di Domenico Letizia
www.clandestinoweb.com, 24 febbraio 2015
Se la questione carceraria è trascurata in molti paesi dell'Unione Europea, un vero dibattito sulla problematica di genere legata al carcere è quasi del tutto assente dai dibattiti pubblici. Edlira Papavangjeli, ricercatrice presso il Comitato Helsinki per i diritti umani dell'Albania, ha pubblicato una tesi di dottorato che analizza le esigenze delle donne albanesi in rapporto alla giustizia penale, effettuando delle inchieste sulle problematiche che trovano le donne detenute in Albania. La monografia intitolata "Donne in conflitto con la legge - la prospettiva di genere nel sistema giudiziario penale" fornisce un'utilissima analisi in materia di giustizia penale e approccio di genere, a partire dal contesto albanese, ma non manca di tracciare un'analisi europea della problematica.
L'argomentazione trattata assume un approccio transnazionale poiché non solo le donne sono le "invisibili" del mondo penitenziario, quasi ovunque, ma numerosi studi hanno statisticamente riportato che il numero delle donne incriminate e condannate per vari reati è in aumento in molti paesi. Il documento pubblicato da Edlira Papavangjeli fornisce un'accurata analisi delle politiche in materia di giustizia penale riguardanti le donne in Albania, le dinamiche sociali, i fattori che hanno influenzato la vita di queste donne detenute o in attesa di giudizio e un'analisi approfondita sulle esigenze e sulle problematiche affrontate dopo il rilascio nel ritornare a vivere nella società. La forza propositiva del documento consiste nel riuscire a sviluppare un dibattito sul come la società tratta le donne, al fine di elaborare e individuare nuove misure più efficaci della giustizia nel caso in cui i trasgressori siano le donne. Un documento utilissimo per quelle organizzazioni, individualità e istituzioni che si occupano della reintegrazione delle "donne delinquenti" all'interno dei contesti sociali.
di Annalisa Lista
www.west-info.eu, 24 febbraio 2015
La Francia dovrà risarcire un detenuto paraplegico per trattamento "disumano e degradante". È quanto dichiara la Corte Europea dei Diritti Umani accogliendo la richiesta di un recluso algerino detenuto Oltralpe e divenuto disabile dopo una caduta per tentativo di evasione. Il ricorrente ha dichiarato che il trattamento ricevuto gli ha provocato uno stato di sofferenza peggiore di quello normalmente attribuibile alla privazione della libertà.
Ad esempio, trovava difficoltà a spostarsi con la sedia a rotelle perché la struttura non era adeguata. Inoltre, le cure mediche e paramediche erano insufficienti, come le sedute di chiroterapia. Senza dimenticare che il penitenziario pagava un detenuto per aiutarlo a farsi la doccia e portarlo alle toilette. Una condizione che è costata cara all'Hexagone, condannato già nel 2006 per accadimenti simili.
di Giuseppe Acconcia
Il Manifesto, 24 febbraio 2015
L'attivista socialista Alaa Abdel Fattah è stato condannato a cinque anni di prigione per aver violato la liberticida legge anti-proteste, insieme ad Ahmed Abdel Rahman. Altri 18 attivisti sono stati condannati a tre anni nello stesso processo. Le accuse riguardano l'organizzazione di una manifestazione alle porte della Camera alta (Shura) a poche ore dall'approvazione della legge bavaglio.
Alaa, che non fa che entrare e uscire di prigione, era stato condannato in primo grado a 15 anni di reclusione. Alaa, che è apparso molto dimagrito dopo oltre due mesi di sciopero della fame, è stato uno dei volti delle rivolte di piazza Tahrir del 2011, ha partecipato alle manifestazioni egiziane anti-regime insieme alla moglie Manal, che in quella fase teneva un blog per raccontare le proteste con gli occhi delle donne. Il giovane ha iniziato il suo impegno politico contro i processi militari contro i civili nell'anno e mezzo in cui è stata al potere la giunta militare di Hussein Tantawi.
Con l'ascesa del presidente islamista Mohammed Morsi ha continuato ad avere problemi con la giustizia egiziana ma è tornato in carcere solo con il golpe militare che ha portato il generale al-Sisi al potere. Resta in carcere anche Mohamed Sultan, attivista islamista in sciopero della fame da un anno e in gravissime condizioni di salute. Rischia di essere arrestata, per scontare la pena di due anni per avere assaltato una stazione di polizia ai tempi di Morsi, l'attivista comunista Mahiennur el-Masry. Liberati invece i tre giornalisti, condannati a sette anni nel processo contro il canale satellitare al-Jazeera. A parte Peter Greste che è subito volato in Australia, suo paese natale, Mohamed Fahmy e Baher Mohamed dovranno affrontare un nuovo processo. Sono stati condannati all'ergastolo Ahmed Maher e Ahmed Douma, attivisti del movimento 6 Aprile coinvolti negli scontri con la polizia nel novembre del 2011 in via Mohammed Mahmud. Insieme a loro sono 230 gli attivisti e rivoluzionari condannati al carcere a vita in Egitto. Resta in carcere anche la sorella di Alaa, Sanaa, condannata a due anni e accusata di aver violato la legge anti-proteste con la marcia verso il palazzo presidenziale di Heliopolis la scorsa estate, con altri 23 attivisti.
La madre di Alaa, più volte in sciopero della fame per la liberazione del figlio, e la zia, la scrittrice Ahdaf Soueif, hanno commentato la condanna. "È una vergogna, mio figlio è pieno di coraggio", ha detto Layla, denunciando che in Egitto ora c'è "meno libertà che ai tempi di Mubarak". La famiglia del giovane ha una lunga tradizione di attivismo comunista.
Con l'ascesa del presidente al-Sisi, la magistratura egiziana si è mostrata davvero vendicativa verso i leader dei movimenti sociali che hanno attraversato il paese negli ultimi quattro anni. Se centinaia di sostenitori di Fratelli musulmani sono stati condannati alla pena di morte o all'ergastolo, migliaia di loro organizzazioni caritatevoli sono state chiuse, ora tocca anche ai partiti laici e di sinistra di subire la dura repressione del regime - dopo la scarcerazione dei figli di Mubarak, Alaa e Gamal - in vista delle elezioni parlamentari che si terranno tra marzo e maggio.
Il Mattino di Padova, 23 febbraio 2015
A fine marzo c'è una scadenza che non interessa quasi a nessuno: è la chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari. Non interessa a tante Regioni, che dovevano predisporre dei percorsi di cura e riabilitazione individuali, potenziando i servizi socio-sanitari territoriali, che servono a tutti i cittadini, e invece non hanno fatto quasi niente. Non interessa a tanta politica, che vive delle emergenze e non sa pensare a progetti proiettati verso il futuro. Non interessa a tanta informazione, che si è dimenticata in fretta di questi malati rinchiusi in strutture che di umano hanno ben poco, come certi Opg. Parliamone allora, per evitare che si faccia slittare ancora questa necessaria chiusura: noi da parte nostra cerchiamo di non dimenticare la scadenza del 31 marzo, proponendo ai lettori le riflessioni di due persone detenute, dedicate agli uomini rinchiusi negli Opg.
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 23 febbraio 2015
Terzietà non datur. Più della riforma del lavoro. Più del taglio alla spesa. Più della riforma del fisco. Più della revisione dell'Irap. Più degli ottanta euro. Più della pubblica amministrazione. Più delle banche popolari. Se c'è un passaggio che consentirà di misurare come un termometro il grado di coraggio che avrà Matteo Renzi nell'affrontare i prossimi mesi di governo quel termometro coincide con tre parole sulle quali l'allegra banda della Leopolda non sembra al momento avere le idee particolarmente chiare: riforma della giustizia.
di Liana Milella
La Repubblica, 23 febbraio 2015
Politica unita, magistratura divisa. La nuova formula della responsabilità civile diventerà legge mercoledì, per le toghe è "inutilmente punitiva", ma sulla protesta si dividono. Uniti solo nel chiedere un incontro al presidente Mattarella. Una giornata di discussione a piazza Cavour, ma alla fine ben quattro documenti distinti. Soprattutto niente sciopero chiesto solo da Magistratura indipendente, giusto la corrente a cui appartiene il sottosegretario alla Giustizia Cosimo Ferri. La sinistra di Area e i centristi di Unicost - da tre anni al governo dell'Anm - si fermano allo "stato di mobilitazione".
Radio Vaticana, 23 febbraio 2015
"Ma in questa Quaresima nel tuo cuore c'è posto per quelli che non hanno compiuto i comandamenti? Che hanno sbagliato e sono in carcere?". A domandarlo è stato il Papa in una delle omelie pronunciate nei giorni scorsi a Casa Santa Marta, durante la Messa. Francesco ha fatto riferimento a quanti allontanano chi ha sbagliato, aggiungendo "se tu non sei in carcere è perché il Signore ti ha aiutato a non cadere". Luca Collodi ne ha parlato con don Virgilio Balducchi, ispettore generale dei Cappellani delle carceri italiane.
di Giuliano Ferrara
Il Foglio, 23 febbraio 2015
Si parla dell'arresto di Berlusconi. Il meccanismo è semplice, infernale. Berlusconi ha un giro di amici (Mora eccetera) e amiche (le ragazze delle feste di Arcore). Il suo trattamento della bisboccia è generoso con tutti, maschietti e femminucce, com'è nello stile dell'uomo e dell'imprenditore e impresario di successo. Berlusconi non è l'unico nella storia a intrattenere le donne come occasione carestosa di divertimento e sfida: nel Don Giovanni di Mozart e Da Ponte l'investimento in "femminile" è dichiarato, spavaldo.
di Giuliana Ubbiali
Corriere della Sera, 23 febbraio 2015
La frase trascritta negli atti dell'inchiesta sull'omicidio di Yara. La difesa: il killer è mancino.
"Confessa, così puoi avere uno sconto di pena. Altrimenti rischi l'ergastolo". Consigli, o provocazioni, di questo tenore da parte di altri detenuti a Massimo Bossetti sono negli atti dell'inchiesta sull'omicidio di Yara Gambirasio che il pm Letizia Ruggeri sta per chiudere.
Ci sono finite anche le risposte che il carpentiere di Mapello avrebbe dato: "Rischierò l'ergastolo, ma non confesso per la mia famiglia", è il senso. E adesso quelle frasi, chiacchiere con altri detenuti nella sezione protetta in cui Bossetti è rinchiuso, sono finite nelle carte dell'inchiesta.
Questo significa che il pm le ritiene interessanti e che il carpentiere era sotto osservazione. Non a caso in carcere erano state piazzate delle cimici (scoperte da altri detenuti) ed è stata annotata ogni sua azione e parola, compreso il modo di affrontare i nuovi indizi contro di lui che gli ha raccontato ogni volta il suo avvocato, Claudio Salvagni. È il legale, il suo ponte con il mondo esterno. Ed è lui che dice: "Non confessa, perché non ha fatto nulla. Non crolla, perché vuole dimostrare la sua innocenza".
Allora che cosa significa quel "non confesso per la mia famiglia?". È uno dei dettagli che il pm intende approfondire a dibattimento. Un dettaglio, appunto. Uno dei tanti che servirà a rafforzare il cuore dell'indagine, quello che riguarda invece elementi scientifici e tecnici.
I principali. Il Dna dell'indagato che - l'accusa non ha dubbi - corrisponde a quello del presunto killer trovato sugli slip e sui leggings di Yara. Le telecamere di una ditta, di un distributore di benzina e di una banca di Brembate di Sopra che riprendono un furgone Iveco Daily identico al suo circolare attorno alla palestra per un'ora, fino a pochi minuti prima della scomparsa della tredicenne. Le fibre di quattro colori (giallo, grigio, blu e celeste) dei sedili del suo mezzo uguali a quelle trovate sui leggings e sul giubbotto della vittima. E, ancora, le ricerche dal computer di casa Bossetti con "tredicenni" e altri termini a sfondo sessuale.
Per la Procura sono elementi forti, sufficienti a sostenere l'accusa in dibattimento. La difesa li attacca con l'arma del dubbio. L'avvocato Salvagni ha organizzato una conferenza stampa nel suo studio di Como per illustrare che cosa non torna alla difesa.
Con lui c'era il pool di consulenti: il medico legale Dalila Ranalletta, gli esperti informatici Giuseppe Dezzani e Paolo Dal Checco, il criminologo Ezio Denti e il professore di logica Sergio Novani. Non c'era invece Sarah Gino, medico legale specializzata nel Dna, "per via di un altro impegno", spiega Salvagni. I dubbi sollevati, dunque, e le ipotesi alternative "di pari dignità di quelle della Procura". L'arma: "La lama di due millimetri e il tipo di ferite indicano che è importante, non può essere un cutter. Il killer potrebbe essere una persona che sa maneggiare le armi, per esempio qualcuno che pratica arti marziali, e sulla base di una simulazione è più convincente che sia un mancino".
Il luogo dell'omicidio: "La posizione del corpo, troppo ordinato, fa dubitare che sia avvenuto nel campo. Inoltre, in corrispondenza delle ferite i vestiti non risultano tagliati, e il collo della maglietta non è sporco di sangue". Le ricerche sul computer di casa Bossetti: "Sono state prodotte in modo automatico dal computer, a seguito di altre navigazioni di Bossetti e di sua moglie. Inoltre, si attribuisce una ricerca a Bossetti perché quel giorno non era al lavoro ma al tempo stesso un'altra in un giorno in cui risultava in cantiere".
Le fibre trovate sui leggings e sul giubbotto di Yara che corrispondono, secondo l'accusa, a quelle dei sedili sul furgone di Bossetti: "Dalle nostre ricerche risulta che quella tappezzeria sia stata usata per molti mezzi, anche su treni e pullman". Domanda dei giornalisti: "Ma al di là di tutto, come si spiega che il Dna dell'indagato sia stato trovato sugli indumenti della vittima?".
È il cuore della battaglia. Per la Procura è un pilastro: basta il nucleare per identificare una persona. "Ma deve corrispondere al mitocondriale per fugare ogni dubbio", contesta l'avvocato. Ieri la difesa ha evidenziato un passaggio della relazione di Carlo Previderè, consulente del pm che ha analizzato tracce pilifere trovate su Yara. È emersa una corrispondenza tra due reperti e il Dna mitocondriale di una delle 532 donne sottoposte al test per la ricerca della madre del killer. Per gli inquirenti il dettaglio non ha rilevanza: il Dna mitocondriale può essere condiviso da persone che non hanno legami di parentela.
Legale: Bossetti vuole dimostrare innocenza per figli
"Massimo Bossetti ha sempre detto a chiunque in carcere che non confessa perché vuole dimostrare la sua innocenza per la sua famiglia: non ha nulla da confessare e vuole che i suoi figli camminino a testa alta". A spiegarlo è stato il difensore del muratore, Claudio Salvagni, in relazione a notizie di stampa secondo le quale il muratore, in carcere dal 16 giugno scorso, avrebbe detto a un detenuto, la cui testimonianza è agli atti dell'inchiesta sull'omicidio di Yara Gambirasio, di non voler confessare "per la sua famiglia". Salvagni, nei mesi scorsi, aveva parlato di "inaccettabili pressioni", all'interno dell'istituto di pena, per far confessare il muratore.
Corriere della Sera, 23 febbraio 2015
Anticipò lo scandalo dei rifiuti. A verbale disse: i clan hanno devastato terre nelle quali, visti i veleni sotterrati, si poteva immaginare che in 20 anni sarebbero morti tutti". Tutto quello che negli ultimi anni è emerso in tema di rapporti tra rifiuti, smaltimento, camorra e politica, lui lo aveva raccontano almeno 20 anni fa, tra il 1993 e il 1997, alla magistratura. Spesso ascoltato con attenzione. Talvolta no. Parliamo del pentito di camorra Carmine Schiavone, morto nella sua casa di Viterbo a 72 anni. La causa del decesso sarebbe un infarto. Da alcuni anni era uscito dal programma di protezione per i pentiti.
Schiavone è noto per aver portato, con le sue dichiarazioni alle commissioni parlamentari d'inchiesta, alla magistratura e ai media, alla ribalta il caso della "Terra dei fuochi" vale a dire dei rifiuti tossici nascosti abusivamente dalla camorra nel casertano. "Il traffico e l'interramento dei rifiuti in provincia di Caserta era un affare da 600-700 milioni di lire al mese, che ha devastato terre nelle quali, visti i veleni sotterrati, si poteva immaginare che nel giro di vent'anni morissero tutti". Parole che mettono i brividi quelle pronunciate nel 1997 da Schiavone davanti alla Commissione ecomafie, in una audizione i cui verbali furono desecretati nel 2013.
La sentenza senza appello pronunciata dall'ex boss riguardava tanti centri del Casertano, "gli abitanti di paesi come Casapesenna, Casal di Principe, Castel Volturno e così via, avranno, forse, venti anni di vita". Rifiuti radioattivi "dovrebbero trovarsi in un terreno sul quale oggi ci sono le bufale e su cui non cresce più erba", raccontava Schiavone. Fanghi nucleari, riferiva, arrivavano su camion provenienti dalla Germania. Nel business del traffico dei rifiuti, secondo il pentito, erano coinvolte mafia, 'ndrangheta e Sacra Corona Unita.
"C'era di tutto: rifiuti speciali, rifiuti chimici, rifiuti ospedalieri e anche fanghi termonucleari. Arrivavano da aziende del Nord - raccontò Schiavone - ma anche aziende della zona di Roma. E neanche alcuni imprenditori del nord Europa erano esenti dalla relazione criminale con il clan dei Casalesi che questi rifiuti andava a sversare", aveva detto in un'intervista che suscitò clamore e, negli ultimi tempi, scettico sulla fine delle organizzazioni criminali ripeteva: "La mafia non sarà mai distrutta perché ci sono troppo interessi, sia a livello economico sia a livello elettorale. L'organizzazione mafiosa non morirà mai". Carmine Schiavone si era attribuito circa settanta omicidi e centinaia quelli commissionati.
Tuttavia la sua rimane una figura controversa. Cugino del ben più noto Francesco Schiavone, soprannominato dai mass media Sandokan, attualmente all'ergastolo, il suo nome, come detto era tornato d'attualità nel novembre del 2013 quando divennero di dominio pubblico alcune dichiarazioni fatte già nel 1997 alla Commissione parlamentare d'inchiesta. Ragioniere, sposato con sette figli, Schiavone "si pente" perché, come racconterà lui stesso, ritiene di essere stato "tradito" dal clan. Schiavone, infatti, viene arrestato nel luglio del 1991, e poi, ottenuti i domiciliari, una seconda volta l'anno successivo con l'accusa di evasione: viene infatti sorpreso in Puglia invece che a Casal di Principe.
È proprio questa circostanza a fargli sospettare che qualcuno l'abbia "venduto" e a spingerlo a collaborare: è il 1993 e con le sue dichiarazioni l'ex boss darà vita al processo Spartacus, che porterà alla condanna, tra gli altri, di Sandokan, Michele Zagaria e Francesco Bidognetti.
L'ex boss dei Casalesi aveva iniziato a collaborare con la giustizia nel 1993. Le sue deposizioni furono determinanti per il maxi blitz che portò a 136 arresti di affiliati al clan, operazione da cui derivò il processo "Spartacus". Anche qui le dichiarazioni di Schiavone furono al centro delle accuse.
Al termine del processo furono condannati il cugino Francesco Schiavone detto Sandokan, Michele Zagaria e Francesco Bidognetti, ritenuti la cupola del clan. Con loro furono condannate altre 30 persone. Finito il programma di protezione, da cui era uscito per non aver rivelato tutto ai magistrati, Schiavone si era trasferito con la moglie e i figli nella Tuscia, in una casa nei paraggi del lago di Vico, dove è morto. Il suo nome tornò alla ribalta nel 2008, quando voci raccolte dalle forze dell'ordine lo davano come possibile organizzatore di un attentato contro Roberto Saviano. Ma sulla circostanza non emersero riscontri concreti.
"La collaborazione di Carmine Schiavone fu fondamentale perché fu il primo esponente del clan che ha aperto uno squarcio sul sistema criminale creato dai Casalesi e l'unico che davvero ci ha aiutato capire una realtà in cui accanto alla forza militare c'era una rilevante forza economico-imprenditoriale". Lo afferma il Procuratore di Reggio Calabria Federico Cafiero De Raho, che nel 1993 raccolse le dichiarazioni di Schiavone e sostenne l'accusa nel maxi-processo "Spartacus" contro i Casalesi.
- Lettere: bestemmiare i morti in carcere
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