di Francesca Morese
Il Manifesto, 4 marzo 2015
Dietro le quinte, si profila la possibilità di uno "scambio" tra l'ex militante dei Pac e il sindacalista Pizzolato. Uno schiaffo al garantismo e un colpo basso all'ex presidente brasiliano Lula Da Silva. Sono in molti a leggere in questo modo il procedimento di espulsione deciso da un giudice federale brasiliano nei confronti di Cesare Battisti, ex militante dei Proletari armati per il comunismo, un gruppo attivo in Italia nella temperie degli anni 70.
Nel 2010, l'allora presidente Lula gli aveva riconosciuto l'asilo politico, rifiutando l'estradizione chiesta dall'Italia nell'ultimo giorno del mandato. Uno smacco per il governo italiano di allora, una questione sempre sul piatto per quelli che sono venuti dopo, il "rompicapo" degli anni 70 essendo ancora un passato indigeribile.
Ora, però, secondo quanto ha suggerito la stampa brasiliana e hanno confermato in anonimato fonti ben informate, la questione potrebbe essere tornata in campo a seguito di una vicenda italo-brasiliana: quella del sindacalista Henrique Pizzolato, militante del Partito dei lavoratori (Pt), il partito di Lula e dell'attuale presidente Dilma Rousseff. Pizzolato, alto dirigente del Banco do Brasil si è trovato al centro di una complicata vicenda giudiziaria. Un processo politico e mediatico che gli è costato una condanna a oltre 12 anni di carcere per corruzione e riciclaggio. Un processo-farsa, secondo i suoi legali e il campo che lo difende (movimenti sociali e cristiani, sindacati, associazioni democratiche), pronti a considerarlo "un nuovo caso Tortora". Un capro espiatorio - ha detto alla stampa Pizzolato - punito da una condanna ingiusta per la sua "storia nel movimento sindacale legata strettamente a quella dell'ex presidente Lula, vero bersaglio di tutta la trama politica del mensalão".
Lo scandalo del mensalão (mensile) è scoppiato a giugno del 2005 e ha provocato una crisi politica nel Brasile allora guidato da Lula. Il nome fa riferimento a una tangente corrisposta ai parlamentari in cambio di voti compiacenti nel varo delle leggi. Allora si è parlato di impeachment al presidente. Una minaccia utilizzata anche nei confronti dell'attuale presidente Rousseff a proposito dello scandalo Petrobras, il processo per tangenti che interessa l'impresa petrolifera di stato.
Pizzolato è di origini italiane e, dopo la condanna, è tornato in Italia con documenti falsi, si è costituito e ha chiesto di restare. In Brasile - sostiene la difesa - dato l'alto livello di insicurezza esistente nelle carceri, rischierebbe la vita. A ottobre, la Corte d'Appello di Bologna ha negato l'estradizione, ma la Cassazione ha annullato la sentenza. E tutto è ora nelle mani del ministro della Giustizia Andrea Orlando. A lui si sono rivolti 21 senatori - primi firmatari Lo Giudice e Manconi (Pd) - che hanno presentato un'interrogazione in favore di Pizzolato. Un altro gruppo si sta muovendo all'europarlamento.
Spiega al manifesto Fausto Gianelli, legale di Pizzolato: "In attesa delle motivazioni della sentenza, abbiamo preparato un ricorso alla Corte europea dei diritti umani, che in casi eccezionali ha la possibilità di sospendere la pena e decidere misure intermittenti". Lo scambio con Battisti? "Non si fa mercato sulle persone", risponde l'avvocato.
E mentre Pizzolato attende in carcere, Battisti aspetta di essere espulso. In base alla legge, non può più essere estradato. Però, poiché non possiede documenti ed è entrato in Brasile con quelli falsi, un giudice federale ne ha disposto l'espulsione: molto probabilmente verso i paesi da cui è arrivato, Francia e Messico. Ma gli si potrebbe anche consentire di scegliere la destinazione.
L'ossessione italiana per l'uomo che era negli anni 70, di Andrea Colombo
Dopo quattro anni si riapre, come in un gioco dell'oca in cui si torna sempre al punto di partenza, il caso Cesare Battisti. Era l'8 giugno 2011 quando la Corte costituzionale brasiliana negò l'estradizione nei confronti dell'ex militante dei Proletari armati per il comunismo, detenuto in Brasile dal 2007, dopo aver dovuto abbandonare la Francia dove viveva dal 1981.
Quando la Corte emise il suo verdetto, Battisti aveva già ottenuto da oltre due anni lo status di rifugiato politico concessogli dall'allora ministro della Giustizia Tarso Genro.
Le pressioni italiane, dopo quella decisione, erano state senza precedenti, tali da richiamare addirittura l'ambasciatore italiano in segno di protesta. L'obiettivo era stato centrato. In novembre il Tribunale supremo federale si era espresso contro la concessione dello status di rifugiato, rimettendo però la decisione finale nelle mani del presidente. Nell'ultimo giorno del suo mandato, il 31 dicembre 2010, Lula si era espresso contro l'estradizione, anche sulla base delle regole brasiliane che la vietano in paesi nei quali vige l'ergastolo, che in Brasile non esiste. Sembrava finita. Non lo era.
Per il governo Berlusconi ottenere lo scalpo di Battisti era diventata una questione d'onore, un risultato politico senza alcuna misura con la portata reale della vicenda. Il governo di Roma aveva dunque insistito, esercitato pressioni di ogni sorta, martellato il Brasile, presentato due ricorsi presso l'Alta corte brasiliana contro la negazione dell'estradizione. Entrambi respinti. Una storia che aveva coinvolto le relazioni diplomatiche prima con la Francia, che aveva concesso l'estradizione nel 2004, dopo anni di insistenze italiane, poi con il Brasile, sembrava dunque essersi chiusa il 22 giugno 2011, quando la Corte aveva concesso a Battisti il permesso di soggiorno in Brasile.
Ieri la giostra ha ripreso a girare. Gli esponenti della destra hanno mitragliato di dichiarazioni feroci le agenzie. Il centrosinistra, con qualche eccezione, è stato più cauto. Ancora non è chiaro se Battisti potrà scegliere in quale Paese essere spedito o se dovrà andare in Messico o in Francia, le nazioni da cui aveva raggiunto il Brasile. Facile prevedere che Roma farà di tutto perché lo scrittore venga inviato in uno dei Paesi che si affretterebbero a rimandarlo in Italia, dove lo attende la condanna all'ergastolo.
Quattro omicidi. Due compiuti direttamente, uno progettato, in un altro presente nel commando ma in funzioni di supporto. Queste le motivazioni della condanna, esito di uno di quei processi sommari che erano allora la norma. Un teste d'accusa principale, su cui si basa l'intera architettura della sentenza: il pentito Pietro Mutti, fondatore dei Pac dei quali Battisti è da sempre indicato, a torto, come uno dei capi, mentre era un semplice militante. Testimonianza discutibile, quella di Mutti: accusò Battisti di aver ucciso un agente di custodia, Antonio Santoro, poi fu costretto ad ammettere di aver sparato lui. Lo indicò come esecutore di un altro omicidio, che Mutti conosceva solo de relato, quello dell'agente della Digos Andrea Campagna, ucciso quando i Pac si erano già sciolti. In realtà a sparare era stato un altro militante, Giuseppe Memeo, reo confesso, e l'identikit dell'uomo che era con lui è opposto a quello di Battisti.
Ma in fondo non è questo ciò che importa. Quel che rende assurda l'ossessione italiana per l'ex detenuto comune politicizzatosi in carcere e poi diventato, dopo l'arresto nel '79 e la fuga dal carcere nell'81, scrittore di successo è l'assenza di qualsiasi pericolosità sociale. Battisti ha cambiato vita da ormai 35 anni, con il militante armato degli anni 70 non ha più nulla a che spartire, ha pagato i suoi crimini con anni di galera e con una vita spesa a fuggire da un paese all'altro. Potrebbe bastare. Dovrebbe bastare.
www.acatitalia.it, 4 marzo 2015
La situazione dei diritti umani in Cina resta drammatica. A denunciarlo Acat France, che partendo dai dati forniti da World Coalition, evidenzia come anche nel 2014, il paese asiatico confermi il proprio primato nell'infliggere la pena di morte con 3.000 esecuzioni effettuate, pari al 2013. Anche la tortura e i trattamenti disumani si confermano come fenomeni endemici all'interno dei luoghi di detenzione senza che il Governo abbia cercato di fare nulla per arrestare il fenomeno. Inoltre, dall'inizio del 2013 fino alla fine del 2014 ben 250 difensori dei diritti umani sono stati imprigionati.
Secondo alcune fonti ( ma ancora si attende conferma ufficiale) sarebbe morto mentre era detenuto, anche il vescovo novantaquattrenne Shi Enxiang, arrestato nel 2001 e incarcerato in un luogo segreto della Cina. I famigliari attendono ancora che venga loro restituito il cadaver
Aki, 4 marzo 2015
Un tribunale militare tunisino ha condannato in appello a sei mesi di carcere il blogger Yassine Ayari, 33 anni, accusato di aver diffamato l'esercito. Ayari fu arrestato il 25 dicembre di ritorno da Parigi. Nel suo blog aveva accusato funzionari del ministero della Difesa e ufficiali di appropriazione indebita. "La libertà di espressione è l'unico beneficio della rivoluzione e noi oggi vediamo un blogger punito duramente da un tribunale militare per aver criticato l'esercito", ha detto l'avvocato Malek Ben Amor. Il blogger, figlio di un colonnello dell'esercito ucciso nel maggio del 2011 in scontri con jihadisti, era attivo anche durante il regime del deposto presidente Zine El Abidine Ben Ali. Negli ultimi mesi ha criticato il partito laico di Nidaa Tounes che il 26 ottobre ha vinto le elezioni presidenziali e il cui leader Beji Caid Essebsi è diventato presidente il 21 dicembre. Human Rights Watch aveva descritto la condanna nei confronti di Ayari come "non degna della nuova Tunisia" e ha esortato il parlamento a riformare le leggi che portano alla reclusione per aver diffamato o insultato le istituzioni statali, oltre che di togliere la giurisdizione dei tribunali militari sui civili.
di Danilo Princiotto
www.ubitennis.com, 4 marzo 2015
I valori dello sport in un posto cupo e tristemente noto come il carcere di San Quintino. Ecco come i detenuti dimenticano, per qualche ora, la propria condizione, grazie al tennis: "Quando siamo su quel campo, noi non siamo in prigione".
San Quintino, nato nel 1852, è il carcere più antico della California e sorge a Nord della città di San Francisco, su un area di 1,7 km quadrati. Rappresenta da decenni una delle prigioni più note e discusse del globo, quasi un luogo cult per gli Stati Uniti e per la California, tanto da diventare oggetto di racconti e rappresentazioni cinematografiche. Il penitenziario californiano ospita il temutissimo braccio della morte, area destinata ai condannati a morte o ai detenuti, in attesa di sentenza, ritenuti particolarmente pericolosi. Le fredde mura di quella zona del carcere hanno visto detenuti uccisi in camere a gas, con iniezioni letali o semplicemente impiccati.
Uno dei luoghi più oscuri e temuti d'America, che ospita più di 5.200 detenuti, già condannati o in attesa di giudizio. Le giornate trascorrono lente e inesorabili, se non fosse che l'amministrazione carceraria ha previsto e messo a disposizione dei luoghi ricreativi, dove è possibile praticare sport e respirare la brezza dell'Oceano Pacifico: oltre ai campi di basket e baseball c'è un solo campo da tennis che, ristrutturato nel 2004, rappresenta uno dei luoghi di ritrovo degli appartenenti ad ogni ala del penitenziario, senza distinzioni di razza o colore. Già, perché l'esasperata multietnicità presente in America, si riflette, inevitabilmente, anche a San Quintino, con rischi di contrasti tra etnie e gang, all'ordine del giorno; una sorta di segregazione politica che vede i bianchi da una parte, i neri dall'altra, gli ispanici da un'altra ancora. L'unica eccezione è rappresentata proprio dal campo da tennis, come dimostra un interessante video-documentario girato da Vice Sport: "Quando entriamo in campo, noi ci abbracciamo perché amiamo questo sport, al di là di razza, età o altro, e il rispetto continua anche fuori perché è questo che il tennis ci insegna" ha saggiamente dichiarato uno dei detenuti intervistati.
L'artefice di quest'oasi di pace all'interno di un vero e proprio inferno, è Don Denevi, pensionato ora settantasettenne e direttore dell'area ricreativa, da cui è partita l'idea di restaurare un campo, precedentemente senza reti di protezione e pieno di buche, con le palline che prendendo una di queste schizzavano addosso ad altri detenuti (cosa non propriamente facile da gestire se sei a San Quintino). L'idea di Denevi è stata quella di creare un team di detenuti che coltivasse la passione per il tennis. L'inizio non è stato facile , essendo i più legati al basket e al baseball, sport che dominano la scena in America: "Andai da loro e li insultati, gli dissi "ehi femminucce, questi sono sport da donne, il tennis è uno sport per uomini veri" e loro accolsero la sfida, pur essendo io, all'inizio, l'uomo più odiato del penitenziario".
Inizialmente le sfide dell'Inside Tennis Team (così si fa chiamare il team di Denevi) erano lanciate a gente esterna disposta a passare del tempo con i detenuti, andando così a formare, anche se inconsapevolmente, una sorta di spaccatura ulteriore tra il mondo dei "normali" e quello dei carcerati, non potendoci essere contatti tra le due fazioni. Oggi la situazione è diversa, c'è integrazione tra i team e i match si svolgono mischiando i componenti; ciononostante non è sempre facile trattare con i detenuti di San Quintino, tanto da dover imporre delle regole anche agli esterni: non familiarizzare troppo con i carcerati, parlare quasi solo di tennis e obbligo di pantalone di tuta o leggins per le donne. "La cosa importante da capire è che nel tennis ci sono delle regole e i giocatori devono rispettarle, del resto è per questo se siamo qui, perché non abbiamo rispettato le regole" ha dichiarato un altro dei detenuti "il tennis è il nostro psicologo".
"So che alcuni hanno fatto delle cose terribili, e se potessi li ucciderei con le mie stesse mani" ha ammesso Denevi "ma ai miei ragazzi cerco di chiedere il meno possibile, non voglio sapere, voglio che loro vivano per quello che sono adesso e per dove sono.
Pensare al passato ora non ha senso. Credo che morirò di vecchiaia, qui a San Quintino, sul campo da tennis, dopo aver servito contro un detenuto". L'esperienza dell'Inside Tennis Team,, procede a gonfie vele a San Quintino; dopo una prima fase di scetticismo generale, gli appassionati adesso non ne hanno mai abbastanza: giocano anche con palline consumate, raccolte da vecchi circoli e per loro, oramai, il tennis è diventato una valvola di sfogo indispensabile . Nessuna gerarchia tra di loro, nessuno scontro civile ma una sola regola: "I problemi derivanti dal tennis, si risolvono sul campo da tennis"
Una visione serena e rientrante nell'ottica di rieducazione del condannato, concessa dallo sport in generale, in un ambiente che, in teoria e in pratica, si basa su altro. Basti pensare ai racconti evocati da carcerati e giornalisti inviati a San Quintino: detenuti, scortati dalle guardie nel braccio della morte, coperti da un cappuccio in testa, per evitare di essere sputati, che compiono gli ultimi passi della loro vita, transitando proprio davanti alla zona ricreativa che ospita il campo da tennis: non esattamente una prospettiva incoraggiante per gli altri.
Uno sport di tradizioni nobili, il tennis, che in questo caso, ha anche l'arduo compito di nobilitare gli uomini che fanno parte del carcere di San Quintino. Uomini che hanno ucciso altra gente, violentato donne, commesso ogni tipo di reato; uomini colpevoli o innocenti, pur sempre uomini: "Essere in prigione non è divertente, c'è molta gente triste, siamo molto limitati nelle cose da poter fare e questo campo qui è un grande privilegio: in realtà si trova in una prigione, ma quando giochi a tennis non sei in prigione: sei libero".
di Paolo Lambruschi
Avvenire, 3 marzo 2015
La responsabilità civile dei magistrati e le nuove norme sulla difesa d'ufficio scontentano l'Aivm, l'associazione che tutela chi ha avuto la vita rovinata da errori giudiziari. Per il presidente verrebbero favoriti gli avvocati mentre non cambia nulla per le vittime, di cui non si conosce la reale entità numerica.
di Stefano Zurlo
Il Giornale, 3 marzo 2015
I tre anni per il risarcimento si calcolano dall'arresto: così richieste impossibili. Una legge sbandierata dal governo Renzi come una pagina di civiltà. Ma una dose di robusto scetticismo è d'obbligo dopo aver letto gli articoli della nuova norma sulla responsabilità civile dei magistrati, appena approvata dopo interminabili polemiche dentro e fuori il Palazzo.
di Errico Novi
Il Garantista, 3 marzo 2015
A voler giocare con le iperboli si potrebbe dire che De Magistris rischia di beccarsi una causa pure dall'Anm. Il sindacato delle toghe ha fatto di tutto per affermare che la nuova legge sulla responsabilità civile dei magistrati è ingiusta, vessatoria, insomma una provocazione. Poi arriva l'ex pm di Catanzaro, oggi sindaco di Napoli, e ti rovina tutta la campagna mediatica. Come?
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 3 marzo 2015
Intervista. Fine degli Ospedali psichiatrici giudiziari. "Senza ulteriori proroghe", dal 1° aprile l'amministrazione penitenziaria inizierà "gradualmente" il trasferimento degli internati. Parla Roberto Piscitello, direttore generale dei detenuti e del trattamento del Dap.
www.ilfarmacistaonline.it, 3 marzo 2015
L'iniziativa promossa dal Comitato StopOpg è partita l'altro ieri perché la data del 31 marzo 2015 per la chiusura dei presidi "sia rispettata". Prevista una staffetta del digiuno per tutto il mese e manifestazioni in varie città italiane.
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 3 marzo 2015
In 28 Istituti, il 14 per cento del totale, è presente il minerale cancerogeno fuori legge dal 1992.
C'è un killer silenzioso nei penitenziari italiani che potrebbe aver mietuto vittime a lungo termine, Parliamo dell'amianto che è presente nel 14 per cento delle carceri. A rivelarlo è una mappatura aggiornata al gennaio del 2015 in possesso del Dap, il dipartimento dell'amministrazione penitenziaria.
"Attualmente - comunica il Dap in una nota - sono in corso tutti i controlli e le opere necessarie per rimozione, smaltimento e messa in sicurezza. Il Dipartimento, in continuità con il passato, assicura massima attenzione e tempestività negli interventi futuri". Grondaie, tettoie, pannelli, cassoni, parti di impianti di depurazione, canne fumarie, manufatti all'interno dei vecchi penitenziari continuano a minacciare la salute di chi in galera sconta una pena e di chi ci lavora. Su un totale di 28 carceri è presente il minerale cancerogeno, l'eternit, usato comunemente nelle costruzioni fino al 1992, poi bandito dal nostro Paese attraverso la legge 257.
Il quadro presentato dalla mappatura risulta inquietante. Nelle carceri del Piemonte, il Dap segnala ad Alessandria coperture di un locale tecnico con lastre ondulate tipo eternit; presso il carcere di Fossano ci sono lastre di cemento-amianto ricoperte da tegole.
A Novara e presente il minerale cancerogeno utilizzato per la copertura della caserma degli agenti e della palestra dove i detenuti fanno attività. A Torino sono in corso verifiche circa il materiale utilizzato per piani interrati del carcere e della caserma, Nelle carceri della Toscana risulta quello di Grosseto con le canne fumarie rivestito di amianto; a Lucca è in corso lo smaltimento di manufatti in eternit; a Massa e a Pisa la direzione carceraria ha chiesto alla Asl la verifica della pericolosità di alcuni manufatti; a Montelupo Fiorentino dopo l'eliminazione di manufatti cancerogeni nel 2013 e stata avviata un'altra procedura di smaltimento ; a Prato sono presenti due coperture in eternit e la direzione carceraria sta valutando delle possibili soluzioni. In Umbria rimangono da risanare dei locali nella struttura carceraria di Spoleto. Nelle carceri sarde sono in corso lavori di rimozione di manufatti in amianto al carcere di Isili e Is Arenas con termine previsto entro il primo trimestre
2015; al carcere di Mamone si e in attesa del nulla osta dei Beni Culturali per la demolizione di un fabbricato e a quello di Alghero sono in fase di programmazione gli appalti per la rimozione, Nelle carceri siciliane ci sono presenze a Castelvetrano con due recipienti di eternit, a quello di Catania il minerale cancerogeno e presente in una tettoia, al carcere di Enna sono accantonati materiali da smaltire, nell'istituto dismesso di Favignana ci sono 150 pannelli in eternit; a Giarre risultano piccoli manufatti in eternit; a Noto sono presenti 10 contenitori in eternit e al carcere di Trapani c'è amianto nelle coperture del magazzino.
In Sicilia c'è l'Ucciardone di Palermo dove è ancora in corso la rimozione di materiale in eternit e al carcere di San Cataldo esiste una quantità non precisata di eternit su cui è stata avviata una verifica. In Emilia Romagna, nella scuola di formazione della polizia penitenziaria di Parma, c'è una tettoia nel parcheggio automezzi con presenza di amianto sotto soglia; nel carcere di Piacenza si è in attesa dei risultati delle analisi commissionate sulle fibre presenti nella pavimentazione di un locale, In Calabria, nel carcere di Lamezia Terme, si sta valutando la rimozione di un manufatto in amianto. Non si registra infine presenza di amianto nelle strutture di Lombardia, Basilicata, Lazio, Puglia, Campania, Veneto e Liguria.
Nonostante la messa a bando, di amianto si continua a morire. Dalla legge 257 del 1992 che ha sancito la messa al bando delle fibre "velenose", solo 500mila tonnellate di materiale killer sono state bonificate: ovvero solamente il 2% di quello presente sul territorio. L'Italia è fra l'altro uno dei Paesi più esposti: è stato fino alla fine degli anni 80 il secondo maggior produttore europeo di amianto dopo l'ex Unione Sovietica, nonché uno dei maggiori utilizzatori. La sua dannosità era stata riconosciuta addirittura nel 1932 quando alcuni operai americani avevano fatto causa alla loro ditta. In Italia - come abbiamo ricordato - solo nel 1992 ne hanno vietato l'impiego. Il risultato è che ogni anno, nel nostro "Bel Paese", muoiono migliaia di persone che sono state in contatto con l'amianto. L'epicentro è la Venezia Giulia perché lì ci sono i cantieri navali di Monfalcone visto che tutto era fatto in amianto.
In quella regione, più o meno tutte le famiglie hanno il proprio morto di amianto. Le fibre di amianto ti penetrano nella pleura, poi d'un tratto, anche a cinquant'anni di distanza, si risvegliano e ti annegano di liquido in un mese. Di amianto si continua a morire e la statistica è inquietante: 5.000 morti all'anno con ancora 34mila siti da bonificare.
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