di Antonio Mattone*
Il Mattino, 13 gennaio 2015
È opportuno parlare oggi di sanità all'interno delle carceri? Vale la pena di soffermarsi sulla domanda salute dei detenuti? Se ne discuterà nella giornata di oggi nella casa circondariale Giuseppe Salvia - Poggioreale, alla presenza del ministro della giustizia Andrea Orlando e del presidente della regione Stefano Caldoro.
Un dibattito a più voci all'interno di quello che fino a pochi mesi fa era definito "l'inferno Poggioreale" e che dopo la riduzione di mille detenuti e l'avvio di un nuovo corso trattamentale sta tornando ad essere un carcere a misura d'uomo.
C'è un laborioso fermento e un grande entusiasmo per preparare questo evento ma anche in vista della venuta di papa Francesco che il prossimo 21 marzo visiterà questa periferia esistenziale nel cuore della città e si fermerà a pranzo con i carcerati.
Nell'aprile 2008 fu emanata una importante riforma che trasferiva le competenze della medicina penitenziaria dal ministero della giustizia al servizio sanitario nazionale. Questo decreto legislativo prevedeva un principio fondamentale sancito dalla Costituzione: i detenuti e gli internati hanno gli stessi diritti nel campo della prevenzione, diagnosi e cura del cittadino libero. Tuttavia, a sette anni dalla sua approvazione, permangono ancora criticità
e molti problemi restano aperti, e c'è chi parla di "riforma incompiuta". Mancano modelli organizzativi omogenei per la medicina penitenziaria tra i diversi territori, andrebbe assicurata la stabilizzazione del personale medico e infermieristico laddove ci sono continui turnover, permangono lunghe liste di attesa per ricoveri, visite ed esami specialistici, i posti nei reparti detentivi degli ospedali sono insufficienti.
Indietro, però, non si può tornare. Il vecchio sistema era caratterizzato da un servizio sanitario anacronistico, autoreferenziale, emergenziale, dotato di strumentazioni obsolete, subordinalo all'esigenza di ordine e sicurezza, in contrasto con il dettato costituzionale che garantisce ai cittadini privati della libertà pari diritti a salute e cura. La riforma ha espresso il bisogno di una cultura nuova davanti a pregiudizi e rassegnazione. Nessuno può essere escluso dall'assistenza sanitaria perché ha commesso un reato.
A chi vive una difficoltà, un disagio, psichico o fisico, deve essere data la possibilità di essere curato. La società civile deve sentire questa responsabilità. Si dice che i detenuti hanno le stesse difficoltà che hanno le persone libere nel curarsi. Ma questo non è vero. I cittadini liberi possono scegliere da chi e dove farsi curare, per i carcerati questo none possibile. Inoltre in carcere è più facile ammalarsi. La privazione della libertà, la promiscuità, la sedentarietà, la pressione psicologica, causano molteplici patologie.
I centri clinici somigliano a dei veri e propri cronicari. Basti pensare che solo negli istituti campani ci sono 60 ultrasettantenni. Altro aspetto è quello dei tossicodipendenti, che necessitano di interventi socio-sanitari esterni per il loro recupero, ma scontano la pena tra le mura del carcere fino all'ultimo.
Un carcere sano vuol dire un territorio sano. Far uscire persone sane dal carcere, significa restituire persone sane alla società. E questo sarà possibile solo se ci sarà una collaborazione e una sinergia tra tutte le istituzioni per far emergere la potenzialità che la riforma può e deve ancora esprimere.
*Responsabile per le carceri in Campania della Comunità di Sant'Egidio
La Repubblica, 13 gennaio 2015
Depositate le carte dei giudici dopo l'assoluzione nell'ottobre scorso di tutti gli imputati per la morte del geometra romano. Gli atti del processo alla procura: "Accertare eventuali responsabilità di persone diverse".
"Stefano Cucchi "è stato picchiato". Ma resta ancora da indagare su chi furono gli autori del pestaggio. A ripetere questo concetto sono i giudici della corte d'assise d'appello nelle motivazioni della sentenza con la quale il 31 ottobre scorso hanno assolto da tutte le accuse i tre agenti penitenziari, i sei medici e i tre infermieri imputati nel processo per la morte del geometra romano, arrestato il 15 ottobre del 2009 per droga e deceduto una settimana dopo nell'ospedale Sandro Pertini, ribaltando la sentenza di primo grado che condannava i camici bianchi per omicidio colposo.
Gli atti vanno dunque trasmessi al procura affinché "valuti la possibilità di svolgere ulteriori indagini al fine di accertare eventuali responsabilità di persone diverse" dai poliziotti della penitenziaria già giudicati. Nelle 67 pagine della Corte d'Assise d'Appello di Roma i giudici riportano lo svolgimento del processo e ribadiscono che, se da una parte non sono chiare le cause della morte, dall'altra va chiarito il ruolo di chi, a cominciare dai carabinieri, ha avuto in custodia Cucchi nella fase successiva alla perquisizione domiciliare.
Per il collegio, presieduto da Mario Lucio D'Andria, "le lesioni subite dal Cucchi debbono essere necessariamente collegate a un'azione di percosse; e comunque da un'azione volontaria, che può essere consistita anche in una semplice spinta, che abbia provocato la caduta a terra, con impatto sia del coccige che della testa contro una parete o contro il pavimento". E "non può essere definita una astratta congettura l'ipotesi prospettata in primo grado, secondo cui l'azione violenta sarebbe stata commessa dai carabinieri che lo hanno avuto in custodia nella fase successiva alla perquisizione domiciliare". L'ipotesi si fonda su testimonianze secondo cui "già prima di arrivare in tribunale Cucchi aveva segni e disturbi che facevano pensare a un fatto traumatico avvenuto nel corso della notte". L'attività di medici e infermieri su Stefano Cucchi "non è stata di apparente cura del paziente ma di concreta attenzione nei suoi riguardi" aggiungo i giudici. E rispetto alla causa stessa del decesso - si sottolinea - che "non c'è alcuna certezza" e, conseguentemente, "non è possibile individuare le condotte corrette che gli imputati avrebbero dovuto adottare".
Inoltre "le quattro diverse ipotesi avanzate al riguardo, da parte dei periti d'ufficio (morte per sindrome da inanizione), dai consulenti del pubblico ministero (insufficienza cardio-circolatoria acuta per brachicardia), delle parti civili (esiti di vescica neurologica) e degli imputati (morte cardiaca improvvisa), tutti esperti di chiara fama - si spiega - non hanno fornito una spiegazione esaustiva e convincente del decesso. Dalla mancanza di certezze, non può che derivare il dubbio sulla sussistenza di un nesso di causalità tra le condotte degli imputati e l'evento". La riapertura delle indagini era stata già chiesta dalla famiglia. Nell'ottobre scorso, alla lettura della sentenza, la sorella Ilaria era scoppiata in lacrime: "La giustizia malata ha ucciso Stefano. Attenderemo le motivazioni e andremo avanti. Chi ha commesso un errore deve pagare, ma non con la vita come mio fratello" aveva detto.
"È un verdetto assurdo - aveva ripetuto Rita, mamma di Stefano. Mio figlio è morto dentro quattro mura dello Stato che doveva proteggerlo". "Vogliamo la verità. Possono assolvere tutti ma io continuerò a chiedere allo Stato chi ha ucciso mio figlio", aveva aggiunto papà Giovanni. E la famiglia Cucchi non si era arresa, annunciando il ricorso in Cassazione dopo la lettura delle motivazioni e presentando un esposto in Procura contro il perito Arbarello.
Dall'altro lato c'era stata la soddisfazione degli imputati: il primario del reparto detenuti del 'Pertinì, Aldo Fierro, i medici Stefania Corbi, Flaminia Bruno, Luigi De Marchis Preite e Silvia Di Carlo e Rosita Caponetti; gli infermieri Giuseppe Flauto, Elvira Martelli e Domenico Pepe; gli agenti della Penitenziaria Nicola Minichini, Corrado Santantonio e Antonio Domenici.
"Sono veramente felice di questa sentenza - aveva commentato Giuseppe Flauto, uno degli infermieri assolti anche in secondo grado - non solo per me, ma anche per i medici del Pertini perché più volte in primo grado hanno detto che non erano degni di vestire il loro camice. Oggi c'è stata una giustizia vera". La sentenza aveva provocato anche un'ondata di solidarietà nei confronti della famiglia del 31enne e la richiesta, proveniente anche da alti esponenti della politica nazionale come il presidente del Senato Pietro Grasso e il premier Matteo Renzi, di chiarire i punti oscuri della vicenda della morte del giovane.
Garante detenuti Lazio: amara conferma a mie denunce
"Le motivazioni della Corte d'Appello sono, purtroppo, l'amara conferma di quello che ho denunciato fin dalle prime ore seguenti la morte di Stefano Cucchi e cioè che la verità andasse cercata anche nelle fasi precedenti la sua presa in carico da parte della Polizia Penitenziaria. Paradossalmente, però, una sentenza di assoluzione può oggi aiutarci a trovare la verità".
Lo dichiara in una nota il Garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni commentando la sentenza con cui i giudici dell'Appello hanno assolto gli agenti della polizia penitenziaria, i medici e i paramedici dell'ospedale Sandro Pertini accusati della morte di Stefano Cucchi avvenuta il 22 ottobre 2009.
Nelle ore immediatamente successive alla morte del giovane, il garante inviò un esposto alla Procura della Repubblica della Capitale nella quale si chiedeva, prima ancora che fossero noti tutti i dettagli della vicenda, di "verificare se effettivamente la mattina del 16 ottobre 2009 vi fosse stato un intervento del 118 presso la camera di sicurezza dei carabinieri che ospitava il Cucchi e di verificare chi fosse materialmente intervenuto in quella occasione e quali fossero le condizioni cliniche del detenuto al momento dell'intervento".
"Un convincimento, quello che la verità andasse cercata altrove rispetto alla direzione presa dalle indagini", che il Garante ha espresso "chiaramente in più occasioni, compresa una audizione davanti alla Commissione Parlamentare di inchiesta sugli errori in campo sanitario e un intervento all'interno del docufilm 148 Stefano, presentato al Festival del Cinema di Roma. Denunce rimaste tutte senza esito".
"L'invio della sentenza alla Procura della Repubblica perché valuti la possibilità di svolgere ulteriori indagini al fine di accertare eventuali responsabilità dimostra", secondo Marroni "la carenza delle attività investigative svolte concentrate esclusivamente sul periodo di permanenza di Cucchi in carcere e in ospedale. Indagini che hanno tralasciato colpevolmente le vicende precedenti al suo arrivo al Tribunale di piazzale Clodio, l'arresto e la sua detenzione nelle mani dei carabinieri. Se si fossero svolte indagini a 360°, come la logica imponeva, forse oggi la famiglia Cucchi avrebbe quella giustizia che da cinque anni va disperatamente cercando, e si sarebbero risparmiate sofferenze ed umiliazioni non solo ai familiari del povero Stefano ma anche a tutte quelle persone che sono state accusate e poi giudicate innocenti".
di Valeria Di Corrado
Il Tempo, 13 gennaio 2015
Lo scambio di persona si era palesato sin dal principio, eppure lo Stato è stato costretto a sborsare 100 mila euro per quell'errore. Manolo Zioni, romano di 26 anni, ha trascorso in carcere un anno con l'accusa di concorso in tre rapine, nonostante un detenuto si fosse sin da subito autoaccusato di quei "colpi". Dopo la sentenza di assoluzione, la quarta sezione penale della Corte d'appello di Roma ha condannato il ministero dell'Economia a corrispondere a Zioni un indennizzo pari a 235 euro per ciascuno dei 351 giorni trascorsi in carcere.
Il 20 settembre 2010 il giovane, all'epoca aveva 22 anni, viene arrestato per aver commesso tre rapine, il 16 agosto, il 9 e il 19 settembre 2010, nello stesso supermercato di via San Cleto Papa (zona Pineta Sacchetti) e con le stesse modalità. Il fermo viene convalidato il 23 settembre e il 12 ottobre la custodia cautelare in carcere è confermata dal Riesame.
Il 29 dicembre Alessandro Rossi, già recluso per una serie di rapine consumate nella stessa zona, in un interrogatorio reso al pm, ammette di aver commesso anche le tre conteste a Zioni. Il 10 gennaio 2011, a una settimana dalla prima udienza dibattimentale, la difesa chiede di revocare la misura cautelare nei confronti del giovane, sulla base della testimonianza che lo scagiona. L'istanza viene però rigettata dal Tribunale. Nel corso del processo i dipendenti del supermercato, sentiti come teste, non riconoscono in Zioni l'autore delle rapine.
Ma i giudici non sono convinti dell'innocenza dell'imputato e dispongono d'ufficio una perizia antropometrica sulle immagini riprese dalle telecamere di sorveglianza. La svolta arriva grazie a un tatuaggio. Sul corpo del vero ladro è tatuato una specie di diamante. Anche Zioni ha un segno sul collo ma il perito ha chiarito che si trattava di solo di una macchia sulla pelle. Sulla base di questo accertamento, il 6 settembre 2011 il Tribunale rimette in libertà il giovane e, a distanza di venti giorni, lo assolve "per non aver commesso il fatto".
I suoi legali presentano subito alla Corte d'appello un'istanza di riparazione per l'ingiusta detenzione subita. I giudici riconoscono le conseguenze psicologiche e morali connesse al provvedimento coercitivo, considerata "soprattutto la sua inutilità". Già dal 29 dicembre 2010, infatti, Alessandro Rossi aveva confessato la paternità delle rapine attribuite a Zioni. "Nonostante questo e nonostante le successive deposizioni dei testimoni oculari - si legge nella sentenza - sono dovuti trascorrere oltre 8 mesi per escludere la sua responsabilità. Lo scambio di persona è fuor di dubbio, unitamente all'assenza da parte di Zioni di comportamenti che possano averlo favorito". Il 26enne è stato nuovamente arrestato lo scorso giugno per aver gambizzato in zona Primavalle Gianluca Alleva, personal trainer di 35 anni, che con Zioni sembra avesse un debito in sospeso.
Ansa, 13 gennaio 2015
I detenuti potranno scegliere il medico di fiducia tra quelli operanti all'interno della struttura e uno sportello informativo sanitario consentirà ai familiari di monitorare le condizioni di salute del paziente in carcere. È quanto prevedono due progetti attivati all'interno della casa circondariale di Massa e che sono stati presentati stamani a Carrara alla presenza del sottosegretario alla giustizia Cosimo Maria Ferri.
In particolare, dal primo novembre per due giorni al mese, è possibile per i parenti dei detenuti, e con il loro consenso, avere un colloquio sulle condizioni di salute del congiunto. Ferri ha sottolineato l'importanza delle due iniziative, uniche a livello nazionale, che nascono "con l'obiettivo di assicurare standard migliori di assistenza sanitaria ai soggetti reclusi e rendere questa più omogenea alle regole esterne valide per i liberi cittadini.
La possibilità per il detenuto di avere un medico di riferimento - ha proseguito il sottosegretario - assicura una continuità terapeutica e facilita il rapporto di fiducia medico paziente, come peraltro ribadito dalle indicazioni dell'organizzazione mondiale della sanità, in un ambiente, quello carcerario, in cui tale rapporto presenta delle evidenti criticità".
Ansa, 13 gennaio 2015
"Sono passati 30 giorni, ma ancora non abbiamo avuto gli esiti degli accertamenti irripetibili eseguiti in casa Stival e degli esami del Dna". Lo afferma l'avvocato Francesco Villardita, che assiste Veronica Panarello, la 26enne accusata di avere ucciso il figlio Loris, di 8 anni, strangolandolo con delle fascette di plastica il 29 novembre del 2014 a Santa Croce Camerina, nel Ragusano. "Per noi - aggiunge il penalista - sul piano processuale e delle indagini difensive sono dati importanti. Aspettiamo di poterli avere nel più breve tempo possibile".
Il legale è ancora "in attesa anche delle motivazioni del Tribunale del riesame di Catania, che non hanno ancora depositato il provvedimento, capire come hanno superato le criticità sottolineate dalla difesa" nei confronti dell'ordinanza restrittiva che tiene la donna reclusa nella prigione di Agrigento.
Il 3 gennaio scorso i giudici hanno rigettato la richiesta di scarcerazione della mamma di Loris, confermando l'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa il 12 dicembre del 2014 dal Gip di Ragusa, Claudio Maggioni, su richiesta del procuratore Carmelo Petralia e del sostituto Marco Rota. Il Giudice delle indagini preliminari, in quell'occasione, ha anche confermato il fermo per omicidio volontario aggravato e occultamento di cadavere eseguito tre giorni prima da polizia di Stato, squadra mobile e carabinieri di Ragusa.
www.bergamonews.it, 13 gennaio 2015
"Mio marito si è ammalato di tumore al pancreas in carcere ed è stato trascurato per oltre un mese". È l'accusa di Ave, una 61enne di Lovere, moglie di Giacomo Mazza, 66 anni, detenuto fino alla scorsa settimana in via Gleno per rapina. Dal penitenziario: "Nessuna anomalia sul caso. Qualche settimana non cambia il quadro clinico".
Il detenuto ha iniziato a sentirsi male nei primi giorni di novembre dello scorso anno, come racconta la donna: "Inizialmente avvertiva dei forti dolori allo stomaco. Pian piano è peggiorato e non è più riuscito a mangiare. I dipendenti del carcere - denuncia, invece di sottoporlo a esami specifici, lo curavano con pastiglie generiche per i dolori".
Pasticche che, purtroppo, non servivano al signor Mazza: "Passavano i giorni e mio marito stava sempre peggio, ed era sempre più deperito. A un certo punto non è più riuscito a camminare, ed è stato costretto a muoversi su una sedia a rotelle".
E i risultati delle analisi finalmente effettuate hanno dato infatti un esito amaro: "Solo quando le sue condizioni sono peggiorate il carcere ha portato Giacomo in ospedale. È stata sottoposto a una Tac, che ha svelato la presenza di un tumore al pancreas. Un male che in questo periodo è cresciuto a una velocità impressionante. Se fosse stato diagnosticato prima - ne è sicura la donna - la situazione di mio marito ora sarebbe diversa".
Dopo la richiesta di scarcerazione da parte del suo avvocato, Leonardo Peli di Brescia, Giacomo Mazza viene fatto uscire giovedì 8 gennaio: "Ora è troppo tardi. Mio marito è fin di vita. Hanno già cominciato terapia del dolore".
Interpellato per una dichiarazione sulla vicenda Antonio Porcino, direttore della casa circondariale di via Gleno, si è limitato a dire: "Il signor Gamba è uscito dal carcere la scorsa settimana. Per ulteriori informazioni rivolgetevi all'autorità sanitaria".
Il dottor Claudio Arici, responsabile organizzativo della parte sanitaria del carcere bergamasco, commenta: "Se l'accusa che ci viene mossa è quella di non aver trattato il caso del signor Mazza nel modo adeguato, posso dire che questo non corrisponde alla realtà dei fatti. Abbiamo fatto quello che c'era da fare, nel rispetto del paziente. Purtroppo, nel caso di un tumore al pancreas come questo, qualche settimana è insignificante per la prognosi".
di Massimo Cavoli
Il Messaggero, 13 gennaio 2015
In sordina e senza annunci, tra Natale e Capodanno, nel carcere di Rieti è stata aperta una sezione speciale riservata ai sex offenders, detenuti che hanno commesso reati a sfondo sessuale (violenze nei confronti di donne e minori, sfruttatori della prostituzione, pedofili) e che per questo godono di uno spazio protetto rispetto al resto della popolazione carceraria che, secondo un codice non scritto, non ha rispetto per coloro che si sono macchiati di colpe infamanti.
I primi sono arrivati a bordo di pullman, sotto scorta, provenienti da vari penitenziari italiani come Vigevano, Brescia, Frosinone, Viterbo ed altri, e sono stati sistemati nell'ala originariamente destinata a soggetti in regime di custodia attenuata, come i tossicodipendenti, il cui numero però è scemato dopo l'entrata in vigore della legge che ha reintrodotto la distinzione tra droghe leggere e droghe pesanti, in seguito all'abrogazione per incostituzionalità della legge Fini-Giovanardi che equiparava la marijuana a cocaina ed eroina. Così, è nato il progetto per ospitare nel reparto "F" i sex offenders.
Usufruiscono, inoltre, di orari di apertura delle celle ridotti rispetto ai "colleghi" comuni che, invece, si muovono in regime di sorveglianza dinamica (libertà di spostamento e possibilità di socializzare all'interno del reparto), con la chiusura delle porte alle otto di sera. Sono stati effettuati dei lavori di adeguamento all'interno del reparto e l'iniziativa è potuta decollare.
Per Rieti si tratta di una novità assoluta, perché nella vecchia Casa circondariale di Santa Scolastica, in via Terenzio Varrone, non c'erano spazi adatti e chi veniva arrestato per reati sessuali finiva spesso nei carceri più vicini, a Viterbo o a Roma.
In Italia, poi, le strutture destinate ai sex offenders sono poche e, tra queste, c'è quella di Bollate, in provincia di Milano, considerata un modello. Attualmente nel nuovo reparto sono arrivati una quarantina di soggetti ma il numero è destinato a crescere, fino a superare le cento unità. Il progetto è solo all'inizio e necessita delle opportune verifiche che saranno al centro di un incontro che i sindacati degli agenti penitenziari si apprestano ad avere con la direttrice del Nuovo Complesso, Vera Poggetti, forse già domani. Uno dei problemi, infatti, è quello di destinare alle attività del reparto personale particolarmente adatto a svolgere certi compiti di sorveglianza nei confronti di soggetti dalla caratteristiche particolari.
L'apertura della sezione F coincide con una diminuzione dei detenuti comuni grazie alla legge svuota carceri che prevede una serie di misure alternative per chi deve scontare condanne non superiori a tre anni. Così, il picco superiore a 400 detenuti raggiunto prima del varo della legge, si è sensibilmente ridotto. C'è chi ha ottenuto i domiciliari oppure la scarcerazione anticipata ma anche chi in carcere non ci finisce perché, se il reato commesso non prevede una pena non oltre il limite fissato dalla legge, può usufruire di altre misure.
www.campanianotizie.com, 13 gennaio 2015
Prosegue l'attività di sensibilizzazione dell'amministrazione comunale per invitare cittadini, enti e aziende a rispettare le regole della raccolta differenziata. Nei giorni scorsi, l'assessore all'Ambiente Donato Di Rienzo ha fatto visita alla casa circondariale, dove ha incontrato i vertici dell'amministrazione penitenziaria, con i quali si è trovato in sintonia rispetto all'esigenza improcrastinabile di attuare la normativa ambientale anche all'interno del carcere.
I rifiuti prodotti da una popolazione di oltre mille persone, infatti, incidono pesantemente sulle percentuali di raccolta differenziata nella città di Santa Maria Capua Vetere.
Stessa sensibilità, ormai da tempo, è stata manifestata dai dirigenti scolastici, sempre più attenti al rispetto dell'ambiente, anche per la loro funzione educativa nella comunità degli alunni. Nel corso del mese di gennaio, intanto, sarà potenziata - a cominciare dagli istituti scolastici e dagli uffici pubblici - la raccolta di pile esauste, neon e piccoli elettrodomestici, a seguito di una delibera adottata dalla giunta guidata dal sindaco Biagio Di Muro. Il provvedimento approva l'iniziativa del Consorzio Italia Ricicla - già affidatario del servizio di raccolta, trasporto e smaltimento dei Raee (rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche) - che amplierà, dal mese di gennaio, la raccolta di tali materiali.
Il progetto prevede, dunque, di posizionare appositi contenitori presso i rivenditori e presso uffici o luoghi pubblici, in modo da rendere agevole il conferimento delle pile, dei neon e dei piccoli elettrodomestici (quali rasoi, mouse, stampanti, frullatori, telefoni).
Questa iniziativa segue le numerose altre messe in campo dall'amministrazione comunale, come per esempio la raccolta "porta a porta" del vetro, che viene ormai regolarmente depositato la domenica sera e ritirato il lunedì mattina dagli operatori della ditta incaricata. Confermato il calendario per le altre tipologie di rifiuti: umido (domenica, martedì e giovedì), plastica e metalli (giovedì), carta e cartone (martedì), secco indifferenziato (lunedì, mercoledì e venerdì), con l'aggiunta del vetro la domenica sera.
Si ricorda che i sacchetti per la differenziata sono distribuiti all'Ecosportello in via Galatina, allo sportello comunale nel Rione Iacp e al Rione Sant'Andrea. I rifiuti ingombranti sono ritirati a domicilio, concordando le modalità al numero verde 800.170.905. Anche i rifiuti ingombranti da apparecchiature elettriche (elettrodomestici, ecc.) sono ritirati a domicilio (numero verde 800.132.960). I materiali in buone condizioni che non vengono più utilizzati e che si vuole donare a chi ne ha più bisogno possono essere lasciati al "teatro del riuso" in via Galatina (angolo via Perlasca).
Ansa, 13 gennaio 2015
Il sindaco di Macomer, Antonio Onorato Succu, ha scritto al Dipartimento amministrazione penitenziaria (Dap) per cercare di rivedere le posizioni sulla chiusura del carcere di Macomer, avvenuta a fine dicembre, o in alternativa a promuovere la riconversione della struttura. Ieri il sindaco è andato a visitare la struttura carceraria che da fine dicembre è abbandonata dopo il trasferimento degli ultimi 45 detenuti.
"Lo stabile è sporco e in abbandono - ha spiegato Succu - chiedo che almeno venga ripulito e messo in ordine". Nella lettera - che ha inviato anche al presidente Pigliaru, al ministro della Giustizia Andrea Orlando, ai parlamentari del Nuorese - chiede la costituzione immediata di un tavolo tecnico per parlare del futuro della struttura. "Chiediamo come prima istanza l'annullamento della decisione di dismissione in corso - afferma il sindaco.
Ma qualora questo non si potesse fare proponiamo altre possibilità di recupero della struttura carceraria, che ha tutte le caratteristiche perché si possa pensare al riutilizzo come centro per il superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari, come centro per ospitare condannati sottoposti a misure alternative alla detenzione, o come struttura per la riabilitazione del reinserimento di tossicodipendenti". "L'importante - conclude il sindaco di Macomer - è avere una risposta che dia qualche certezza sul futuro della struttura che può essere una opportunità per la nostra cittadina".
www.radicali.it, 13 gennaio 2015
Mercoledì 7 gennaio, una delegazione di Radicali di Parma, a sostegno del Satyagraha di Natale con Marco Pannella, composta da Marco Maria Freddi, Silvio Tiseno, Agostino Agnero, Giovanni Ronda, Marina Rossi e Mara Rossi, si è recata in visita ispettiva al carcere di Parma: "Visitare un carcere non è un esperienza semplice, è una cosa che ti segna davvero.
Ma è una esperienza importante per chi fa politica, poiché poche cose come la visita di un carcere ti ricordano che se ti dimentichi degli ultimi, dei più emarginati, non hai capito nulla di cosa deve essere la politica. Raccontare il carcere nel nostro paese non è facile perché calato in quella civiltà che definiamo democrazia. Il sovraffollamento, i suicidi, il richiamo istituzionale del Presidente della Repubblica Napolitano non sono sufficienti per trovare soluzioni politiche in grado di restituire dignità alle migliaia di detenuti le cui condizioni di vita coincidono con quel "trattamento disumano e degradante" ricordato dalle sentenze europee.
Parma è un carcere problematico, per i diversi regimi detentivi a cui sono soggetti i detenuti. Accompagnati nella visita dal Direttore, Mario Antonio Galati, abbiamo visitato un settore del 41bis, un settore dei detenuti comuni e le infermerie. Il sovraffollamento è stato contenuto dalle recenti norme approvate dal Governo, al 7 gennaio 2015, i detenuti erano 530 su una capienza regolamentare di 430 detenuti. Da notare che solo 115 detenuti, sono nella media sicurezza, il rimanete dei detenuti appartengono a stati detentivi di alta sicurezza o regime di 41bis. Ciò di cui abbiamo discusso, durante il breve briefing, oltre al problema sovrappopolazione, abbiamo discusso dell'accesso ai servizi sanitari e ai tirocini lavorativi al fine di poter effettuare lavori esterni di utilità pubblica o presso l'industria privata. Abbiamo riscontrato che nonostante la complessità dei regimi detentivi, Parma ha un numero elevato di detenuti in semi-libertà o impiegati a lavori di pubblica utilità.
L'importanza della formazione è legata a doppio filo alla necessità del reinserimento nel mondo del lavoro, in carcere prima e fuori successivamente, e nonostante l'amministrazione comunale abbia in essere un protocollo per attivare tirocini formativi ed inserimenti lavorativi protetti, le necessità di rinserimento all'esterno sarebbero più ampio. Il ruolo delle cooperative è fondamentale sia dentro che fuori dal carcere e se l'industria privata difficilmente assume, le cooperative sociali offrono possibilità di inserimento nel mondo del lavoro. Il carcere di Parma è dotato di un centro diagnostico terapeutico e quando questo non è sufficiente a coprire le esigenze, i detenuti hanno un canale di accesso dedicato, all'ospedale di Parma, che riduce i tempi di attesa in caso di urgenza.
In attesa della reale messa in opera dello svuota-carceri con il ricorso alle pene alternative, il carcere di Parma attuerà il regolamento carcerario con il modello della sorveglianza dinamica che prevede una sorta di carcere a regime aperto che, per i detenuti a media e bassa pericolosità, potenzia gli spazi dedicati a lavoro, sport, attività ricreative e culturali, accesso al lavoro esterno e come dichiarato dal Direttore, la vigilanza dinamica punta sull'aspetto riabilitativo della pena, la vigilanza dinamica funziona e da questo nuovo modello di regime aperto, non si torna indietro.
La sorveglianza dinamica, rappresenta il sistema più efficace per assicurare l'ordine all'interno degli istituti, senza ostacolare le attività trattamentali e fonda i suoi presupposti su di un sistema che fa della conoscenza del detenuto il fulcro su cui deve piegare qualsiasi tipo di intervento trattamentale o securitario adeguato. Tanto da fare, diritti da garantire, da tutelare, in nome di ciò che crediamo essere il livello di civiltà di società a cui ambiamo. A Parma, il servizio penitenziario non è sufficiente ma adeguato, anche grazie alle qualità umane di chi dirige e lavora nel carcere".
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