di Cosimo Palumbo*
Corriere di Torino, 25 ottobre 2024
Le misure di prevenzione sono “vecchi arnesi” di controllo sociale, sopravvissuti alla Costituzione ed agli interventi del Giudice delle Leggi, grazie alla forza evocativa della “emergenza”, che si voleva di volta in volta contrastare, o della “sicurezza”, che si voleva assicurare. Applicabili indipendentemente dall’accertamento giudiziario della commissione di un reato, sono misure di “bando”, di esclusione, pensate per garantire l’ordine dei centri urbani, sono così diventate lo strumento per affrontare molte delle emergenze che hanno segnato la storia del nostro Paese. Ma la loro applicazione si è poi estesa indistintamente a tutti i fenomeni di vera o presunta pericolosità per la sicurezza pubblica.
di Gian Carlo Caselli
Corriere di Torino, 25 ottobre 2024
Vale a dire affari in comune con vari personaggi che contano nel mondo legale, avidi anch’essi di “piccioli”. Tutti lo sapevano da sempre, ma per avere una risposta sul piano investigativo-giudiziario bisogna arrivare al 1982. Quando la sollevazione di popolo seguita alla rabbia e allo sdegno causati dall’omicidio del generale-prefetto Dalla Chiesa, di sua moglie Emanuela e del poliziotto Domenico Russo svegliò il nostro Paese da un torpore durato troppo a lungo e impose di inserire nel nostro ordinamento due novità che si riveleranno decisive nella lotta alla mafia: il reato di associazione mafiosa (416 bis c.p.) e le misure di prevenzione patrimoniale, che permettono di colpire - oltre al mafioso che delinque per arricchirsi - proprio le ricchezze ottenute delinquendo, che vengono confiscate se il mafioso non è in grado di ricollegarle a una attività lecita. Ed ecco l’inversione dell’onere della prova, tanto utile nel contrasto della criminalità mafiosa quanto invisa ai garantisti tutti, quelli autentici e quelli “pelosi”, cioè volti a depotenziare la magistratura di fronte al potere economico e politico, oppure a graduare le regole in base allo status sociale dell’imputato.
di Eraldo Affinati
Avvenire, 25 ottobre 2024
Tracciare il confine è l’inizio della Storia: qua ci siamo noi, dall’altra parte ci siete voi. Così tutto comincia, nell’intreccio ancestrale dei rapporti sociali al tempo stesso distinti e contigui, fra scorte, commerci, lingue, costumi, guerre e paci. La ragione politica, impegnata a comporre i dissidi legati ai territori contesi, risulta sempre in ritardo rispetto alla mobilità insita nella natura umana: oggi più che mai. Basti pensare alla recente vicenda dei migranti destinati in Albania. Chi, come me, è in costante contatto con le genti che arrivano in Italia da ogni parte del mondo, nel tentativo di sfuggire alla miseria costruendosi un’esistenza migliore, trattiene a stento lo stupore nel verificare lo scarto impressionante tra le regole protocollari, anonime e amministrative, e il volto concreto delle persone.
di Massimiliano Panarari
L’Espresso, 25 ottobre 2024
Le politiche migratorie sono ritornate al centro della battaglia politica. Al punto da non poter neppure escludere in via di principio che la ripresa così massiccia di questo tema da parte della maggioranza serva alla premier come “arma di distrazione di massa” rispetto alla ristrettezza di risorse - a fronte dei consueti centomila appetiti - dell’odierna finanziaria. Sui migranti la grancassa propagandistica delle destre populiste, come noto, “ci va a nozze”, innescando fra di esse una spirale competitiva. Matteo Salvini ha infatti deciso di dare fiato alle trombe e di rispolverare il tema in occasione dell’ultima udienza del processo Open Arms. Di qui, il sit-in della Lega davanti al tribunale di Palermo, fortissimamente voluto dal vicepremier affinché gli esponenti principali del suo partito testimoniassero la loro solidarietà rispetto alla “persecuzione giudiziaria” subita dal capo.
di Gabriele Segre
La Stampa, 25 ottobre 2024
È probabile che il viavai tra tribunali, decreti legge e navi militari tra le due sponde dell’Adriatico manterrà vivo ancora a lungo il dibattito sul “Modello Albania”. Una questione che inevitabilmente porta con sé dilemmi morali e quesiti giuridici, chiamando in causa la nostra stessa idea di ordine e giustizia. Si tratta di riflessioni che vanno oltre i migranti e che emergono ogni volta che ci confrontiamo con mondi e identità percepiti come estranei. Viene da chiedersi, allora, se non stiamo sbagliando approccio: forse non è di etica o di giurisprudenza che dobbiamo parlare, ma di come diamo forma alla nostra conoscenza e affrontiamo la sua inevitabile complessità.
di Enrico Dalcastagné
Il Domani, 25 ottobre 2024
Il report del Consiglio d’Europa accusa la polizia di “profilazione razziale”, mentre il ddl Sicurezza amplifica lo stigma verso rom e sinti. Da anni l’Italia è il “paese dei ghetti”, ma forse qualcosa sta cambiando dal basso. L’esempio virtuoso di Collegno, con la chiusura di un campo senza bisogno di sgomberi, e la doppia faccia della Lega a Ferrara: assiste i rom nelle case popolari ma resta ostaggio della vecchia retorica. Un discorso pubblico xenofobo, con toni “divisivi e antagonisti” su stranieri e persone Lgbtq+. Una polizia che profila razzialmente, soprattutto nei confronti dei rom e delle persone di origine africana. Sei nero, parli un’altra lingua o comunque sembri “strano”? Noi ti trattiamo con le maniere forti, consapevolmente o inconsapevolmente che sia. È una critica dura nei confronti dell’Italia quella emersa dal rapporto della Commissione razzismo e intolleranza del Consiglio d’Europa (Ecri).
di Carlo Stasolla*
Il Fatto Quotidiano, 25 ottobre 2024
Il 22 ottobre la Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza (ECRI) ha pubblicato il suo periodico rapporto sull’Italia. I contenuti del testo - che riguardano, tra le altre cose, anche il razzismo e l’intolleranza da parte delle forze dell’ordine italiane - hanno suscitato l’immediata reazione, forte e colorita, da parte di esponenti politici e dello stesso primo ministro.
di Franz Baraggino
Il Fatto Quotidiano, 25 ottobre 2024
Il report di ActionAid. Uno straniero nel Centro per rimpatri di Macomer, in Sardegna, costa 52mila euro l’anno. A Brindisi si sale a 71mila (quasi 200 euro al giorno) perché in due anni il centro non ne ha mai ospitati più di 14. A Torino nel 2023 abbiamo speso 3 milioni, ma il Cpr ha aperto per meno di tre mesi. Va così in tutta Italia, senza eccezioni. Le cifre sono ufficiali, ottenute a fatica dal Viminale e inserite nel report “Trattenuti. Una radiografia del sistema detentivo per stranieri” di ActionAid e del Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Bari. Ad emergere è un fallimento che i governi ignorano ma i cittadini pagano. Il risultato? “Si rimpatria di meno, a costi più alti e in maniera sempre più coercitiva”, dice Giuseppe Campesi dell’ateneo barese, tra i massimi esperti in Italia di detenzione amministrativa e rimpatri.
di Ermes Antonucci
Il Foglio, 25 ottobre 2024
Il testo approvato dal governo reintroduce il ricorso in appello contro le decisioni in materia di immigrazione. Come risultato le Corti d’appello saranno inondate di migliaia di nuovi procedimenti: se ne stimano circa 160-180 mila all’anno. Pur di ottenere decisioni giudiziarie più restrittive nei confronti dei migranti che arrivano in Italia, il governo rischia di paralizzare la macchina della giustizia, vanificando i risultati positivi ottenuti fino a ora per il raggiungimento degli obiettivi del Pnrr. A lanciare l’allarme sono i magistrati stessi, stavolta senza distinzione di “correnti”. Non una lamentela da “toghe rosse”, insomma. Il decreto legge approvato in fretta e furia lunedì dal governo per risolvere il caso Albania, infatti, non contiene soltanto l’elenco dei “paesi sicuri”, ma anche alcune norme che reintroducono la possibilità (eliminata nel 2017) di ricorrere contro le decisioni sul trattenimento dei migranti nei centri di permanenza per i rimpatri e quelle relative al riconoscimento del diritto d’asilo. Nella prospettiva del governo, la possibilità di far esprimere non un solo giudice, bensì un collegio d’appello composto da tre giudici, porterebbe a un maggior numero di sentenze sfavorevoli ai migranti, e dunque più in linea con gli obiettivi governativi.
di Fulvio Vassallo Paleologo
Il Manifesto, 25 ottobre 2024
La procedura messa in piedi per deportare i migranti potrebbe configurare la violazione del divieto di respingimenti collettivi. Sotto gli occhi di Unhcr e Oim. Possiamo adesso leggere il decreto legge 158/2024 con il quale il governo tenta di fare fronte alle ordinanze dei giudici di Roma che non hanno convalidato il trattenimento di 12 richiedenti asilo provenienti da paesi di origine definiti come “sicuri”. Trasferiti poi nei centri di detenzione in Albania, dopo essere stati soccorsi da navi militari italiane nelle acque internazionali a sud di Lampedusa. Una operazione di polizia marittima, sotto gli occhi dell’Unhcr e dell’Oim, a bordo di nave Libra, che potrebbe configurare, al di là del paese di provenienza delle persone sbarcate a Shengijn dopo essere state a bordo di navi della Marina militare, dunque in territorio italiano, la violazione del divieto di respingimenti collettivi affermato, oltre che dalla Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati (articolo 33), dalla Cedu (che nel “caso Hirsi” ha condannato l’Italia, per la violazione di questo divieto) e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (articolo 19). E Meloni ha annunciato di voler ripetere i trasferimenti in Albania.










