di Denise Amerini
collettiva.it, 26 giugno 2024
“Il gioco si fa duro” è il titolo del libro bianco sulle droghe, quindicesima edizione, un volume che come ogni anno fa un focus sul tema delle pene e della detenzione ed evidenzia come il sovraffollamento delle carceri sia provocato dalle normative sulle droghe, in particolare dall’articolo 73 del testo unico che punisce anche il solo possesso. Presentato ieri (24 giugno), è promosso da un cartello di associazioni che vede la Cgil insieme a Società della Ragione, Forum Droghe, Antigone, Cnca, Arci, Associazione Luca Coscioni, Lila.
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 26 giugno 2024
Presentata ieri la Relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze. Aumentano i consumi tra i giovani. Ma secondo i dati Oms è l’alcol la sostanza più letale. In Italia è in corso una “diffusione pandemica di sostanze stupefacenti”. Lo sostiene il governo Meloni che ha presentato ieri, alla vigilia della giornata mondiale contro la droga, la Relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze. Ad aprire le danze il plenipotenziario Alfredo Mantovano, sottosegretario di Stato, che ha evidenziato tre fattori: l’aumento dei consumi e delle sostanze, l’abbassamento dell’età del primo utilizzo, l’incremento del principio attivo. E poi, soprattutto, la scarsa consapevolezza di quanto fa male “qualsiasi tipo di droga”. Una generalizzazione utile a promuovere l’equiparazione tra cannabis e altre sostanze. Del resto, ha sostenuto, la classificazione di fumo ed erba come “droghe leggere” è antiscientifica.
di Franco Corleone
Il Manifesto, 26 giugno 2024
Ho conosciuto Alfredo Mantovano, giovane deputato della destra, preparato e non arrogante, nella XIII legislatura dal 1996 al 2001 in cui ero sottosegretario alla giustizia preparato e non arrogante; suo compagno di partito era l’onorevole Simeone che con Luigi Saraceni firmò una importante legge contro discriminazioni classiste ed evitare inutili carcerazioni in attesa di misure alternative alla detenzione. Altri tempi davvero. Oggi Mantovano è l’esponente più agguerrito del governo Meloni e le incombenze della gestione del potere non gli impediscono di coltivare l’ossessione sulla droga e di sostenere le tesi del proibizionismo ideologico più manipolatorie e infondate.
di Stefano Baudino
L’Indipendente, 26 giugno 2024
Nel nostro Paese sono tornati a salire gli ingressi in carcere per reati di droga: ben 10.697 delle 40.661 entrate nelle case circondariali italiane del 2023 sono infatti state causate dall’art. 73 del Testo Unico, ovvero “detenzione a fini di spaccio”. Si tratta del 26,3% del totale (nel 2022 era il 26,1%). È quanto emerge dai dati pubblicati nella nuova edizione del Libro Bianco, un rapporto indipendente redatto da associazioni e sindacati sul modo in cui il Testo Unico sugli stupefacenti impatta sul sistema penale, sui servizi e sulla società. Il report rivela che, degli oltre 60 mila detenuti presenti in carcere nel periodo di riferimento, 12.946 lo erano a causa del solo art. 73 del Testo Unico, mentre altri 6.575 lo erano per il combinato disposto tra art. 73 e l’art. 74 (associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti o psicotrope). Solo 994 erano in galera esclusivamente per l’art. 74. Complessivamente, si trova dietro le sbarre per la legge sulle droghe oltre il 34% dei detenuti, quasi il doppio della media europea (18%) e molto di più di quella globale (22%).
di Filippo Miraglia*
Il Manifesto, 26 giugno 2024
Trentacinque anni fa, dopo l’omicidio del rifugiato sudafricano Jerry Masslo, avvenuto nell’agosto del 1989 a Villa Literno, il 7 ottobre di quell’anno, un vasto schieramento di forze sociali promosse la prima grande manifestazione contro il razzismo. Quella data segna la nascita di un movimento antirazzista per i diritti delle persone di origine straniera e contro ogni forma di discriminazione. A distanza di 35 anni, la condizione del mondo dell’immigrazione è peggiorata e, nonostante il numero di migranti sia cresciuto (da poche centinaia di migliaia del 1989 a più di 5 milioni oggi), abbiamo visto diminuire la visibilità e il protagonismo di migranti e rifugiati, in parallelo a un aumento della politicità dell’argomento e di un uso sempre più strumentale a fini elettorali.
di Vincenzo Vita
Il Manifesto, 26 giugno 2024
Dall’associazionismo globale (e italiano) al lavoro di ricerca del team legale, la liberazione del fondatore di WikiLeaks passa anche per la spinta dal basso. Un respiro di sollievo nelle prime ore della notte tra lunedì e martedì scorsi: all’1.44 ecco la notizia sognata. Assange è libero. A breve - il 9 e 10 luglio - l’Alta Corte del Regno unito avrebbe preso una decisione definitiva. Ma qualche giorno prima, finalmente, le porte del carcere speciale di Belmarsh (chiamato la Guantanamo inglese) si sono aperte.
di Daniele Zaccaria
Il Dubbio, 26 giugno 2024
Dopo la morte del dissidente russo, i soliti noti hanno accusato l’occidente di “ipocrisia” e “doppiopesismo”. Ma in Occidente è ancora lecito manifestare, evidentemente anche con successo.Nei giorni successivi alla morte di Alexei Navalny avvenuta in circostanze misteriose in una colonia penale della Siberia, i soliti noti si sono prodigati nel paragonare il caso del dissidente russo a quello di Julian Assange, accusando l’opinione pubblica occidentale di “ipocrisia”, perché in fondo l’oppositore di Vladimir Putin e il fondatore di Wikileaks sarebbero due facce della stessa medaglia, entrambi vittime di un potere che non tollera e che punisce il dissenso, a Mosca come a Washington.
di Marina Castellaneta
Il Manifesto, 26 giugno 2024
Una saga legale che sembra chiusa, ma destinata ad avere effetti di lunga durata sulla libertà di stampa e sul diritto ad informare e a essere informati. Una detenzione durata 5 anni nel carcere di Belmarsh, ma molto più lunga se si considera la sostanziale reclusione nell’ambasciata ecuadoregna di Londra. La scarcerazione, anche se l’iter giudiziario non è concluso, è avvenuta ieri dopo il raggiungimento di un accordo tra il Dipartimento della giustizia statunitense e Assange. Un accordo a cui ha dato certamente un impulso decisivo il provvedimento dell’High Court di Londra che aveva concesso ad Assange la possibilità di presentare un nuovo appello contro il provvedimento di estradizione negli Usa deciso dalle autorità inglesi. Questo avrebbe significato per l’amministrazione americana un nuovo round nelle aule di giustizia inglesi con l’opinione pubblica sempre più mobilitata a favore di Assange. Non solo. Proprio nell’ultimo anno anche alcuni governi e organismi internazionali si sono attivati. Prima la Relatrice speciale Onu contro la tortura, Alice Jill Edwards, aveva chiesto, nei mesi scorsi, alle autorità inglesi di fermare l’estradizione di Assange e poi il governo australiano, dopo anni di silenzio rispetto a ciò che stava subendo Assange, si è risvegliato e grazie al premier Anthony Albanese ha iniziato a fare pressioni su Usa e Uk per il rilascio del proprio cittadino. Alle 18.36 del 24 giugno, quindi, Assange ha lasciato il carcere di massima sicurezza. Dal punto di vista giuridico, però, il cammino non è concluso anche se vicino alla fine. Queste le nuove tappe fissate dall’High Court of Justice che con l’ordinanza depositata il 25 giugno ha concesso la libertà condizionata ad Assange per consentirgli di recarsi presso il Tribunale distrettuale Usa di Saipan in base all’accordo di patteggiamento concluso il 19 giugno.
di Alessio Marchionna
Internazionale, 26 giugno 2024
Tra tutte le grandi crisi degli Stati Uniti ce n’è una che viene sistematicamente rimossa dal dibattito pubblico, soprattutto quando ci sono le elezioni. È quella che riguarda il sistema carcerario e penale. Succede per un motivo abbastanza ovvio: per mettere mano a un problema così grande - gli Stati Uniti sono il paese occidentale con il più alto numero di detenuti in rapporto alla popolazione - servirebbe una riforma radicale che implicherebbe necessariamente un approccio meno punitivo, ma nel paese non c’è un consenso politico abbastanza ampio per andare in questa direzione.
di Stefano Galieni
Left, 26 giugno 2024
Da tre anni il leader curdo non comunica direttamente con nessuno. È dal 1999 che si trova nella prigione-isola di Imrali. Dopo l’ennesimo divieto di visita indirizzato ai suoi avvocati, dall’Italia è stato inviato un appello a Alan Mitchell, presidente dell’organismo del Consiglio d’Europa, del quale fa parte anche la Turchia. La sorte del presidente Abdullah (Apo) Öcalan riguarda molto da vicino le responsabilità del nostro Paese, dove giunse in fuga dalla Turchia in quanto accusato, da leader del Partito dei lavoratori curdi (Pkk), di attività separatista. Il reato, considerato terrorismo non solo in Turchia, era allora punito con la pena di morte; per tale ragione dopo essere arrivato nel novembre 1998 a Roma, il governo italiano non poteva estradarlo ma, sia per i tempi allora necessari alla magistratura che per le pressioni ricevute, non poteva concedergli asilo politico. La storia poi è nota: Öcalan venne mandato in Kenia, dove, all’aeroporto di Nairobi venne preso in consegna da ufficiali dei servizi turchi che lo riportarono al Paese di provenienza. Era il 15 febbraio 1999. Da allora è rinchiuso nell’isola carcere di Imrali. Öcalan ha passato gran parte degli anni in isolamento, ha evitato la pena capitale ma è sepolto vivo in una cella. Tutto quanto gli è accaduto finora, viola la totalità delle norme del diritto internazionale che la Turchia, in quanto Stato membro dal 1949 del Consiglio d’Europa, l’organizzazione per i diritti umani, dovrebbe rispettare. E non è bastato nemmeno il fatto che sin da prima della sua cattura, il presidente kurdo abbia lanciato proposte per una soluzione pacifica del conflitto nell’area che non si è mai interrotto, ideando la proposta di un “confederalismo democratico”, in grado di superare ogni forma di nazionalismo e di separazione etnica.
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