Ansa, 20 febbraio 2015
Si complica la vicenda dei sei ex detenuti di Guantanámo accolti dal governo uruguaiano: dopo le polemiche scatenate dall'appello lanciato da uno di loro in Argentina e l'intervento personale del presidente José Mujica, ora è la centrale sindacale Pit-Cnt che ha deciso di non occuparsi più del caso, trasferendo la sua gestione a una associazione locale.
In un'intervista televisiva Jihad Ahmad Diyab, il più noto degli ex prigionieri, si è lamentato di essere "uscito da una prigione per entrare in un'altra" e, pur ringraziando l'Uruguay per il modo in cui è stato accolto con i suoi compagni, ha sottolineato che "questo non basta", perché hanno bisogno "delle famiglie, di una casa nella quale vivere e di un lavoro che serva per cominciare a costruirci un futuro". Dal loro arrivo gli ex detenuti di Guantánamo vivono in una casa messa a loro disposizione dal Pit-Cnt, ma responsabili del sindacato hanno indicato che finora hanno rifiutato ogni offerta di lavoro e non seguono nemmeno i corsi di spagnolo organizzati per rendere più facile il loro inserimento.
E così Mujica è andato a trovare gli ex di Guantánamo, per chiedere loro di cambiare atteggiamento, e dopo l'incontro ha osservato che non sono "gente umile del deserto" ma "piuttosto gente di classe media". Poco dopo il Pit-Cnt ha annunciato che non si occuperà più di loro, e sarà il Servizio Ecumenico per la Dignità Umana, una Ong che collabora con l'Acnur, il responsabile del loro inserimento sociale, economico e culturale.
di Michele Serra
La Repubblica, 19 febbraio 2015
C'è solo una cosa peggiore del rosario di odio e di bestialità snocciolato, a proposito del suicidio di un ergastolano rumeno nel carcere di Opera, da alcuni agenti di custodia sulla pagina Facebook del loro sindacato ("uno di meno" è il commento che li riassume tutti). Questa cosa peggiore è la motivazione con la quale i responsabili di quel sito hanno rimosso quei commenti disumani. Non sono stati cancellati perché ripugnanti.
di Luca Fazio
Il Manifesto, 19 febbraio 2015
Ioan Gabriel Barbuta, 39 anni, domenica scorsa si è tolto la vita nel carcere di Opera (Mi). Sul social network del sindacato Alsippe alcuni poliziotti penitenziari si felicitano per il suo gesto. C'è chi esulta: "Uno di meno, spero che abbia sofferto". E chi si augura "più corde e sapone". Il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria ha aperto un'indagine interna e già oggi riferirà al ministro della Giustizia Andrea Orlando.
di Giuseppe Candido
Il Garantista, 19 febbraio 2015
Suicidio al carcere di Opera, a Milano. Il Sappe lancia l'allarme per le condizioni inumane dei penitenziari, ma per Repubblica.it la notizia diviene un'altra. La versione online del quotidiano diretto da Ezio Mauro, mercoledì 18 febbraio, pubblica un articolo a firma di Giuliano Foschini e Marco Mensurati, col titolo in bella evidenza su alcuni commenti usciti sulla pagina Facebook di un sindacato di polizia penitenziaria: "Suicidio in carcere, atroci commenti di alcuni agenti su Fb: Uno di meno". "Un uomo si suicida nel carcere di Opera", scrivono i due giornalisti.
di Giuliano Foschini e Marco Mensurati
La Repubblica, 19 febbraio 2015
C'è una cosa che mi fa particolarmente male di questa storia". Quale? "Il ricordo di tutte le volte in cui ho visto colleghi correre per provare a salvare detenuti con i polsi tagliati, o magari con il collo in qualche cappio. Ne hanno salvati tanti e li ho visti piangere quando non ce la facevano. Quei commenti sono un pugno alle nostre divise, al nostro impegno, al nostro lavoro".
di Donato Capece (Segretario Sindacato di Polizia Penitenziaria Sappe)
Il Garantista, 19 febbraio 2015
Esultare per la morte di un detenuto è cosa ignobile e vergognosa. Il suicidio in carcere è sempre - oltre che una tragedia personale - una sconfitta per lo Stato. E ci vuole rispetto umano e cristiano ancor prima di quello istituzionale. Chi ha dato dimostrazione della sua stupidità ed insensibilità se ne assumerà le responsabilità.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 19 febbraio 2015
Il ministro della Giustizia Andrea Orlando propone di garantire le occasioni di culto
Il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha un obiettivo ambizioso: "Far sì che il rispetto dei diritti dei detenuti di religione islamica, oltre che doverosa applicazione dei principi costituzionali, sia anche strumento per prevenire la radicalizzazione e il reclutamento fondamentalista; una via per contrastare il proselitismo di chi ci vede come nemici dell'Islam".
Il dato di partenza è una popolazione carceraria con circa diecimila "ristretti" provenienti da Paesi musulmani, seimila dei quali religiosi praticanti. In settanta penitenziari ci sono già ambienti adibiti a luoghi di culto.
"Ma - spiega Orlando, premesso che stiamo operando per diminuire il numero dei detenuti trasferendoli nei Paesi d'origine, bisogna fare di più. L'effettiva tutela dei diritti fondamentali dell'individuo in generale, e nel carcere in particolare, è un elemento primario di contenimento del rischio di radicalizzazione. Anche perché abbiamo sperimentato l'esempio contrario: vicende come quella di Guantánamo dimostrano che, come sostenuto dall'indagine del Senato Usa, misure estreme, oltre a violare i diritti fondamentali delle persone, non sono di ausilio effettivo nella lotta al terrorismo globale ma rischiano di alimentarlo".
Da dove nasce questa convinzione, ministro?
"Anche da un dato di fatto: alcuni autori dei gravissimi attentati che si sono verificati di recente, a Parigi come a Copenaghen, hanno visto nascere o crescere il loro estremismo proprio nelle prigioni, dove si sono probabilmente rafforzati i rapporti con organizzazioni radicali e violente".
Qual è, allora, la risposta giusta?
"Garantire e far rispettare i diritti, la cui negazione è il primo presupposto del reclutamento radicale. Impedire la pratica legittima del culto religioso significa innescare una vera e propria bomba. Allo stesso tempo, però, bisogna evitare che le pratiche di gruppo diventino un mezzo di proselitismo che alimenti il pericolo. La linea di confine è molto sottile, bisogna essere attenti e bravi. Per questo ci stiamo impegnando anche a tessere rapporti con le comunità islamiche e a inserire nel circuito il maggior numero possibile di mediatori culturali".
Per controllare ciò che avviene nelle "moschee" attrezzate all'interno dei penitenziari?
"No, questo è impossibile. Il compito di acquisire informazioni in chiave antiterrorismo spetta ad altri; non a caso abbiamo consentito, con il decreto legge appena approvato, che i servizi segreti, con precisi presupposti, possano accedere negli istituti per colloqui informativi. Per parte nostra dobbiamo creare e far rispettare un clima che favorisca la convivenza e il rispetto di tutti. Tutti gli operatori carcerari devono esserne consapevoli".
Detto nel giorno in cui alcuni agenti della Polizia penitenziaria hanno inneggiato al suicidio di un detenuto rumeno, suona un po' velleitario.
"Si tratta di un episodio intollerabile, per il quale abbiamo già avviato accertamenti, e chiesto alle organizzazioni sindacali di prendere le distanze. Ma mi sento di dire che si tratta di un fatto tanto inaccettabile quanto isolato, che non va enfatizzato: sono certo che i sentimenti degli agenti penitenziari non si confondono con quelle posizioni".
Dalle carceri arrivano segnali di pericolo per la sicurezza?
"Registriamo atteggiamenti ostili e conflittuali di detenuti di origine musulmana, che non dobbiamo generalizzare. Non tutti coloro che protestano, anche in maniera sbagliata o illegale, sono potenziali terroristi. Tuttavia monitoriamo ogni segnale e siamo in grado di intervenire con fermezza".
Non teme accuse di "buonismo", nel momento in cui la minaccia del terrorismo di matrice islamica viene esaltata ai massimi livelli?
"No, visto che con il decreto abbiamo introdotto i reati per contrastare i foreign fighters, rafforzato i poteri dell'intelligence e il coordinamento tra gli inquirenti. E poi sono proprio le strutture del terrorismo a giovarsi di reazioni arbitrarie e contrapposizioni di civiltà che rendono più agevole il reclutamento tra chi è nato e cresciuto in Occidente. Anche perché non siamo di fronte a organizzazioni strutturate in maniera tradizionale, con affiliazioni e gerarchie ben definite, bensì a un fenomeno che indica nemici da colpire, rispetto ai quali chiunque, pure da solo, può decidere di agire come e quando crede. Del resto io non rivendico nessuna particolare intuizione; quello che sto dicendo non è altro che la posizione espressa dall'Unione europea su questi temi".
Lei ha fatto cenno ai nuovi poteri assegnati anche ai Servizi all'interno delle carceri, auspicando però che se ne faccia "un uso prudente". Vede qualche rischio?
"Più che segnalare rischi intendo sottolineare che si tratta di norme fondamentali nell'azione di contrasto varate in una situazione eccezionale, e le agenzie di intelligence sono le prime ad esserne consapevoli. Dobbiamo evitare che regole funzionali a colpire un determinato fenomeno diventino la regola generale, che contrasterebbe con i principi fondamentali dell'ordinamento".
Orlando: con compressione diritti detenuti rischio è effetto boomerang (Ansa)
Occorre contenere i rischi di radicalizzazione nelle carceri, tenendo presente che oltre un terzo dei detenuti proviene da paesi islamici. Lo ha detto il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, nel corso di un convegno della fondazione Icsa. Le carceri, ha spiegato, "sono dei luoghi in cui si può strutturare una visione estremista dell'Islam, con capacità di proselitismo, ma bisogna assicurare il diritto di culto negli istituti per evitare l'effetto boomerang come Guantánamo".
Orlando ha ricordato che tra le misure contenute nel decreto antiterrorismo approvate la settimana scorsa, c'è anche quella che consente agli agenti dei servizi segreti di fare colloqui in carcere, dietro richiesta del premier e previa autorizzazione del procuratore generale della Corte d'appello di Roma. È una novità, ha aggiunto, "per la quale auspico un uso prudente: può essere uno strumento efficace per acquisire informazioni essenziali".
Secondo il Guardasigilli, "serve una riflessione sui percorsi di radicalizzazione che possono avvenire in carcere, ma bisogna stare attenti a legiferare sotto la spinta del populismo penale. Se si riduce l'area dei diritti c'è il rischio di favorire il proselitismo, agevolando la visione di un Occidente nemico dell'Islam".
Ai fini di un efficace controllo di quanto avviene in carcere, Orlando segnala tuttavia tre criticità: "l'incertezza sull'identificazione dei clandestini detenuti, la mancanza di comunicazione con le comunità islamiche fuori dal carcere, la scarsa presenza di mediatori culturali. Sono indispensabili strumenti di sostegno ai detenuti, spesso fragili sul piano culturale, familiare, economico e a rischio" di finire vittime della propaganda jihadista.
Agi, 19 febbraio 2015
L'Italia è il Paese europeo con il più numeroso personale penitenziario, dopo la Russia, nonostante abbia una popolazione carceraria meno ampia rispetto ai principale paesi europei. Lo segnala il rapporto annuale del Consiglio d'Europa, pubblicato nel mese di febbraio.
Il Consiglio d'Europa è un'organizzazione che non fa parte dell'Unione europea, anche se comprende tutti i membri Ue, più gli altri paesi del continente europeo, dall'Islanda alla Turchia, dalla Russia all'Azerbaijan. Il rapporto sulle carceri pubblicato a febbraio fa la fotografia della situazione nei 50 paesi membri aggiornata al settembre 2013.
A quella data, l'Italia risulta essere, dopo la Russia, il paese europeo con il più numeroso personale carcerario, pari a 45.772 unità. In Russia il personale carcerario ammonta a circa 300.000 unità.
In Germania i dipendenti delle istituzioni penitenziarie sono 36.800, in Francia 35.000, in Gran Bretagna 38.600. In Italia il numero più elevato di personale si contrappone a una popolazione carceraria significativamente inferiore a quella di tutti i principali paesi europei, cioè Germania, Francia, Gran Bretagna, ma anche Spagna e Polonia, nonché ovviamente Russia. Il rapporto indica anche il numero di suicidi in carcere per paese. Nel 2012 se ne sono registrati 153 nei penitenziari italiani. Di più solo in Russia (4124), Turchia (345), in Gran Bretagna (192), Spagna (191) e Francia (166). Rispetto al numero totale dei carcerati, però, il tasso di suicidi in Italia è inferiore alla media europea dove si contano 11,1 suicidi per 10.000 carcerati, a fronte di 8,5 su 10.000 in Italia.
di Giuseppe Pipitone
Il Fatto Quotidiano, 19 febbraio 2015
L'ultimo caso è quello di Pino Faraone, il consigliere comunale palermitano nella lista di Crocetta, accusato di tentata estorsione. Per il tribunale del Riesame può scontare la custodia cautelare presso il suo domicilio. Ma vista l'assenza dei dispositivi è rimasto recluso nel carcere Pagliarelli.
Undici milioni di euro per duemila braccialetti ogni anno: cinquemila e cinquecento euro l'uno. Non sono gioielli, non hanno diamanti e preziosi, ma sono delle semplici cavigliere che servono a controllare i detenuti agli arresti domiciliari. Solo che adesso sono finiti. E il risultato è che i detenuti beneficiari dei domiciliari non potranno tornare a scontare la custodia cautelare a casa ma rimarranno in carcere. L'ultimo caso è quello di Pino Faraone, il consigliere comunale palermitano del Megafono, la lista del governatore della Sicilia Rosario Crocetta.
Faraone era stato arrestato nel blitz antimafia della procura di Palermo il 9 febbraio scorso: è accusato di tentata estorsione. Quattro giorni dopo il Tribunale del Riesame accoglie la richiesta dei legali di Faraone e gli concede gli arresti domiciliari. Solo che i giudici hanno dato al consigliere comunale la possibilità di scontare la custodia cautelare a casa sua, vincolandola con l'applicazione del braccialetto elettronico. Che però, come racconta il quotidiano livesicilia.it, sono esauriti: e in attesa che se ne liberi uno, Faraone è rimasto recluso nel carcere Pagliarelli di Palermo.
Solo l'ultimo imbarazzante episodio di una vicenda tragicomica. La storia dei braccialetti elettronici comincia nel 2001 con un primo accordo tra il Ministero dell'Interno e la Telecom. All'inizio l'utilizzo delle cavigliere elettroniche era previsto solo nelle province di Milano, Torino, Roma, Napoli e Catania. Poi nel 2003 Telecom sottoscrive un altro accordo, che prevede la fornitura di 400 braccialetti in tutta Italia. Il costo è di dieci milioni l'anno fino al 2011: il totale ammonterà alla fine a ottantuno milioni tondi.
Peccato che nel frattempo i braccialetti usati siano soltanto quattordici. Cinque milioni per ogni cavigliera: una spesa bacchettata aspramente anche dalla Corte dei Conti. Ecco dunque che nel 2013 parte il nuovo appalto: se lo aggiudica sempre la Telecom che questa volta fornisce duemila braccialetti di controllo. A questo punto sembra che la moda delle cavigliere elettroniche esploda nei vari Tribunali del Riesame. Tanto che già il 19 giugno 2014 il capo della Polizia Alessandro Pansa avverte in una circolare che sono attivi "1.600 dispositivi, con una previsione di saturazione del plafond di 2.000 unità entro giugno".
Il bello è che il contratto attuale non prevede la possibilità dell'aumento del numero di cavigliere elettroniche da parte di Telecom. Occorrerebbe dunque rifare nuovamente l'appalto milionario. Ipotesi che è già sul tavolo del Ministro dell'Interno Angelino Alfano. Dal Viminale, nell'estate del 2014, facevano sapere di aver "avviato le iniziative volte alla definizione di un Capitolato tecnico da porre a base di una gara per il nuovo servizio di braccialetto elettronico, ma i tempi necessari allo svolgimento della procedura non consentiranno l'attivazione del servizio prima di marzo-aprile del prossimo anno".
Tradotto significa che fino alla primavera del 2015 le forze di polizia dovranno farsi bastare i duemila braccialetti elettronici che hanno in dotazione, mentre il numero dei detenuti continua a crescere sfiorando quota 65mila. E chi avrà la fortuna di vedersi riconoscere gli arresti domiciliari, dovrà sperare anche di trovare un braccialetto elettronico libero.
di Beatrice Migliorini
Italia Oggi, 19 febbraio 2015
Salta l'aumento fino alla metà del termine di prescrizione per i reati contro la pubblica amministrazione. La disposizione, infatti, sarà rinviata nel testo ad hoc al vaglio della commissione giustizia della camera insieme ai nuovi termini di prescrizione per il reato di falso in bilancio. Resta invariato, invece, l'aumento della pena fino alla metà per i recidivi così come previsto dall'art. 161 del codice penale. Continuano le votazioni al ddl anticorruzione in commissione giustizia al senato anche se i tempi rischiano di dilatarsi.
Ieri, infatti, dopo aver respinto il primo terzo degli emendamenti presentati all'art. 1 (modifica alle pene per i reati di corruzione), hanno trovato accoglimento solo due proposte di modifica (identiche tra loro) che hanno portato all'eliminazione della lettera c) del comma 1 dell'art. 1. Così facendo, quindi, è stata eliminata la disposizione che prevedeva un amento dei termini di prescrizione fino alla metà per i reati contro la pubblica amministrazione.
Disposizioni di questo tipo, infatti, saranno tutte rinviate nel testo al vaglio della commissione giustizia della camera. Stessa sorte, quindi, anche per i termini del falso in bilancio per stessa ammissione del sottosegretario alla giustizia Cosimo Maria Ferri che, a margine della seduta, ha precisato che "la decisione politica è quella di concentrare l'esame sulla prescrizione nel ddl all'esame della camera". Sul fronte falso in bilancio, poi, la commissione continua a restare in attesa della decisione dell'esecutivo.
Calendario alla mano, infatti, il testo del ddl anticorruzione è calendarizzato per l'esame dell'aula di palazzo Madama giovedì prossimo. Il rischio, però, è quello di andare in aula senza il mandato al relatore. Le forze di opposizione, infatti, hanno promesso di fare ostruzionismo ad oltranza se il governo non manterrà la promessa di presentare il nuovo testo sul falso in bilancio in commissione e non direttamente in aula.
"Non è nostra intenzione rallentare i lavori della commissione", ha spiegato a Italia Oggi Ferri, "abbiamo bisogno di tempo, però, per mettere a punto un testo che trovi la sintesi di tutte le posizioni e sia allo stesso tempo corretto ed efficace da un punto di vista giuridico".
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