi, lavoratori in cassa integrazione! Export e turismo registrano dati positivi” ma “con questo aspetto confortante stride il fenomeno dei giovani che vanno a lavorare all’estero perché non trovano alternative”. E i progressi della scienza medica si accompagnano alle “lunghe liste d’attesa per esami che se tempestivi possono salvare la vita” e al fatto che “numerose persone rinunciano alle cure e alle medicine perché prive di mezzi necessari”.
di Bartolo Conratter
L’Unità, 2 gennaio 2025
Nessun colpo di scena: la Cassazione rinvia alla Cgue. La pronuncia è attesa per la fine di febbraio La designazione spetta al governo, ma il giudice ha il diritto di valutare il singolo caso e intervenire. Il 30 dicembre 2024 la Cassazione si è ulteriormente pronunciata sul concetto di paese “sicuro”, senza che tuttavia si registri alcun botto ermeneutico di fine anno. Il provvedimento è infatti soprassessorio: un’ordinanza “interlocutoria” (n. 34898) con cui si rinvia la causa “a nuovo ruolo”. Inutilmente, pertanto, si ricercherebbero nel testo le affermazioni che caratterizzano la maggior parte dei commenti espressi in proposito. La Corte Suprema (C. S.) non afferma nulla di nuovo in tema di spettanza della designazione di paese sicuro alla discrezionalità governativa, così come non disconosce un limitato intervento giudiziario, caso per caso, per la verifica della condizione oggettiva (del paese) e soggettiva (del migrante) in relazione all’effettiva sicurezza del rimpatrio, alla stregua del canone generale della ragionevolezza.
di Luca Sofri
ilpost.it, 2 gennaio 2025
Nella cella di isolamento della prigione iraniana di Evin dorme sul pavimento, non ha contatti con nessuno e il pacco che secondo la Farnesina che le era stato consegnato non è mai arrivato. La giornalista italiana Cecilia Sala è sottoposta a un regime di carcere duro nella prigione iraniana di Evin. Dorme sul pavimento con due coperte, una per coprirsi e una sotto. Nella cella non c’è nulla, nemmeno una brandina, soltanto un faro sempre acceso. È in regime di isolamento completo da quattordici giorni e questo vuol dire che non ha contatti con nessuna persona e ha visto soltanto l’ambasciatrice italiana in Iran, Paola Amadei, per trenta minuti.
di Antonio Polito
Corriere della Sera, 2 gennaio 2025
Si chiama “habeas corpus” (letteralmente: “abbi il tuo corpo”), ed è uno dei principi cardini della civiltà giuridica dell’Occidente: protegge l’inviolabilità personale dalla detenzione arbitraria. Alle nostre coscienze ripugna l’idea che una persona possa esser sbattuta in una cella senza conoscerne la motivazione, senza che le sia stato contestato un reato, e quindi senza alcuna possibilità di difendersi. Soprattutto se è una giovane donna di cui tutti, carcerieri compresi, conoscono la semplice e onesta missione professionale: raccontare il mondo a chi non può andare a vederlo di persona.
agenziavista.it, 1 gennaio 2025
“Rispetto della dignità di ogni persona, dei suoi diritti. Anche per chi si trova in carcere. L’alto numero di suicidi è indice di condizioni inammissibili. Abbiamo il dovere di osservare la Costituzione che indica norme imprescindibili sulla detenzione in carcere. Il sovraffollamento vi contrasta e rende inaccettabili anche le condizioni di lavoro del personale penitenziario. I detenuti devono potere respirare un’aria diversa da quella che li ha condotti all’illegalità e al crimine”. Lo ha detto il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel discorso di fine anno.
di Gianni Vigoroso
ottopagine.it, 1 gennaio 2025
Il monito di Gennarino De Fazio, segretario generale della Uil-Pa Polizia penitenziaria. "Ringraziamo il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, particolarmente per le sue parole sul sistema carcerario che ha pronunciato durante il tradizionale discorso di fine anno. Ancora una volta il presidente della repubblica ha richiamato le condizioni inammissibili delle nostre prigioni, caratterizzate specialmente da un sovrappopolamento detentivo prossimo a 16mila reclusi oltre la capienza e da una penuria negli organici della polizia penitenziaria di oltre 18mila unità. Ben 89 sono stati i suicidi di ristretti nell’anno che si chiude, mai così tanti, cui bisogna aggiungere 7 appartenenti alla Polizia penitenziaria che, altresì, si sono tolti la vita. Oltre 240 sono stati i decessi totali, due gli omicidi, più di 3.500 le aggressioni alla polizia penitenziaria, molteplici le evasioni, non si contano le risse, i traffici illeciti, gli stupri, le violenze. Numeri impietosi che restituiscono un quadro oggettivo della drammaticità e della disfunzionalità di prigioni diffusamente illegali e che non assolvono a nessuno degli scopi a esse assegnati né tanto meno alle finalità delle pene sancite dall’art. 27 della Carta costituzionale”.
di Luciano Eusebi*
Il Riformista, 1 gennaio 2025
Soffermiamoci in primo luogo sull’idea di ergastolo, tralasciando, cioè, i profili delle sue (più o meno effettive) mitigazioni. Si tratta di verificare, dunque, quale modello della risposta al reato esprima l’ergastolo e come esso si collochi nella prospettiva della prevenzione. Appare utile muovere da un presupposto: il reato, in quanto fatto storico, è irrimediabile. Si tratta, peraltro, di una caratteristica della condizione umana, nel cui ambito nulla torna indietro. Rispetto al reato potrà essere possibile una qualche riparazione dell’offesa, come potrà darsi il promuovere la revisione critica, e la modificazione, delle condotte che l’abbiano prodotto: fino a una ricomposizione dei rapporti personali e sociali che abbia incrinato. Tutte cose le quali, comunque, guardano in avanti. Dopo una frattura dei suddetti rapporti, ciò che può risultare proficuo è solo l’attivare qualcosa di opposto rispetto alla logica che le soggiace.
di Domenico Pulitanò*
Il Riformista, 1 gennaio 2025
È difendibile, come pena edittale massima, la pena dell’ergastolo? La Corte costituzionale (sentenza n. 264/1974) ha riconosciuto la legittimità della previsione della pena a vita, additando condizioni e limiti. È stata dichiarata illegittima per i minorenni (sentenza n. 168/1994). Assumo l’interpretazione della Corte costituzionale a premessa giuridica di riflessioni di politica del diritto. Venticinque anni fa avevo condiviso, come componente della Commissione presieduta dal prof. Carlo Federico Grosso, la quasi unanime proposta di abolizione dell’ergastolo. In tempi recenti ho più volte espresso una posizione favorevole al mantenimento dell’ergastolo come pena edittale, pur condividendo la presa d’atto delle criticità del fine pena mai, e l’idea del diritto alla speranza (la possibilità di un fine pena) per tutti i condannati.
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