di Franz Baraggino
Il Fatto Quotidiano, 23 novembre 2024
Tra disillusione sui rimpatri e futuro incerto: “Si riparte ad aprile, forse”. Dopo il trattenimento di una ventina di migranti, tutti trasferiti in Italia per incompatibilità tra le procedure d’asilo svolte e il diritto europeo, nei centri di Shengjin e Gjader è rimasto solo il personale e gli operai che lavorano nei cantieri di strutture ancora da completare. Tanto che la visita della delegazione di Volt Europa e dei suoi europarlamentari “è stata accolta come piacevolissimo diversivo”, raccontano i due copresidenti del “primo partito paneuropeo” in Italia, Daniela Patti e Guido Silvestri, al termine del loro giro a Gjader. “Sulle procedure di rimpatrio non c’è un protocollo, dicono che va ancora definito”, è stato spiegato loro dai funzionari dell’ambasciata e di polizia che li hanno accompagnati. “Non è chiaro se chi non ottiene l’asilo va prima portato in Italia o se potrà essere imbarcato grazie a un accordo con l’aeroporto di Tirana”. Non proprio dettagli, ma poco male, per ora. Perché del cortocircuito normativo che ha bloccato i piani del governo non si tornerà a parlare fino al 4 dicembre, quando la Cassazione si pronuncerà sulla famosa questione dei “Paesi sicuri” e sui ricorsi del Viminale contro i decreti dei magistrati di Roma che a metà ottobre avevano liberato e inviato in Italia i primi 12 richiedenti.
di Francesca Spasiano
Il Dubbio, 23 novembre 2024
Le donne non sono più soltanto un bottino di guerra. Peggio: sono il terreno sul quale oggi si combattono i conflitti. Ad ogni latitudine, in ogni parte del mondo in cui il corpo delle donne è ancora usata come arma. Perché sono le donne, nelle zone di guerre, a pagare il prezzo più alto. Senza alcun bisogno di stilare una gerarchia del dolore tra le popolazioni civili che ne subiscono le conseguenze più drammatiche. È questo il messaggio che la senatrice Susanna Donatella Campione ha voluto rilanciare a una manciata di giorni dal 25 novembre. Componente della commissione Giustizia di Palazzo Madama e della delegazione italiana presso l’Assemblea Parlamentare dell’Osce, la parlamentare di Fratelli d’Italia è impegnata in una battaglia mirata a disciplinare l’uso della violenza sessuale come strumento di guerra. Una battaglia nazionale e internazionale, che si declina nel nostro Paese con un disegno di legge attualmente all’esame dalla commissione Giustizia. Un testo che riflette l’impegno assunto lo scorso luglio con il via libera della commissione politica dell’Osce alla risoluzione presentata da Campione.
di Sara De Vido*
Il Manifesto, 23 novembre 2024
La prospettiva del diritto internazionale sulla discriminazione di Stato, ancora diffusa in molti Paesi. La violenza di genere contro le donne, come afferma la Convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa per la prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica del 2011, entrata in vigore dieci anni fa, “è una manifestazione dei rapporti di forza storicamente diseguali tra i sessi, che hanno portato alla dominazione sulle donne e alla discriminazione nei loro confronti da parte degli uomini e impedito la loro piena emancipazione”.
di Riccardo Redaelli
Avvenire, 23 novembre 2024
La decisione della Corte penale internazionale era attesa, prevista e di fatto quasi inevitabile, alla luce dei massacri di civili compiuti vicendevolmente da Hamas e dalle forze militari israeliane. Così come del tutto prevedibili le reazioni indignate da parte di Tel Aviv e degli Stati Uniti ai mandati di arresto contro il primo ministro Bibi Netanyahu e l’ex ministro della difesa Yoav Gallant, con la solita accusa alla Corte di essere “antisemita”. Il governo di estrema destra israeliano, del resto, usa questa accusa con troppa facilità contro chiunque dissenta dai metodi brutali usati contro i palestinesi o si indigni per i quasi cinquantamila morti, moltissimi dei quali donne e bambini.
di Luigi Ferrajoli
Il Manifesto, 23 novembre 2024
Le reazioni stupefatte e indignate al mandato d’arresto della Cpi per Netanyahu e Gallant ci dicono che il diritto c’è ancora, ma i potenti non sono disposti a sopportarlo. Il mandato di arresto per crimini contro l’umanità e per crimini di guerra, emesso dalla Corte penale internazionale contro il premier israeliano Benjamin Netanyahu, l’ex ministro della difesa Yoaf Gallant e il capo militare di Hamas Mohammed Deif, ci dice una cosa elementare ma inaccettabile per gli odierni poteri selvaggi. Ci dice che esiste ancora un diritto internazionale; che c’è un giudice all’Aja; che all’esercizio sregolato della forza ci sono ancora limiti giuridici. Le motivazioni del mandato informano i governanti di Israele e l’intera comunità internazionale che i palestinesi sono esseri umani.
di Gabriele Della Morte
Il Domani, 23 novembre 2024
“Ci sono fondati motivi per ritenere che non sia possibile individuare alcuna chiara necessità militare o altra giustificazione per le restrizioni poste all’accesso delle operazioni di soccorso”. Appaiono ineccepibili le dichiarazioni che accompagnano la decisione della Camera preliminare della Corte penale internazionale di accettare la richiesta del procuratore della scorsa primavera e di emettere dei mandati di arresto con riferimento alla situazione palestinese. Benché si tratti di semplici comunicati stampa - gli atti ufficiali sono secretati per ragioni di sicurezza - essi lasciano intravedere un quadro probatorio di grande rilevanza.
di Renzo Guolo*
Il Domani, 23 novembre 2024
La decisione della Cpi renderà impossibile ogni processo negoziale a Gaza e in Libano. Gli estremisti Ben Gvir e Smotrich già reclamano l’annessione di “Giudea e Samaria”. Il mandato di cattura spiccato dalla Corte penale internazionale per Netanyahu e Gallant, avrà effetto sulla guerra in Medio Oriente? Condizionerà in un senso o nell’altro i protagonisti del conflitto, Israele e Hamas, l’Iran e i suoi proxies, o i paesi arabi della regione? La risposta è no. Almeno sul breve termine. Può, invece, ottenere l’irrigidente effetto di rendere impossibile ogni residua prospettiva negoziale. Come mostrano le reazioni in Israele alla pronuncia dell’Aja, sfociate nella dura, trasversale, prevedibile critica a organismi internazionali, si tratti dell’Onu o della Cpi, ai quali non riconosce alcuna legittimità. Corredata dall’istintivo riflesso a “contare sulle proprie forze”, a fare da soli. Dove soli significa, naturalmente, con l’appoggio più o meno totale degli Stati Uniti, sia che nello Studio Ovale ci sia Biden oppure l’atteso e più gradito Trump.
di Francesco Bechis
Il Messaggero, 22 novembre 2024
Lunedì il decreto in Cdm: se un magistrato commenta una legge del governo, deve poi astenersi dal trattare casi su quell’argomento. Oppure interviene il Csm. Un ammonimento alle toghe “politicizzate”. Questa volta scritto nero su bianco. Hai criticato apertamente un decreto del governo con un editoriale, in un convegno, sui social network, e ti ritrovi a dover giudicare su quello stesso decreto? Devi astenerti, far spazio a un altro collega con la toga, per ragioni “di convenienza”. Altrimenti scattano le sanzioni del Consiglio superiore della magistratura: ammonimento, censura, perfino sospensione.
di Mario Di Vito
Il Manifesto, 22 novembre 2024
Nuovo decreto sulla giustizia. Imparzialità e libertà di espressione nel mirino. E per gli hacker arriva l’arresto in flagranza. Essere imparziali, ma anche sembrare tali. Come la moglie di Cesare: al di sopra di ogni sospetto. È una questione sulla quale i giuristi hanno prodotto nei decenni tonnellate di riflessioni e che, in effetti, dà da pensare anche all’opinione pubblica, con il governo che si propone di sciogliere il nodo per decreto. Ieri mattina, alla riunione preparatoria convocata mentre la premier Meloni è in Sud America dal sottosegretario Alfredo Mantovano in vista del consiglio dei ministri in programma per lunedì, nello schema dell’ennesimo decreto sulla giustizia, al punto 4, leggiamo che tra gli illeciti disciplinari dei magistrati ci sarà anche “la consapevole inosservanza del dovere di astensione nei casi in cui è previsto dalla legge l’obbligo di astenersi o quando sussistono gravi ragioni di convenienza”.
di Errico Novi
Il Dubbio, 22 novembre 2024
Ci sarebbe una soluzione. Basata su un ragionevole compromesso. È questa la proposta che il la maggioranza intende accogliere rispetto alla norma “blocca- processi” inserita in Manovra. Si tratta della misura con cui la legge di Bilancio, nella versione originaria disegnata dal Consiglio dei ministri, e in particolare dal Mef, prevede l’estinzione della causa civile nel caso in cui non si provveda preliminarmente al pagamento del contributo unificato. La modifica al codice di rito civile dà facoltà al giudice di dichiarare l’improcedibilità nei casi di domanda riconvenzionale, chiamata in causa, impugnazione incidentale. Secondo fonti di governo, la misura verrebbe modificata in modo da rendere vincolante, per il prosieguo dell’azione legale, solo il versamento di un anticipo, relativamente contenuto, dell’intero contributo unificato. La parte restante continuerebbe a essere assoggettata alla disciplina tuttora in vigore: affidamento, in caso di omesso o insufficiente versamento, della riscossione a Equitalia Giustizia.
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