www.consiglio.marche.it, 3 febbraio 2015
"Il carcere deve essere un luogo di vita" Il saluto del Cardinale Edoardo Menichelli ha aperto a Palazzo delle Marche il seminario "Ri-Visitare le carceri", l'incontro interregionale dei Garanti dei detenuti promosso dall'Ombudsman delle Marche, in preparazione degli Stati generali sul sistema carcerario che si svolgeranno a primavera. Sul tema della detenzione il Cardinale ha invitato tutti "ad abbandonare una visione ideologica e a fare un cambiamento culturale". "Molte delle persone che sono in carcere - ha detto Menichelli - sono il frutto di una società adescante e rifiutante. Occorre che tutti si inginocchino di fronte a questi problemi, nessuno è più bravo dell'altro. Serve una sinergia convergente e risolutiva, serve una soluzione culturale e politica". Un intervento, quello del neo Cardinale, che lui stesso ha definito "provocatorio", con domande precise rivolte agli addetti ai lavori, "Chi è il carcerato? È il prodotto di che cosa? Ha un denominatore comune con noi? Sì, perché sono persone come noi. Il carcere non può essere solo una prigione, deve essere un luogo di vita, perché i detenuti sono persone vive. Restituiamo dignità alla loro dimensione e al tempo che trascorrono in cella".
La popolazione carceraria diminuisce del 18,9% I detenuti presenti negli istituti di pena marchigiani, dato aggiornato al 31 dicembre 2014, sono 869 (fonte Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, Ufficio per lo sviluppo e la gestione del sistema informativo automatizzato, sezione statistica). Il dato, per il terzo anno consecutivo, conferma la tendenza al calo della popolazione detenuta, passata dai 1225 reclusi del 2012, ai 1072 del 2013, con un' ulteriore diminuzione del 18,9% (- 203 detenuti) nel 2014. Questo trend è confermato anche a livello nazionale, con un - 14,3% dei reclusi in Italia. Gli stranieri sono passati da 483 a 388 (-19,7%). Nell'insieme il totale (869) è di 57 unità al di sopra della capienza regolamentare dei sette istituti di pena marchigiani, pari a 812 detenuti. Scontano una condanna definitiva 591 reclusi, mentre 278 sono in attesa di un giudizio finale. Il carcere di Pesaro è quello con il maggior numero di detenuti, 237, nonostante nell'ultimo anno la popolazione a Villa Fastiggi sia calata del 24%. Segue quello anconitano di Montacuto,191, Fossombrone, 148, e Ascoli Piceno 119. Dal punto di vista delle attività trattamentali, sono 58 i progetti finanziati dalla Regione Marche, con finanziamenti pari a 338.650 euro. Per quanto riguarda il quadro sanitario, nel 2014 sono stati registrati 253 casi di autolesionismo, di cui 102 solo a Montacuto. Il 30% dei reclusi è tossicodipendente (261), il 14% è affetto da Epatite C (119), il 24% manifesta patologie psichiatriche (211) e il 38% segue una terapia psicotropa (334). I fascicoli aperti nel 2014 dal Garante dei detenuti delle Marche sono 204. Rispetto al 2013, anno in cui le pratiche sono state 129, l'aumento è stato pari al 58%. Si sono svolti 428 colloqui tra gli operatori dell'Ufficio del Garante, tre funzionari e il Garante, e i ristretti. Nel 2013 sono stati 170, 125 nel 2012 e 110 nel 2011.
"Riceviamo decine di richieste di padri che vogliono vedere i figli. Tuteliamo i rapporti familiari in carcere, è un fattore determinante per l'adattamento alla vita in cella." "Gli affetti in carcere sono una necessità o un privilegio?". A questo quesito ha cercato di dare risposta nel suo intervento il Garante delle Marche, l'Ombudsman Italo Tanoni, che dopo aver spiegato con quali modalità avvengono i rapporti tra i detenuti e i familiari (6 colloqui al mese, 1 contatto telefonico alla settimana di massimo 10 minuti), ha proposto "la concessione di visite interne, da svolgersi in appositi ambienti, privi di barriere divisorie e idonei a garantire la riservatezza dei presenti". "Il 25% delle pratiche aperte riguardano richieste di colloqui. I padri vogliono vedere i figli e i figli, con uno dei genitori in carcere, pagano le conseguenze di una colpa che non hanno commesso" - ha detto Tanoni. Gli effetti sono "disadattamento e devianza, disturbi comportamentali, aggressività". Negli istituti di pena delle Marche i colloqui con i familiari si svolgono soprattutto dal lunedì al sabato, nella fascia oraria tra le 8 e le 15. La domenica è esclusa e le strutture che prevedono locali appositi per la visita dei bambini sono 4 (Pesaro, Fossombrone, Ancona-Barcaglione e Ascoli Piceno). Il mantenimento dei rapporti familiari rappresenta "un fattore determinante per l'adattamento alla vita carceraria" secondo Tanoni che ha proposto di inserire nel testo di revisione dell'Ordinamento penitenziario, in agenda parlamentare nei prossimi mesi, gli articoli del protocollo d'intesa "Bambini senza sbarre", firmato lo scorso marzo dal Ministro della Giustizia Orlando e dal Garante nazionale dell'infanzia Spadafora. Il documento invita le Autorità giudiziarie a ritenere "preminenti" le esigenze dei figli e chiede un miglioramento delle condizioni per la visita dei minori, con spazi, accessibilità ed estensione dei colloqui all'intera settimana.
L'obiettivo dell'incontro è stato quello di definire un quadro aggiornato sulla situazione dei penitenziari, con un'attenzione particolare alle relazioni affettive e familiari dei detenuti. In rappresentanza del Dipartimento amministrazione penitenziaria sono intervenuti il coordinatore della Direzione generale Eustachio Petralla e il Provveditore di Umbria e Marche Ilse Runsteni. Quest'ultima ha definito il carcere "una parte della società, un'opportunità, una palestra, un luogo dove il detenuto deve essere una risorsa" e ha concordato sull'importanza di "lavorare in rete e in sinergia", sostenendo che nelle Marche "un cambiamento culturale è già in atto".
Al centro dell'attenzione anche il ruolo svolto dai Garanti dei detenuti e il loro rapporto con l'Amministrazione penitenziaria, tema affrontato dal Garante dell'Umbria Carlo Fiorio, docente di diritto penale all'Università di Perugia, e la questione "Politiche di welfare locale per l'accoglienza e il reinserimento di soggetti rimessi in libertà", proposta dal Garante della Puglia Pietro Rossi. Nel corso del seminario hanno preso la parola anche il Garante regionale dei detenuti del Veneto Aurea Dissegna e del comune di Lecco Alessandra Gaetani. All'iniziativa hanno partecipato i consiglieri regionali Letizia Bellabarba e Paolo Eusebi, l'assessore ai servizi sociali del Comune di Ancona Emma Capogrossi, i rappresentanti dell'Ufficio esecuzione penale esterna, dell'Ufficio servizi sociali minorili Giustizia Marche, del volontariato e degli ordini professionali. Presente anche la direttrice della Casa circondariale di Montacuto Santa Lebboroni.
Ristretti Orizzonti, 3 febbraio 2015
"In questo libro racconto una parte della mia vita e ho voluto mettere in evidenza la parte più tragica, i soprusi che ho dovuto subire a causa di leggi ingiuste o meglio di chi le applica. Nel primo periodo di carcerazione ero furioso contro il mio accusatore, ma col passare del tempo ho saputo molte cose e in parte ho capito, anche se non giustificato ciò che ha fatto".
Sono alcune delle "Riflessioni finali" redatte da Mario Trudu nel volume "Totu sa beridadi - Tutta la verità", pubblicato nella collana "Le strade bianche di Stampa Alternativa" in cui ricostruisce la propria vita da giovane pastore ogliastrino fino alle vicende giudiziarie che lo vedono in carcere da ormai 35 anni. Condannato la prima volta per il sequestro dell'ing. Giancarlo Bussi, del quale da sempre si dichiara innocente, si è riconosciuto responsabile del sequestro di Eugenio Gazzotti conclusosi tragicamente.
"Un racconto - sottolinea Maria Grazia Caligaris, presidente dell'associazione "Socialismo Diritti Riforme", che negli ultimi anni ha sostenuto la richiesta dell'ergastolano di poter far ritorno in Sardegna per continuare a scontare la pena vicino ai suoi parenti - che offre numerosi spunti di riflessione. È un documento diretto sul clima culturale in Sardegna alla fine degli anni Settanta quando il sequestro di persona a scopo estorsivo era una drammatica realtà così come la pratica della carcerazione preventiva e del confino.
Testimonia però anche le condizioni di vita dentro strutture penitenziarie come Buoncammino e l'Asinara nonché il regime del 41bis".
"Trudu - osserva Caligaris - più che narrare rivive gli episodi più drammatici e porta il lettore a condividere stati emotivi, paesaggi, silenzi. Le parole, spesso in arzanese, aiutano a comprendere in modo diretto quali sentimenti animassero i giovani che vivevano nell'entroterra sardo. Documenta però con forza e determinazione le ingiustizie subite nelle diverse strutture penitenziarie in cui è stato ristretto".
"Chi è colpevole - scrive Trudu - è giusto che paghi. Per quanto mi riguarda subisco un'ingiustizia in più. Dal 1986, grazie alla legge Gozzini chi aveva tenuto un comportamento regolare in carcere e scontato un quarto di pena (gli ergastolani dopo dieci anni) poteva uscire in permesso. Ma nel 1992 nacque l'emergenza mafia e tutti noi che eravamo nei termini di poter usufruire dei benefici fummo bloccati. Non solo. Nel mio caso ci fu anche un ritardo nel completamento della relazione del gruppo di osservazione con la conseguenza che per 20 anni non ho usufruito dei benefici di legge".
"Mario Trudu - conclude la presidente di Sdr - si è macchiato di un reato odioso ma dopo 35 anni di carcere non solo è cambiato ma ha acquisito almeno il diritto a tornare in Sardegna. Lo stabiliscono le norme, lo suggerisce il buon senso. Lo Stato non può usare la vendetta con chi ha sbagliato".
Adnkronos, 3 febbraio 2015
Presa in carico e trattamento residenziale in comunità terapeutica per persone tossicodipendenti e/o alcoldipendenti con provvedimenti giuridici in corso ed individuazione di metodi e percorsi per una possibile sinergia tra i diversi soggetti attuatori. Sarà questo il tema al centro del convegno 'Dal carcere alla comunità in programma mercoledì prossimo, 4 febbraio, a partire dalle ore 9.30 presso l'Auditorium di Sant'Apollonia a Firenze (via San Gallo 25 A).
All'iniziativa, organizzata dal Ceart, il Coordinamento degli enti ausiliari della Regione Toscana, in collaborazione con la Cooperativa Gruppo Incontro, parteciperà, tra gli altri, la vicepresidente Stefania Saccardi. Nel corso della mattinata sarà presentato il documento che sintetizza il lavoro svolto dal Network di Esperti della Regione Toscana, formato da operatori e rappresentanti delle diverse istituzioni (Ser.T. penitenziario, Ser.T. territorialmente competente, Dsm, Uepe) che hanno collaborato alla definizione di percorsi e metodi per la presa in carico e il trattamento residenziale di persone tossicodipendenti e/o alcoldipendenti con provvedimenti giuridici in corso. Nel pomeriggio è prevista invece una speciale sessione dedicata alla presa in carico dei minori e giovani adulti e all'individuazione delle specificità nel trattamento di questa particolare utenza.
di Gabriella Meroni
Vita, 3 febbraio 2015
Secondo un nuovo rapporto Unhcr su migranti e richiedenti asilo nel paese, la situazione è allo sbando: +280% di arrivi nel 2014, centri di accoglienza inadeguati, procedure bloccate, respingimenti illegali e violenze xenofobe. Appello all'Europa: non inviate lì chi fugge dalla guerra.
Quello dell'accoglienza di migranti e richiedenti asilo è uno dei primi problemi che il governo Tsipras dovrebbe affrontare, almeno stando a quanto ha messo in luce la scorsa settimana un drammatico rapporto dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) sulla situazione attuale dell'asilo in Grecia. Il rapporto, pur elogiando la Grecia per le riforme che ha intrapreso, indica anche diverse lacune e fonti di preoccupazione che inducono a raccomandare di non rimandare i richiedenti asilo verso quel paese.
Il rapporto si basa su una valutazione condotta nel corso dell'ultimo trimestre del 2014. L'anno scorso, la Grecia è stata tra i paesi del Mediterraneo che ha visto un drammatico aumento di rifugiati e migranti arrivati via mare. Complessivamente sono arrivate via mare circa 43.500 persone, con un aumento del 280 per cento rispetto al 2013. Circa il 60 per cento proveniva dalla Siria, ma molte persone sono anche giunte dall'Afghanistan, dalla Somalia e dall'Eritrea. In molti hanno proseguito il loro viaggio verso altri Stati dell'Unione Europea.
La raccomandazione presente nel rapporto rispetto al fatto di non rimandare i richiedenti asilo in Grecia estende quanto già raccomandato per la prima volta nel 2008, e le ragioni sono presto dette: i principali problemi del sistema di asilo greco riguardano le difficoltà di accesso alla procedura di asilo, un protratto arretrato di casi irrisolti con la vecchia procedura, il rischio di detenzione arbitraria, condizioni di accoglienza inadeguate, le carenze nei meccanismi di identificazione e di sostegno per le persone con esigenze specifiche, i respingimenti di persone alla frontiera, le preoccupazioni per le prospettive di integrazione e di sostegno per i rifugiati, e la xenofobia e la violenza razzista.
L'accesso all'asilo continua a essere difficile, in parte a causa della mancanza di uffici regionali del Servizio per l'asilo che possano occuparsi del trattamento delle domande e di una carenza di personale nello stesso Servizio per l'asilo. Nonostante gli sforzi delle autorità per esaminare circa 37.000 ricorsi accumulatisi con la vecchia procedura, l'arretrato rimane. Le persone che intendono chiedere asilo possono essere detenute senza una valutazione individuale e senza che vengano prese in considerazione alternative alla detenzione. Altri che presentano la domanda mentre sono in stato di detenzione continuano a rimanervi fino a quando la loro domanda d'asilo viene registrata, il che può richiedere mesi.
Le strutture di accoglienza per i richiedenti asilo sono scarse e i servizi insufficienti. Le Ong che gestiscono i centri di accoglienza esistenti per richiedenti asilo e minori non accompagnati sono sotto finanziati e c'è un rischio reale che tali servizi vengano interrotti. L'Unhcr esprime inoltre preoccupazione per le pratiche in atto ai confini che potrebbero esporre rifugiati e migranti a ulteriori rischi. L'Agenzia continua a raccogliere testimonianze di rinvii informali ("respingimenti") alle frontiere terrestri e marittime tra Grecia e Turchia. Dal 2010 sono in vigore strette misure di controllo che hanno portato a una diminuzione del numero di persone che cercano di entrare attraverso la frontiera terrestre greco-turca, mentre gli ingressi via mare sono aumentati.
Le prospettive di integrazione e il relativo supporto ai rifugiati sono praticamente inesistenti. Trovare un alloggio è particolarmente difficile. Non ci sono servizi specifici per l'edilizia sociale o eventuali forme alternative di sostegno. Inoltre, non vi è alcuna strategia nazionale mirata a promuovere l'inserimento lavorativo dei rifugiati e, di conseguenza, molti vivono in condizioni di miseria.
La tutela e l'integrazione sono ulteriormente ostacolate dalla xenofobia e dalla violenza razzista contro i migranti e i rifugiati. Ad esempio, il Racist Violence Recording Network (Rvrn), una rete di organizzazioni della società civile sostenute dall'Unhcr, ha registrato 65 incidenti nei primi nove mesi del 2014, con episodi di attacchi fisici in luoghi pubblici contro migranti e rifugiati a causa del colore della loro pelle e della loro etnia. Il numero effettivo di episodi potrebbe essere molto più elevato, poiché solo un numero limitato di casi viene segnalato. Anche se le autorità greche hanno adottato una serie di riforme e azioni per registrare, perseguire e prevenire più efficacemente tali crimini, le persone continuano a essere oggetto di abusi verbali e fisici che rimangono impuniti.
di Giuseppe Acconcia
Il Manifesto, 3 febbraio 2015
La Corte penale di Giza ha condannato a morte altri 183 sostenitori dei Fratelli musulmani con l'accusa di aver attaccato la stazione di polizia di Kerdasa nell'agosto del 2013, in seguito alla dura repressione subita dai sostenitori dell'ex presidente Mohamed Morsi. Nell'attacco persero la vita 16 poliziotti, 34 dei condannati non erano presenti in aula al momento della lettura della sentenza. Lo scorso dicembre, la stessa corte aveva condannato a morte 188 sostenitori dell'ex presidente Morsi per lo stesso episodio. L'attacco alla stazione di polizia di Kerdasa è diventata per i media pubblici e i sostenitori del presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi il simbolo dell'uso della violenza da parte degli islamisti contro la polizia.
Quelle immagini brutali sono state per mesi rilanciate dalla tv di Stato per giustificare la repressione del regime contro tutti gli islamisti, come se non esistessero distinzioni tra moderati e terroristi. Il gran-mufti della massima istituzione sunnita, al Azhar potrebbe commutare le pene in ergastolo. Lo stesso era avvenuto con i 528 e 683 imputati, inclusi i principali leader della Fratellanza (lo stesso Morsi rischia la forca), condannati a morte dalla Corte di Minya per gli scontri che hanno avuto luogo nella città dell'Alto Egitto dopo lo sgombero di Rabaa. Di queste, 220 pene capitali sono state approvate in via definitiva dai giudici egiziani.
Nell'ultima analisi periodica all'Onu sui diritti umani in Egitto, Germania, Ungheria, Francia, Svizzera e Uruguay hanno sottolineato le violazioni sistematiche commesse, chiedendo al governo di cancellare la pena di morte dal codice penale. La nuova condanna di massa arriva a poche ore dal rilascio e dall'estradizione del giornalista australiano di al-Jazeera.
Peter Greste è uno dei tre giornalisti della televisione del Qatar condannato con le accuse di aver diffuso false informazioni in riferimento alla copertura del sit-in islamista di Rabaa. Il collega egiziano-canadese di Greste, Mohamed Fahmy, potrebbe essere rilasciato una volta cassata la sua cittadinanza egiziana, mentre il terzo, Bader Mohamed, condannato a dieci anni, resterà in carcere. Il presidente del sindacato dei giornalisti Diaa Rashwan ha chiesto poi a tutti reporter egiziani di deferire ogni collega critico nei confronti di esercito e polizia.
Al-Sisi ha così risposto alle pressioni internazionali che chiedevano il rilascio dei giornalisti della televisione del Qatar. Anche il presidente degli Stati uniti
Obama aveva chiesto ad al-Sisi spiegazioni sui processi contro i giornalisti di al Jazeera nel primo incontro dello scorso settembre a Washington. A dicembre la rete televisiva al Jazeera Mubasher Misr (Egitto in diretta), con sede a Doha in Qatar, ha chiuso i battenti. Il canale era rimasto il solo a difendere l'ex presidente islamista Morsi continuando a definire "golpista" l'ex generale al-Sisi.
Non solo, la televisione del Qatar era rimasta la sola a coprire le diffuse manifestazioni anti-golpe degli ultimi mesi in tutto il mondo. Anche questa decisione ha facilitato il rilascio di Greste. Per mesi sono stati sotto accusa per "diffusione di notizie false" anche i reporter britannici di al Jazeera, Dominic Kane e Sue Turton, e la giornalista olandese Rena Netjes che hanno lasciato l'Egitto. A novembre, al-Sisi ha assunto per decreto il potere di grazia di cittadini stranieri nelle carceri egiziane, un escamotage architettato per consentire il rilascio di Greste. Ieri sono stati amnistiati 312 prigionieri politici, ma 516 sono gli arresti solo in seguito agli scontri per il quarto anniversario dalle rivolte del 2011.
Agi, 3 febbraio 2015
Nonostante il pressing di Canberra sul governo indonesiano e sul presidente Joko Widodo, le pratiche per l'esecuzione di due cittadini australiani accusati di essere a capo di una banda di trafficanti di droga (i Nove di Bali, Bali Nine) proseguono spedite. Lo scrive l'agenzia Misna. Oggi il procuratore generale ha confermato che i due, Andrew Chan e Myuran Sukumaran, saranno nel prossimo gruppo di condannati in via definitiva a essere fucilati. Non è stata comunicata la data dell'esecuzione o la località dove si terrà, come pure il numero e l'identità dei compagni di esecuzione. L'irrigidimento del presidente, che contrasta con il suo impegno sociale e il programma liberista, una posizione confermata anche ieri in un'intervista a Christiane Amanpour trasmessa dalla Cnn, ha preso di sorpresa le diplomazie. Lo scorso mese sono stati sei i trafficanti fucilati in due diverse carceri del paese e tra questi cinque stranieri.
Come conseguenza, Brasile e Olanda hanno richiamato gli ambasciatori a Jakarta e un provvedimento simile è prevedibile da parte dell'Australia e di altri paesi di cui sono cittadini i prossimi nella lista delle esecuzioni. Sia Chan che Sukumaran, in carcere dal 2005 per l'accusa di avere cercato di contrabbandare otto chili di eroina dall'isola di Bali, hanno visto negata la grazia presidenziale, rispettivamente a gennaio e lo scorso dicembre.
L'appello a una revisione del processo avanzato venerdì è stato escluso perché non ci sarebbero gli estremi per procedere. Per i critici, Joko Widodo avrebbe deciso di esorcizzare la tensione popolare per la graduale fine dei sussidi a generi primari, premendo sulla carta della severità della legge e della lotta alla diffusione degli stupefacenti, uno tra i maggiori problemi sociali per l'arcipelago.
www.ncr-iran.org, 3 febbraio 2015
Appello per salvare i detenuti politici Asghar Qatan e Ahmad Daneshpour Moqadam in grave pericolo di vita. La Resistenza Iraniana chiede a tutti gli enti e agli organi in difesa dei diritti umani, all'Inviato Speciale dell'Onu sulla Tortura, al Gruppo di Lavoro sulla Detenzione Arbitraria e all'Inviato Speciale sulla Situazione dei Diritti Umani in Iran di intraprendere un'azione urgente per salvare le vite dei detenuti politici Asghar Qatan e Ahmad Daneshpour Moqadam che si trovano in gravi condizioni dato che vengono privati delle cure mediche necessarie.
Ad Asghar Qatan, detenuto politico e sostenitore del Pmoi/Mek, in gravi condizioni a causa di un cancro allo stomaco che necessita di un'operazione immediata, vengono negate le più fondamentali cure mediche. Ha 63 anni ed è un dottore in fisica e sismologia, soffre anche di altri gravi problemi di salute, come l'ingrossamento del fegato e della milza e disturbi cardiaci.
Per trasferirlo in ospedale gli aguzzini del regime lo hanno incatenato mani e piedi. Quando ha fatto resistenza a questo barbaro comportamento i suoi aguzzini gli hanno impedito il ricovero in ospedale. I tentativi dei suoi familiari di pagare una cauzione per ottenere il suo ricovero, sono risultati inutili. Asghar Qatan, imprigionato e torturato per sei anni negli anni 80 per il suo sostegno al Pmoi, è stato arrestato nuovamente nel Gennaio 2011.
Il detenuto politico Ahmad Daneshpour Moqadam, 42 anni, insieme al padre settantenne, Mohsen Daneshpour Moqadam, è stato condannato a morte con l'accusa di Moharebeh (inimicizia verso Dio) per il suo sostegno al Pmoi. Ha perso 40 kg. a causa di un'emorragia intestinale e delle sue conseguenze. Anche a lui vengono negate le cure mediche e la sua vita è in pericolo.
Tormentare i detenuti politici fino alla morte, privandoli deliberatamente delle cure mediche, è un metodo ben noto utilizzato dal fascismo religioso al potere in Iran. Mohsen Dogmechi, detenuto politico e famoso commerciante del bazar di Tehran, è stato tormentato a morte e privato delle cure mediche divenendo un martire per aver perso la vita nel Marzo 2011.
Segretariato del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana
di Andrea Spinelli Barrile
www.polisblog.it, 3 febbraio 2015
Il regime di Assad ha sempre negato le torture inflitte ai prigionieri nelle carceri di Damasco in Siria: Zaman al Wasl pubblica alcune foto che inchiodano il regime.
Che le carceri siriane di Bashar al Assad fossero dei buchi neri che inghiottono ogni anno migliaia di esseri umani, i quali letteralmente scompaiono nel nulla senza che nessuno ne abbia più notizia, luoghi di tortura e disperazione, era già ben più di un sospetto per la comunità internazionale. Grazie alle denunce di Human Rights Watch, di molti ex detenuti fuggiti dall'inferno di Adra a Damasco, dei libri scritti sull'argomento (nell'opera di Mustafa Khalifa "La Conchiglia" si raccontano orrori indicibili), dell'Osservatorio Siriano sui Diritti Umani è ormai noto l'inferno in terra rappresentato dalle carceri del regime di Assad.
Oggi il giornale online Zaman al Wasl, che dà voce all'opposizione laica al regime di Assad (la stessa che scese in piazza nel 2011 invocando più diritti e più democrazia e che fu violentemente repressa dallo stesso regime, che ha preferito consegnare la Siria alla guerra civile piuttosto che cedere di un millimetro alle richieste della popolazione siriana), ha pubblicato un articolo in perfetto stile WikiLeaks, nel quale si mostrano alcune fotografie di detenuti dal regime di Damasco, foto dove sono ben evidenti segni di percosse, strangolamento, brutali pestaggi e, più in genere, di trattamenti cruenti di tortura da parte dei carcerieri. Sarebbero oltre 55mila le fotografie che ritraggono circa 11mila corpi di oppositori al regime massacrati. La fonte del sito siriano è un certo "Cesare": fuggito dalla Siria (si tratta di un ex militare disertore), oggi vive sotto copertura in una località segreta assieme alla famiglia, secondo quanto spiega la Cnn.
Dalla metà del 2013 le foto rivelate da Cesare furono oggetto di un lungo studio da parte di magistrati americani esperti di crimini di guerra e torture, che analizzarono a fondo le immagini digitali. Oggi quelle foto sono pubblicate dal giornale Zaman al Wasl per aiutare le famiglie disperate ad avere notizie di parenti scomparsi nell'inferno carcerario della Siria e per denunciare le continue torture ai detenuti: senza troppi giri di parole, sembrano foto a colori dell'Olocausto nazista.
La vera notizia però è che Zaman al Wasl rivela al mondo che fine ha fatto il colonnello Hussein Harmoush. A molti di voi questo nome non dirà nulla, ma il colonnello ha avuto un ruolo mediaticamente importantissimo all'inizio della guerra civile. Il video qui sopra mostra Harmoush annunciare la sua diserzione: era il 9 giugno del 2001 e il colonnello fu uno dei primi ufficiali dell'esercito lealista ad Assad (Saa) ad unirsi ai ribelli del Free Syrian Army (Fsa). Harmoush affermò che nel 2011 l'Saa reprimette duramente la "Primavera Siriana" coadiuvato dalle Guardie della Rivoluzione (i Pasdaran iraniani) ben prima che lo ammettesse l'alto ufficiale iraniano Ismail Qàani, inviato da Teheran a dare manforte all'amico Assad: nel video Harmoush accusa l'esercito di Damasco di violenze e crimini indicibili contro la popolazione e annuncia di essersi unito ai ribelli dell'Fsa.
"L'esercito ha avuto l'ordine di fare fuoco sulla popolazione civile" rivela nel video, invitando poi lo stesso esercito a sostenere il popolo e non il governo. Era l'inizio di quella che sarebbe diventata la guerra civile siriana, che perdura ancora oggi sotto forma di "moderna guerra per procura", come scritto da Loretta Napoleoni nel suo libro "Isis, lo stato del terrore". Solo primi cinque mesi di proteste di piazza in Siria morirono 2.200 civili (stime Onu).
Per il regime di Assad quello fu uno choc intollerabile; Harmoush si rifugiò in Turchia ma i primi di settembre del 2011, pochi mesi dopo la diserzione, scomparve nel nulla da un campo profughi in cui si era rifugiato. Pochi giorni prima aveva rivisto le affermazioni contenute nel video in un'interessante intervista alla Tv siriana, accusando i ribelli islamisti (vicini ai Fratelli Musulmani) di aver fatto "promesse vuote", di violenze contro i civili nelle città di Homs, Latakia, Idlib ed Hama, di contrabbando di armi e munizioni dalla Turchia verso la stessa città siriana di Homs.
In particolare rivelò di come il suo nome (divenuto una "leggenda" tra i ribelli) fosse usato nel mese del Ramadan come "parola chiave" per ottenere donazioni in denaro e fare promesse vuote. Di lui non si seppe più nulla, ma insistenti voci vicine ai ribelli raccontavano che fosse stato rapito dall'intelligence turca, che lo avrebbe consegnato nelle mani degli iraniani i quali, a loro volta, lo trasferirono all'intelligence siriana e da qui a un carcere di Damasco in Siria. Una versione sempre negata dal ministero degli esteri turco.
Con il senno di poi, se il mondo avesse ascoltato attentamente il colonnello Hussein Harmoush e le sue dichiarazioni tra giugno e settembre 2011, forse oggi la Siria non sarebbe l'inferno in terra che è, dilaniata da decine di gruppi e gruppetti armati, dall'Saa e dallo Stato Islamico. Come racconta Francesca Borri la neve in Siria diventa rosa perché quando cade si mescola con il sangue dei civili massacrati.
Oggi sappiamo che Hussein Harmoush fu veramente portato in un carcere del regime siriano. E sappiamo anche, grazie alle foto di "Cesare" pubblicate da Zaman al Wasl, che l'ex colonnello dell'Saa è stato probabilmente brutalmente torturato ed ucciso. Il giornale dell'opposizione siriana non conferma al 100% l'identità di Harmoush, non è effettivamente possibile averne certezza, ma nelle fotografie la somiglianza è notevole e il margine di errore davvero minimo.
Abbiamo deciso di non pubblicare le foto del corpo di Hussein Harmosh per una questione di rispetto nei confronti dei nostri lettori.
di Marco Dotti
Vita, 3 febbraio 2015
Il Governo inglese ha rivelato ieri un progetto per introdurre piani forzosi nelle carceri. Si tratta - così riportano le agenzie d'Oltremanica, che attribuiscono la frase a esponenti dello stesso governo - di "insegnare il valore del duro lavoro" (hard work), risparmiando. In sostanza, i prigionieri dovrebbero lavorare in laboratori di manifattura per realizzare tute, giacche, sacchi a pelo, tende e indumenti per l'esercito.
Tempi di magra, per chi cerca lavoro. Per chi è in carcere, però, le cose sembrano andare diversamente. Il lavoro, qui, rischia di diventare forzato. Una sorta di luogo comune, diffuso tra decisori e opinion makers, si sta facendo largo. La logica, in sostanza, è questa: un detenuto è un costo per la società, di conseguenza è giusto che lavori, ripagando la società delle spese.
Domenica, il Governo inglese ha rivelato un progetto per introdurre piani forzosi nelle carceri. Si tratta - così riportano le agenzie d'Oltremanica, che attribuiscono la frase a esponenti dello stesso governo - di "insegnare il valore del duro lavoro" (hard work), risparmiando. In sostanza, i prigionieri dovrebbero lavorare in laboratori di manifattura per realizzare tute, giacche, sacchi a pelo, tende e indumenti per l'esercito. Chris Grayling, Segretario alla Giustizia, ha smorzato i toni e le critiche, che già stanno montando, affermando che il programma mira alla valorizzazione delle competenze dei detenuti che, una volta fuori, potranno farle valere sul mercato del lavoro. "Per la prima volta daremo corpo a un vero programma di riabilitazione", ha proseguito Grayling, entusiasta dei progetti pilota che si sono susseguiti in questi mesi. Il modello adottato da Londra sembra molto simile a quello che, negli Stati Uniti, attraverso la Federal Prison Industry, ha sviluppato un giro d'affari di circa 20 milioni di dollari con la realizzazione di giubbotti antiproiettile per l'esercito.
Askanews, 3 febbraio 2015
Hanno utilizzato il vecchio metodo delle lenzuola annodate per fuggire dal carcere. È accaduto in India dove 91 minorenni sono evasi nel cuore della notte da un penitenziario minorile calandosi da una finestra del terzo piano dell'edificio. Lo ha fatto sapere la polizia che è riuscita a riacciuffarne 35 e riportarli nel centro che si trova a Meerut, nello Stato dell'Uttar Pradesh (Nord). "Hanno staccato una inferriata da una finestra sul retro dell'edificio mentre gli agenti erano di guardia davanti alla facciata principale", ha spiegato il capo della polizia della città, Om Prakash. "Hanno agito da veri professionisti a tal punto che nessuno se ne è accorto", ha aggiunto.
Fra i giovani ancora in fuga, numerosi sono detenuti con l'accusa di omicidio, stupro o furto. L'allarme è scattato solo quando dei poliziotti di pattuglia nelle vicinanze hanno notato alcuni dei fuggitivi salire su un autobus. Dei detenuti di questo stesso centro a dicembre avevano picchiato a morte un poliziotto che ad un processo li aveva accusati di comportamento indecente con una donna. Più di 31.000 giovani sono rinchiusi nei carceri minorili in India, secondo le statistiche ufficiali.
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