di Silvano Privitera
www.vivisicilia.it, 28 febbraio 2015
Troina. La compagnia teatrale troinese amatoriale "I Viandanti" in missione umanitaria nella casa circondariale "Luigi Bodenza" di Enna dove, grazie alla disponibilità e sensibilità della direttrice Letizia Bellelli e dei suoi collaboratori, hanno messo gratuitamente in scena la commedia "A futtuna do puvirieddu".
La commedia è un adattamento in dialetto siciliano di una commedia scritta nei primi anni 40 del secolo scorso da Eduardo De Filippo e Armando Curcio. Nella commedia si racconta di quello che può capitate a chi povero in canna, costretto a vivere di stenti e di espedienti, viene improvvisamente baciato dalla fortuna. Per gli ospiti della casa circondariale di Enna è stata un'occasione per trascorrere un paio d'ore in maniera diversa dalle solite giornate.
Si sono divertiti ed hanno apprezzato lo spettacolo applaudendo ripetutamente a scena aperta. In segno di gratitudine, gli ospiti della casa circondariale di Enna hanno regalato alla compagnia teatrale amatoriale troinese un'anfora costruita da loro utilizzando dei pezzetti di legno. Ma come è nata l'idea di questa "missione umanitaria"?
L'abbiamo chiesto alla compagnia teatrale che abbiamo incontrato l'altro ieri sera nell'oratorio " Frà Vittorio Calandra" del convento dei cappuccini. Nei locali del convento gli attori non professionisti preparano e provano le commedie che poi rappresentano altrove. Molti di loro dedicano una parte del loro tempo libero all'organizzazione e alla gestione dell'oratorio.
All'incontro c'erano quasi tutti i componenti della compagnia teatrale. "Molti di noi sono impegnati nell'attività di solidarietà in favore degli ultimi che trovano accoglienza nel convento dei cappuccini. Da qui è scaturita l'idea di presentare nella casa circondariale di Enna la commedia che avevamo allestito e già presentato a Troina riscuotendo un certo successo. L'abbiamo proposta agli altri che l'hanno condivisa con entusiasmo", ci hanno detto i componenti della compagnia incontrati nell'oratorio "Frà Vittorio Calandra".
Tra attori, comparse, scenografi, costumisti sono 16 i componenti della compagnia amatoriale troinese "I Viandanti", che hanno messo in scena la commedia: Roberto, Bottitta, Morena Compagnone, Nina Giamboi, Agostina Impellizzeri, Tanina L'Abate, Nuccia Macrì, Salvatore Maiorca, Antonio Marino, Salvatore Monastra, Delia Palmigiano, Vito Paraspola, Rocco Piccione, Angela Privitera, Marisa Privitera, Sebastiano Saladdino e Nanita Suraniti.
www.glianni70.it, 28 febbraio 2015
"È qui in galera che l'ordine ti si rivela per quello che è: violenza quotidiana che ti si abitua ad accettare come ordine" (Lettera dal carcere di Torino, autunno 1969).
Per la stragrande maggioranza delle persone il carcere è un universo sconosciuto. La paura che esso evoca genera un meccanismo di rimozione. E così il carcere si sottrae allo sguardo pubblico e alla critica della sua funzione, supposta, di risocializzazione. Da qui la necessità di provare a spiegare "cos'è il carcere", e di discutere la "possibile utopia" della sua abolizione. Questo tentativo riesce bene a Salvatore Ricciardi, che il carcere ha conosciuto a fondo per averci trascorso un lungo tratto della sua esistenza.
Con una narrazione essenziale, Ricciardi racconta in cosa consiste "la casa del nulla", una delle tante definizioni coniate dai prigionieri per nominare l'inferno che sono costretti ad abitare. Una realtà regolata da una violenza quotidiana dispotica e crudele, dai parametri di una pena affatto "rieducativa". Come in un lucido sogno, Ricciardi si addentra nella vita passata, si ricala nei gironi dell'inferno, ne ripercorre i meandri raccontando i corpi e le menti sofferenti che lo abitano, le loro condizioni materiali di vita, le loro tecniche di resistenza all'annientamento psicofisico che fa registrare centinaia di suicidi e migliaia di atti di autolesionismo all'anno. Prefazione di Erri de Luca.
Cos'è il carcere. Vademecum di resistenza, presentazione di Salvatore Ricciardi
Da troppo tempo ormai ho questo articolo in bozza e non mi decido mai di pubblicarlo: non va mai bene, troppo coinvolto personalmente e quindi è una continua correzione, aggiunte, cancellazioni. Prima mi perdo troppo nel mio "personale" poi mi perdo troppo nelle riflessioni, nei ricordi e in tutto quello che questo libro ha risvegliato e che sembrava ormai sepolto nel passato.
Chi è stato in carcere per lungo tempo, che lo voglia o no, sa che ha una partita aperta. È proprio vero, ha ragione Salvatore Ricciardi: l'esperienza coatta ti entra nella carne, nel dna e anche se credi dopo molti anni dopo che è solo un brutto ricordo, tale non è.
È la violenza più forte, più complessa e più subdola che si possa fare ad un uomo, ed è talmente radicata nel nostro essere e nel nostro inconscio, nell'inconscio collettivo che alla fine abbiamo accettato il carcere non solo come una cosa normale, ma addirittura necessaria alla società.
Senza entrare nel tema della punizione e della necessità di punire coloro che commettono reato, del dovere dello Stato di salvaguardare l'incolumità dei propri cittadini, del fatto che da che mondo è mondo i crimini sono stati sempre puniti, poiché in caso contrario la vita in società non sarebbe possibile. Su questo terreno vale il principio "fiat iustitia, pereat mundus".
È il concetto dell'insignificanza della pena privativa della libertà da un punto di vista esistenziale, inteso in senso di rapporto dell'essere umano con se stesso, il punto focale: La pena privativa della libertà non può essere una pena per il semplice fatto che non punisce ma priva di qualcosa senza la quale non si può realizzare le più recondite possibilità, blocca il potere di crescita dell'individuo escludendolo dalla società. È privazione di libertà senza condizioni, senza remore e senza vergogna. È privazione del tempo: Il tempo viene impedito dall'essere vissuto poiché solo nella libertà il tempo presente acquista significato e creatività esistenziale per il singolo individuo.
Questo ci racconta Salvatore nel suo libro: "La lotta contro il carcere è parte della partita infinita per la conquista della libertà". E non ce lo racconta come farebbe un sociologo, piuttosto che uno scrittore navigato che sa catturare l'attenzione del lettore, no, ce lo fa vivere, rivivere. Ti accompagna in questo viaggio nella disperazione, ti fa sentire il battere dei ferri, la conta, la fine dell'ora d'aria. Un grande momento di riflessione e di condivisione, per tutti: sia per chi in carcere c'è stato, sia per chi l'ha visto solo nei film.
Salvatore Ricciardi (Roma, 1940) dopo gli studi tecnici e il lavoro in un cantiere edile è assunto in qualità di tecnico nelle ferrovie dello Stato. Svolge attività sindacale nella Cgil e politica nel Partito socialista di unità proletaria. Partecipa al movimento del '68 studentesco e del '69 operaio. Negli anni successivi è tra i protagonisti dell'autorganizzazione nelle realtà di fabbrica e dei ferrovieri. Dopo aver militato dell'area dell'autonomia operaia nel '77 entra a far parte della Brigate rosse. Viene arrestato nell'80. Alla fine di quell'anno con altri prigionieri organizza la rivolta nel carcere speciale di Trani. Condannato all'ergastolo, alla fine degli anni Novanta usufruisce della semilibertà. Dopo trent'anni di detenzione, recentemente ha riacquistato la libertà. Lavora presso una libreria ed è redattore di Radio onda rossa, a Roma.
di Dario Stefano Dell'Aquila e Antonio Esposito
La Repubblica, 28 febbraio 2015
Questa settimana è stato a Napoli Frederick Wiseman, Leone d'Oro alla Carriera alla Mostra del Cinema di Venezia. Wiseman, chiamato anche a tenere una lectio magistralis all'Università Federico II, è uno dei più grandi documentaristi del nostro tempo. Le sue opere mantengono una invincibile attualità.
È il caso di Titicut Follies, il documentario di Frederick Wiseman realizzato nel 1966 nello State Hospital for the Criminally Insane at Bridgewater nel Massachusetts, l'equivalente dei nostri Ospedali psichiatrici giudiziari, che mostra la vita disumana degli internati in quest'istituzione. Al di là della specificità proprie del tempo e del luogo restituite con forza dalla pellicola, quello che resta maggiormente scioccante è verificare il perpetuarsi immutato delle logiche e delle prassi di disumanizzazione e mortificazione dell'umano proprie di queste strutture totali.
Al di là della denominazione e dello spazio in cui sorgono, le istituzioni manicomiali si strutturano sulla base di un principio di alienazione che resta indifferente al fluire del tempo, fissato in un'immobilità funzionale a meccanismi di potere estranei alla cura, piuttosto legati al contenimento e all'annullamento di quanto viene identificato come anomalia e quindi reso patologico. Prendiamo spunto da Wiseman per tornare a un tema aperto da Giuseppe Del Bello su queste pagine sulla prossima chiusura dei due Opg di Napoli e Aversa prevista per il 31 marzo prossimo.
Chi ha incontrato la realtà degli Ospedali psichiatrico giudiziari italiani, riconosce, tra le pieghe di quella brutale violenza raccontata dal documentario di Wiseman la realtà che soggiace tutt'oggi al funzionamento delle strutture delegate alla reclusione degli internati e delle persone detenute finite in osservazione psichiatrica. Si potrebbe obiettare - c'è chi lo fa - che le forme estreme di contenzione e pseudoterapia mostrate dalla pellicola non appartengono più alla nostra quotidianità o che occuparsi di Opg sia una questione residuale.
Sono obiezioni sensate, ma solo in parte veritiere. Perché c'è la concreta possibilità che la maggioranza degli attuali internati non saranno presi in carico dai servizi territoriali con progetti individualizzati, ma resteranno all'interno delle residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza, nelle quali la psichiatria riacquista esplicitamente una funzione custodialistica o nelle cosiddette articolazioni sanitarie delle carceri.
Come sempre c'è il rischio che si cambi per non cambiare nulla. Occorre anche con onestà ammettere che per molte persone affidate alle comunità gestite dal terzo settore non sempre si dà luogo a interventi di inclusione sociale, quanto piuttosto a nuove forme di marginalizzazione e abbandono, nuove prassi di contenimento farmacologico, e spesso al rientro nelle strutture manicomiali di provenienza per il fallimento del progetto terapeutico. La legge 81/2014, che ha sancito la chiusura degli Opg, non ha inciso sul meccanismo delle misure di sicurezza e di internamento. Pur rappresentando un fondamentale passo avanti il superamento formale del meccanismo degli ergastoli bianchi e la spinta a individuare misure di pena alternative all'internamento, la valutazione psichiatrica della pericolosità sociale rischia di determinare più di un corto circuito. Ben oltre la strutturazione fisica del manicomio criminale, ciò che si sarebbe dovuto smantellare e resta invece intatto è il dispositivo psichiatrico e normativo che le determina. Ancora, non si può essere soddisfatti nell'evidenziare che le torture cui sono sottoposti i pazienti filmati da Wiseman oggi sono superate.
La violenza cambia forma e strumenti, ma le pratiche di contenzione, anche quelle fisiche, restano ancora un dogma della psichiatria. Non hanno abbandonato le fascette per legare e finanche elettrochoc, a volte si sono forse raffinate con la contenzione farmacologica, ma le prassi psichiatriche, oggi ancora più che in passato, sembrano legate piuttosto alla criminalizzazione medicalizzata di ciò che è considerato devianza piuttosto che alla presa in carico della sofferenza. Le vite raccontate da Wiseman nei manicomi americani del 1966 sono terribilmente identiche a quelle degli internati di oggi, negli Opg della Campania e del resto del paese. Perché terribile e identica è la logica di annullamento sottesa al manicomio, in qualunque forma si manifesti.
La Repubblica, 28 febbraio 2015
La legge è stata dichiarata incostituzionale un anno fa, ma molti ricorsi per rivedere retroattivamente l'entità delle condanne minime erano stati respinti. Nel frattempo, i minimi della Fini-Giovanardi, 6 anni, sono diventati il massimo applicabile. Nuovo intervento delle Sezioni Unite penali della Cassazione per mitigare le condanne per droga inflitte con le norme ormai abolite della legge Fini-Giovanardi, dichiarata incostituzionale un anno fa, che prevedeva pene da sei a venti anni di reclusione senza distinguere tra droghe leggere e pesanti.
La Cassazione ha deliberato che vanno "limate" anche le pene minime previste dalla vecchia normativa. Tra la dichiarazione di incostituzionalità della legge e il pronunciamento odierno, in base a quanto risulta all'associazione "A giusta ragione", che si occupa dei diritti dei detenuti, sono numerosi i casi di istanze di rideterminazione della pena rigettati perché la pena rientrava comunque nei parametri sanzionatori ripristinati dalla Corte Costituzionale anche se il minimo (da 6 a 20 anni con la Fini-Giovanardi) è divenuto nel frattempo il massimo applicabile (da 3 a 6 anni per la legge ora in vigore). Ad avviso delle Sezioni Unite della Suprema Corte, dunque, in base a quanto scritto nel dispositivo della decisione depositata oggi, anche le vecchie pene minime, per quanto riguarda i derivati dalla cannabis, sono da considerarsi illegittime e vanno rideterminate al ribasso in base ai nuovi minimi edittali.
Il primo intervento della Cassazione, lo scorso ottobre, aveva riguardato la riaffermazione del diritto a ottenere pene più leggere per chi ha condanne definitive per spaccio di droghe leggere, un chiarimento dopo che lo scorso 29 maggio gli "ermellini" avevano messo fine alla controversia prevedendo la possibilità di una riduzione di pena per i piccoli spacciatori recidivi condannati in via definitiva. Una determinazione che aveva aperto a una sorta di svuota-carceri, che ha salvato l'Italia dalla procedura comunitaria di sanzione per sovraffollamento carcerario, annullando l'aggravante per il piccolo spaccio.
A proposito di spacciatori, nel pronunciamento odierno i giudici della Cassazione hanno inoltre deciso che anche i piccoli pusher di droghe leggere, che in passato hanno patteggiato la condanna con la Fini-Giovanardi, hanno diritto al ricalcolo della pena. Secondo l'associazione "A giusta ragione", "sono probabilmente migliaia i detenuti per fatti legati a derivati della cannabis ancora in carcere con una pena divenuta illegale".
Le dichiarazioni di Patrizio Gonnella (Antigone)
La Sezioni unite della Cassazione hanno ribadito un principio sacrosanto, ovvero che chi ha subito gli eccessi di pena previsti dalla legge Fini-Giovanardi deve ora ottenere un ricalcolo della pena stessa. Va ricordato che quella legge è stata responsabile della tragedia del sovraffollamento penitenziario italiano, fra le cause principali della condanna che l'Italia ricevette dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo.
Ha rovinato vite di giovani buttati in carcere per pochi grammi di cannabis. Una legge che era fra le più repressive in tutta Europa. Dopo la sentenza della Corte Costituzionale dello scorso anno e dopo la sentenza odierna della Suprema Corte di Cassazione, bisogna immediatamente aprire una nuova stagione legislativa che, con coraggio, depenalizzi e decriminalizzi la vita dei consumatori di droga. È arrivato il momento per affrontare una scelta di legalizzazione che, tra le altre cose, rappresenta l'unica via per sottrarre ricchezza e potere alla criminalità organizzata.
di Carmelo Musumeci
Ristretti Orizzonti, 27 febbraio 2015
"È questa una macchina mostruosa che schiaccia e livella secondo una certa serie. Quando vedo agire e sento parlare uomini che sono da 5, 8, 10 anni in carcere, e osservo le deformazioni psichiche che essi hanno subito, davvero rabbrividisco, e sono dubbioso nella previsione di me stesso. Penso che anche gli altri hanno pensato (non tutti ma almeno qualcuno) di non lasciarsi soverchiare e invece, senza accorgersene neppure, tanto il processo è lento e molecolare, si trovano oggi cambiati e non lo sanno, non possono giudicarlo, perché essi sono completamente cambiati". (Antonio Gramsci, Lettera a Giulia, 19 novembre 1928).
di Donatella Stasio
Il Sole 24 Ore, 27 febbraio 2015
Rodolfo Sabelli va subito dritto al punto: "La riforma della responsabilità civile ha un valore politico, il vero tema è il riequilibrio dei rapporti tra politica e magistratura. Da decenni si parla di riformare la responsabilità civile dei giudici e questa legge è il punto d'arrivo. Così si manda un messaggio simbolico".
di Liana Milella
La Repubblica, 27 febbraio 2015
Intervista al ministro Guardasigilli. Andrea Orlando "deluso" dalle toghe. Orlando che assicura: "Il governo non è contro la magistratura". Orlando che rimbrotta chi critica la legge "perché non è stato compreso pienamente il meccanismo".
Silvia Barocci
Il Messaggero, 27 febbraio 2015
"Responsabilità civile, dispiaciuto per le critiche: non c'è alcuna volontà punitiva da parte del governo. Mossi con massima attenzione e in dialogo con il Colle". Reazioni che lo amareggiano e che arrivano tardivamente rispetto a un testo che "non espone i magistrati ad alcun tipo di pressione" e che "assolutamente non renderà più difficili le indagini di mafia e di corruzione".
di Rita Bernardini (Segretario di Radicali Italiani)
Il Tempo, 27 febbraio 2015
Hanno ottenuto il massimo che potevano dopo 28 anni di tradimento del voto popolare espresso a grandissima maggioranza nel referendum promosso dai radicali e dopo che, nel 2011. "Il pianto frutta": nessuno meglio dei magistrati italiani sa mettere in pratica questo antico modo di dire della saggezza popolare. Frignano per poi piangere fino a singhiozzare perché con la legge appena approvata sulla responsabilità civile, le toghe nostrane ritengono di non essere più indipendenti, di essere sottoposte a continui ricatti e costrette ad auto-contenersi per il timore di essere chiamate in causa.
di Piero Sansonetti
Il Garantista, 27 febbraio 2015
Anm furiosa per le nuove norme sulla responsabilità civile, carbone e sabelli: "è la normalizzazione della magistratura". Libererebbe forse l'Italia da un sovrappeso "feudale" che ancora ne condiziona profondamente la struttura democratica, e che probabilmente è in contrasto con lo spirito della Costituzione, che è una Costituzione Repubblicana e che prevede l'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.
Alcuni magistrati dicono: ma noi siamo magistrati, non cittadini. E su questa base pretendono di non dover sottostare alla legge. Ritengono - temo in buona fede - che la saldezza di una società, e la sua moralità, e il suo essere "società etica" (successivamente si passa all'idea dello "Stato Etico") non possono che essere affidati ad una entità e ad un gruppo di persone migliori degli altri ("aristoi") i quali siano in grado di "sapere" la vita degli altri, valutarla, giudicarla, punirla.
Non è questa una funzione - pensano - che possa essere affidata alla democrazia, o al libero svolgimento delle relazioni umane e sociali, perché la democrazia è un buon sistema di governo ma è viziato da corruzione. E l'eccesso della libertà, della deregolamentazione, sono pericolose per la collettività. La democrazia deve essere " corretta", o comunque controllata, e anche la società, da qualcosa di superiore e di "certamente morale": e cioè da i giudici. Contestare questa funzione dei giudici vuol dire contestare la loro indipendenza.
E mettere in discussione l'indipendenza dei giudici vuol dire correre il rischio che la magistratura finisca per non essere più autonoma dalla politica.
L'autonomia dalla politica non è vista come una condizione di funzionamento della magistratura, o come un elemento necessario nell'equilibrio dei poteri, ma come un valore assoluto al quale una società "morale" deve sottomettersi, e in assenza del quale la società diventa "immorale" e la democrazia, e le istituzioni, scendono in una condizione di subalternità alla politica. La politica è "il male" , la giustizia (lo dice la parola stessa) è il bene, e il bene può governare il male, e può redimerlo, correggerlo, sottometterlo. Il male non solo non può governare il bene, ma non può aspirare ad essere alla pari col Bene.
Ecco, questo ragionamento è alla base delle molte dichiarazioni rilasciate ieri dal dottor Carbone, e anche dal presidente dell'Anm Sabelli. Il quale ha rimproverato al governo di avere promesso una riforma della Giustizia in 12 punti, e di avere realizzato invece l'unico punto che non va bene, e cioè la riforma della responsabilità dei giudici. I magistrati invece - ha spiegato - vogliono cose diverse: per esempio la riduzione della prescrizione, l'estensione dei poteri speciali "antimafia" anche ad altri reati, il processo telematico (cioè la cancellazione del diritto dell'imputato ad essere presente al suo processo), la riduzione dei gradi di giudizio, eccetera. In sostanza, la proposta dell'Anm (che più o meno è stata organicamente strutturata nella proposta di riforma del dottor Nicola Gratteri) è quella di escludere norme che riportino alla normalità la magistratura, ristabilendo la legittimità dello Stato liberale e dell'equilibrio dei poteri, ma, viceversa, decidere un forte aumento dei poteri della magistratura, un ridimensionamento drastico dei diritti dell'imputato, e un rafforzamento della condizione di preminenza e di insindacabilità dei pubblici ministeri.
Sabelli ha anche annunciato che l'Anm ha chiesto un incontro al Presidente della Repubblica. Per dirgli cosa? Per esprimere le proprie rimostranze contro il Parlamento. Già nella richiesta dell'incontro c'è un elemento di scavalcamento dell'idea (puramente platonica in Italia) dell'indipendenza dei poteri. La magistratura ritiene che il suo compito non sia quello semplicemente di applicare le leggi, ma di condizionarne il progetto e la realizzazione. L'associazione magistrati chiede al Presidente della Repubblica di frenare, o condizionare, o rimproverare il Parlamento. E vuole discutere nel merito delle leggi. La magistratura considera inviolabile la propria indipendenza dagli altri poteri, e inaccettabile la pretesa di indipendenza degli altri poteri dalla magistratura.
Devo dire che la passione con la quale i magistrati hanno reagito alla miniriforma della responsabilità civile mi ha colpito soprattutto per una ragione: questa riforma è quasi esclusivamente simbolica. La responsabilità dei giudici resta limitatissima. L'unica vera novità è la rimozione del filtro che in questi vent'anni aveva permesso solo a 4 cittadini di ottenere un risarcimento per la mala-giustizia (nello stesso periodo sono stati processati e condannati 600.000 medici).
Tutte le altre barriere restano. I magistrati saranno giudicati solo in caso che sia accertata una colpa grave, o addirittura un dolo nel loro comportamento, saranno giudicati non da una autorità esterna ma dai loro colleghi (visto che oltretutto non esiste una divisione delle carriere) e se alla fine saranno ritenuti colpevoli pagheranno con una sanzione che in nessun caso potrà superare la metà dell'ammontare di un anno di stipendio. Voi conoscete qualche altra categoria professionale protetta fino a questo punto?
La probabilità di essere condannati per i magistrati è così bassa, e l'esiguità della pena così forte, che chiunque può mettersi al riparo pagando una assicurazione con poche decine di euro. Cosa che non vale per i medici, o gli ingegneri (non parliamo dei giornalisti) che essendo espostissimi al rischio di condanna (anche senza dolo e senza colpa grave) se vogliono sottoscrivere una assicurazione devono pagare migliaia e migliaia di euro. Diciamo che il privilegio non è affatto toccato da questa riformetta.
Appena appena scalfito. E allora? Il fatto è che comunque la riforma ha un valore ideale, è una specie di metafora. Il Parlamento, per una volta, non si è inginocchiato davanti alla magistratura. È questa la novità che ha messo in allarme i settori più corporativi della magistratura. Il timore è che davvero possa cambiare il clima politico e possa essere aperta una via alle riforme vere, e al ridimensionamento della "Divina Giustizia". No, la riforma non comporterà la caduta degli Dei. Solo che gli Dei non sopportano gli oltraggi. Sono permalosi. È sempre stato così, dai tempi di Omero. E questa legge è uno sberleffo inaccettabile, anche se innocuo.
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