Il Velino, 3 febbraio 2015
Per Bob Rugurika, l'omicidio di Lucia Pulici, Olga Raschietti e Bernardetta Boggian, uccise barbaramente nel loro convento a Bujumbura il 7 settembre 2014, era diventato un chiodo fisso. Mai si era lasciato convincere dalla versione ufficiale della polizia burundese, secondo la quale le tre suore furono uccise da un uomo con disturbi mentali che aveva agito da solo per motivi personali. Rugurika è direttore della Radio Publique Africaine (Rpa), un'emittente radiofonica da sempre considerata dal regime burundese uno strumento dell'opposizione, e in particolar modo del suo fondatore, Alexis Sinduhije, che nel 2009 ha creato un nuovo partito politico chiamato Movimento per la solidarietà e la democrazia, per poi presentarsi alle elezioni presidenziali del 2010.
L'inchiesta portata avanti negli ultimi mesi da Rugurika e mandata in onda a metà gennaio, include un'intervista realizzata a uomo che pretende di aver di aver partecipato all'omicidio delle suore italiane per conto dei servizi segreti burundesi. Un'accusa gravissima che è valsa al direttore di RPA una convocazione il 20 gennaio scorso negli uffici del procuratore generale che gli ha chiesto di rivelare la sua fonte. Dopo sette ore di interrogatorio e di fronte al rifiuto di rivelare la sua fonte, Rugurika è stato incarcerato nella prigione centrale di Mpimba con l'accusa di "violazione del segreto di istruttoria" e soprattutto di "complicità di omicidio".
Questa settimana la procura di Bujumbura dovrebbe formulare le accuse. Se confermate, il giornalista burundese rischia fino a 20 anni di carcere. Secondo la ricostruzione fatta dal settimanale panafricano Jeune Afrique, all'indomani del suo arresto, l'associazione burundese per la protezione dei diritti umani e delle persone detenute (Aprodh) rivela che Rugurika è stato trasferito al centro di detenzione di Muramvya, a circa 30 chilometri dalla capitale, e noto per accogliere detenuti lontano dagli sguardi indiscreti della società civile e dei media burundesi. "I miei informatori alla prigione di Mpimba mi hanno telefonato per annunciarmi il trasferimento di Rugurika a Muramvya", ha dichiarato Pierre Claver Mbonimpa, presidente dell'Aprodh già incarcerato nel 2014 per attentato contro la sicurezza dello Stato. La notizia si sparge in tutta la capitale, convincendo parenti, giornalisti e una piccola delegazione delle Nazioni Unite a prendere la direzione di Muramvya con l'obiettivo di incontrare il direttore di RPA. Dopo ore di trattative, la moglie di Rugurika, contrariamente ai suoi avvocati, viene autorizzata ad incontrarlo. "Sta bene" rivelerà Nadia. Ma la paura è stata tanta. Durante il trasferimento al carcere di Muramvya, Rugurika avrebbe chiesto ai poliziotti "se lo avrebbero ucciso".
Dopo 24 ore trascorse in una cella di isolamento di due metri su tre e senza finestra, oggi le condizioni di incarcerazione del giornalista burundese sono state alleggerite, con la possibilità di avere una radio e ricevere visite al contagocce. I giornalisti di Radio France Internationale (RFI) hanno incontrato un uomo "totalmente trasformato e molto combattivo". "Non ho il diritto di perdere il morale, sono pronto a battermi fino in fondo", ha dichiarato Rugurika, che spera ormai di essere rilasciato in libertà condizionata. Per il pubblico ministero burundese, il rilascio è condizionato all'identificazione della persona intervistata da Rugurika. "Questa persona deve essere a messa a disposizione della procura, e solo allora Bob potrà godere della libertà condizionata", ha assicurato la portavoce della giustizia burundese, Agnès Bangiricenge. La speranza di vedere il direttore di Rpa rilasciato è minima. Secondo alcuni osservatori, è molto probabile che Rugurika rimanga in carcere almeno fino al 26 maggio, data delle prossime elezioni legislative, alle quali seguiranno le presidenziali previste nel mese di giugno.
di Annalisa Lista
www.west-info.eu, 3 febbraio 2015
Più di 10.000 iscritti al gruppo Facebook per trovare l'amore in carcere. È il record raggiunto, in sole due settimane, da Date an Indsat (Date an inmate), comunità danese del social network fondata da due giovani detenuti scandinavi stanchi di rinunciare al partner.
Oltre che alla libertà. Il gruppo viene aggiornato quotidianamente con le foto dei prigionieri - o ex tali - maggiorenni, single e disponibili a intraprendere una relazione. Per essere inseriti nel database e risultare visibili nel gruppo, basta contattare l'amministratore e inviare l'immagine con una breve descrizione di sé e del tipo di persona desiderata. "In questo modo, c'è uno scopo per cui vale la pena combattere" - ha commentato uno dei fondatori. L'idea richiama altre iniziative simili di successo. Sempre made in Scandinavia.
Il Mattino di Padova, 2 febbraio 2015
La vita di un carcere oggi non è facile, neppure per la Casa di reclusione di Padova, sede di importanti esperienze innovative, ma anche luogo di tensioni perché oggi la realtà delle carceri italiane ha bisogno di essere riformata, non è solo una questione di sovraffollamento, è soprattutto una questione di dare un senso alle pene, che non sia quello di rispondere al male con altrettanto male, quanto piuttosto di accompagnare le persone in un percorso di assunzione di responsabilità, unica strada per garantire sicurezza.
di Mario De Caro
Il Sole 24 Ore, 2 febbraio 2015
La scienza sembra corroborare l'idea che il libero arbitrio non esiste e che nessuno va punito, ma così ignora l'utilità sociale di condannare un criminale.
di Giuseppe Sabella (Direttore di Think-in)
Il Sole 24 Ore, 2 febbraio 2015
Ogni recluso costa in media 45mila euro: nel 98% dei casi chi esce inserito nel lavoro non torna più in prigione. Se Cesare Beccaria aveva ragione, tanto che il suo capolavoro "Dei delitti e delle pene" (1764) ha ispirato persino i nostri padri costituenti e l'articolo 27 della nostra Carta costituzionale, se ne deve concludere che il lavoro penitenziario non è soltanto un tema attuale ma, anche, cosa buona. L'illuminato filosofo e giurista milanese, nella sua opera più celebre, ha introdotto nella filosofia del diritto penale la concezione rieducativa della pena: non una punizione, quindi, volta a espiare la colpa o a compensare il danno fatto, ma una misura finalizzata al recupero dell'uomo, il reo. In una prospettiva rieducativa, è naturale che il lavoro abbia un ruolo molto importante: il lavoro dà dignità all'uomo, lo responsabilizza e lo mette in relazione con gli altri. Da questo punto di vista, in Italia si fanno attività rieducative nelle carceri da diversi decenni.
di Chiara Giannini
Libero, 2 febbraio 2015
I detenuti non stanno più chiusi nelle celle ma girano per i blocchi 8 ore al giorno. Gli agenti: "Tutti assieme sono ingestibili, si picchiano fra loro e aggrediscono noi". La chiamano "vigilanza dinamica", ma l'apertura delle celle nelle carceri italiane sta portando solo grossi problemi.
Bollettino Giustizia, 2 febbraio 2015
I corsi di formazione per allievi agenti del Corpo di Polizia Penitenziaria in via di svolgimento o che avranno inizio durante il biennio 2015-2016, hanno durata pari a sei mesi. Lo stabilisce il D.M. 10-12-2014 pubblicato oggi nel Bollettino Ufficiale del Ministero della Giustizia.
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 2 febbraio 2015
Al di là dei giudizi sulla sua bontà, l'obiettivo di tagliare il periodo di inattività delle toghe è stato tradotto dall'esecutivo in un decreto legge scritto in modo da avere risultati contraddittori. E che va riformulato. Il testo o la testa: l'ordine impartito da una legge è descritto da ciò che sta nel testo della legge o da ciò che sta nella testa del legislatore?
Il muro contro muro tra governo e magistrati sulla riduzione delle ferie dei togati, che dopodomani approderà al Csm per una indicazione definitiva agli uffici giudiziari, rischia di compromettere qualcosa di più generale e ben più importante delle impuntature decisioniste del governo o dei riflessi corporativi delle toghe: minaccia il senso stesso delle leggi, insidia la certezza che il loro contenuto precettivo sia ricavabile dal loro testo secondo i canoni interpretativi fissati dalle Preleggi, anziché dall'oracolare ricerca di una presumibile volontà del legislatore dedotta da indicatori estranei al testo di legge come interviste tv, conferenze stampa, dichiarazioni postume.
Appropriato o demagogico che lo si ritenga, infatti, dall'estate scorsa il governo intende ridurre le ferie dei magistrati da 45 a 30 giorni, che è cosa diversa dal periodo di sospensione feriale dei termini dei vari provvedimenti (anch'esso ridotto di 15 giorni), che a sua volta è cosa diversa dal periodo di sospensione delle udienze ordinarie, che a sua volta è cosa diversa dalla chiusura degli uffici giudiziari che in realtà d'estate non avviene mai per le attività urgenti, i turni, gli arresti, i processi con detenuti o a rischio prescrizione, le "direttissime".
Si può discutere all'infinito di quanto ridurre di 15 giorni le ferie dei magistrati sia utile o ininfluente, solo simbolico o persino controproducente rispetto all'obiettivo dichiarato di incrementare la produttività di tribunali e procure, tanto più se la riduzione non viene coordinata con una rivisitazione dell'architettura dei depositi dei provvedimenti in scadenza.
Ma una volta che questa è la volontà del governo, l'impasse nasce dal fatto che uno sbrigativo decreto legge l'ha tradotta in un testo che fallisce l'obiettivo perché, invece di modificare direttamente la norma sulle ferie, in un altro tessuto normativo ha aggiunto un articolo 8 bis "dopo l'articolo 8". Il risultato è che, se ci si attiene al testo nel quale dunque gli articoli 8 e 8 bis coesistono, le ferie dei magistrati ordinari resterebbero di 45 giorni, e solo quelle dei magistrati fuori ruolo scenderebbero a 30. L'esito sarebbe paradossale, visto che invece l'intenzione del legislatore di ridurle per tutti i magistrati a 30 giorni era ed è chiara nella relazione che accompagna il decreto, nei comunicati, nelle conferenze stampa, nelle slide e nei tweet, ai microfoni tv. Per venire incontro a questa volontà per così dire materiale, non basterebbe però soltanto forzare il testo formale così tanto da far finta di considerare normale una simile svista legislativa: si dovrebbe anche sposare una interpretazione larghissimamente teleologica ispirata da ardite "istanze di razionalità ed economicità dei mezzi giuridici", e cioè si dovrebbe dare valore alla circostanza che l'articolo 8 bis, voluto dal governo, peggiorerebbe l'efficacia dell'ordinamento giudiziario qualora non comportasse anche l'implicita abrogazione dell'articolo 8.
Solo che questa controversa ipotesi di abrogazione implicita (promossa a sorpresa dal parere dell'Ufficio studi del Csm, bocciata dalla proposta della VII commissione Csm, e rimessa dopodomani al giudizio finale appunto del plenum Csm) contrasta con l'articolo 15 delle Preleggi, che contempla che le norme siano abrogate solo "da leggi posteriori per dichiarazione espressa del legislatore, o per incompatibilità tra le nuove disposizioni e le precedenti"; e contrasta con l'articolo 12 che prevede che, se la norma è completa, "non si può attribuire alla legge altro senso che quello fatto palese dal significato proprio delle parole secondo la connessione di esse".
Ma soprattutto, persino a prescindere dal caos determinato dall'accoglimento della prevedibile pioggia di ricorsi delle toghe al Tar e al Consiglio di Stato, per il sistema sarebbe devastante l'idea che l'abrogazione implicita di una norma si possa far discendere non dall'esistenza di un'altra regola incompatibile con essa, ma da una generica presuntiva sensazione postuma del legislatore, espressa altrove rispetto al testo di legge, e relativa a un indefinito rischio che la disciplina di una certa materia sia indebolita dalla coesistenza di due norme vergate dal legislatore stesso.
Se dunque il governo ritiene irrinunciabile il taglio delle ferie dei magistrati, per non sfasciare il sistema ha una strada maestra: riscrivere senza svarioni le due righe della legge. Un rimedio che avrebbe già potuto attuare mesi fa, se durante l'iter di conversione del decreto legge non avesse ignorato l'allerta proveniente dall'Ufficio studi della Camera e contenuta anche in un emendamento correttivo mai messo ai voti.
Ansa, 2 febbraio 2015
Un gruppo di testimoni di giustizia - cittadini che hanno scelto di denunciare intimidazioni, racket, estorsioni e che spesso hanno dovuto abbandonare la propria casa e il proprio lavoro per essere nascosti in località protette - mercoledì 4 febbraio sarà davanti a palazzo Chigi per un sit-in pacifico.
Chiedono al Governo Renzi il decreto attuativo del provvedimento che prevede che loro, al pari delle vittime del terrorismo e della criminalità organizzata, possano accedere ad un programma di assunzione in tutte le pubbliche amministrazioni, dello Stato e degli enti locali. "Viviamo anni di sofferenze e umiliazioni - raccontano alcuni di loro - e solo per aver denunciato, molti di noi vivono in condizioni al limite della dignità.
La lotta alle mafie deve essere un atto concreto, non si possono abbandonare uomini e donne che hanno puntato il dito facendo condannare mafiosi e corrotti. Questa legge deve essere una priorità del Governo Renzi". Il sit-in, è stato annunciato, sarà ad oltranza.
"Noi protesteremo con la compostezza e la dignità che ci ha sempre contraddistinto", concludono gli organizzatori. Non tutti i testimoni di giustizia (in Italia sono in questo momento 85) aderiscono però a questa iniziativa: l'associazione testimoni di giustizia, di cui è presidente Ignazio Cutrò, imprenditore edile siciliano e testimone di giustizia costretto nei giorni scorsi alla chiusura della propria azienda, per esempio, non vi prenderà parte. "Il decreto attuativo sappiamo che è pronto - spiega Cutrò - manca solo la pubblicazione, dunque non ha senso protestare. È certamente un provvedimento che attendiamo da tempo e con speranza, ma siamo fiduciosi".
di Marzia Paolucci
Italia Oggi, 2 febbraio 2015
Parte Strasburgo 2, il piano straordinario varato dal ministero della Giustizia per azzerare l'arretrato civile ultra-triennale e affiancare sul piano organizzativo le riforme legislative promosse dal governo. L'obiettivo è quello di ridurre a un anno la durata massima delle cause civili commerciali e a meno di tre anni le altre di primo grado.
Alla guida del progetto che individua delle priorità di smaltimento, Mario Barbuto, chiamato in testa al Dipartimento dell'organizzazione giudiziaria del ministero per attivare nel paese quel riuscito programma in atto dal 2001, prima presso gli uffici giudiziari di cui è stato in successione presidente, tribunale e Corte d'appello di Torino, e allargato poi a tutto il distretto torinese.
Oggi, sotto il suo nome, il ministero fa il passo successivo: dal capoluogo piemontese a tutti gli uffici giudiziari italiani a cui il programma sarà proposto come best practice nella convinzione che non sia vero che i magistrati italiani sono poco produttivi ma che invece abbiano bisogno di aiuto per organizzarsi il lavoro.
"Il metodo prevede per prima la scomparsa delle cause ultra-triennali a rischio legge Pinto, l'arretrato in senso stretto e poi la presenza negli archivi delle cause infra-triennali giacenti in senso tecnico suddivise in cause triennali da tenere sotto controllo, biennali considerate di routine e annuali, l'obiettivo virtuoso per eccellenza", ha spiegato Barbuto che affiancava il guardasigilli Andrea Orlando alla presentazione del 14 gennaio scorso di quello che in via Arenula è stato ribattezzato il Piano eccezionale contro l'arretrato.
Un metodo cronologico, quello del suo programma varato ben 14 anni fa che è stato inserito tra le best practice italiane censite dalla Sto, la Struttura tecnica organizzativa nata in seno al Csm nel 2010. "Non c'è alcuna imposizione di regole né direttiva alcuna", ha assicurato Barbuto, "ma solo l'invito a dotarsi di un metodo di lavoro per la conoscenza e la riduzione del debito giudiziario italiano nei confronti degli utenti cittadini.
Per il civile l'invito è a dotarsi di una delle best practice registrate dalla Sto del Csm mentre per il penale siamo ancora in una fase di radiografi a delle giacenze e dell'arretrato. Voglio vincere questa sfida". Tre le fasi previste per il civile: la prima, già esaurita a novembre con un censimento realizzato tramite la Direzione statistica del ministero che ha permesso l'identificazione per rispettivi tribunali e corti d'appello della reale entità delle cause giacenti distinguendole dal più grave arretrato ultra-triennale.
La seconda fase prevede invece l'azzeramento in tempi brevi di parte dell'arretrato secondo il principio Fifo - First in, first out: la prima causa che entra, è anche la prima a uscire. Così, in uno stringente timing, si prevede entro sei mesi l'azzeramento degli oltre 82 mila contenziosi iscritti a ruolo fi no al 2000 ed entro i successivi nove mesi, dei 127 mila e oltre affari iscritti fi no al 2005. La terza fase prevede in ultimo la gestione dell'arretrato residuo: gli otre 835 mila affari civili del periodo 2006-2010 e le giacenze infra-triennali degli iscritti 2011-2013 pari al risultato di 2.692.504 affari civili.
La legge di stabilità ha previsto l'istituzione di un fondo presso il ministero della Giustizia per l'efficienza del sistema giudiziario che prevede lo stanziamento di 50 milioni per il 2015, 90 per il 2016 e 120 dal 2017. Alle risorse economiche, si aggiungono le risorse umane per gli uffici dove c'è una scopertura di 9 mila amministrativi: a riguardo, ne arriveranno 1031 da altre amministrazioni (dovrebbero essere le province) in base all'attuale bando di mobilità volontaria esterna e 144 unità sono in corso di assunzione da graduatorie parzialmente inutilizzate da parte di altre amministrazioni.
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