di Giorgio Galvani
Il Giornale, 1 febbraio 2015
Solidarietà a quattro zampe. Cuccioli di Labrador affidati ai detenuti che li addestreranno per diventare presto guide sicure di persone non vedenti.
Mirto e Margot, hanno varcato ieri mattina l'ingresso del complesso penitenziario di Capanne alla periferia di Perugia, accompagnati dai responsabili del Lions Club Concordia, promotori di un innovativo progetto, Prison Puppy Raiser (far crescere un cucciolo in prigione) che si pone a supporto del programma Lions Cani Guida per non-vedenti: quattro detenuti si occuperanno, nel rispetto del protocollo della scuola per cani Guida Lions di Limbiate, della loro socializzazione.
Un progetto interamente finanziato dal service perugino fino alla donazione dei cuccioli alla scuola cani guida Lions. Il carcere fornirà lo spazio ed affiderà ai detenuti la cura e l'accompagnamento interno dei cuccioli, che potranno muoversi in ogni spazio dell'istituto penitenziario, con esclusione delle zone di sicurezza. Gli istruttori cinofili della Scuola per Cani Guida Lions di Limbiate formeranno i detenuti affinché siano in grado di insegnare ai cuccioli i comandi utili all'interazione con i futuri compagni di viaggio, nonché nozioni sulla gestione e cura dei loro piccoli nuovi amici. Accudendo Mirto e Margot, nella prima fase della loro vita, i detenuti si sentiranno dunque utili per i non-vedenti di cui gli animali diventeranno successivamente guida.
Negli Stati Uniti, dove il programma Leader Dogs for the Blind, lanciato nel lontano 2002, interessa oggi 6 case circondariali, ha importantissimi risvolti umani e sociali in quanto i reclusi selezionati per il programma, una volta liberi, sono meno inclini ad essere coinvolti in situazioni illegali e sono motivati nel loro nuovo compito di educatori-formatori, sapendo che il ruolo da loro svolto in qualità di puppy raiser sarà determinante per la crescita equilibrata del cane. Partecipano al programma la società svedese Husse, tramite il rappresentante di zona, Gianguido Colato, che fornirà gratuitamente l'alimentazione, ed il veterinario, Stefano Arcelli.
I cuccioli, attentamente selezionati nell'allevamento Enci, Rosacroce Wanals di Massimiliano Perugini, vivranno il carcere come una famiglia molto numerosa. "Quello cui abbiamo assistito oggi è un esempio di positiva partecipazione delle persone detenute ad attività di volontariato sociale, un impegno attivo che ha risvolti umani e sociali di altissimo valore", è quanto dichiarato dalla vicepresidente della Regione Umbria con delega alle politiche sociali, Carla Casciari, intervenuta alla originale consegna dei due cuccioli di labrador a quattro detenuti del complesso penitenziario di Capanne.
"Partecipare a questo progetto - ha aggiunto - da un lato consentirà ai detenuti l'apprendimento di nozioni che potranno tornare utili una volta conclusa la pena per avviare percorsi di autonomia e reinserimento della società, dall'altro avranno sensibilmente contribuito alla socializzazione dei cuccioli anche in vista dell'importante ruolo che andranno a ricoprire come cani guida". "Una iniziativa resa possibile grazie alla disponibilità della direttrice del complesso penitenziario di Capanne, Bernardina Di Mario ? hanno precisato con orgoglio ed un pizzico di commozione, i responsabili del Lions Concordia di Perugia ? che unisce l'amore e la tutela degli animali con la solidarietà verso coloro che senza una guida sicura non riuscirebbero ad orientarsi e talvolta a vivere una esistenza dignitosa".
di Jana Cardinale
www.trapaniok.it, 1 febbraio 2015
Un progetto voluto e portato avanti con i detenuti del carcere di Favignana, dopo un anno di volontariato effettuato tra laboratori e incontri, per educare i partecipanti all'iniziativa: un lavoro teatrale portato in scena il 28 gennaio proprio all'interno del carcere dell'isola, alla presenza del direttore, degli educatori e del Comandante della struttura.
Si tratta di "Papillon", nato da un'idea dell'attrice Stefania Orsola Garello, residente a Favignana, che proprio dopo l'esperienza di volontariato con circa 12 detenuti protagonisti, ha ottenuto un finanziamento dal Ministero della Giustizia, utile alla realizzazione del lavoro dal titolo "Nuddro", termine che in dialetto significa "Nessuno".
"Sulle orme dell'eroe omerico - dice la Garello - focalizzo il mio intervento sul viaggio. L'Odissea, che i ragazzi compiono, sia nella loro vita che nel mio percorso. Il concetto di base è che siamo in viaggio, insieme, costretti dai limiti imposti dalla detenzione, dove in qualche modo mi ritrovo a guidare i compagni di fato, con la mia esperienza e la mia curiosità umana ed artistica".
Un parallelismo che si adatta anche alla differenza tra i "nobili" compagni di Ulisse, costretti a lasciare casa e famiglie, per andare ad ammazzare, rubare, violentare e razziare in nome della lega greca, dell'onore di Menelao, dietro il quale si nascondono le mire espansionistiche ed egemoniste di Agamennone, e i "galeotti", picciotti utilizzati dal sistema mafioso, o facilitati nel delinquere dall'ignoranza o dalle condizioni di una società alla deriva, oltre che dalla fuga dalla povertà.
"Quello che cerco di fare - aggiunge Stefania Garello - non è giustificare, ma capire e raccontare. Chiedendomi: perché li identifichiamo come eroi nell'epica tramandata e poi stampata, e, invece, reietti nella casa di reclusione? Per me resta importante focalizzare l'attenzione sulla loro trasformazione in viaggio, ossia la vita fatta di incontri belli e brutti, con la discriminante del libero arbitrio, la scelta: punto su cui mi permetto di favorire ed indirizzare la crescita delle persone con cui sono in contatto".
In quest'ottica il documentario verte sul divenire degli individui nel bozzolo della casa di reclusione, sulla scoperta del gesto artistico, sull'utilizzo del proprio retaggio nell'improvvisazione, sull'analisi dei testi poetici proposti e quindi rappresentati. Per dare spazio al viaggio interiore e rappresentativo dei partecipanti. Con la persona che guida il laboratorio nelle vesti di Ulisse, o meglio Nessuno.
Evidente, in questo lavoro, il ruolo dell'isola di Favignana, che da sempre risulta terra di coatti, di confino, che ospita e trattiene persone che pagano il loro debito con la società e spesso poi spiccano le ali su questa stessa isola. Ma non volano via: diventano liberi.
"Quando vedo questi uomini, il cui passato non ho chiesto né indagato - conclude la Garello - vedo delle persone che si sfidano (e si fidano) nel gioco che propongo loro: recitare in molte lingue si dice "giocare", quindi nel "gioco" dare spazio a cose mai concesse, ossia un buon modo per passare la galera". Il progetto si avvale del patrocinio del Comune di Favignana - Isole Egadi.
Biografia dell'artista
Stefania Orsola Garello, nata in Lombardia da famiglia piemontese, nel 1989 è al Festival di Venezia con "Storie di ragazzi e di ragazze" di Pupi Avati, lavora con Davide Ferrario e, tra le altre esperienze, in grosse produzioni televisive cinematografiche e teatrali (a teatro con Giampiero Solari e Lidia Ravera, in tv conduce la linea gialla di Distretto di Polizia III).
Passa un anno come assistente al fianco di Sergio Citti, collabora con lo scrittore Marcello Fois, con musicisti quali Paolo Fresu, Antonello Salis, Gavino Murgia e Daniele di Bonaventura, voci di spicco della scena jazz italiana, gira in Tunisia l'ultimo film di Tavarelli "Una storia sbagliata" coprotagonista con Isabella Ragonese.
Con Alessandro Librio sta lavorando a un documentario sonoro dal titolo Star-Goethe. Arrivata a Favignana 20 anni fa, da sette è residente sull'isola, sua adorata musa.
www.tarantobuonasera.it, 1 febbraio 2015
Dopo il corso, il torneo a cui prenderanno parte anche magistrati, avvocati ed agenti di Polizia penitenziaria. Obiettivo: favorire la socializzazione.
Sarà presentato il prossimo 3 febbraio, presso la Casa Circondariale, il torneo finale del primo corso promozionale di tennistavolo. Il progetto, ampiamente condiviso dalla Direzione del carcere di Taranto, ha avuto lo scopo di promuovere abilità e competenze, oltre che a trasmettere i valori dello sport, quali il rispetto delle regole e dell'avversario, favorendo al contempo momenti di socializzazione e solidarietà.
Il corso, attivato a partire dallo scorso mese di novembre, è stato realizzato dalla Delegazione Provinciale Fitet (Federazione Italiana Tennis tavolo) in collaborazione con la sede provinciale del Coni di Taranto. L'attività è stata articolata in sette incontri con lezioni teorico-pratiche che hanno visto la partecipazione di circa 15 detenuti, affidati alle cure tecniche degli istruttori Fitet nonché di valenti campioni di questa disciplina sportiva: Lino Catapano, Francesco Marangio ed Antonio Marossi. Il 7 febbraio, a partire dalle ore 9.30 presso il Circolo Tennis Taranto si disputerà il torneo finale previsto a conclusione del corso. L'evento vedrà la partecipazione oltre che di squadre composte da pongisti detenuti anche di atleti magistrati, avvocati e della Polizia Penitenziaria.
Ansa, 1 febbraio 2015
Un nigeriano di 21 anni, Mamud Yunus, è stato fermato da agenti della polizia di Stato con l'accusa di avere violentato e segregato una sua connazionale dal novembre dello scorso anno, nel Centro accoglienza richiedenti asilo di Mineo dove i due sono ospiti. Il provvedimento è stato emesso dalla Procura di Caltagirone ed eseguito da agenti del locale commissariato. La donna era arrivata nel Cara il 5 ottobre 2014, con uno sbarco di migranti.
Le era stata assegnata una camera singola, occupata però dal suo connazionale. Secondo l'accusa, per le prime due settimane l'uomo avrebbe avuto un atteggiamento protettivo e fraterno con la nigeriana, ma successivamente l'avrebbe minacciata, picchiata e costretta a subire rapporti sessuali. Inoltre l'avrebbe segregata, impedendole di uscire, e minacciata di morte. Approfittando di una distrazione del 21enne, è riuscita a scappare dalla stanza e ad arrivare nel posto della polizia di Stato presente nel Cara, che ha avviato le indagini. Il sostituto procuratore di Caltagirone, Fabio Salvatore Platania, ha disposto il fermo del giovane che è stato condotto in carcere. La donna, dopo le cure del caso, è stata trasferita in una struttura protetta del Cara di Mineo e affidata alle assistenti sociali della struttura.
Ansa, 1 febbraio 2015
Sono arrivati all'aeroporto di Milano Malpensa, Tomaso Bruno ed Elisabetta Boncompagni, i due italiani detenuti per quasi cinque anni nel carcere indiano di Varanasi. Con l'accusa di omicidio e scagionati dalla Suprema Corte di Nuova Delhi dieci giorni fa.
Ad accoglierli al terminal degli arrivi i genitori di Tomaso, Marina Maurizio e il padre Luigi Euro Bruno con la sorella Camilla. Arrivati da Albenga e la zia di Elisabetta giunta da Torino. A dare il benvenuto ai due giovani anche un gruppo di amici che hanno cantato in coro "Tommy libero". Appena i ragazzi sono comparsi dal ritiro bagagli, lui con felpa rossa e lei con maglia blu, sono scattati gli applausi e gli abbracci di genitori e amici.
"Ero pronto al peggio dentro quelle baracche con 130 persone - ha detto Tomaso ai giornalisti - ma la verità viene sempre a galla anche in un paese come l'India. Io ho avuto la forza di affrontare tutto perché ero a posto con me stesso". "Ce l'abbiamo fatto, siamo felicissimi", ha aggiunto Elisabetta Boncompagni". "Per ora vogliamo solo tornare a casa", hanno concluso poi i ragazzi parlando dei futuro, anche se Tomaso ha detto che gli piacerebbe trovare lavoro ad Albenga e rimanere lì.
Tomaso e Ely: torneremo a Varanasi
È Finita. È proprio finita. Tomaso Bruno ed Elisabetta hanno lasciato oggi l'India e sono rientrati in Italia dopo aver trascorso cinque anni nel carcere della città santa di Varanasi per una condanna all'ergastolo annullata dalla Corte Suprema. Ma non hanno dubbi: "Torneremo. E torneremo proprio a Varanasi!".
Quando il Boeing 787 Dreamliner di Air India si è inerpicato nel cielo della capitale indiana, i due hanno scritto la parola fine ad una storia incredibile, trasformatasi da viaggio iniziatico in un Paese sconosciuto, all'incubo di una dura condanna di carcere a vita. Impostagli da giudici di primo e secondo grado che li hanno considerati colpevoli della morte del loro compagno di viaggio Francesco Montis. Evento, ancora oggi non del tutto chiarito, avvenuto il 4 febbraio 2010 nella stanza del Buddha Hotel in cui i tre alloggiavano per visitare Varanasi, la Benares degli amanti dell'India mistica e la più santa delle città indiane.
A colloquio con l'Ansa nella residenza dell'ambasciatore Daniele Mancini, che ne ha seguito passo passo le sorti fino alla favorevole sentenza della Corte Suprema, Tomaso ed Ely paiono sereni e non particolarmente traumatizzati dalla loro esperienza carceraria. "Gli avvocati ci dicevano di non preoccuparci - esordisce Tomaso - che l'impianto accusatorio non era solido.
E dopo la condanna in primo grado ci continuavano ad assicurare che l'Alta Corte avrebbe fatto giustizia e saremmo stati assolti. E ci siamo invece trovati a scontare tutti questi anni, con la macchia di un terribile reato che noi non avevamo commesso".
"È stata certamente una esperienza dura - dicono quasi simultaneamente - ma fortunatamente non così tremenda come si legge spesso nei resoconti di chi ha sperimentato le prigioni di questo Paese". "Il fatto di essere bianchi - aggiunge lui - alla fine ci ha aiutato. Siamo stati trattati con rispetto e non abbiamo mai subito violenze".
Tomaso e Ely ammettono di essere stati "troppo semplici nel progettare il viaggio. Un amico ci aveva invitato nel suo ristorante di Goa e siamo partiti. Non sapevamo nulla dell'India, nè di Varanasi. E non immaginavamo che la scelta di due uomini e una donna di affittare insieme una stanza potesse essere una pericolosa arma contro di noi. Di questo ci pentiamo".
Elisabetta, di temperamento più riservato, racconta che "comunque nel reparto femminile non è stata facile. Non c'era quasi comunicazione con le altre donne. Non si sapeva di cosa parlare. E poi, mi sento di dirlo, c'era ipocrisia nel modo di rivolgersi a me. Amavano tanto sparlare dietro le mie spalle".
"Per quanto potevamo - prosegue Bruno - ci tenevamo informati. Leggevamo libri ed i giornali, un po' datati, che ci spediva mia madre (Marina Maurizio). Ed abbiamo finite per imparare anche l'hindi". "E lui è molto bravo a parlarlo", interrompe Ely. Ma Tomaso replica subito: "Forse sì, ma a leggerlo e scriverlo lei è sicuramente migliore!".
"Cancellerete l'India dalla vostra vita?", chiediamo. "Per ora - rispondono - siamo più concentrati a guardarci davanti. A quello che troveremo in Italia. Alle nostre famiglie e agli amici che si sono battuti come leoni per sostenerci. Ma in India torneremo, se ci lasciano tornare. E la prima tappa sarà certo Varanasi, dove abbiamo lasciato molti amici. È da là - concludono - che vorremmo ricominciare per sanare definitivamente questa nostra ferita".
Ansa, 1 febbraio 2015
La polizia brasiliana è intervenuta oggi in un carcere di Recife dove i detenuti si erano ribellati prendendo in ostaggio alcune guardie per protestare contro il divieto di portare cibo ai prigionieri imposto dalla direzione ai loro congiunti in visita. Il bilancio dell'operazione è di un detenuto morto e altri quattro feriti.
La vittima si chiamava David Bezerra dos Santos ed aveva 20 anni. Il governatore dello stato di Pernambuco, Paulo Camara, ha dichiarato nei giorni scorsi lo stato di emergenza nelle carceri dello Stato a causa del sovraffollamento e delle pessime condizioni delle strutture.
La scorsa settimana, nel penitenziario di Curado, il più grande del Pernambuco, è scoppiata una rivolta domata dalla polizia solo dopo tre giorni. In quella occasione, si registrarono tre morti e decine di feriti. Il carcere di Curado ha una capienza di 1.800 detenuti ma ne ospita attualmente 7.000.
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 1 febbraio 2015
Vietato fare i mendicanti, pena la carcerazione. La Norvegia ha perso la sua innocenza riguardante i diritti umani. Dopo la strage di Utoya il paese nord europeo scopre la sua anima nera e ha cambiato radicalmente volto da quando alle elezioni del 2013 ha stravinto un partito conservatore. La piccola ma ricchissima monarchia costituzionale ha consegnato il Paese a un governo che vede l'attiva partecipazione di quello che in passato fu proprio il partito dell'estremista stragista di destra Anders Breivik, il Partito del Progresso, populista e anti immigrazione.
Tra le iniziative che fanno discutere, una è la legge che sarà varata tra pochi mesi: la mendicità sarà punita con la galera. La riforma legale, proposta dai conservatori e dalla destra xenofoba, sta per essere, quindi, ultimata. La proibizione - abolita nel 2005 dai progressisti che hanno governato per ben otto anni - ha ricevuto consensi anche dai partiti del centro. Multe e carcere sono le misure restrittive con cui il governo intende punire gli indigenti.
È un paese ricco grazie soprattutto al suo petrolio, ma c'è comunque la povertà e il governo conservatore già a partire dal 2013 aveva già fatto una riforma locale conferendo ai municipi l'autonomia rispetto alle soluzioni da adottare per fronteggiare la povertà per le strade. La riforma locale, che prevede la possibilità di multare i mendicanti e di incarcerarli, ha trovato consenso soprattutto nel sud del paese, ma non nella capitale.
Nei municipi aderenti, la polizia utilizza registri appositi in cui segnalare le generalità degli indigenti, La crisi economica ha dato maggiore impulso ai flussi migratori. La Norvegia, infatti, è fra le destinazioni più gettonate dall'Europa più povera. Con una sovrabbondanza di materie prime, come il petrolio, il gas e l'energia idroelettrica, e una scarsità di manodopera, il paese si caratterizza per ima densità di popolazione fra le più basse del continente e per un tasso di disoccupazione non di certo preoccupante,
Secondo una statistica della polizia locale, dei duecento indigenti che, ogni giorno, chiedono l'elemosina ad Oslo, solo sette sono norvegesi, il resto proviene dall'est. I promotori della riforma legale sostengono che, negli ultimi anni, gli indigenti siano più aggressivi, Questo, a giudizio dei richiedenti, comporta un aumento della criminalità.
Oslo, con una popolazione sette volte minore rispetto a quella di Berlino, sarebbe vittima dello stesso numero di scippi. Inoltre, i sostenitori adducono come ragione fondante la correlazione fra l'elemosinare e il traffico di esseri umani. "È importante tenere conto del contesto. Non è che non sopportiamo di vedere le persone bisognose, questa soluzione si adotta a causa del vincolo fra gli indigenti e la criminalità organizzata", ha dichiarato, qualche mese fa in occasione della riforma locale, la prima ministra Erna Solberg. Il paradosso vuole che la stessa Norvegia che vuole "risolvere" la povertà con la repressione, nello stesso tempo stanzia più fondi da destinare al sociale e ai rom, ma direttamente in Romania.
Nel frattempo questa proposta di riforma legale ha generato ampie critiche dalle organizzazioni internazionali che si occupano dei diritti umanitari. Fra queste, quella di Sunniva Orstavik, rappresentante della Equality and Anti-Discrimination Ombud che teme la discriminazione del popolo rom. Anche la Commissione nazionale per i diritti umani denuncia i possibili effetti discriminatori e la violazione della libertà di espressione. "La proposta è molto delicata. Ho detto apertamente alle autorità, che spero non continuino con questa iniziativa. Sembra allettante usare metodi penali per trattare un problema sociale. La mendicità è una questione di povertà", fa sapere alla stampa norvegese il commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa, Nils Muiznieks. Eppure parliamo della stessa Norvegia che non contempla l'ergastolo, che dopo la strage di Utoya, non ha scelto la vendetta, nemmeno quella "delia sicurezza". Non ha aumentato i controlli, la sorveglianza. Non ha assecondato la paura delle persone. Il ministro degli Interni di allora, un laburista, aveva dichiarato che avrebbero riposto con più umanità. Ma, con la forte virata a destra, anche questo Paese ha perso la sua componente umana e non securitaria.
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 1 febbraio 2015
In Sudafrica continua il processo di riconciliazione nazionale. Il ministro sudafricano della giustizia, Masutha, ha concesso la libertà condizionata dopo 20 anni di carcere a Eugene de Kock, ex capo di un corpo di polizia segreto durante gli anni dell'Apartheid.
Era stato condannato ad una pena di reclusione di oltre 200 anni per i crimini commessi in qualità di capo di una speciale unità della polizia incaricata di reprimere il dissenso contro il regime segregazionista. De Kock, 66 anni compiuti da qualche giorno, tra gli anni 1980-90 è stato a capo dell'unità C1, un'unità segreta della polizia sudafricana responsabile di rapimenti, torture e omicidi di attivisti anti-apartheid. Un vero e proprio squadrone della morte.
Il compito principale di de Kock, quando era colonnello della polizia, era di mettere a tacere i leader del movimento anti-apartheid, in particolare quelli del Congresso nazionale africano (Anc). Ed ora, gli stessi dell'Anc lo hanno scarcerato.
Nel 1996 è stato riconosciuto colpevole di 89 capi d'accusa e condannato a due ergastoli e ulteriori 212 anni di carcere. Successivamente il killer dell'apartheid mostrò segni di pentimento incontrando da dietro le sbarre alcuni dei parenti delle sue vittime e collaborando alle indagini. Arrivò anche ad accusare alcuni membri del regime dell'apartheid, tra cui Frederik W. De Klerk, ultimo presidente bianco, insignito insieme a Nelson Mandela del Premio Nobel per la pace nel 1993, di aver autorizzato le attività dell'unità C1. Nonostante tutto questo de Kock ha ottenuto la libertà vigilata, "nell'interesse della riconciliazione nazionale", ha spiegato il ministro della Giustizia Michael Masutha, che ha tenuto a precisare che sarebbero stati resi noti il luogo e i tempi del rilascio dell'ex ufficiale di polizia.
La riconciliazione in Sudafrica è stato un processo storico, e soprattutto una lezione sui diritti umani per l'intera umanità. In un processo il colpevole tende a proteggersi, a negare. Il Sudafrica non ha voluto questo, il Sudafrica ha deciso di perdonare, di concedere un'amnistia a chi dice il vero, si assume le proprie colpe e racconta a tutti ciò che ha fatto. A stabilire se ciò che è stato raccontato corrisponde a verità, sono state le stesse vittime se sopravvissute o le loro famiglie. L'amnistia è concessa solo se il reato è compiuto tra marzo 1960, quando l'Anc inizia la lotta annata come risposta alla strage di Sharpeville, e il 10 maggio del 1994, quando Mandela è eletto presidente. L'amnistia è concessa solo se il reato ha motivazioni politiche, non per motivazione personale o per crimini comuni. Il colpevole può avere l'amnistia solo con una confessione piena e totale e con la massima accuratezza deve raccontare di ogni persona uccisa e di ogni crudeltà effettuata: ovvero il pentimento.
Le vittime hanno così potuto recuperare la loro dignità, hanno potuto finalmente parlare pubblicamente delle loro sofferenze, gli uomini di colore non hanno così più avuto paura di essere perseguitati e uccisi. Possono parlare padri e madri, fratelli e sorelle. Sono racconti drammatici, storie di vero orrore e tanta sofferenza; storie di persone uccise durante i conflitti politici, persone sottoposte a torture e a gravi maltrattamenti. La vera rivoluzione di Mandela è stata quella di aver fatto giustizia attraverso la riconciliazione e non la galera.
Andare di fronte alla Commissione post apartheid per confessare azioni commesse e sofferenze subite è stato il modo per riaccendere le relazioni con la comunità di cui si è parte. Quel ristabilire relazioni si fa giustizia concreta, non ha bisogno di pene e indica la determinazione nel tornare a camminare insieme. Oggi il cammino si è concluso con la liberazione di uno dei più efferati mulinali dell'apartheid. Da noi inconcepibile visto che preferiamo sbattere dentro le persone e, magari, buttare per sempre la chiave.
Redattore Sociale, 31 gennaio 2015
Ieri l'incontro interregionale dei Garanti. L'ombudsman Tanoni ha proposto "la concessione di visite interne, da svolgersi in appositi ambienti, privi di barriere divisorie e idonei a garantire la riservatezza dei presenti". Il cardinale Menichelli: "Il carcere sia luogo di vita".
di Giovanni Maria Jacobazzi
Il Garantista, 31 gennaio 2015
Sono pochi, travolti dalle istanze, che si aggiungono i risarcimenti per la legge sugli 8 euro. Il governo ricorrerà agli uditori giudiziari, giovani e inesperti, il che potrebbe peggiorare le cose. Sono meno di 150 in tutt'Italia. Sono i magistrati di sorveglianza. L'ultimo anello della filiera giudiziaria. Ma uno dei più importanti. Occupandosi della gestione della pena.
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