di Valter Vecellio
huffingtonpost.it, 16 febbraio 2022
Tra le molte domande che questa classe politica non si pone c'è quella che riguarda una donna di 29 anni, arrestata nell'ambito di un'operazione anti-droga, che dopo appena 48 ore decide di togliersi la vita impiccandosi. Era detenuta nel carcere di Gazzi di Messina. Cosa può aver spinto a prendere un lenzuolo, annodarselo al collo e lasciarsi andare?
Analoga domanda ce la si può porre a proposito di un ragazzo ventiquattrenne, originario del Marocco. Detenuto nel carcere romano di Regina Coeli, è stato arrestato per rapina. Ha scelto di "evadere" in modo definitivo inalando il gas della bomboletta del fornello da campeggio che in carcere viene comunemente usato per cucinare. Quanto gli avrebbero potuto dare, per la rapina? Una detenzione di qualche anno...Ha preferito morire.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 16 febbraio 2022
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"Ora è il tempo del Parlamento", dice la ministra della Giustizia Marta Cartabia, illustrando a Montecitorio l'attuazione delle riforme previste dal Piano nazionale di ripresa e resilienza. Le modifiche appena varate dal governo su Consiglio superiore della magistratura e ordinamento giudiziario e consegnate alla Camera per il dibattito e l'approvazione non sono direttamente connesse ai finanziamenti del Pnrr ma, avverte la ministra, c'è ugualmente "un'attenzione altissima da parte della Commissione europea". Perché ci sono diversi aspetti che, sia pure indirettamente, hanno a che fare con l'efficienza del sistema.
di Astolfo Di Amato
Il Riformista, 16 febbraio 2022
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Il ddl approvato dal governo interviene su questioni molto delicate con proposte non convincenti: è il caso del metodo di elezione del Csm ma anche della valutazione dei magistrati. E se, all'esito della riforma dell'ordinamento giudiziario, la qualità delle decisioni peggiorasse ulteriormente?
Il disegno di legge, approvato all'unanimità dal Governo, tocca molti punti dello statuto giuridico della magistratura. La delicatezza degli interventi sta nel fatto che essi, alla valenza corporativa connessa alla circostanza che sono destinati ad incidere sulla condizione giuridica di una categoria, aggiungono una valenza sul piano degli interessi collettivi, in quanto sono destinati ad incidere direttamente sulla qualità dei provvedimenti giudiziari, qualità che è certamente scaduta, e di molto, se il Capo dello Stato ha ritenuto necessario denunciare, con sorprendente brutale sincerità, il loro carattere spesso arbitrario ed imprevedibile.
È quest'ultima, dunque, la prospettiva corretta nella quale valutare l'iniziativa riformatrice, e non già quella, meramente corporativa, che troppo spesso emerge dalle prese di posizione della magistratura associata. In questa prospettiva, sono molti gli aspetti della riforma che non convincono: dalle regole per la elezione dei membri togati del Csm alla totale abolizione della rilevanza della anzianità nel conferimento degli incarichi, che è l'unico criterio obiettivo, e perciò non manipolabile, esistente.
Vi è un aspetto del disegno di legge, tuttavia, che appare più degli altri poco meditato. Si tratta di quella parte del provvedimento, che intende introdurre nuove regole, per le valutazioni di professionalità periodiche dei magistrati, con la valorizzazione del criterio della "tenuta dei provvedimenti giurisdizionali". Una siffatta previsione corrisponde alla richiesta, formulata da più parti, di dare rilievo anche all'esito di tante iniziative giudiziarie, che partono con grandissimo clamore, distruggendo la vita e la dignità delle persone coinvolte, e che, poi, nel silenzio generale, si concludono con un nulla di fatto.
Va subito detto che una tale previsione, seppure richiami immediatamente il ricordo di quella serie di accadimenti che accompagnano spesso talune indagini penali (dagli avvisi di garanzia a mezzo stampa, alle ordinanze di custodia cautelare e ai decreti di sequestro, di cui vengono subito pubblicati ampi stralci sui giornali), è destinata ad operare anche in ambito civile. Anche le decisioni civili, difatti, sono suscettibili di valutazione in ordine alla "tenuta", potendo le stesse essere riformate in sede di impugnazione. Ed anche le decisioni civili possono avere effetti devastanti sulla vita delle persone.
Ebbene, la proposta governativa presenta due profili di criticità. Uno di carattere generale e l'altro specifico della giustizia penale. Il profilo di carattere generale sta nella circostanza che il semplicismo, con cui la proposta è formulata, urta con quella complessità dell'ordinamento e delle sue fonti, che, pur senza autorizzare lo sfrenato soggettivismo cui oggi troppo spesso si assiste, non consente di ridurre la valutazione di una decisione ad una scelta tra il bianco ed il nero.
Il rischio diventa un acritico appiattimento sui precedenti giurisprudenziali consolidati, come tutela del giudice dai rischi per la propria valutazione, che una giurisprudenza innovativa potrebbe comportare. Potrebbe essere colpita, in modo surrettizio, la stessa indipendenza del giudice. Ecco, allora, che oggetto di valutazione dovrebbe essere non già la "tenuta" in sé dei provvedimenti, bensì la ragione della mancata "tenuta".
Certamente profondamente diversi sono i casi in cui i provvedimenti siano affetti da marchiani errori di diritto o totale superficialità o mancanza di equilibrio nella considerazione delle prove, da quelli in cui si sia in presenza di questioni nuove ed opinabili o di compendi probatori particolarmente complessi. Si tratta, indubbiamente, di una distinzione non sempre agevole, ma alla quale occorre inevitabilmente giungere affinché sia realmente perseguita quella finalità di stimolare una maggiore qualità dei provvedimenti giudiziari, che è alla base della proposta di riforma. L'aspetto che, poi, riguarda in modo specifico il settore della giustizia penale si riferisce al tema del rapporto tra pubblico ministero e giudice.
A ben vedere, se nella valutazione professionale di un pubblico ministero diventa rilevante la "tenuta" delle sue iniziative, la conseguenza è che il giudice finisce con l'avere, nelle sue mani, il destino non solo dell'imputato, ma anche quello, sia pure solo professionale, del pubblico ministero. Al di là di ogni solenne affermazione di facciata sull'autonomia e l'indipendenza di chi giudica, si tratta di un aspetto che non può non influire. quantomeno in alcuni casi, sul giudizio. Si pensi ai piccoli tribunali, nei quali giudici e pubblici ministeri condividono ogni esperienza, sentendosi parte della medesima categoria professionale, o alla eventualità di appartenenza del pubblico ministero e del giudice alla medesima corrente associativa.
Già oggi, come ha denunciato su questo giornale dell'il febbraio Gian Domenico Caiazza, l'imputato è colpito da una presunzione di colpevolezza, dovuta allo spostamento del baricentro della giustizia penale dal giudizio alle indagini, con attribuzione all'ipotesi accusatoria di un peso quasi conclusivo nella valutazione penale del fatto.
Figurarsi cosa può succedere se, a questo primo condizionamento, si dovesse aggiungere la preoccupazione del giudice di poter danneggiare, con la sua decisione, la carriera del collega pubblico ministero. In conclusione, affinché la riforma sia davvero capace di ridare qualità alle decisioni della magistratura, vi sono due nodi che non possono essere aggirati: quello di una valutazione del merito delle decisioni e quello della separazione delle carriere.
La prima questione è molto delicata e, proprio per questo, non può trovare risposta su di un piano meramente ideologico. Si tratta di individuare soluzioni di buon senso, come potrebbe essere la costituzione di una commissione di valutazione espressa dal C.S.M., dall'Avvocatura e dall'Accademia, abilitata a pesare la "qualità" delle decisioni.
Del resto, se è prevista una amplissima discrezionalità rispetto alla valutazione dell'attitudine agli incarichi direttivi, non si comprende perché dovrebbe essere esclusa una valutazione sulla qualità dell'attività svolta, valutazione rispetto alla quale l'esistenza di críteri tecnici sarebbe di per sé limitativa di possibili abusi. La seconda questione richiede solo la volontà politica di superare la strenua resistenza, che sta opponendo la corporazione dei magistrati.
Un esito favorevole e plebiscitario del quarto quesito referendario sarebbe un viatico formidabile per giungere finalmente alla ormai ineludibile separazione delle carriere di magistratura giudicante e di magistratura requirente.
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 16 febbraio 2022
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Durante l'audizione in parlamento, la ministra Cartabia spiega che sarà necessario intervenire con modifiche sull'ufficio del processo e sul giudizio dei minori. Poi avverte: la Commissione europea segue da vicino anche il disegno di legge delega sull'ordinamento giudiziario. Da oggi sotto i riflettori.
Alla vigilia dell'approdo in commissione giustizia dei suoi emendamenti su Csm e ordinamento giudiziario, la ministra Marta Cartabia ha spiegato ieri alla camera perché anche questa riforma sia seguita con attenzione dall'Unione europea. Il terzo disegno di legge delega non ha una posizione centrale nel Pnrr come le due leggi delega approvate nel 2021 - processo penale e civile - ma alcune sue parti, ha rivelato ieri la ministra, "sono il frutto di un'interlocuzione stretta con la Commissione europea".
Con le prime due riforme, nel Pnrr, il governo si è impegnato a raggiungere entro il 2026 una riduzione del 40% dei tempi della giustizia civile, del 25% di quella penale e dell'80% dell'arretrato. La piena realizzazione di questi obiettivi determinerebbe, ha detto ieri Cartabia, "un aumento del Pil fino all'1,7%". Il Pnrr prevede circa 3 miliardi di investimenti destinati alla giustizia, per la gran parte assorbiti dalle assunzioni a termine per i nuovi uffici del processo (2 miliardi). Nella quota restante c'è la riqualificazione del patrimonio immobiliare di tribunali e uffici di procura (411 milioni) e ci sono altri investimenti tra i quali 83 milioni per la digitalizzazione ("entro il 2026 andranno digitalizzati i fascicoli degli ultimi 11 anni, 10 milioni in tutto").
L'Europa è attenta alla riforma dell'ordinamento giudiziario perché "nel rapporto sulla Rule of law l'Italia è considerata debole sotto l'aspetto dell'efficacia e dell'efficienza - ha detto Cartabia ai deputati della commissione giustizia - mentre la nostra struttura normativa, anche di contrasto alla corruzione, viene considerata ampiamente soddisfacente".
Dunque per la Commissione è importante riformare il modo in cui saranno assegnati gli incarichi direttivi e semi direttivi negli uffici giudiziari - gli emendamenti prevedono che si tengano in maggior conto le capacità organizzative - perché "hanno un impatto diretto sulla riduzione dei tempi della giustizia". "L'unione europea usa tre parole per quanto riguarda i sistemi giurisdizionali - ha detto la ministra, intervenendo nel pomeriggio a un'iniziativa dell'istituto Sturzo - indipendenza, qualità ed efficienza. Non è una deriva efficientistica, la tutela dei diritti è vanificata da un sistema che non è efficiente".
Se fare presto è necessario, importante è anche fare bene ma nella replica ai deputati la ministra ha dovuto spiegare che entrambe le leggi delega approvate l'anno scorso necessitano già di correttivi. Per quanto riguarda l'ufficio del processo, previsto dalla riforma penale, fatti i concorsi risulta "una sovrabbondanza di candidati vittoriosi non distribuiti in maniera uniforme sul territorio, servirà un piccolo intervento normativo e bisogna intervenire anche stabilendo l'incompatibilità tra ufficio del processo e professione di avvocato, la norma non è cristallina". Modifiche ci saranno anche per correggere la composizione monocratica del primo grado del giudizio sui minori, problema abbondantemente segnalato durante le audizioni. A questo punto, però, la correzione non potrà stare nei decreti legislativi, che sono vincolati dal testo approvato della delega civile.
di Giovanni Verde
Corriere del Mezzogiorno, 16 febbraio 2022
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Finalmente, di un politico, leggo dichiarazioni sensate sulla giustizia. Le ha rese l'onorevole Orlando, che non è laureato in giurisprudenza, ma è uomo intelligente (merce che non sempre si riscontra nei politici nostrani). Egli ha fatto tesoro della sua esperienza di ministro della Giustizia e sa che la giustizia del cittadino nulla ha a che fare con il Csm e con la nomina dei suoi componenti; che mettere al rogo le correnti può essere rimedio peggiore del male; che il problema dei magistrati che si danno alla politica (oltre ad essere marginale per il cittadino: oggi i magistrati in questa situazione sono poco più di una ventina) ha complesse sfaccettature. Bravo.
Aderendo al suo pensiero, cerco di indicare al lettore i punti di maggior rilievo della riforma, premettendo che quest'ultima non avrà alcuna incidenza sulle aspettative di giustizia dei cittadini. Orlando, che è stato ministro della Giustizia con sufficiente autonomia di pensiero (ossia senza farsi sommergere dai magistrati che presidiano il ministero), ha ben presente che organizzare il nostro sistema di giustizia dando qualche importanza all'efficienza è un'impresa titanica destinata quasi sicuramente all'insuccesso.
Una conferma? La riforma ha introdotto (ispirandosi a quanto praticato altrove: ad esempio in Germania) una sorta di pagella di valutazione del magistrato (discreto, buono, ottimo). L'intenzione (quale ricavo dalla relazione al disegno) è quella di incentivare i magistrati a coltivarsi, in un mondo in cui l'aggiornamento culturale è particolarmente difficile, e ad organizzarsi in maniera da ridurre i tempi delle decisioni tenendone elevato il livello qualitativo. Di fronte all'innovazione il presidente dell'Anm (che parla esprimendo la posizione ufficiale della magistratura) ha subito mostrato contrarietà: una valutazione del genere - ammonisce - può servire soltanto per riscontrare cadute di professionalità e non per fare le graduatorie dei più bravi e - aggiunge - mai con il concorso degli avvocati.
Il fatto è che nella magistratura si è imposto il criterio della assoluta fungibilità dei magistrati fra loro, in base al principio che l'uno vale l'altro. È un sistema, fondato su di un'ipocrita finzione, che ha pregi (soprattutto per la magistratura giudicante, in quanto ne assicura nel massimo grado l'indipendenza), ma paga il prezzo dell'inefficienza. Qualsiasi organizzazione di un lavoro da svolgere in comune presuppone, infatti, qualche forma di gerarchia, che la magistratura associata ritiene incompatibile con il suo modo d'essere. Anche l'attuale provvedimento, pertanto, non riesce a sottrarsi alla funzione di produttore di montagne di carte e di burocrazia (di cui esempi troviamo nelle proposte tabellari di organizzazione degli uffici giudicanti e nei progetti organizzativi degli uffici requirenti. Non parliamo di quelle per le inutili valutazioni di professionalità, positive al 99%).
Avverrà, in tal modo, che la novità introdotta dalla riforma (di cui non è chiara la finalità e che di per sé non sarà di non facile attuazione) sarà esornativa, ossia si tradurrà in un'apparenza. Il cittadino è indifferente al problema delle nomine e, quindi, si è appassionato alla vicenda Palamara per l'innata predisposizione al gossip. Se è acculturato a sufficienza, rileverà che l'intervento del Governo, cede alla lusinga del gossip e si industria per congegnare un barocco sistema elettorale del Csm.
Il Governo agisce in questo modo, essendo in difesa, ossia per opporsi al sorteggio (in disparte ogni valutazione sulla compatibilità del criterio con la Costituzione, la quale - si sa - vale a giorni alterni e secondo le convenienze). Se si scegliesse il sorteggio (scelta ancora possibile in Parlamento e auspicata, con atteggiamento che a me sembra ritorsivo, perfino da FI, la cui ideologia dovrebbe privilegiare il merito), avremmo la sublimazione del più esasperato qualunquismo, perché il sorteggio è un atto di viltà praticato (e la pratica diffusa sta consegnando il Paese alla mediocrità) da chi riconosce di non essere capace di fare corrette valutazioni di merito e di assumersene la responsabilità (oltre tutto il disegno non può non riconoscere al Csm un potere di valutazione, così che logica vorrebbe che a farle siano magistrati "meritevoli" e non "sorteggiati").
Il cittadino è molto più sensibile al problema del magistrato politicizzato. Lo è secondo le convenienze. Quante volte il cliente mi ha chiesto "di che colore è il giudice", avendo maturato la convinzione che la disposizione di legge è argilla che il magistrato può manovrare a suo piacimento. Il fatto è che non possiamo impedire al magistrato di avere una sua ideologia. Ci dobbiamo accontentare (e dovremmo pretendere) che non la renda palese.
Quindi, fermo che l'intervento del legislatore interviene sulla "forma" e non sulla "sostanza" del problema, sono da condividere (e, a mio avviso, finanche eccessive) le misure repressive suggerite al Parlamento. Resta irrisolto il vero problema (e qui dissento da Orlando): al cittadino non può stare bene che alla formazione di leggi o di provvedimenti amministrativi partecipino soggetti che sono i diretti destinatari del provvedimento (come è nel caso delle leggi sull'ordinamento giudiziario) o che domani dovranno applicarlo (come è per i giudici amministrativi).
Qui, anche a costo di sacrificare professionalità, le misure restrittive dovrebbero essere molto più rigorose. C'è un problema irrisolto e oramai non più eludibile e riguarda il pubblico ministero. Da tempo scrivo che la soluzione non sta nella reale ed effettiva separazione delle carriere (per realizzare la quale sarebbe necessario intervenire sulla Costituzione che ha raccolto in unico corpo giudici e pubblici ministeri). È invece possibile e necessario, perché lo prevede la Costituzione, scrivere un'apposita legge che "ordini" i pubblici ministeri e ne individui le responsabilità disciplinari: È necessaria una legge apposita sulla responsabilità civile personale del pm.
Le stesse disposizioni del codice di procedura penale che regolano il potere di indagine dovrebbero essere riconsiderate. Sui quotidiani di qualche giorno fa ho letto di un pubblico ministero salernitano in combutta con giornalisti locali con i quali confezionava articoli che poteva utilizzare come notizie di reato.
È un caso limite? Non direi: la recente vicenda milanese (il cd. caso Amara) e altre ancora di cui abbiamo quotidianamente notizia non sono molto dissimili. In un Paese civile non è accettabile che questi comportamenti siano resi (anche soltanto) possibili. Pure se in preda alla confusione, perché fuorviato da una cattiva informazione, il cittadino è in grado di capire che questo è un problema reale e dovrebbe capire che, essendo un problema tecnicamente complesso, non può essere risolto a suon di referendum, il cui esito (necessariamente tranchant) potrebbe renderne ancora più difficile una ragionevole soluzione.
P.S. L'ho fatta troppo lunga. Ho omesso di parlare del giudice disciplinare. È un tema assai tecnico che occuperebbe troppo spazio senza forse interessare.
di Francesco Merloni
Il Domani, 16 febbraio 2022
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Tra le riforme connesse al Pnrr italiano c'è quella della revisione del sistema delle "porte girevoli" tra politica e magistratura, nel senso di rendere più difficile, se non vietato, il ritorno in magistratura per chi abbia ricoperto cariche e incarichi politici.
Partiamo da alcuni punti fermi. Le norme sullo status dei magistrati devono assicurare, nella misura massima possibile, che il magistrato sia e appaia imparziale; l'imparzialità è garantita dalla posizione di indipendenza della funzione giurisdizionale, non a caso soggetta solo alla legge e totalmente sottratta all'indirizzo politico.
A questo fine servono norme oggettive, che limitino il passaggio dalla magistratura alla politica e ritorno, prescindendo da valutazioni di tipo soggettivo, che riguardino la personale capacità di un magistrato di agire imparzialmente. È il sistema in sé che deve funzionare. Se un magistrato ha esercitato per un periodo funzioni di tipo "politico" c'è da dubitare che esso, tornato in magistratura, possa essere o apparire imparziale. Potrebbe, ad esempio, giudicare atti o comportamenti tenuti dall'amministrazione dalla quale proviene in modo non distaccato. C'è, quindi, da stabilire quando un incarico pubblico svolto ha carattere politico.
L'attuale disciplina dei dirigenti amministrativi, ad esempio, ritiene politici, e quindi esclude il conferimento degli incarichi dirigenziali, incarichi di tipo elettivo (nelle assemblee) o su nomina (i componenti degli esecutivi nelle amministrazioni statali e territoriali) e negli enti pubblici; incarichi di componente degli organi di governo degli enti pubblici. In alcuni casi (i direttori generali delle Asl), anche la sola candidatura senza elezione è causa di inconferibilità.
Molto meno chiara è la disciplina sui magistrati, anche se è evidente che per essi il rigore deve essere maggiore e si deve procedere ad una corretta e articolata individuazione di tutte le funzioni "politiche" svolte e graduare le limitazioni sull'accesso alle cariche pubbliche e sul ritorno alle funzioni giurisdizionali. In alcuni casi può essere necessaria la totale esclusione, in altri può esser sufficiente un periodo (anch'esso da graduare) di cosiddetto "raffreddamento".
Restano posizioni incerte, quali la provenienza da funzioni in autorità amministrative indipendenti o da uffici di diretta collaborazione (gabinetti, uffici legislativi, segreterie) con gli organi politici. Per le prime il rientro non pone problemi di conflitto, dal momento che le loro funzioni sono da considerarsi quasi giurisdizionali e perciò sottratte all'indirizzo politico e i loro componenti sono scelti per una elevata competenza tecnica e per riconosciuta indipendenza personale.
Per i secondi, invece, la collaborazione stretta con gli organi politici, il concorso attivo alla determinazione del contenuto di leggi e di atti di natura politica e l'influsso che viene esercitato sullo svolgimento dei compiti di gestione da parte degli uffici, devono far propendere per l'esclusione del ritorno in magistratura o almeno dovrebbe imporre un adeguato periodo di raffreddamento e una collocazione in uffici ben distanti, territorialmente (questo vale per gli incarichi locali, non per quelli nazionali) e per materia, dall'incarico di collaborazione svolto. Se ci occupiamo dei magistrati l'approccio nel definirne lo status non può che essere unitario.
Un trattamento differenziato dei magistrati amministrativi è del tutto fuori dalla nostra Costituzione. Anzi, l'occasione della disciplina delle porte girevoli potrebbe esser utilmente colta per rimuovere le ultime situazioni che rendono i giudici amministrativi meno indipendenti di quelli ordinari, Un importantissimo contributo alla piena attuazione del modello di giurisdizione di un paese di diritto, come voluto dalla Costituzione.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 16 febbraio 2022
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Sono più della metà i detenuti provenienti da tutta Italia (1.014 su 1.968), soprattutto quelli ristretti in Alta Sicurezza e 41 bis. Problema denunciato a suo tempo dal Garante, ora riconfermato da Maria Grazia Caligaris di Sdr.
Su 1968 detenuti presenti nelle dieci carceri sarde, solo 1014 risultano residenti nella regione. Sono gli ultimi dati evidenziati da Maria Grazia Caligaris di "Socialismo Diritti Riforme". Una fotografia che sembra confermare ancora una volta la condizione di una Sardegna "isola carcere" nel Mediterraneo. Il problema è sempre lo stesso. Come già osservato nei vari rapporti del Garante nazionale delle persone private della libertà, la Sardegna si caratterizza per un numero elevato di Istituti di pena, superiore alle esigenze territoriali. Ciò comporta il trasferimento sull'isola di un elevato numero di ristretti provenienti da altre regioni.
C'è la sostanziale rinuncia al principio che la pena sia eseguita in modo tale da non recidere il rapporto con il proprio ambito affettivo e relazionale - La scelta dell'Amministrazione penitenziaria di utilizzare, date le complessive condizioni di sovraffollamento nel territorio nazionale, tutti i posti disponibili, ha comportato la sostanziale rinuncia al principio che vuole che la pena sia eseguita, salvo eccezioni riferibili a contesti criminali diffusi in un dato territorio, in modo tale da non recidere il rapporto con il proprio ambito affettivo e relazionale; principio delineato sia dall'articolo 42 dell'ordinamento penitenziario relativo ai trasferimenti, sia dalla regola 17.1. delle Regole penitenziarie europee. Tale situazione comporta pesanti ricadute negative sulla possibilità di mantenere le relazioni familiari con i propri cari, costretti a lunghi e costosi viaggi per fare i colloqui. Anche se attualmente, grazie anche alla pandemia, c'è stata una riduzione del "danno" attraverso l'utilizzo delle videochiamate.
Il 2022 fa registrare fin dal primo mese un aumento di ristretti nelle carceri della Sardegna - Il problema, però, rimane. La Sardegna è, di fatto, una "isola carcere". Non solo. Da tempo, è stato scelto di trasferire e concentrare nelle strutture detentive dell'isola un gran numero di persone detenute in regime di Alta sicurezza, nonché un numero consistente di coloro che sono detenute in regime di 41 bis. A questo si aggiunge il sovraffollamento. Maria Grazia Caligaris di Socialismo Diritti e Riforme, osserva che il 2022 fa registrare fin dal primo mese un aumento di ristretti nelle carceri dell'isola. "In un mese - sottolinea l'esponente - sono passati da 1968 a 2000 con due strutture penitenziarie in sofferenza. Si tratta di Case di Reclusione destinate a detenuti dell'Alta Sicurezza prevalentemente ergastolani. Nello specifico Oristano-Massama (272 presenze per 259 posti) e Tempio Pausania (171 per 170) oltre il limite regolamentare. In un momento in cui il Covid continua a dilagare con quarantene per tutto il personale e chiusura delle attività trattamentali e in parte dei colloqui, anche i numeri "piccoli" non lasciano tranquilli".
Altro dato rilevante, è la questione anagrafica. "Oltre il 50% (1013) ha un'età compresa tra i 45 e gli oltre 70 anni. Il 35 % invece dai 18 e i 44 anni. Lasciano perplessi i dati posti agli estremi. Sono infatti 4 (1 straniero) i giovani tra i 18 e i 20 anni nelle carceri sarde e 54 (2 stranieri) quelli che hanno superato i 70 anni. Situazioni limite - denuncia Caligaris - che avrebbero necessità di un approfondimento che potrebbe chiarire le circostanze della loro permanenza dietro le sbarre".
di Alberto Vannucci*
Il Fatto Quotidiano, 16 febbraio 2022
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È davvero una singolare coincidenza che il Consiglio dei ministri approvi all'unanimità un nuovo testo della proposta di legge sulla riforma dell'ordinamento giudiziario e del Consiglio superiore della magistratura a pochi giorni da un anniversario storico.
Un trentennale, per la precisione: 17 febbraio 1992, arresto in flagranza di reato di Mario Chiesa, presidente socialista del milanese Pio Albergo Trivulzio, evento che segnò l'avvio delle inchieste di Mani pulite. Dopo nulla sarebbe più stato lo stesso nei rapporti tra magistratura e classe politica. Non solo quella "vecchia", presto spazzata via dall'evidenza giudiziaria del suo coinvolgimento in un "meccanismo che viveva di vita propria" (così lo definì un assessore milanese), quello della corruzione sistemica; ma anche quella "nuova" che l'avrebbe poco degnamente sostituita.
Il sociologo Alessandro Pizzorno spiegò l'origine di quelle frizioni in un denso libriccino del 1998, Il potere dei giudici. Di fronte all'indebolirsi e poi al collasso dei partiti di massa, sempre meno capaci di esercitare una funzione adeguata di selezione di una classe politica dominata da carrierismo e affarismo, ricattabile e facile preda - quando non ostaggio - di interessi e potentati economici, la magistratura ha esteso la sfera delle competenze di fatto esercitate. E lo ha fatto rispondendo a domande sociali, sciogliendo i nodi irrisolti della cattiva regolazione e riempendo i vuoti normativi, ma anche facendosi talvolta coraggiosamente carico di emergenze - terrorismo, mafia, corruzione - scaturite dai fallimenti della politica.
L'attivismo crescente dei giudici ha avuto dunque profonde radici istituzionali e sociali, tra cui l'ingresso di nuove leve di magistrati nell'Università di massa, che indebolì quei vincoli di collusione - di ceto e d'affari - che fino ai primi anni 70 del secolo passato avevano rinsaldato il patto indicibile tra classe politica e potere giudiziario: alla prima una grande autonomia formale ma soprattutto privilegi e gratificazioni, economiche e di status, in cambio di una "non interferenza" nelle degenerazioni partitocratiche che avrebbero trasformato la corruzione nella più ovvia e "standardizzata" modalità di interazione tra universo imprenditoriale e sistema politico. Per fare un esempio tra i molti possibili, tutti sapevano - ma pochi si indignavano - che il Tribunale di Roma era soprannominato "porto delle nebbie" precisamente per la sua capacità di attrarre i procedimenti penali più scomodi per la classe politica di governo, atti che una volta attraccati in quegli uffici sarebbero stati persi di vista e presto dimenticati nell'inerzia dei magistrati.
L'avvio delle inchieste di "mani pulite" e il cataclisma politico che ne seguì avrebbero rappresentato un punto di non ritorno. Alla magistratura finì infatti per essere affidata una funzione impropria di "controllo di virtù" della politica. Un ruolo che sarebbe spettato a un'opposizione politica invece connivente, ma esercitato dalla magistratura ha determinato negli anni una polarizzazione del conflitto, forzando gli stessi giudici a competere in una sfera indebita di consenso dell'opinione pubblica. Come afferma lucidamente Pizzorno: "In maniera o implicita o, più spesso, esplicita, che lo teorizzasse o no, la magistratura italiana ha agito tenendo conto di quanto avveniva nella sfera pubblica; e ha potuto svolgere il suo compito soprattutto grazie all'appoggio che vi ha trovato. La battaglia con la classe politica è stata combattuta per il riconoscimento e i giudizi che provenivano dalla sfera pubblica".
Sarebbe arrivata poi l'interminabile stagione della sistematica denigrazione del potere giudiziario ad opera di Berlusconi. A lui si devono perle come "la magistratura è una malattia della nostra democrazia, dobbiamo assolutamente cambiare l'ordine giudiziario", nel 2006. Una malattia che agli occhi del Cavaliere si sarebbe aggravata, tanto che tra anni dopo così la descrive: "è come una metastasi...".
Eppure l'attacco di una classe politica ostile al potere giudiziario è stato rintuzzato persino negli anni del berlusconismo rampante. Grazia a un sostegno popolare ancora diffuso e alla sponda di alcune forze politiche, è rimasto soltanto un'aspirazione quel riequilibrio di poteri che nelle aspirazioni dell'allora presidente del consiglio, perennemente indagato, avrebbe presumibilmente consentito l'apposizione di guinzaglio e museruola ai giudici ostili.
Del resto -Berlusconi dixit - "questi giudici sono doppiamente matti. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana".
C'è voluto l'harakiri di frange significative della stessa magistratura per autorizzare l'odierno tentativo di riforma, che configura anche un riequilibrio dei rapporti di forza. Dopo i troppi casi di "toghe sporche", ma soprattutto dopo l'inchiesta che ha svelato il "sistema" Palamara - ex presidente dell'Associazione nazionale magistrati ed ex membro del Csm, artefice di una giostra vorticosa di raccomandazioni e spartizioni - l'evidenza di traffici nell'ombra, lottizzazioni correntizie, sterili rivalità e meschinerie assortite ha intaccato la credibilità dei magistrati quali primari "controllori" dell'altrui virtù. Al contrario, la loro stessa virtù è stata messa in discussione proprio nella sfera del riconoscimento pubblico, così preziosa anche per la classe politica, specie quando è indagata.
Nascono da queste premesse istituzionalmente insidiose le proposte governative di riforma dell'ordinamento giudiziario, che pure appaiono in buona misura condivisibili per intenti e contenuti. È ragionevole porre un freno ai meccanismi di "porte girevoli" che hanno permesso ai magistrati di transitare liberamente avanti e indietro dai loro ruoli, giudicanti o inquirenti, verso carriere politiche e incarichi governativi. In alcuni casi addirittura mantenendoli entrambi, nonostante le stridenti ragioni di opportunità: si veda il caso di Catello Maresca, che siede alternativamente sui banchi della Corte d'Appello di Catanzaro e in quelli di capo dell'opposizione nel consiglio comunale di Napoli, la stessa città dove era PM antimafia prima di candidarsi.
L'alternanza tra ruoli partigiani e "neutri" disinvoltamente praticata da alcuni magistrati, per quanto autorizzate dalla legge, ha contribuito a intaccare la reputazione di "terzietà" e imparzialità di tutta la magistratura, rendendola vulnerabile alle accuse ricorrenti di impropri condizionamenti politici o ideologici. Va segnalato però il rischio che il disegno di legge rappresenti, nei suoi passaggi parlamentari, l'occasione per una tardiva "resa dei conti" tra due presunti duellanti, magistratura e classe politica. Un aspirante erede politico di Berlusconi, Matteo Renzi, leader di Italia Viva, proprio in questi giorni ha disseppellito l'ascia di guerra scagliandosi contro i magistrati che lo indagano.
Piena autonomia e indipendenza della magistratura, soprattutto nei confronti del potere politico, devono restare una qualità cruciale del nostro assetto costituzionale, prerequisito per quel bilanciamento tra i poteri dello Stato su cui si fondano le fragili architetture democratiche.
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*Professore di Scienza Politica
di Viviana Lanza
Il Riformista, 16 febbraio 2022
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Nei giorni scorsi alcuni sindacati della polizia penitenziaria avevano diffuso comunicati stampa in cui si faceva riferimento a presunte "rivolte" in carcere. In particolare nelle carceri di Ariano Irpino e Santa Maria Capua Vetere.
Proprio l'allarme sul penitenziario casertano aveva destato grande preoccupazione in chi si era trovato a leggere quelle note dei sindacati. Perché Santa Maria è stato teatro della mattanza del 6 aprile 2020 che vede imputati oltre un centinaio di agenti penitenziari per torture e lesioni ai danni di detenuti e perché l'allarme dei giorni scorsi era legato a presunte rivolte dei detenuti, si temeva quindi una nuova spirale di violenza per fortuna non c'è stata.
Purtroppo, però, da parte di alcune testate giornalistiche c'è stata scarsa attenzione alla verifica delle voci su presunte "rivolte". Di qui il duro atto d'accusa del garante regionale dei detenuti, Samuele Ciambriello: "Vorrei stigmatizzare i contenuti allarmistici e da fake news in riferimento a presunte rivolte fatte dai detenuti sia nel carcere di Ariano Irpino che nel carcere di Santa Maria Capua Vetere - ha affermato. Comunicati stampa diffusi dai sindacati di polizia penitenziaria e pubblicati, incautamente e senza adeguate verifiche, sia da quotidiani che da siti di informazione, persino dalla Rai che ha mandato sul posto due inviati". A detta del garante regionale i fatti avvenuti in quelle carceri non potevano definirsi "rivolte".
"A Santa Maria Capua Vetere un detenuto ha distrutto il corridoio del reparto Danubio e ha ferito due agenti, a cui è stata data una prognosi di dieci giorni. Ad Ariano Irpino, invece, un gruppo di detenuti ha distrutto le telecamere di videosorveglianza all'interno di un solo reparto, così da poter forzare il cancello e quindi accedere ad un'altra sezione per punire un detenuto - ha spiegato Ciambriello -. Insomma, mi indigno sia per il procurato allarme sociale, sia per il fatto che la stampa non ha controllato la veridicità di ciò che è avvenuto in questi istituti".
Un atto d'accusa duro, quello che il garante dei detenuti rivolge a due interlocutori importanti nel panorama collettivo. Sullo sfondo, c'è poi tutta la complessità di un tema, quello che riguarda il mondo penitenziario, che in questo momento più che nel passato è sotto i riflettori.
Dovrebbe esserlo per porre fine alle annose criticità, non per alimentare inutili o infondati allarmi. Ed è da questa considerazione che nasce la riflessione che il garante Ciambriello propone, chiedendo l'impegno a stemperare le tensioni e a collaborare per il fine comune di garantire diritti e dignità a tutti, non solo a chi lavora ma anche a chi vive nelle carceri. Di qui l'ennesimo appello rivolto alla politica. "Proprio ieri ho portato nel carcere di Poggioreale 3mila mascherine Ffp2 e materiale sanitario vario (saturimetri, compresse per ipertensioni e cardiopatie, glucometro e strisce per glicemia). Materiale che si aggiunge alle 13mila mascherine chirurgiche, alle due sedie a rotelle, ai pannoloni e alle coperte per i detenuti ammalati del reparto San Paolo consegnate nei giorni scorsi", ha raccontato Ciambriello. "Il volontariato non può avere un ruolo subalterno - ha sottolineato. Chiedo alla politica un'assunzione di responsabilità di fronte a una situazione insostenibile".
"Interventi del privato sociale e del volontariato sono piccole gocce nel mare dell'oceano, rispetto al carcere, alla sua dimensione disumana, al sovraffollamento - ha poi aggiunto all'uscita da Poggioreale - È facile dire che le carceri scoppiano e che Poggioreale è il carcere più sovraffollato d'Europa. Sulle carceri non si intravede una via d'uscita: ci sono troppi problemi, situazioni insostenibili, non vengono applicate le leggi esistenti e non si vive con dignità la dimensione detentiva. Occorre subito un decreto svuota carceri. La politica deve attuare una svolta: chiedo al Ministro della giustizia un'assunzione di responsabilità".
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latinaoggi.eu, 16 febbraio 2022
Trovato senza vita nell'istituto di pena dove stava scontando la condanna definitiva a 11 anni. Fatale, forse, un'ischemia. Un vero e proprio mistero si nasconde dietro la morte improvvisa di Samuele Di Silvio, uno dei figli di Armando detto Lallà, trovato senza vita nel carcere di alta sicurezza di Agrigento dove stava scontando la condanna definitiva a undici anni di reclusione. Un mistero, il decesso, alimentato dal fatto che il detenuto pontino non aveva ancora 32 anni.
La notizia è arrivata in città nella serata di ieri e ha iniziato a circolare tra l'incredulità generale, non solo tra i familiari. Si sa ben poco sulle circostanze del decesso, anche se ieri sera si vociferava di una possibile ischemia. Ma con ogni probabilità saranno disposti tutti gli accertamenti medici del caso per fugare ogni dubbio sulla natura del decesso avvenuto dietro le sbarre.
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