di Maurizio Gallo
Il Tempo, 15 gennaio 2015
Oltre il quaranta per cento in più di un anno fa. Sono i risarcimenti ottenuti da persone che hanno trascorso un periodo di tempo in cella ingiustamente. Uno scandalo che "Il Tempo" ha denunciato nel settembre 2013 con una lunga e approfondita inchiesta.
www.studiocataldi.it, 15 gennaio 2015
Dopo il d.l. n. 146/2013, c.d. "decreto svuota-carceri", anche nei confronti dei rapporti non ancora definiti al momento dell'entrata in vigore della nuova disciplina, il recluso che voglia impugnare la decisione del magistrato di sorveglianza avverso il mancato accoglimento del reclamo sulle presunte condizioni detentive in contrasto con i diritti fondamentali della persona, come sancite dalla Convenzione Europea dei diritti dell'Uomo, deve adire il tribunale di sorveglianza competente e non la Cassazione.
di Gianluca Testa
Corriere della Sera, 15 gennaio 2015
Per i detenuti delle carceri italiane le festività rappresentano il momento più buio. Quei giorni si consumano soprattutto nell'assenza dell'affettività, tra diritti negati e opportunità d'integrazione sfumate. È proprio nel periodo compreso tra Natale e il sei gennaio che si registra il picco più alto di suicidi dietro le sbarre. Nonostante questo ci sono piccoli grandi segni di rinascita e speranza, da Prato a Rebibbia. Anche se non tutti sono pronti ad accogliere con favore le misure alternative alla pena.
di Stefano Arduini
Vita, 15 gennaio 2015
Il responsabile di via Arenula fino ad ora ha mantenuto un profilo molto basso sul stop ai catering interni gestiti dalle cooperative sociali. Perché? Forse sarebbe il caso di chiarire. Da domani circa 170 detenuti e 40 operatori perderanno il loro posto di lavoro.
di Giuseppe Frangi
www.ilsussidiario.net, 15 gennaio 2015
Questa mattina 170 detenuti e 40 operatori "esterni" hanno perso il posto di lavoro: le dieci cooperative di cui erano dipendenti, in nove diverse carceri italiane, hanno dovuto cessare con il servizio mense interne, perché è venuta meno la convenzione e il finanziamento da parte della Cassa ammende. Ora la gestione delle mense tornerà in capo alla stessa amministrazione penitenziaria, malgrado le proteste dei direttori degli istituti coinvolti. I quali hanno reso pubblica la loro posizione con una lettera in cui spiegano come l'impatto potrebbe essere traumatico: "Tutti i vantaggi economici, strumentali e gestionali su cui l'amministrazione ha potuto contare in questi anni verrebbero improvvisamente annullati con una regressione del servizio difficile da gestire".
Nella lettera si sottolineava "l'indubbio miglioramento della qualità del vitto somministrato ai detenuti", nonché "di pari passo con quello delle condizioni igienico-sanitarie delle cucine" e con numerosi "vantaggi economici", come i risparmi "sulla manutenzione ordinaria e, non di rado, straordinaria delle attrezzature", "sull'acquisto di prodotti per le pulizie", "per le utenze e le mercedi". Ovviamente le mense continueranno a funzionare, ma in capo alle amministrazioni carcerarie, con stipendi molto più ridotti per chi ci lavora. E per le cooperative che occupano detenuti anche in altre attività (com'è il caso della Giotto al Carcere Due Palazzi di Padova), venendo meno una commessa importante, l'equilibrio economico sarà molto più difficile da raggiungere.
Ma non è solo questo il punto. Ieri a Padova nel corso di una manifestazione pubblica all'interno del carcere, presenti numerose figure istituzionali, alla fine del "penultimo" servizio di mensa i detenuti addetti si sono sfilati le eleganti divise bianche da cuoco e hanno vestito il camicione bruno delle lavorazioni cosiddette intramurarie. È stato un gesto simbolico che dice tanto del valore di questa esperienza lavorativa che il ministero della Giustizia e il Dap hanno deciso di affossare. La divisa bianca racconta di un percorso cui sono legate l'attesa di una vita diversa e di una possibilità vera di riscatto, la consapevolezza di competenze acquisite e anche di un amore verso il lavoro che si sta imparando a fare.
Il camicione bruno all'opposto racconta di biografie reinghiottite dall'istituzione carceraria, pur mantenendo magari funzioni simili. Le esperienze delle dieci cooperative coprivano piccoli numeri rispetto al grande universo carcerario italiano (anche se i servizi che loro fornivano raggiungevano un numero ben maggiore di detenuti). Eppure la loro esperienza era la conferma che pratiche diverse sono possibili. Se quelle pratiche avevano costi maggiori, garantivano però una straordinaria convenienza economica in prospettiva: si preparavano persone in grado di costruirsi una nuova vita una volta usciti, con minori costi sociali in assoluto e in particolare con un'incidenza ridottissima di recidiva (ricordiamo che un detenuto costa allo Stato 3.500 euro al mese). Quindi è miope chi, come Milena Gabanelli sul Corriere, facendo i conti in tasca alle cooperative legittima la decisione del ministero.
Non basta un calcolo ragionieristico per capire la realtà. Perché la realtà esige che nei conti ci si metta anche il valore aggiunto della professionalità creata, della coesione sociale garantita, della qualità del servizio offerto. Tutte voci a cui è doveroso dare un valore economico. Quella delle dieci cooperative era un'esperienza vincente, una di quelle "best practices" che tutti evochiamo ed auspichiamo, magari guardando con occhi invidiosi a quel che si fa all'estero. Questa volta le "best practices" le avevamo in casa, ma per piccoli calcoli ragionieristici abbiamo deciso di affondarle.
di Guido Brambilla (Magistrato)
www.ilsussidiario.net, 15 gennaio 2015
Il recente intervento del governo, destinato a togliere i sostegni economici a una decina di cooperative italiane che si occupano della gestione in eccellenza delle mense e di servizi di catering nelle carceri (e che si estenderà a tante altre realtà del mondo della cooperazione a causa del taglio del 34 per cento dei finanziamenti erogati dalla legge Smuraglia), rappresenta, a mio parere, un incidente di percorso all'interno del nostro sistema penitenziario e dei principi che lo caratterizzano.
Non voglio entrare, non avendone la competenza, nelle questioni economiche o di bilancio che possono aver portato a tale decisione, ma mi pare che il percorso avrebbe dovuto essere un altro, non inficiando quella che si era dimostrata una valida ed efficace opportunità rieducativa, anche perché quel che si ritiene di risparmiare lo si perde poi in costi sociali.
Da magistrato non posso non rilevare come l'art. 17 della legge 354/1975 sull'ordinamento penitenziario preveda che "la finalità del reinserimento sociale dei condannati e degli internati deve essere perseguita anche sollecitando ed organizzando la partecipazione di privati e di istituzioni o associazioni pubbliche o private all'azione rieducativa".
Nello specifico, il successivo art. 20 stabilisce che "negli istituti penitenziari devono essere favorite in ogni modo la destinazione dei detenuti e degli internati al lavoro e la loro partecipazione a corsi di formazione professionale. A tal fine possono essere istituite lavorazioni organizzate e gestite direttamente da imprese pubbliche o private".
Si tratta di previsioni che, assieme ad altre contemplate nella legge 354/75 e nel relativo regolamento di esecuzione, danno concreta attuazione a quella sussidiarietà verticale di fatto necessaria per dare un senso operativo al principio costituzionale della finalità rieducativa della pena (art. 27, 3° comma, Costituzione).
E il lavoro, per come detto, assieme all'istruzione (professionale e non), costituisce la principale risorsa per la risocializzazione di un condannato. Parlo del lavoro vero, con regolare contratto di assunzione e relativa contribuzione fiscale. Non quello meramente penitenziario remunerato con una mercede simbolica che non qualifica il detenuto e non gli conferisce competenze specifiche ed esperienze professionali proseguibili all'esterno una volta cessata la carcerazione.
Ma il lavoro come sopra inteso non è importante solo per la qualificazione professionale di un detenuto. Ci sono altre connotazioni rilevanti.
Che una cooperativa di lavoro sia presente all'interno di un carcere significa che una realtà sociale, un pezzo della società civile, entri dentro le mura della prigione e possa esser "vista", innanzitutto, da chi sta espiando la pena, dentro una "vicinanza". Un contesto di persone positive, produttive, valorizzative, che costituisce, prima ancora che un'opportunità di lavoro, un modello di riferimento "altro" rispetto a quello precedentemente frequentato, abitato, dall'autore del reato.
E da qui può scaturire allora un paragone di convenienza umana. Il detenuto non cambia per sterili lezioncine sul "valore della legalità". Deve scoprire una convenienza umana ultima per cambiare. Deve avere, cioè, l'opportunità di essere guardato e valorizzato per ciò che è veramente e non già solo definito dal reato commesso.
Chi dà ai detenuti un lavoro vero, dà, innanzitutto e prima, se stesso; si consegna ad un rapporto. Perché per lavorare bene, per darti delle competenze, devo prima credere in te, devo prima entrare in rapporto con te, e, nel corso del lavoro svolto assieme, sostenerti, aiutarti, rimproverarti, correggerti, ma dentro una logica che non è più quella inerente allo "scotto da pagare", al sinallagma espiativo, ma quella di un percorso educativo autenticamente umano, valido per tutti, per i detenuti come per noi. E spesso chi ha commesso reati non ha potuto vivere, guardare prima, nel suo ambito esistenziale, queste dinamiche della responsabilità interpersonale.
Ma c'è un altro importante rilievo: il lavoro vero, attribuendo competenze, qualifiche, spendibili sul mercato esterno, conferisce vera dignità a chi sbagliato. Non solo perché si impara un mestiere utile. Ma anche perché il detenuto, in questo modo, può mantenere se stesso e la propria famiglia, pagare le tasse.
Ancora: può sostenere le spese del proprio mantenimento in carcere. Nel mio lavoro ad esempio sono chiamato a pronunciarmi spesso sulla remissione del debito richiesta dal soggetto recluso privo di risorse economiche per gli esborsi sostenuti dall'amministrazione penitenziaria a titolo di costo della sua detenzione. Con la conseguenza, inevitabile, che tali spese si risolvono poi in un onere ulteriore in capo alla società.
Ed infine, ma non da ultimo, è ormai risaputo (vi sono al riguardo statistiche ormai consolidate) che il lavoro qualificato in carcere contribuisce ad abbassare notevolmente il tasso di recidiva. È il giudizio di convenienza umana di cui ho parlato prima - favorito da ciò che rappresenta, nel suo complesso, il lavoro vero - che costituisce l'indicatore dell'avvenuto cambiamento del soggetto.
Non solo; sottolineerei un altro effetto virtuoso derivante dall'abbattimento della recidiva: l'effetto "domino" di tale cambiamento. Un uomo che ha recuperato la sua dignità, che può spendersi in modo nuovo nella società, con delle competenze, con un lavoro onesto e competitivo sul mercato, è a sua volta esempio per altri: per i figli, i parenti, gli amici, in un contesto sociale magari già a suo tempo caratterizzato da devianza. Abbattimento della recidiva, quindi, ma anche funzione di prevenzione generale, non determinata più dal timore della deterrenza, ma dall'influsso osmotico di un modello concreto di recupero sociale autentico e conveniente per tutti. Non abbandonerei questa strada.
di Daniele Biella
Vita, 15 gennaio 2015
Santi Consolo riceve martedì prossimo le dieci coop sociali che da domani 15 gennaio non potranno più far servire ai propri detenuti dipendenti il pasto in altrettanti istituti di pena italiani. Patriarca, deputato Pd e presidente del Cnv: "È un primo segnale positivo, mi auguro arrivi presto un accordo".
di Fausto Cerulli
Ristretti Orizzonti, 15 gennaio 2015
Ho ascoltato le parole di uno degli avvocati della famiglia Cucchi, dopo la sentenza di assoluzione, sia pure per insufficienza di prove, pronunciata dalla Corte di Appello di Roma: "lo Stato ha preso in consegna Stefano vivo, e lo Stato lo ha restituito morto".
Parole precise, che dicono di una giustizia che merita di essere condannata per abbondante sufficienza di prove. É vero che nelle motivazioni della sentenza si legge che gli atti vengono rinviati alla Procura della Repubblica per ulteriori indagini; ma francamente sembra di assistere ad una sorta di balletto intorno ad un cadavere.
I giudici della Corte di Appello, bontà loro, affermano in motivazione che Cucchi non può essersi ammazzato da solo. E tutti abbiamo in mente le foto agghiaccianti del volto tumefatto di Stefano, e tutti ricordiamo come le forze dell'ordine, prima i Carabinieri, poi le Guardie Penitenziarie abbiano provato a sostenere in maniera quasi infantile se non fosse cinica, che Cucchi era scivolato, che si era procurato per propria colpa le ferite che dovevano portarlo alla morte. Una sorta di Pinelli, insomma.
Una sorta di suicidio di Stato, se è permesso dirlo. La sorella di Stefano, la coraggiosa ed ammirevole Ilaria, ha sostenuto che in ogni caso la sentenza costituisce una vittoria della giustizia giusta. Credo che si sia lasciata trascinare da un eccessivo entusiasmo per alcune affermazioni della sentenza: quelle, appunto, che sanzionano come il Cucchi non possa essersi procurato da solo le ferite mortali. diciamo pure che si tratta di un passo avanti, ma di un passo da lumaca. Perlomeno, la sentenza di
primo grado aveva condannato qualcuno, sia pure in modo lieve, per non turbare troppo. Da una sentenza di condanna si passa ad una sentenza di assoluzione con la formula cosiddetta dubitativa. E la morte di Stefano Cucchi resta avvolta, almeno per i giudici dell'appello, in una cortina fumogena di dubbi. La Corte, non riuscendo a squarciare la cortina fumogena del dubbio, ha deciso di rinviare gli atti alla Procura, altro giro altro regalo.
Poi interverrà magicamente la prescrizione a seppellire i dubbi e le incertezze che avvolgono il caso. Ho avuto modo di conoscere il giudice che ha presieduto la Corte di Appello, e lo considero uno dei pochi magistrati che sanno fare il proprio mestiere: e dunque penso che gli sia costato molto il dover pervenire ad una sentenza come quella che ha sancito la maestà del dubbio. on Mi considero da sempre un garantista, e dunque dovrei concordare con la decisione dei giudici. Ma credo che anche Cucchi, in qualche modo, debba essere garantito.
Mettiamoci anche quanto dichiarato dal Presidente della Corte di Appello di Roma, che ha tenuto a precisare di non aver fatto parte del collegio giudicante (excusatio non petita) per poi esprimere qualche dubbio sui dubbi dei giudici giudicanti, per concludere infine che il nostro codice prevede che un giudice non possa condannare se non si è raggiunta una certezza oltre ogni ragionevole dubbio.
Ragionevole dubbio: una formula paradossale, perché un dubbio non dovrebbe essere ragionevole. E allora prendiamocela con il nostro codice di procedura penale, e plachiamoci la coscienza, se coscienza abbiamo, pensando che Cucchi è morto per i colpi inferti dal codice. La patata bollente passa di nuovo alla Procura, che dovrà ricominciare da capo a scottarsi le dita, cercando un colpevole che non possa ammantarsi di dubbio.
Un colpevole che possa spiegare come mai Cucchi, per riprendere le parole dell'avvocato della famiglia, sia stato preso in consegna da uno Stato che lo ha restituito morto. In questo cinico carosello una sola certezza, che lascia comunque incerti: Cucchi è stato ammazzato.
Ed a Cucchi dobbiamo un minimo di garanzia che qualcuno paghi per quella morte. Anche se, a conti fatti, e per restare in tema di dubbio, dubito molto che la Procura possa fare luce: sarebbe comunque una luce che accecherebbe una qualche porzione di Stato. E forse finiremo per dover dire che quello che è Stato è Stato, con le maiuscole.
di Gianluca Perricone
L'Opinione, 15 gennaio 2015
È grave? Secondo noi sì. Perché un essere umano che è afflitto da "grave decadimento cognitivo e sindrome ipocinetica, dovuta a sindrome extrapiramidale ed agli esiti di una devastante emorragia cerebrale, neoplasia prostatica in trattamento ormono-soppressivo", proprio bene quell'uomo non dovrebbe stare. Poi arrivano altri medici specialisti ed accertano che lo stesso soggetto ha uno stato cognitivo "gravemente ed irrimediabilmente compromesso" e che lo stesso, di fronte agli specialisti, "è risultato risvegliabile ma sostanzialmente non contattabile, con eloquio privo di funzione comunicativa, probabilmente confabulante, incapace di eseguire ordini semplici".
E se poi "tale condizione risulta di fatto evoluta in senso peggiorativo rispetto a quanto descritto nella valutazione neuropsicologica dell'aprile del 2014" qualcosa bisognerebbe pur chiedersela. E se poi ancora il soggetto è detenuto in un carcere italiano, sarebbe altresì il caso di dare un'attenzione maggiore alle condizioni di salute dello stesso anziché farlo stare in isolamento al 41bis (sia pure in ospedale) perché - incredibile ma vero - un tribunale ha deciso che un essere umano così malridotto può ancora impartire ordini a qualche suo sodale: incapace di coordinare anche se stesso, ma in grado di interloquire con altri! La giustizia riesce a sostituirsi anche ai medici e così facendo rischia (?) di uccidere definitivamente lo stato di diritto.
Eppure - ogni tanto è bene rammentarlo - la Costituzione (ancora vigente e talvolta fin troppo "maltrattata") prevede la punibilità di ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà e le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità: anche se il detenuto si chiama Bernardo Provenzano.
di Stefano Anastasia (Associazione Antigone)
www.internazionale.it, 15 gennaio 2015
Domenica scorsa, in data certa, Frank Van Den Bleeken avrebbe dovuto essere un uomo morto. Privilegi dell'eutanasia, e della pena di morte. Dell'una e dell'altra, nel caso in questione. Van Den Bleeken è detenuto a Bruges. Lo è da quasi trent'anni.
"Stupratore seriale e assassino", così lo presentava l'agenzia di stampa che ce ne ha fatto conoscere il nome. E poco importa che all'epoca dei fatti avesse appena vent'anni: quello che era è. "Recidivo e conscio di esserlo aveva chiesto al ministro della giustizia belga di essere mandato in un centro di cure specializzato nei Paesi Bassi o, in alternativa, di essere ucciso con l'eutanasia". Al ministro non sembrava possibile la prima e non gli era rimasta che la seconda soluzione, ai sensi della molto liberale normativa belga in materia: sarebbe stata soddisfatta la sua libera scelta.
In Italia, invece, per farla finita bisogna ancora appendersi alle sbarre, inalare il gas dal fornelletto o tagliarsi con sapienza. Lo hanno fatto in quarantatré nel 2014: non pochi, ma meno che in passato. Possiamo esser contenti? Come, forse, lo sarà stato qualche zelante funzionario belga per aver potuto accondiscendere alla "libera scelta" di Van Den Bleeken? Naturalmente no. E non perché a Van Den Bleeken, così come ai quarantatré in Italia si debba vietare di congedarsi dal mondo quando e come ritengano più opportuno, ma solo perché non si può che diffidare di quella "libera scelta", e anzi bisognerebbe prendersene tutte le responsabilità. Nell'uno come negli altri casi, la condizione detentiva non consente una "libera scelta": non c'è un altrove verso cui dirigere la propria vita, quanto meno per provarci. Questo avranno pensato Frank e i suoi fratelli, un attimo prima di decidersi. E quella mancanza di alternative è responsabilità nostra.
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