Corriere del Mezzogiorno, 18 gennaio 2015
Un programma per favorire l'accesso ai lavori socialmente utili a detenuti condannati a pene lievi, programma approvato dall'amministrazione comunale di Castelluccio Valmaggiore, sta scatenando un putiferio nel piccolo centro ofantino.
Il gruppo consiliare "Cambiamo insieme" si oppone al progetto ritenendo che possa "infettare" il piccolo centro "vergine e libero dalla delinquenza e da soggetti poco raccomandabili". Ma dal momento che questo gruppo consiliare ha aperto un proprio comitato usando il simbolo del Partito Democratico e pubblicizzandolo come comitato "Emiliano Governatore di Puglia 2015", la segreteria provinciale del Pd è stata costretta ad intervenire per prendere le distanze.
Oggi, con un nota, il segretario provinciale Raffaele Piemontese ha ufficialmente precisato che "il Pd non aderisce al Comitato No detenuti a Castelluccio Valmaggiore e non sostiene in alcun modo le sue attività", e ha diffidato i promotori dell'iniziativa a "rimuovere immediatamente il simbolo del Pd dalla porta d'ingresso della loro sede".
Una situazione per altro complicata dal fatto che oggi pomeriggio ad inaugurare quel comitato sarà, secondo quanto pubblicizzato dagli organizzatori, il consigliere regionale del Pd, Sergio Clemente. A Castelluccio Valmaggiore l'amministrazione civica guidata da Giuseppe Campanaro ha approvato nel mese di luglio due delibere per dare la possibilità a coloro che sono stati condannati a pene fino a tre anni di poter essere inseriti in progetti per lavori socialmente utili. È stata prevista una convenzione tra il Comune di Castelluccio e l'ufficio esecuzione penale esterna di Foggia del ministero di giustizia. Il Pd locale ha appoggiato il progetto.
Contro questa iniziativa è il gruppo consiliare "Cambiamo insieme" che con manifesti e volantini sta contestando l'amministrazione. Sostengono che il sindaco, la giunta e la sua maggioranza non hanno informato adeguatamente la popolazione; temono che i figli dei detenuti coinvolti nel progetto possano frequentare le stesse scuole dei bambini di Castelluccio. Ma soprattutto che la piccola comunità possa essere "infettata".
Denunciano anche che ad occuparsi di gestire questo progetto potrebbe essere un'associazione di volontariato che farebbe riferimento all'assessore Pasquale Marchese. Il punto però è che l'associazione negli ultimi giorni sta usando il simbolo del Pd e il nome di Michele Emiliano per sostenere questa opposizione al progetto. Tanto che a tagliare il nastro della sede è annunciato il consigliere regionale Clemente.
Il Velino, 18 gennaio 2015
"Da oltre due mesi, e dopo aver a lungo dormito all'aperto vicino una chiesa, è ricoverato nel reparto di Medicina d'Urgenza dell'Ospedale Grassi di Ostia in attesa che le istituzioni preposte se ne facciano carico dal punto di vista psico-sanitario e socio-allogiativo. Protagonista della vicenda, segnalata dal Garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni - Augusto S., sottoposto alla misura di sicurezza della sorveglianza speciale dopo aver trascorso un lungo periodo in carcere". Lo rende noto il garante dei detenuti del Lazio, Angiolo Marroni. "Già lo scorso novembre - spiega - il Garante aveva segnalato alle autorità la storia di Augusto, che dormiva all'aperto vicino la chiesa dei Santi Cirillo e Metodio di Ostia perché privo di un'abitazione.
Il ragazzo è stato più volte protagonista di atti di autolesionismo finalizzati alla richiesta di aiuto e gli stessi operatori del Garante, viste le precarie condizioni psicofisiche, lo hanno segnalato al Dipartimento di Salute Mentale e più volte accompagnato al Pronto Soccorso dell'ospedale. Dopo la segnalazione del Garante, l'uomo è stato ricoverato nel reparto di medicina d'urgenza del Grassi in attesa che fossero trovate soluzioni idonee.
Si è costituito un tavolo congiunto tra Asl Rm C, Municipio VIII, Consulta Regionale Salute Mentale e l'Ufficio del Garante. Dal tavolo era subito emersa la necessità di "trovare in tempi rapidi una soluzione assistenziale adeguata" per garantire ad Augusto non solo il necessario sostegno sanitario e psichiatrico ma anche una prospettiva alloggiativa adeguata alla sua situazione. A distanza di 2 mesi, però, Augusto è ancora nel suo letto di ospedale in attesa di una soluzione che tarda ad arrivare e continua a chiedere aiuto per trovare un alloggio ed esprime un profondo disagio dato dalle sue problematiche mentali, sociali e sanitarie". "Il dramma di Augusto rappresenta un caso emblematico che evidenzia la forte crisi dello stato sociale nel nostro paese.
Pur comprendendo la complessità della situazione - afferma il Garante dei detenuti Angiolo Marroni - faccio fatica a credere che, a fronte, di un ragazzo che ha assoluto bisogno di aiuto, le istituzioni sociosanitarie siano sostanzialmente incapaci di farsi carico di tali problematiche, affidandosi all'umanità ed alla professionalità dei medici del Grassi.
Una grave criticità che invece andrebbe ripensata e potenziata anche per far fronte alla ormai imminente chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari. Allo stato, Augusto, avrebbe davanti a se tre sole alternative: dormire all'aperto, restare ricoverato impropriamente in un ospedale senza cure adeguate oppure tornare in carcere. Non entro in valutazioni di carattere medico e burocratico ma ritengo che la situazione presenti evidenti gravità la cui risoluzione non si può più rinviare".
Ansa, 18 gennaio 2015
Gli agenti del commissariato di polizia Vicaria-Mercato, a Napoli, in collaborazione con i poliziotti della sezione Volanti dell'ufficio Prevenzione generale della Questura, sono intervenuti in una casa di accoglienza per detenuti, esterna al carcere dove vengono avviati a corsi di recupero, per una persona che dava in escandescenze e che, oltre a voler compiere gesti di autolesionismo, minacciava i presenti.
Un uomo di 59 anni, pluripregiudicato, si era barricato all'interno della sua stanza, al terzo piano, minacciando di lanciarsi nel vuoto dalla finestra, puntandosi un coccio di vetro alla gola. Gli agenti hanno condotto una lunga ed estenuante mediazione con l'uomo, per dissuaderlo, riuscendo solo dopo due ore a fargli aprire la porta del suo alloggio. Riusciti a convincerlo, il 59enne ha seguito gli agenti in una stanza al piano terra.
L'uomo, però, si era legato una scarpa al collo, all'interno della quale aveva messo vari frammenti di vetro e stringendone altri due, di dimensioni più grandi, tra le mani puntandoseli ai fianchi. Con non poche difficoltà, gli agenti sono riusciti a bloccare l'uomo, che si dimenava, impedendogli di far del male a se ed ai presenti.
I poliziotti hanno riportato, però, delle lesioni guaribili tra gli 8 ed i 5 giorni. Condotto in ospedale da personale del 118, fatto giungere sul posto, il 59enne è stato sedato e, non ritenendo necessario un suo ricovero, successivamente, dimesso. I poliziotti hanno arrestato l'uomo per minacce, oltraggio, resistenza e lesioni a pubblico ufficiale, conducendolo alle camere di sicurezza della Questura, per poi essere giudicato, con rito per direttissima, nella giornata di domani.
Ristretti Orizzonti, 18 gennaio 2015
"È diventato improcrastinabile il ricovero in un reparto di Neurochirurgia per Gigino Milia, 68 anni, di Fluminimaggiore. L'uomo, ristretto nel carcere di Oristano-Massama, è affetto da una patologia del midollo spinale indotta da una compressione che sta provocando una costante riduzione del tono muscolare compromettendo l'uso degli arti inferiori e superiori con gravi conseguenze per le capacità motorie".
Lo afferma Maria Grazia Caligaris, presidente dell'associazione "Socialismo Diritti Riforme", accogliendo la segnalazione dei familiari preoccupati per le condizioni in cui hanno trovato il congiunto in occasione dei colloqui. "Milia - ricorda Caligaris - aveva subito tempo fa due arresti cardiaci, uno dei quali verificatosi quando era ristretto nella Casa Circondariale di Cagliari-Buoncammino. Recentemente inoltre è stato sottoposto a un intervento per un'ernia inguinale. Le sue condizioni però non sono migliorate e non riesce più a camminare senza un aiuto". "Non è dunque pensabile che possa permanere nella struttura penitenziaria di Massama dove peraltro è prevista la riduzione del Punto di Primo Intervento, il servizio sanitario che sostituisce il Centro Clinico. È evidente che il diritto alla salute prescinde dalla condizione di limitazione della libertà e deve essere garantito specialmente quando - conclude la presidente di Sdr - la situazione sembra precipitare verso il peggio".
Il Tirreno, 18 gennaio 2015
Dopo la sosta invernale è tutto pronto per la seconda parte di Cene galeotte (www.cenegaleotte.it), iniziativa capace di coniugare i piaceri della tavola con un progetto di fortissima valenza sociale che ormai va avanti da circa dieci anni e che riesce a calamitare a Volterra visitatori da tutta Italia.
A chiudere questa edizione ci penseranno quattro fra le più importanti firme del panorama ristorativo italiano: Roy Caceres (venerdì 27 marzo), Filippo La Mantia (venerdì 17 aprile), Alessandro Dal Degan (venerdì 15 maggio) e Cristina Bowerman (venerdì 26 giugno). Gli chef si metteranno al lavoro fianco a fianco con i detenuti per regalare al pubblico un'altra grande serata all'insegna di cucina d'autore e solidarietà.
Ognuno di loro - in maniera gratuita - porterà fra le mura della splendida Fortezza Medicea che ospita la struttura carceraria di Volterra la propria esperienza, mettendola a disposizione dei carcerati e del percorso formativo e di reinserimento da loro intrapreso attraverso questo progetto innovativo nel suo genere.
L'intero ricavato di ciascun appuntamento, nato nove anni fa da un'idea della direttrice del carcere Mariagrazia Giampiccolo, verrà devoluto per intero ai progetti umanitari sostenuti dalla Fondazione Il cuore si scioglie onlus.
Le Cene Galeotte sono possibili grazie all'intervento di Unicoop Firenze, che oltre a fornire le materie prime assume i detenuti retribuendoli regolarmente. Il progetto è realizzato con la collaborazione del Ministero della Giustizia, la direzione della Casa di Reclusione di Volterra e la supervisione artistica del giornalista e critico enogastronomico Leonardo Romanelli. Partner dell'iniziativa la Fisar-delegazione storica di Volterra, che si occupa sia della selezione delle aziende vinicole e del servizio dei vini ai tavoli, sia della formazione dei detenuti come sommelier. Per informazioni e prenotazioni:055.2345040.
Ansa, 18 gennaio 2015
Il ministero dell'Interno indiano ha avviato, in relazione alla vicenda dei Fucilieri di Marina italiani coinvolti nella morte di due pescatori indiani, una serie di consultazioni interministeriali per identificare gli organismi di polizia controllati dal governo centrale in grado di investigare vari tipi di reati in acque internazionali. Lo scrive oggi l'agenzia di stampa Pti.
Citando documenti a cui ha avuto accesso, l'agenzia spiega che questa iniziativa mira a mettere fine alle incertezze su quale debba essere l'organismo indiano che presenterà alla giustizia il rapport (chargesheet) con le accuse rivolte a Massimiliano Latorre e Salvatore Girone.
La decisione, si dice ancora, è stata presa alla luce del fatto che l'Italia si è opposta in Corte Suprema a che queste indagini vengano svolte dalla polizia antiterrorismo Nia. I pareri, si è poi appreso, sono stati richiesti dal ministero dell'Interno ai ministeri degli Affari Esteri, Petrolio, Navigazione e Miniere, e al Dipartimento della Pesca. Questo perché, conclude la Pti, "non c'è chiarezza su quale sia la polizia che ha i poteri in base alle esistenti leggi marittime per farsi carico ed indagare reati commessi sia nelle acque territoriali che internazionali".
di Michele Giorgio
Il Manifesto, 18 gennaio 2015
Parla Diana Buttu, esperta di diritto internazionale ed ex consulente legale del governo palestinese. "Alcune parti non esiteranno ad usare la loro influenza per attenuare le possibili decisioni dei giudici dell'Aja".
Israele ha reagito con stizza alla decisione della procura della Corte Penale Internazionale dell'Aja di aprire un'inchiesta preliminare su crimini di guerra commessi nei Territori palestinesi che Israele occupa dal 1967. Il passo è stato reso possibile dalla recente richista adesione della Palestina al tribunale dell'Onu. "È una decisione assurda", ha protestato ieri il primo ministro Netanyahu. "È una mossa scandalosa", ha commentato da parte sua il ministro degli esteri Lieberman, secondo il quale la procura dell'Aja dovrebbe indagare in Siria, Libia e altri Paesi della regione e non sul comportamento dell'Esercito israeliano che ha descritto come "il più morale del mondo". Al contrario è ampia la soddisfazione in casa palestinese.
Il primo aprile la Palestina diventerà membro della Cpi e i responsabili politici palestinesi, assieme a consulenti internazionali, sono intenzionati a chiedere che Israele sia incriminato per la colonizzazione di Cisgiordania e Gerusalemme Est, per le demolizioni di case palestinesi e per le devastanti conseguenze sui civili delle operazioni militari che dallo scorso giugno ha condotto contro Gaza e in Cisgiordania.
Un noto esponente politico, Mustafa Barghouti, prevede che denunce contro Israele saranno presentate anche da molte organizzazioni internazionali per i diritti umani. Da parte sua il procuratore capo della Cpi, Fatou Bensouda, ha affermato che tutte le valutazioni saranno condotte in piena indipendenza e con imparzialità, e che saranno presi in considerazione anche eventuali crimini di guerra commessi dal movimento islamico palestinese Hamas. Sull'annuncio fatto dalla Cpi e gli sviluppi futuri abbiamo intervistato Diana Buttu, esperta di diritto internazionale ed ex consulente legale del governo palestinese.
La Cpi ha fatto un passo preliminare. In cosa consiste?
Siamo di fronte alla prima mossa da parte della procura internazionale. In sostanza i magistrati dell'Aja faranno una analisi per verificare se esistono gli elementi per avviare un'indagine su crimini di guerra. Prenderanno in esame cosa è accaduto a Gaza, le attività di insediamento portate avanti da Israele, che sono considerate un crimine di guerra dalle convenzioni e risoluzioni internazionali, le demolizioni di case palestinesi e tanti altri casi. Quindi valuteranno la consistenza di ciò che raccoglieranno e decideranno se aprire una indagine vera e propria o chiudere il file. Allo stesso tempo, è bene sottolineare, che dopo questa fase, la Cpi agirà solo se a farne richiesta sarà una delle parti coinvolte, quindi dopo che le autorità palestinesi chiederanno che un procedimento contro Israele.
Il governo Netanyahu sostiene che l'Autorità nazionale palestinese (Anp) sarà a sua volta accusata di crimini di guerra, perchè ha formato un governo con il movimento islamico Hamas responsabile del lancio di razzi contro Israele. È possibile che Israele giochi in anticipo chiedendo l'incriminazione dell'Anp?
Certo, è una eventualità che non si può scartare ma non credo che il governo Netanyahu sia davvero intenzionato a fare quel passo. Perchè non reggerebbe. È troppo evidente la differenza di potenziale militare (tra Israele e Hamas, ndr), troppo ampie e denunciate, anche da agenzie dell'Onu, da ong ed istituzioni internazionali, le violazioni israeliane. Tale passo si rivelerebbe un boomerang per Israele.
Non sono pochi a prevedere che le pressioni di Paesi potenti ed influenti, come gli Stati Uniti, avranno un impatto sulla procura dell'Aja, spingendola a formulare comunque accuse anche nei confronti dei palestinesi per equilibrare, almeno in parte, quelle verso Israele...
È uno scenario credibile. Sarà una battaglia legale molto complessa, dove le parti protagoniste non esiteranno ad usare la loro influenza per attenuare determinate decisioni. E non è secondario che la Cpi fino ad oggi abbia speso gran parte del suo tempo ad incriminare leader africani, tenendosi lontana dal Medio Oriente. Un dato che qualcosa ci dice. Vedremo come andrà a finire. Tuttavia mi sento anche di affermare che è irrealistico pensare che la questione palestinese, che l'occupazione israeliana, possano trovare una soluzione solo sui banchi della Cpi. Chiedere giustizia contro i crimini di guerra è stato importante ma la leadership palestinese sa che non sarà affatto facile ottenere l'attuazione di una eventuale sentenza di condanna (di Israele, ndr).
Ansa, 18 gennaio 2015
L'Indonesia ha giustiziato oggi sei persone - tra cui cinque stranieri - condannate per traffico di droga, che saranno fucilate dopo essersi viste respinte le richieste di grazia, e nonostante le proteste della comunità internazionale e delle associazioni per i diritti umani. Lo hanno confermato le autorità di Giakarta.
I condannati, tra cui due donne, sono cittadini di Brasile, Olanda, Nigeria, Malawi, Vietnam e Indonesia e sono in carcere da circa un decennio, dopo essere stati arrestati per diversi casi. Il brasiliano Marco Archer Cardoso Moreira (53 anni), in particolare, fu arrestato nel 2003 all'aeroporto di Giakarta con 13 chilogrammi di cocaina.
I quattro uomini e la donna indonesiana saranno fucilati nell'isola prigione Nusakambangan, mentre l'altra donna, di nazionalità vietnamita, sarà giustiziata a Boyolali. Il nuovo presidente indonesiano Joko Widodo - il primo leader dell'arcipelago a provenire "dal basso" invece che dalle famiglie dell'élite - ha respinto in dicembre le richieste di grazia per questi e altri detenuti, nonostante gli appelli dell'Unione europea, del governo brasiliano e di Amnesty International.
"Vogliamo proteggere la nostra nazione dal pericolo delle droghe", ha detto il procuratore generale Muhammad Prasetyo ai reporter. "Speriamo che funzioni da deterrente", ha aggiunto. Dopo cinque anni senza esecuzioni, l'Indonesia ha reintrodotto al pena di morte nel 2013, una condanna che viene eseguita di norma con la fucilazione. L'anno scorso, nessun detenuto è stato giustiziato.
di Vittorio Zucconi
La Repubblica, 18 gennaio 2015
Mauritano, arrestato a Kabul, ha confessato stragi dopo le torture. Mai incriminato, ora ha scritto un libro. Il prigioniero numero 760 sentiva il canto degli angeli in paradiso e la voce della madre lontana dodicimila chilometri, grazie al truce miracolo delle torture subite a Guantánamo. "Capivo che la mia mente se ne andava - racconta Mohamedou Ould Slahi, il prigioniero 760, nel primo "Diario da Guantánamo" mai uscito e pubblicato - e alla fine confessai tutto quello che non avevo mai fatto".
Per non sentire le voci degli angeli e le legnate degli aguzzini. Se mai la prova della feroce inutilità della tortura fosse stata ancora necessaria, le memorie di Slahi, compilate a mano in un inglese rudimentale e affidate all'avvocato che è riuscito a farle pubblicare da un editore inglese dopo anni di battaglie legali, ne sarebbe la dimostrazione più umiliante.
Perché il prigioniero 760 è innocente di tutti i complotti, gli attacchi, le operazioni, i sospetti dei quali lui si è accusato pur di risparmiarsi i tormenti. Nessuna corte marziale, nessun tribunale civile, nessuna indagine, nessuna testimonianza di altri detenuti lo ha mai incriminato. Eppure dal 2002 è prigioniero il quel lager tropicale dal quale neppure in questo 2015 uscirà.
Più di dodici anni di detenzione e di torture per non avere fatto altro che essersi trovato in Afghanistan durante i rastrellamenti delle forze americane. Mohamedou Ould Slahi aveva raggiunto l'Afghanistan dalla Mauritania, dove era nato, per unirsi alla jihad, alla guerra e alla resistenza contro l'Armata Rossa occupante alla fine degli anni 80.
Dunque il suo nome era nelle liste di quei mujaheddin che, come Osama Bin Laden, la Cia generosamente finanziava e usava nella guerra per procura contro l'Urss prima che il blow-back, il ritorno della fiamma accesa contro gli altri si rivoltasse contro gli Usa. Mohamedou racconta di avere lasciato la guerriglia nel 1992, ma nelle liste della Cia figurava ancora come terrorista non più utile al terrore anti-sovietico. Dunque fu prelevato, incarcerato nella enorme base aerea sovietica di Bagram, usata dagli americani, e poi spedito a Cuba, insieme con i quasi 800 uomini rastrellati e rinchiusi a Guantánamo.
"Mi legarono stretto al sedile di un aereo con un sacco sulla testa e capivo di essere in volo dal lamento dei motori. Mp... Mp... chiedevo ai poliziotti militari che mi avevano legato, non respiro, soffoco, ma nessuno mi dava ascolto, fra tanti altri che si lamentavano. Stai zitto, state zitti, ci gridavano.... e dopo tante ore sballottato da un aereo all'altro, quando misi i piedi a terra il tepore del sole, che poi scoprii essere il sole cubano, fu un sollievo.
Già il Profeta dice che ogni viaggio è una tortura e ho scoperto che aveva ragione". Ha anche un filo di ironia e di humour, quello che forse lo ha salvato dalla pazzia. Ma il sollievo del sole caraibico sarebbe durato poco: "Mentre ero legato, una guardia mi schiacciò la faccia e il naso contro il sedere di un altro detenuto chinato davanti a me e se cercavo di sollevarla per respirare mi bastonava sul collo.... stai fermo lì che ti piace... e botte".
"Zitti, non parlate, non parlate fra di voi gridava una voce di donna dagli altoparlanti, in inglese e in arabo". Da qui, dallo sbigottimento di essere catapultato in poche ore dall'Afghanistan alle stie da polli nelle quali inizialmente i "combattenti nemici", come erano stati chiamati nelle acrobazie legali degli avvocati della Casa Bianca, gli arrestati, si snoda il racconto di un giovanotto colpevole di niente altro che essere mussulmano, avere un nome arabo ed essere stato, paradosso dei paradossi, una rotella nella guerriglia anti-sovietica appoggiata dai suoi carcerieri.
Mohamedou fu accusato e sospettato di tutto. Racconta nel suo "Diario", riassunto dal Guardian che ha letto il libro in uscita martedì prossimo, che gli interroganti cercavano di attribuirgli attentati contro la Cn Tower di Toronto, l'altissimo "ago" di cemento per le telecomunicazioni che segna la skyline della città canadese.
E poi un altro, contro "Lax", l'aeroporto internazionale di Los Angeles. Confessò e le autorità annunciarono trionfalmente che le tecniche "addizionali" e "maggiorate" di interrogatorio avevano sventato altri attentati e nuovi 9/11. Ma la verità era un'altra.
La verità era che il terrorista reo confesso aveva deciso di "vendere a chi mi interrogava quello che loro volevano comperare", per farli smettere. "Neppure sapevo di che parlassero, non avevo mai visto la Torre della Comunicazioni a Toronto e a mala pena sapevo dove fosse Toronto, ma confessavo tutto", per dormire, per non patire, per non sentire le voci.
Quelle voci dal paradiso che erano dei torturatori che parlavano attraverso le tubature dell'acqua nella sua cella, mentre lui era costretto a restare sveglio per giorni, dunque facile preda di allucinazioni. Leggevano versetti del Corano, poi ridevano: "Siamo i geni nella lampada di Aladino", bisbigliavano.
Alludevano alla madre, insinuando che se non avesse parlato lei ne avrebbe subito le conseguenze. Lo prendevano a calci, perché il dolore accentuasse la confusione mentale. Lo costringevano a simulare accoppiamenti omosessuali con altri prigionieri. E lui confessava. Ma quando, dopo anni di battaglie giudiziarie arrivate fino alla Corte Suprema per strappare i prigionieri alla giurisdizione militare e restituirli a quell'ordinaria, tribunali e avvocati ne esaminarono il caso, nulla a suo carico resse.
Neppure i giudici militari riuscirono ad appiccicargli una sola incriminazione. Mohamedou si era inventato tutto e la sua scarcerazione sarebbe dovuta essere immediata. Guantánamo, quella piaga infetta che da 13 anni diffonde il pus di un disastro politico e propagandistico eguagliato soltanto dalle immagini di Abu Grahib e dall'abuso di bombardamenti con i droni, è rimasta aperta, per lui e per altri 70 prigionieri che la Casa Bianca vorrebbe scarcerare chiudendo il lager, ma che il Congresso, il parlamento, le contromosse legali, riescono a posporre e a bloccare.
Ricordando che qualcuno dei liberati si è prontamente riunito a cellule terroristiche. Nella calligrafia infantile e ondeggiante come erba nel vento da destra a sinistra, nell'inglese esitante, perché auto-imparato nel lager, nei suoi racconti ancora pesantemente editati con cancellazioni in nero per avere il permesso alla pubblicazione, il prigioniero 760 che da 13 anni sconta una pena per non avere fatto nulla narra dall'interno dell'abisso a che punto il panico, l'arroganza, la stupidità possano portare una grande nazione fondata sulle legge.
Oggi, Mohamedu sta bene. I carcerieri lo lasciano dormire. È ingrassato. Aiuta i compagni di prigionia. Si è fatto anche un orticello dietro il blocco dove è detenuto, a Camp Iguana, per coltivarsi un po' di verdura fresca ed evitare il rancio del detenuto. "Ho incontrato anche tanti americani buoni", scrive.
Aki, 18 gennaio 2015
La procura di Ankara ha chiesto cinque anni di carcere per la giornalista e presentatrice turca Sedef Kabas, che lo scorso 30 dicembre aveva criticato su Twitter l'inchiesta in corso sullo scandalo delle tangenti che il 17 dicembre dello scorso anno ha travolto il governo dell'allora premier Recep Tayyip Erdogan. I pm hanno preparato nei suoi confronti un atto d'accusa per aver "colpito persone impegnate nella lotta contro il terrorismo e per minacce".
La pena prevista per simili reati varia da un anno e mezzo a cinque anni di carcere. "Non dimenticate il nome del giudice che ha deciso di non portare avanti il procedimento nell'inchiesta del 17 dicembre", aveva scritto su Twitter Kabas. Il riferimento era al procuratore di Istanbul che a metà ottobre aveva assolto 53 imputati coinvolti nello scandalo tangenti che il 17 dicembre 2013 ha travolto il governo Erdogan. Dopo il tweet, la giornalista era stata arrestata e poi rilasciata dopo aver testimoniato, mentre la sua casa a Istanbul era stata perquisita.
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