di Sarah Crespi
La Prealpina, 1 gennaio 2022
L'avvocato: "Non è stato monitorato". Aveva disturbi psichiatrici da tempo, erano conclamati, il Cps lo seguiva e anche in carcere le sue debolezze erano note: il 26 novembre il gallaratese aveva tentato il suicidio nel penitenziario di Monza ed era stato salvato grazie alla pronta reazione di un altro detenuto. Era fuori controllo, impossibile da gestire tanto che lo staff sanitario aveva deciso di sottoporlo al Tso. Il 23 dicembre il quarantunenne si è tolto la vita.
Dopo il ricovero era stato era stato collocato in una cella singola, da solo, senza nessuno che potesse monitorare le sue condizioni, i suoi sbalzi di umore. Gli agenti se ne sono accorti quando ormai non c'era più nulla da fare.
Hanno provato tutte le manovre rianimatorie possibili, nemmeno il personale del 118 ha potuto fare nulla. Il pubblico ministero della procura brianzola Cinzia Citterio ha aperto un fascicolo sul decesso del quarantunenne, ieri mattina il medico legale Eleonora Burgazzi ha effettuato l'autopsia che ha confermato quanto già era evidente: il gallaratese si è impiccato usando le stringhe delle scarpe, appendendosi alla grata della porta blindata. Il dato di interesse, che al momento non è stato ufficializzato, è l'ora in cui il cuore dell'uomo ha smesso di battere.
Il corpo è stato trovato in serata, la direzione della struttura ha assicurato alla famiglia di essersi accorta della tragedia pochi istanti dopo il gesto, ma il padre del quarantunenne non trova pace, c'è un tarlo che lo tormenta: forse, con una sorveglianza adeguata e in un altro contesto, qualcuno avrebbe potuto liberare il figlio da quel cappio prima che gli fosse letale. Martedì il pensionato si è rivolto all'avvocato Francesca Cramis che ha nominato un proprio consulente per l'esame post mortem di ieri e che ha intenzione di andare a fondo di eventuali responsabilità.
"Stiamo valutando un'azione civile di risarcimento perché le patologie del detenuto erano risapute e molto serie. Non era il carcere il luogo idoneo per lui ma nessuno ha reperito una comunità in cui collocarlo e seguirlo. Non si è tolto la vita per la condanna, bensì per le manie di persecuzione di cui soffriva. La sottovalutazione delle sue condizioni è più che evidente visto il drammatico epilogo. Non è stato curato come avrebbe dovuto e non è stato monitorato nonostante il tentativo di uccidersi risalente a neppure un mese prima", spiega l'avvocato.
Il quarantunenne era stato portato in carcere a febbraio per maltrattamenti nei confronti del padre e per stalking nei confronti di un'infermiera del pronto soccorso del Sant'Antonio Abate. A luglio era stato condannato perché gli elementi a suo carico erano chiari e provati ma l'avvocato Francesca Gallotti, suo difensore, aveva già presentato il ricorso in Appello. Ormai però il capitolo è chiuso. "Ma se ci sono responsabilità nel decesso vogliamo farle emergere", conclude Cramis.
di Cristina Palazzo
La Repubblica, 1 gennaio 2022
Francesco G. non è più in carcere. Ieri pomeriggio il rapper di 27 anni con gravi problemi psichiatrici, arrestato per aver cercato di uccidere il padre lo scorso settembre a Santhià ma che in carcere continuava a perdere peso e a non parlare, è stato trasferito alle Molinette, nel repartino psichiatrico dove continuerà a scontare la pena ma potrà essere curato.
Nelle ultime settimane le condizioni del giovane, con una schizofrenia diagnosticata, erano divenute preoccupanti tanto che oggi sulle pagine torinesi di La Repubblica è stato lanciato l'appello dell'avvocato Alessandro Dimauro e della garante dei detenuti Monica Cristina Gallo. "Dobbiamo salvarlo non può accadere di nuovo", hanno spiegato, il timore era che rischiasse di morire come Antonio Raddi, ma oggi grazie alla rete e alla collaborazione tra le istituzioni il trasferimento è avvenuto.
Questa mattina la stessa garante, insieme con il deputato Andrea Giorgis, è andata a far visita a Francesco. Insieme hanno incontrato Francesco, "l'ho trovato leggermente migliorato, più reattivo - spiega Monica Cristina Gallo -. Possiamo affermare che in questo caso la collaborazione ha funzionato. Insieme con la direzione dell'istituto, il provveditorato dell'amministrazione penitenziaria, con la sensibilità della provveditrice Rita Monica Russo e la procura, siamo riusciti ad ottenere il ricovero immediato in sicurezza per Francesco. Abbiamo fatto diverse segnalazioni e questa volta per il giovane la macchina si è attivata nel modo giusto".
Il giovane nelle ultime settimane, ha raccontato il legale, era dimagrito fino a diventare "uno zombie". Dopo essere stato arrestato, era stato portato nel carcere di Vercelli dove aveva aggredito delle guardie, poi a Torino, reparto Sestante.
Da quel momento aveva iniziato a dimagrire, chiudendosi in un "mutismo totale", così è stato trasferito a inizio mese alle Molinette, nel reparto psichiatrico, per poi dopo dieci giorni tornare alle Vallette. La segnalazione sul suo stato di salute era arrivata anche dal dottor Roberto Testi come medico temporaneamente reggente del carcere. Oggi la decisione del trasferimento nella struttura ospedaliera. "Una decisione accolta con piacere, sia da me che dalla madre - spiega il legale Dimauro -. Di sicuro alle Molinette può essere seguito in maniera più congrua con una terapia ad hoc rispetto al carcere. E chissà se magari questo potrà permettere in futuro di ottenere un parziale recupero di questo ragazzo che conosco da anni. Era però necessario intervenire, le sue condizioni erano preoccupanti per questo avevamo segnalato più volte".
L'attenzione però sulla sorte di Francesco resta alta. "Sappiamo che il trasferimento in ospedale non è la soluzione definitiva ma possiamo dire che oggi siamo riusciti a dare una risposta a questa difficile situazione, ho sentito la madre di Francesco, è sollevata in questo momento - aggiunge la garante Monica Cristina Gallo -. La mia attenzione sarà sempre alta nei prossimi giorni nell'ottica della prevenzione e della tutela del diritto alla salute e alle cure in attesa che si trovi una soluzione diversa al carcere per Francesco e per gli altri giovani con patologie psichiatriche detenuti".
"La vicenda umana di Francesco purtroppo non è isolata e conferma la necessità di interventi strutturali che rendano possibile una cura efficace delle persone con malattia psichiatrica, che negli istituti penitenziari sono una percentuale non irrilevante - aggiunge il deputato Andrea Giorgis -. Occorrono quindi investimenti economici e più in generale un ripensamento dei servizi di salute mentale per coloro che sono in carcere o sono sottoposti a misure di sicurezza". Nel sottolineare la sensibilità degli agenti che questa mattina li hanno accompagnati nella visita a Francesco, il deputato pd ex sottosegretario, aggiunge che "c'è però bisogno di più personale e di strutture più adeguate e moderne". Una risposta nel rivedere i percorsi trattamentali può arrivare dal Pnrr: "Nella ricostruzione del paese dobbiamo progettare anche una ridefinizione del sistema complessivo dell'esecuzione penale. È un investimento a tutela della dignità delle persone e al tempo stesso della sicurezza pubblica, perché quando la pena riesce ad avere la funzione rieducativa i tassi di recidiva calano drasticamente".
di Frank Cimini
Il Riformista, 1 gennaio 2022
"La lettura di questo libro di Stefano Zurlo dovrebbe essere resa obbligatoria per l'accesso agli esami di magistratura perché nulla quanto una sequenza di errori funesti avverte i giudici sui pericoli del potere", scrive l'ex pm Carlo Nordio nella prefazione di "Il libro nero delle ingiuste detenzioni", edizioni Baldini e Castoldi, 191 pagine, 18 euro. Nordio aggiunge che il lavoro di Zurlo, cronista del Giornale, "dovrebbe sempre stare accanto ai codici sullo scranno del giudice naturalmente a maggior ragione sul tavolo dei pubblici ministeri".
Dal 1991 al 2020 i casi di innocenti in galera sono stati 29659 in media poco più di 998 l'anno. Il tutto per una spesa gigantesca da parte dello Stato per risarcimenti, oltre 869 milioni di euro. E per spiegare "la fragilità del nostro apparato" Zurlo racconta storie di prigioni di pochi giorni o di molti anni, ambientate al Nord come al Sud con protagonisti famosi o illustri, sconosciuti, trasversali alle classi sociali: Jonella Ligresti, Edgardo Mauricio Affè, Antonio P., Diego Olivieri, Pietro Paolo Melis, Paolo Baraldo, Ciccio Addeo, Angelo Massaro, Giuseppe Gulotta. Circa trentamila persone sono finite in cella e poi sono state assolte. Sono i numeri di una fisiologia in un sistema malato. Inutile parlare di patologia per mettersi a posto con la coscienza.
Le ingiuste detenzioni macchiano come una brutta malattia la quotidianità della giustizia. Giuseppe Gullotta ha passato in galera 21 anni prima che saltasse fuori la verità: non c'entrava niente con l'assassinio di due carabinieri. La confessione gli era stata estorta con una sequenza agghiacciante di vessazioni, umiliazioni e torture.
In Italia sì, è vero, si tortura e va ricordato che non esiste una legge adeguata per sanzionare la tortura come reato tipico del pubblico ufficiale. Pietro Paolo Melis è stato in galera 18 anni e mezzo per sequestro di persona sulla base di una intercettazione coperta dal rumore di fondo, la voce che si sentiva non era la sua. Angelo Massaro è stato scambiato per un criminale e confinato in prigione per 21 anni a causa di una frase captata dalle cimici in cui accennava alla moglie che non avrebbe accompagnato il figlioletto all'asilo perché impegnato nel trasporto di qualcosa di pesante. Una pala meccanica. Per gli inquirenti invece il carico sarebbe stato costituito da un morto ammazzato.
Jonella Ligresti: "Sono stati mesi anni di sofferenze terribili. Una condanna in primo grado per falso in bilancio e aggiotaggio informativo. Poi gli atti passarono da Torino a Milano. Assolta dopo otto anni. Sbattuta in carcere per una ragione che non sono mai riuscita a capire. In carcere il mio frigo personale era il bidet l'ambiente più fresco per conservare gli alimenti perché scende l'acqua fredda". La figlia di Ligresti chiederà l'indennizzo per ingiusta detenzione, ma saranno briciole spiega rispetto a quello che ha sofferto. "Nella mia Venezia prima di irrogare una grave condanna - ricorda Nordio - i giudici venivano ammoniti con una frase rimasta celebre, 'Ricordatevi del povero fornaretto' - conclude Nordio. Si trattava di un salutare avvertimento a rievocare in scienza e coscienza il caso di un garzone giustiziato e poi trovato innocente".
di Umberto Baccolo
spraynews.it, 1 gennaio 2022
Il carcere delle Vallette di Torino è al centro di un'inchiesta per un caso risalente al 30 dicembre 2019, data in cui il detenuto 28enne Antonio Raddi morì a causa di una infezione polmonare dopo aver perso 25 chili. L'uomo diceva di non riuscire a mangiare, ma gli operatori del carcere erano convinti che la sua fosse soltanto una simulazione. Il caso è approdato in tribunale e si discuterà la richiesta dei familiari di non archiviare l'inchiesta. Spraynews ha intervistato in esclusiva sul tema la dott.ssa Monica Gallo, Garante dei Diritti dei detenuti di Torino, che aveva segnalato il caso alla direzione delle Vallette nove volte, dall'agosto del 2019 senza mai ricevere una risposta.
Dottoressa, ci può rilasciare una dichiarazione su quanto sta avvenendo riguardo al caso Raddi?
Certo. Io partirei dal fatto che tutti si stupiscono dal fatto che si sono attesi 2 anni per rivolgerci ai media, visto che nulla ci vietava di fare subito una conferenza stampa, come abbiamo fatto adesso secondo la volontà dei genitori. Il motivo è che noi, comportandoci correttamente, non abbiamo voluto interferire creando un'onda mediatica con le indagini che il Pm ha svolto, delle quali abbiamo atteso gli esiti; dal momento in cui è però arrivata una richiesta di archiviazione la famiglia ha fatto ricorso e, d'accordo con l'avvocato, hanno chiesto a me di denunciare la situazione pubblicamente, visto anche che sono stata persona vicinissima ad Antonio ed ai suoi genitori.
A tal proposito, il grave problema è che anche se le persone detenute fragili di salute come era Antonio hanno dei medici di riferimento, questi sanitari non hanno un colloquio coi loro genitori, quindi il Garante si ritrova a ricoprire un ruolo complicato, perché pur non avendo esperienza medica deve intercettare la sofferenza spesso ignorata del detenuto, insistere con la sanità penitenziaria perché tuteli il suo diritto alla salute e alle cure, e anche fare ponte con i familiari; questo secondo me è un gravissimo problema perché in qualunque ospedale tu hai un caro ammalato, se vai a colloquio coi medici ti dicono che cosa sta accadendo, mentre in carcere non è così. Immaginate di avere un figlio in un Istituto penitenziario, di vederlo una volta a settimana o ogni due settimane e ogni volta sempre peggio, ma di non riuscire ad ottenere informazioni precise sulla sua salute. Tra noi è nato un legame forte anche per questa ragione, perché ero l'unica che portava informazioni e purtroppo non è neanche servito, come si è visto, perché ovviamente il problema della tossicodipendenza in carcere è che il detenuto che sta male e lo segnala viene considerato un "tossico" lamentoso perché in astinenza che quindi va ascoltato a metà e va visto a metà.
Lei che la ha seguita dall'inizio, ci puoi riassumere la storia di Antonio?
Antonio è entrato il 4 aprile 2019, e l'abbiamo intercettato inizialmente per una questione burocratica, perché lui aveva fatto richiesta di parlare con noi ed era un ragazzo brillante, sorridente, e che stava bene; dopo poco invece le sue richieste di colloquio erano prevalentemente legate ad una condizione di salute che si sentiva aggravare; inizialmente io le avevo interpretate come una grossa fatica di adattamento al carcere, anche perché di conseguenza ad una sua evasione dalla comunità la sua pena era ritornata all'inizio, e lui lo aveva vissuto come un fallimento suo e nei confronti della famiglia ed aveva cominciato a vivere la carcerazione male.
Ha avuto anche un episodio di isolamento per una sospetta scabbia che poi non era, 15 giorni col blindo chiuso; in seguito, quando veniva a colloquio, ha iniziato a manifestare dei malesseri che, a partire da agosto, si sono cominciati a vedere anche fisicamente, perché dimagriva molto e diceva che non riusciva ad ingoiare assolutamente nulla: poi lentamente non è più venuto sulle sue gambe ma è venuto su una sedia a rotelle, il suo colore della pelle ha smesso di essere naturale, come il colore delle labbra, faceva fatica a parlare, ed a tutti questi colloqui seguivano delle mie note, di preoccupazione, e di stimolo alla tutela al diritto alla salute di questo ragazzo, in conseguenza alle quali venivo rassicurata che era monitorato e anzi mi si diceva che il suo era un atteggiamento strumentale per ottenere dei benefici; in ultimo lui si è messo a dirmi "Mi faccia uscire, mi faccia uscire che io mi sento morire qua dentro", quindi io nelle ultime settimane che hanno preceduto il ricovero quotidianamente scrivevo, andavo a parlare con il direttore, parlavo con gli educatori, parlavo con il direttore sanitario, insomma ho veramente fatto davvero tutti i passaggi istituzionali possibili, al Magistrato, al Provveditore... ma purtroppo non è nelle competenze dei Garanti firmare un differimento pena o una misura alternativa. Io però, la domanda che mi pongo è questa: chi realmente si è mosso dai propri uffici, ed è andato a parlare ed a vedere questo ragazzo come stava? E purtroppo a questo non ho risposta.
Alla luce di questa storia, quale è il suo appello alle Istituzioni perché non si ripetano più episodi di questo genere?
Secondo me ci vuole un monitoraggio diverso su questi ragazzi, Antonio aveva una famiglia, ma ci sono tanti ragazzi fantasma con le stesse identiche problematiche, che non hanno nessuno, che sono magari stranieri, che non sanno nemmeno chi è il Garante dei detenuti, che, visto il sovraccarico degli educatori, non incontrano gli educatori o li incontrano poco. Anche gli operatori spesso hanno ormai uno sguardo assuefatto: il DAP fa delle Commissioni ispettive nel momento che capitano le tragedie, ma servirebbe che queste Commissioni ispettive fossero di routine alla salvaguardia della salute, con un'equipe di medici esterni, che possano vedere con altri occhi, perché, comunque se no resta la mentalità che dicevo di considerare i detenuti che dicono di stare male dei "tossicodipendenti rompicoglioni", che vogliono magari la compressa in più per dormire.
La persona con una stessa patologia o con le stesse problematiche all'esterno è in una situazione diversa, perché l'approccio sanitario è diverso, perché è comunque una persona che ha relazioni, che ha una famiglia, è una persona che non vive una privazione della libertà. La privazione della libertà rende di per sé il soggetto vulnerabile per cui la sua situazione va valutata con particolare attenzione.
La Repubblica, 1 gennaio 2022
Così scrive il presidente della Corte di Appello di Torino. In una lettera Edoardo Barelli Innocenti, "rispettando la presunzione di innocenza fino alla irrevocabilità della decisione", chiarisce le condanne per il consigliere della Regione Piemonte. Sul suicidio del già consigliere regionale piemontese, Angelo Burzi, interviene con una lettera ai media, il presidente della corte d'Appello di Torino Edoardo Barelli Innocenti. Burzi si è tolto la vita la notte di Natale dopo anni di inchieste e processi nel caso Rimborsopoli, lasciando tre lettere.
di Romina Boarini*
La Repubblica, 1 gennaio 2022
Le nuove spaccature sociali e le disparità strutturali radicate legate al genere, all'età, all'orientamento sessuale, alla razza, alla provenienza sociale, al fatto di essere migranti. Negli ultimi anni sono emerse nuove spaccature sociali. Se parte delle disuguaglianze trovano giustificazione nei diversi livelli di sforzo e in altri fattori oggettivi, in questo momento si osservano disparità strutturali abbastanza radicate e che talvolta si autoalimentano, riconducibili a fattori che esulano dal controllo dei soggetti e che sono legati, per esempio, al genere, all'età, all'orientamento sessuale, alla razza o all'estrazione socioeconomica e al background migratorio. In assenza di pacchetti di provvedimenti efficaci e completi, queste disuguaglianze pregiudicano alle persone la possibilità di esprimere pienamente il proprio potenziale, frenando così la performance economica aggregata e minando ulteriormente il tessuto sociale, la fiducia reciproca e quella nelle istituzioni.
L'immenso divario tra i più ricchi e i poveri. Le disuguaglianze economiche nei paesi Ocse, dopo essere aumentate per circa trent'anni, erano già significative prima dell'inizio della pandemia. Il divario del reddito tra il 10% più ricco e il 10% più povero ha quasi raggiunto il rapporto di 10 a 1. Negli anni Ottanta del secolo scorso era di 7 a 1. In Italia il rapporto è cresciuto da 8 a 1 a 11 a 1 già prima della pandemia. Il livello di concentrazione della ricchezza privata delle famiglie nei paesi Ocse è ancora maggiore: oltre la metà della ricchezza totale è detenuta dal 10% più facoltoso, un quinto di essa dall'1%. All'altra estremità dello spettro, le famiglie nella metà inferiore della distribuzione della ricchezza dispongono di una ricchezza netta bassa o pari a zero e questo significa che un'ampia fetta della popolazione è impreparata ad affrontare gli shock di reddito, in particolare quelli causati dalla crisi del Covid-19.
L'impatto del Covid-19 sulle disuguaglianze. La crisi dovuta al Covid-19 ha aggravato queste tendenze. Nel corso del 2020 le disuguaglianze in termini di reddito da lavoro e di mercato sono aumentate a causa della chiusura delle attività economiche e dell'aumento della disoccupazione. I governi dei Paesi Ocse hanno adottato rapidamente misure e pacchetti di sostegno senza precedenti per aiutare le famiglie a resistere all'impatto della pandemia. Tali misure hanno prevenuto un aumento della disuguaglianza a livello di reddito disponibile nella maggior parte dei paesi, addirittura riducendola temporaneamente in altri, come dimostrano gli studi di micro-simulazione e le indagini in tempo reale in alcuni paesi Ocse.
Disuguaglianze al di là del reddito. La pandemia ha però evidenziato delle disuguaglianze che vanno al di là del reddito. La crisi ha colpito maggiormente i soggetti vulnerabili, in particolare se e laddove il proprio lavoro ha influito sulla loro esposizione sia al Covid-19 sia agli effetti più ampi della crisi. Lo smart working ha contribuito a tutelare i soggetti e il loro posto di lavoro, specialmente se ben remunerato e altamente qualificato, ma non ha rappresentato una possibile alternativa per la maggior parte dei lavoratori. I dati relativi a 11 paesi Ocse hanno indicato come i lavoratori del quartile più basso di reddito avessero il doppio delle probabilità di smettere di lavorare e solo la metà delle probabilità di lavorare da remoto rispetto al quartile più alto. Perdere il lavoro significa perdere più dello stipendio: i disoccupati avevano il doppio delle probabilità di sentirsi soli ed emarginati dalla società rispetto agli occupati.
La fatica delle famiglie e i prezzi in aumento. La difficoltà di far quadrare i conti è stata rilevata chiedendo: "Una famiglia può avere diverse fonti di reddito e più di un membro del nucleo familiare può contribuire al suo reddito. Pensando al reddito mensile complessivo della vostra famiglia, siete in grado di far quadrare i conti?". "Con difficoltà" si riferisce a chi ha risposto che ci riesce con difficoltà o con grande difficoltà mentre "facilmente" comprende chi ha risposto di farcela abbastanza facilmente, facilmente o molto facilmente. Mentre una famiglia su 5 nei Paesi Ocse europei fatica a far quadrare i conti e una su 7 ritiene "probabile" perdere il lavoro entro 3 mesi, il costo della vita è esposto a nuove pressioni: i prezzi medi delle case nei Paesi Ocse sono aumentati di quasi il 5% nel 2020 e gli affitti quasi del 2% mentre sono aumentati anche i costi energetici.
Gli uomini muoiono di più, ma le donne hanno problemi psichici. In generale, durante la pandemia gli esiti medi del benessere differivano in base alla razza e all'etnia, al genere e anche al tipo di nucleo familiare. Nella maggior parte dei Paesi la mortalità in eccesso ha colpito più gli uomini delle donne ma è più probabile che siano le donne a soffrire di long Covid, le donne hanno visto peggiorare maggiormente la propria salute mentale e si sono sentite più sole. Allo stesso tempo, sono state spesso proprio loro in prima linea a prestare le cure durante la pandemia, sia nell'ambito professionale sia in quello domestico tra le attività di cura non retribuite. Nel 2020 la soddisfazione nei confronti della vita è diminuita in particolare tra le coppie con figli conviventi mentre i genitori single e chi viveva da solo ha avuto il doppio delle probabilità di soffrire di solitudine rispetto alla popolazione nel suo complesso.
La salute mentale dei giovani. Per quanto riguarda il fattore età, la probabilità di esiti gravi o di morire a causa dell'infezione da Covid-19 è stata molto maggiore tra gli anziani e questo ha reso particolarmente importante per loro ridurre i contatti sociali come misura precauzionale. Al contempo, i giovani adulti sono tra quanti hanno sofferto di più a livello di salute mentale, socialità e benessere soggettivo nel 2020 e 2021 nonché in termini di insicurezza e interruzioni dell'attività lavorativa.
Il bisogno di una ripresa concentrata sulle persone. In vista del 2022 e della ripresa, che potrebbe comunque essere accompagnata da nuove ondate pandemiche, è fondamentale conciliare i tentativi di ricostruzione a breve termine con visioni per il medio e lungo periodo, in particolare per quanto riguarda la transizione verso un'economia a basse emissioni di carbonio. Un nostro recente lavoro dimostra la necessità nelle politiche di una ripresa incentrata sulle persone e una transizione verde, imperniate sulle esigenze delle persone, il loro benessere e le opportunità per il futuro. Per quanto riguarda la transizione ecologica, ad esempio, questa ricerca indica che le famiglie vulnerabili sono colpite in modo sovra-proporzionale dal degrado ambientale e anche dalle misure della transizione verde, per cui nella fase di transizione si dovrebbe dare la priorità alle loro esigenze (ad esempio riqualificazione e aggiornamento delle competenze, ricollocazione, protezione sociale e possibili misure compensatorie a fronte di un aumento dei prezzi dell'energia e del carbonio).
Le riforme ad ampio respiro devono essere percepite. Sia la pandemia sia l'imperativo ecologico richiederanno riforme coraggiose. Affinché abbiano successo c'è bisogno di un forte sostegno da parte dei cittadini. Un nuovo rapporto Ocse, intitolato Does Inequality Matter? How People Perceive Economic Disparities and Social Mobility, rileva che se da un lato c'è sempre maggiore consenso tra la popolazione sul fatto che la disuguaglianza rappresenti un problema, dall'altro crescono anche le divergenze di opinione sulla sua entità e su come intervenire.
Opportunità sempre meno accessibili. Anche prima della pandemia un'ampia maggioranza di cittadini dei Paesi Ocse era preoccupata dalle disparità economiche e chiedeva una distribuzione del reddito più equa. Nel 2017 quattro persone su cinque ritenevano che le disparità nel loro Paese fossero eccessive, una preoccupazione che era via via aumentata a partire dalla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, in linea con la crescita della disuguaglianza di reddito misurata attraverso i tradizionali indicatori statistici.
In generale, più le persone si preoccupano a causa delle disparità, più chiedono che vi sia una ridistribuzione. Oltre che dall'apprensione causata dalla disuguaglianza, la richiesta di politiche che la riducano è influenzata dalle convinzioni su cosa sia ciò che determina tale disuguaglianza, in particolare il fatto che le opportunità siano o meno ampiamente accessibili e che si abbia successo se si lavora sodo. Il sostegno da parte dei cittadini a politiche specifiche dipende anche dalla percezione della loro efficacia nel ridurre la disuguaglianza.
*OCSE - Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico
La Repubblica, 1 gennaio 2022
Tutti quei dati che non forniscono un quadro esaustivo su chi guadagna e chi perde dalle politiche economiche. Il rapporto World Inequality Database (WID.world), gestito dal World Inequality Lab. "L'informazione sulla disuguaglianza ad accesso aperto, trasparente e affidabile è un bene pubblico globale". Viviamo in un mondo ricco di dati e tuttavia mancano informazioni di base sulla disuguaglianza di reddito e ricchezza. I numeri della crescita vengono pubblicati ogni anno dai governi di tutto il mondo, ma non forniscono informazioni su come la crescita è distribuita tra la popolazione, su chi guadagna e chi perde dalle politiche economiche.
L'accesso a tali dati è fondamentale per la democrazia. Questo rapporto presenta la sintesi più aggiornata degli sforzi della ricerca internazionale per tracciare le disuguaglianze globali. I dati e le analisi presentati nel rapporto si basano sul lavoro di oltre cento ricercatori in quattro anni, dislocati in tutti i continenti e che contribuiscono al World Inequality Database (WID.world), gestito dal World Inequality Lab. Questa vasta rete collabora con autorità fiscali, istituti di statistica, università e organizzazioni internazionali per armonizzare, analizzare e diffondere dati comparabili sulla disuguaglianza internazionale.
L'obiettivo del World Inequality Report 2022. È quello di presentare i dati più recenti e completi disponibili sulla disuguaglianza per informare il dibattito democratico in tutto il mondo. si aggiorna il nostro World Inequality Report 2018, che aggiunge nuovi dati con dimensioni di genere, ambiente e giustizia fiscale. La disuguaglianza economica è diffusa, in una certa misura inevitabile, e sempre al centro dei dibattiti su come dovrebbero essere organizzate le società. L'inaspettata crisi del COVID lo illustra chiaramente. Ha bloccato ampi settori dell'economia, privando molti dei loro mezzi di sussistenza. Eppure, in molti paesi, i sistemi di sostegno al reddito compensativo sono stati messi in atto molto rapidamente, dimostrando il grande potere delle società, attraverso i loro governi, di alleviare le disuguaglianze ed evitare catastrofi sociali e politiche. In generale, il modo in cui le economie dovrebbero distribuire i redditi che generano, tra le popolazioni nazionali e in tutto il mondo, è fonte di accesi dibattiti.
La crescita economica è distribuita equamente? La rete di sicurezza sociale è abbastanza ampia e profonda? I paesi a basso reddito stanno raggiungendo quelli più ricchi? Le disuguaglianze razziali e di genere stanno diminuendo? In tutto il mondo, le persone hanno opinioni forti e spesso contraddittorie su ciò che costituisce una disuguaglianza accettabile e inaccettabile e su cosa dovrebbe essere fatto al riguardo. Il nostro obiettivo non è quello di mettere tutti d'accordo sulla disuguaglianza: questo non accadrà mai, per il semplice motivo che non esiste un'unica verità scientifica sul livello ideale di disuguaglianza, né tanto meno sulle politiche e istituzioni sociali ideali che sarebbero necessarie per raggiungere e mantenerlo. In definitiva, possiamo prendere queste decisioni difficili solo attraverso la deliberazione pubblica e attraverso le nostre istituzioni politiche. Il nostro obiettivo qui quindi è più modesto: speriamo e crediamo che sia possibile essere d'accordo su alcuni fatti sulla disuguaglianza.
Il rapporto riunisce nuove serie di dati. L'obiettivo immediato di questo rapporto è riunire nuove serie di dati dal World Wealth and Income Database (WID.world) al fine di documentare diverse nuove scoperte sulla disuguaglianza globale e la sua evoluzione. WID.world è un processo di ricerca cumulativo e collaborativo che è iniziato nei primi anni 2000 e ora include oltre cento ricercatori che mirano a coprire tutti i paesi del mondo. WID.world fornisce accesso aperto alla più ampia banca dati disponibile sull'evoluzione storica della distribuzione del reddito e della ricchezza, sia all'interno che tra i paesi. Il rapporto 2022 presenta nuovi risultati in quattro aree principali. In primo luogo, forniamo dati davvero completi sulla disuguaglianza di reddito per quasi tutti i paesi del mondo per lunghi periodi di tempo. Questo ci permette di presentare dati sistematici sulla disuguaglianza a livello globale e di analizzare come si è evoluta nel tempo.
Le disparità del reddito è sempre stata molto ampia. La disuguaglianza globale del reddito è sempre stata molto grande, riflettendo la persistenza di un sistema economico mondiale estremamente gerarchico sia tra i paesi che al loro interno. La disuguaglianza globale è aumentata tra il 1820 e il 1910, nel contesto dell'ascesa del dominio occidentale e degli imperi coloniali, per poi stabilizzarsi a un livello molto elevato tra il 1910 e il 2020. Dal 1980, la disuguaglianza interna è cresciuta, ma la disuguaglianza internazionale ha iniziato a diminuire grazie alla rapida crescita delle grandi economie cosiddette emergenti. Questi due effetti si bilanciano così che negli ultimi decenni la disuguaglianza globale è rimasta sostanzialmente stabile, anche se a un livello molto elevato. In secondo luogo, il nostro rapporto 2022 fornisce prove molto più approfondite sulla ricchezza e sulla sua distribuzione nel mondo rispetto a quanto disponibile fino ad ora.
Il peso della ricchezza privata aumenta. Negli ultimi decenni, il peso della ricchezza privata è aumentato a scapito della ricchezza pubblica, a causa della deregolamentazione, delle privatizzazioni e dell'aumento del debito pubblico. Inoltre, è aumentata anche la concentrazione della ricchezza privata, con i maggiori incrementi di ricchezza verificatisi tra la classe dei miliardari. In terzo luogo, analizziamo la disuguaglianza di genere creando dati sistematici sulla quota del reddito da lavoro mondiale guadagnato dalle donne e su quanto le donne siano ben rappresentate in cima alla distribuzione del reddito da lavoro. A livello globale, la quota di reddito da lavoro corrisposta alle donne è di poco inferiore al 35% e mostra un trend positivo negli ultimi 30 anni, rispetto al 31% circa del 1990.
Gli uomini guadagnano il doppio delle donne. Gli uomini guadagnano in media circa il doppio delle donne in tutto il mondo. Inoltre, i dati rivelano che le donne sono significativamente sottorappresentate nella parte superiore della distribuzione, anche se la percentuale di donne nella parte superiore è aumentata dagli anni '90 in molti paesi. Sorprendentemente, le donne sono ora meglio rappresentate ai vertici in alcune economie emergenti come il Brasile che in economie avanzate come gli Stati Uniti. In quarto luogo, presentiamo nuove prove della disuguaglianza nelle emissioni di carbonio in tutto il mondo. Utilizzando una nuova serie di conti del carbonio e dell'energia basati su record storici, tabelle input-output e statistiche distributive, mostriamo come le emissioni totali di carbonio sono distribuite non solo tra i paesi ma anche al loro interno. In tutto il mondo, le emissioni di carbonio sono distribuite in modo diseguale quanto il reddito.
La pressione fiscale per frenare le ricchezze "estreme". Il miglior 1% degli emettitori di carbonio hanno contribuito in modo significativamente maggiore alla crescita delle emissioni globali rispetto all'intera metà inferiore della popolazione mondiale. Le politiche volte a ridurre le emissioni globali dovrebbero, quindi, mirare principalmente agli altissimi emettitori. Infine, discutiamo di altre politiche che potrebbero ridurre la disuguaglianza. Le tasse progressive sulla ricchezza sono (ri)emerse nel dibattito come uno strumento promettente per frenare la concentrazione estrema della ricchezza e generare entrate statali tanto necessarie. Utilizzando i nostri dati, analizziamo il potenziale di reddito delle tasse sulla ricchezza e discutiamo come potrebbero essere applicate con successo sulla base delle lezioni apprese dalle tasse sulla ricchezza progressive esistenti e passate.
Le "estreme" ricchezze nei paradisi fiscali. Attualmente, le società multinazionali possono facilmente eludere il pagamento delle imposte societarie trasferendo i loro profitti in paradisi fiscali, ma è in corso uno sforzo internazionale per stabilire un accordo fiscale minimo. Discutiamo del ruolo della tassazione delle società nella lotta alla disuguaglianza e degli approcci globali e unilaterali alla giustizia fiscale. Offriamo anche prospettive più ampie su come reinventare lo stato sociale nel 21° secolo. Come mostra questo rapporto, WID.world ha prodotto preziosi dati sulla disuguaglianza in molte dimensioni, eppure siamo profondamente consapevoli che dobbiamo ancora affrontare importanti limitazioni nella nostra capacità di misurare l'evoluzione della disuguaglianza di reddito e ricchezza.
La mancanza di trasparenza sulle disuguaglianze. L'obiettivo in WID.world e nel World Inequality Report non è affermare di avere serie di dati perfette, ma piuttosto rendere esplicito ciò che sappiamo e ciò che non sappiamo e segnalare chiaramente quali Paesi stanno facendo meglio in termini di produzione e pubblicazione di dati nei loro sforzi per stabilire statistiche sulla disuguaglianza. Parte del nostro obiettivo è esercitare pressioni sui governi e sulle organizzazioni internazionali affinché rilascino dati più grezzi su reddito e ricchezza. A nostro avviso, la mancanza di trasparenza sulle disuguaglianze di reddito e ricchezza mina seriamente le possibilità di un dibattito democratico e pacifico nell'economia globalizzata di oggi. In particolare, è fondamentale che i governi forniscano l'accesso del pubblico a statistiche fiscali affidabili e dettagliate, il che a sua volta richiede il funzionamento di sistemi di rendicontazione correttamente funzionanti per reddito, eredità e ricchezza.
Le questioni economiche appartengono a tutti. Senza tutto questo, è molto difficile avere un dibattito informato sull'evoluzione della disuguaglianza e su cosa dovrebbe essere fatto al riguardo. Il motivo più importante per fornire tutti i dettagli necessari sulle fonti di dati e sui concetti che stanno alla base di tutte le nostre stime sulla disuguaglianza è consentire ai cittadini interessati di prendere una decisione su queste questioni importanti e difficili. Le questioni economiche non appartengono a economisti, statistici, funzionari governativi e leader aziendali. Appartengono a tutti e il nostro obiettivo principale è contribuire al potere di molti.
di Alberto Cisterna
Il Riformista, 1 gennaio 2022
Ha ancora un senso scrivere di mafia nel Terzo millennio? Oppure tutto è stato detto, tutto è stato scritto e alla fine non dobbiamo far altro che sfogliare il libro che meglio si attaglia alle nostre convinzioni, che meglio suggestiona la nostra immaginazione o anche solo accarezza la nostra sensibilità. Tanto lo si è capito da tempo che molti ormai scrivono - e con una certa furbizia - con lo sguardo rivolto al proprio pubblico, alla propria rete di aficionados, a un circuito di estimatori o anche solo a un più modesto stuolo di seguaci.
Come per un romanziere o un giallista di professione, così una certa letteratura di mafia insegue i propri lettori, li coccola e insieme perimetra il proprio mercato; quasi nessuno vuole più spiegare o raccontare su cosa siano state o diventate le mafie; tanti pretendono solo di consolidare una posizione, di conservare una rendita. Troppe volte è diventata una questione di soldi e di potere. Troppe volte, ma non sempre.
Quando questo accade, quando chi scrive cede il passo al semplice desiderio di raccontare un'esperienza, di ricapitolare brandelli di vita vissuta, di ricomporre un pezzo di sangue e dolore staccatosi dalle proprie membra, il risultato è di per sé un miracolo che merita rispetto. Giuseppe Governale non è un professionista della scrittura, è un artigiano della narrazione come lo sono tutti coloro i quali non vivono di letteratura, eppur si nutrono, tra gli affanni del proprio lavoro, del rumore di fondo della vita, che hanno orecchie e occhi sensibili a quella solitaria litania che per essere percepita è necessario si colgano sussurri, semitoni, colorazioni tenui.
Le storie di mafia sono state narrate spesso con enfasi, con sanguinolento compiacimento. Si vuole stordire il lettore, stupirlo, talvolta intimorirlo per poi compiacersi del proprio ruolo, della propria "missione". Qua e là si mescolano verità, dicerie, supposizioni, bugie ben camuffate sotto la coltre dalla mera ripetizione, sfruttando l'inerzia e la pigrizia di chi non vuole approfondire, di chi si accontenta.
Da questo punto di vista il libro del generale Governale (comandante del Ros dei Carabinieri e direttore della Dia solo per citare gli impieghi più recenti) già nel titolo demistifica, circoscrive, chiarisce: Sapevamo già tutto (Solferino, 2021). Non c'è alcun arcano da svelare, né alcuna nebbia da diradare, né veli da squarciare. Era ed è tutto evidente, conosciuto, collettivamente e individualmente risaputo. Mafia e mafiosità vanno a braccetto nell'impari sfida per comprendere se l'una preceda l'altra o se l'altra sia la genitrice della prima; un gioco di specchi in cui, prima ancora che intimidazione, la mafia è condivisione di un modello di società, di uno stile di vita, di una percezione dello Stato e degli altri.
Giovanni Falcone narrò anni or sono la sua visione della mafia in un libro memorabile che aveva un titolo parimenti profetico, mite, pacato: Cose di cosa nostra (1991). Non una storia e enciclopedica di cosa nostra o della mafia, ma la pacata enunciazione delle (poche) cose che persino un gigante come Falcone riteneva di aver capito di quel mondo oscuro e sanguinario. Ecco, dopo 30 anni, Giuseppe Governale riprende il filo di quel racconto e lo fa, forse, senza neppure accorgersene; perché procede in modo naturale come accade a chi ha nuotato nel medesimo mare di Mondello, ha conosciuto le stesse strade di Palermo, ha respirato con la stessa aria di Sicilia, ha visto cadere gli stessi amici. Giovanni Falcone aveva chiarito con esattezza il proprio pensiero, la propria intelligenza dell'inscindibile legame che Giuseppe Governale riassume nell'apparente endiadi di "mafia e mafiosità".
Aveva scritto nel 1991: "Se vogliamo combattere efficacemente la mafia, non dobbiamo trasformarla in un mostro né pensare che sia una piovra o un cancro. Dobbiamo riconoscere che ci rassomiglia" ammoniva il giudice ucciso, con una lucidità che ancor oggi stordisce. Trent'anni dopo il generale Governale raccoglie nel suo libro quella traccia, la insegue come gli impongono le stimmate dell'esperto investigatore e offre senza alcuna enfasi un suo bilancio. Racconta alcune altre "Cose di cosa nostra" finalmente, messe lì con ordine e precisione, senza voler narrare null'altro che non sia ciò che si è visto, ciò che si sa, come in un diario di guerra.
di Gennaro De Falco
Il Riformista, 1 gennaio 2022
Ieri ho chiuso l'anno giudiziario 2021 con la prima udienza per fatti del 2010 di un processo che ancora non si sa neppure chi deciderà e che per ragioni prettamente biologiche concluderanno, se avranno fortuna, i miei nipoti se per sventura dovessero fare il mio stesso lavoro (e poi dicono che i processi si prescrivono per colpa degli avvocati) . Se e quando il processo dovesse finire, gli imputati saranno ampiamente morti per vecchiaia.
Dirà il mio eventuale lettore: "Ma come può essere possibile? Sarà un caso?". Ed io non potrò che dirgli: "Sbagli mio caro, è quasi la regola e non solo a Napoli ti assicuro". Sfogliando l'agenda vedo un altro processo su cui pure ci sarebbe tantissimo da scrivere. L'imputato risponde di aver venduto ben 27 Cd contraffatti nel 2004 - sì, nel 2004 avete letto bene! -. Diciotto anni per stabilire se e quale pena dovrà essere inflitta all'ormai canuto imputato che tanti anni fa si è imbattuto in questo ormai altrettanto canuto difensore che ancora aspetta la definizione di tante vicende anche molto più assurde di quelle che ho appena accennato. Ad esempio, aspetto ancora la fissazione, o meglio il pervenimento in Cassazione, di un altro processo per fatti del 2003 (diciannove anni fa) in cui tre dei quattro imputati sono stati assolti da gravissime imputazioni associative.
Il pm ha ritenuto di impugnare la sentenza assolutoria (confondendo nei suoi motivi di appello anche la sede dove operava e indicando un Tribunale per un altro). Il processo è quindi arrivato in appello dove si è ibernato per circa dieci anni e poi la Corte di appello, alla fine di tutto, ha confermato la decisione assolutoria del Tribunale dichiarando, e vorrei pure vedere, la prescrizione dei reati minori per l'unico tapino condannato che ancora aspetta da 19 anni di conoscere la sua sorte. Il tutto mentre i tre assolti sono stati per 19 anni senza dormire la notte, in attesa che la loro assoluzione venisse confermata anche in appello. Ma, nel frattempo, uno con un carico pendente di questo tipo come fa a trovare lavoro, come campa? E non continuo questo elenco disperato non perché non abbia da scrivere ancora. Se potessi, potrei riempire l'intero giornale con storie anche peggiori di queste, solo che alla fine sarei tanto noioso e ripetitivo che nessuno leggerebbe. Non diversa è la sorte delle denunce e, soprattutto, delle querele dove la disperazione di noi avvocati raggiunge, se possibile, ulteriori vette di dolorosa impotenza.
Ormai, forse anche per il palese ingolfamento degli uffici quasi tutte le denunce, anche per fatti davvero gravissimi e con rilevanti conseguenze economiche, vengono archiviate con motivazioni davvero sconcertanti e solo il clamore della stampa riesce, in qualche rarissimo caso, a farle fortunosamente rivivere. Tempo fa depositai una denuncia per maltrattamenti ed altro in favore di una donna marocchina cui il marito, di stretta osservanza islamica, tra l'altro voleva imporre di non uscire di casa e di indossare il velo, e solo una vivacissima campagna di stampa che stava per provocare una mezza crisi diplomatica ha spinto il pm a revocare la sua richiesta.
In quella denuncia la donna, che logicamente non ha un euro, chiese anche di essere ammessa al patrocinio a spese dello Stato ma ad oggi non le hanno neppure risposto. E io, nel frattempo, ho dovuto anticipare spese vive e lavoro che non so se e quando mi verranno rimborsati. Io, che ho un animo missionario e posso permettermelo, l'ho difesa ugualmente e continuerò a farlo ma chi non dispone di queste possibilità o magari vuole solo essere pagato per il lavoro che fa? Come può sostenere questa situazione e poi è giusto che accada? È vero, per questa vicenda sono stato a cena con diversi ambasciatori che mi hanno anche applaudito e premiato, che un eminentissimo Monsignore mi ha degnato della sua benedizione e che mi hanno anche accompagnato in albergo in una splendida limousine con targa diplomatica, che qualche giorno dopo mi hanno anche invitato alla cena degli ambasciatori ma a me tutto ciò appare assolutamente surreale.
Lo smarrimento si acuisce quando si vedono invece processi per fatti del 2020 che vanno speditissimi e in cui si contesta l'appropriazione indebita di "2 mazzole, 2 scalpelli, 2 metri da misura, 2 tenaglie, un martello da carpentiere, tre lenze ed una livella" che l'imputato non ha restituito agli operai di cui si era servito. In questi termini mi pare evidente che l'istituzione giudiziaria nel suo complesso sia un mero costo per la collettività senza alcuna utilità apprezzabile.
lavocedigenova.it, 1 gennaio 2022
Una delegazione del Partito Radicale, composta da Angelo Chiavarini, Stefano Petrella e Fabio Ferrari, ha visitato mercoledì 29 dicembre ha visitato la Casa Circondariale di Marassi.
"Siamo tornati a Marassi - scrivono - a distanza di circa 3 mesi perché nell'ultima occasione non ci era stato consentito di svolgere una visita delle sezioni degna di tale nome, cosa che non ci era accaduta in nessuno degli altri istituti visitati recentemente (tutti quelli della Liguria) e mai prima a Marassi, dove eravamo sempre stati accolti con la massima gentilezza e disponibilità. Anche stavolta abbiamo incontrato difficoltà: la Direttrice e la Comandante non ci hanno ricevuto, i dati generali dell'istituto non ci sono stati forniti, ci è stata negata copia del preziario e la visita si sarebbe conclusa entro breve se fosse stato per loro.
Non è andata in questo modo per la nostra ostinazione nel continuarla, la cortesia del personale e la generosità dell'Ispettore Cardinale che si è trattenuto per diverse ore oltre il fine turno per permetterci di continuarla. Non lo ha fatto soltanto per noi, ma per rispetto del suo ruolo e attenzione sincera verso problemi e situazioni che conosce bene.
Siamo così rimasti fino alle 17,30 visitando la seconda, la terza e la sesta sezione. Davvero molti i problemi riscontrati: il principale resta il sovraffollamento con un carico di circa 680 detenuti sui 450 posti di capienza regolamentare, ma il più sentito è la mancanza di lavoro interno, ancora più evidente dopo il crollo del soffitto del panificio Italforno che garantiva gli unici 6 posti di lavoro per datore esterno.
Chiusa da anni la falegnameria, non andato a buon fine un esperimento di call center, limitato all'apprendistato il laboratorio di telai per biciclette, in stato di abbandono il vecchio 'giardino del direttore' di cui si occupavano negli ultimi anni due detenuti in art. 21 (il progetto 'Case rosse fiorite'), ed è ora a rischio di ridimensionamento anche un'altra eccellenza dell'Istituto, il laboratorio di serigrafia nella sezione AS, che ha perso forza lavoro (da 8 a 4 detenuti) e diversi ordini a causa della decisione di limitare il numero di ore di accesso ai locali e di escludere l'utilizzo dei tirocinanti.
Un punto dolente (fonte da anni di giustificate richieste di cambiamento) è il limitato regime di apertura, con l'apertura da mattina a sera soltanto nella terza sezione (la custodia attenuata comprendente l'ICAT), mentre la sorveglianza dinamica col regime di minimo 8 ore di apertura delle celle nel resto dell'istituto non è mai stata applicata, se non al ribasso con 5-6 ore di apertura reale e un paio d'ore nelle salette di socialità (chiusi dall'esterno).
Un altro sono le restrizioni ai colloqui applicate dall'estate a questa parte che avevano provocato rumorose proteste con la battitura notturna, le più severe negli istituti liguri (solo 3 al mese in presenza, 1 adulto e 1 minore con esclusione dei bambini fino a 6 anni) e alle videochiamate (3 al mese non scomponibili in più chiamate brevi) e telefonate (soltanto 6 al mese, 4 in AS), previste in numero minimo al contrario di quanto praticato altrove e auspicato dalle direttive del DAP; se le prime trovano qualche ragione d'essere nella allarmante situazione esterna (ad oggi 3 i detenuti positivi isolati e 7 agenti positivi), le seconde sembrano soltanto una irragionevole vessazione.
Tra le eccellenze che meriterebbero di essere valorizzate non c'è solo il Teatro dell'Arca, ma anche il Polo Universitario, un detenuto straniero che abbiamo incontrato e ha compiuto l'intero ciclo di studi a Marassi si sta laureando in Storia (con una tesi sulla famiglia Durazzo), ma da 20 anni in carcere e ormai relativamente vicino al fine pena non ha ancora mai avuto un solo giorno di permesso e ha ben poche certezze su quanto lo aspetta fuori, nonostante abbia per anni tenuto un comportamento esemplare.
Un altro detenuto lavorante ha vinto per la seconda volta un premio letterario, ma non gli è stato accordato il permesso di recarsi alla premiazione e poterlo ritirare. Tra le buone notizie il fatto che il Provveditorato di Liguria e Piemonte abbia recepito le raccomandazioni del Garante Nazionale e annullato l'appalto in corso di vitto e sopravvitto (alla stessa ditta) che da un anno era causa di proteste tra i detenuti di Marassi per la scarsa qualità del vitto (soltanto 2,30 euro al giorno a persona la cifra prevista) e i costi gonfiati dei generi a vendita.
Tali proteste (rimaste senza ascolto da parte della Direttrice) avevano sortito segnalazioni al Magistrato di Sorveglianza e denunce che si sono dimostrate tutt'altro che infondate e hanno concorso all'attuale determinazione; vitto e sopravvitto saranno oggetto a breve di due diversi bandi e sarà evitato l'interesse a fornire pasti di scarsa qualità per aumentare i profitti delle vendite, ma resta da chiarire se sarà esclusa o meno la clausola del massimo ribasso, cosa che permetterebbe di elevare effettivamente la cifra pro capite ai previsti 6 euro.
Moltissimi hanno chiesto notizie di Rita Bernardini e del suo sciopero della fame (interrotto ieri al 25° giorno), delle proposte sulla Liberazione anticipata ordinaria e speciale di Roberto Giachetti e di quelle contenute nel documento della commissione promossa dal Ministro Cartabia, dimostrando quante aspettative vi ripongano. Ebbene proprio ieri queste sono state rese note e tra sconti pena, più ampio accesso alle misure alternative e modifiche all'ordinamento penitenziario vanno proprio nella direzione di riportare nella legalità e nel rispetto di quanto previsto dall'art.27 della Costituzione le carceri del nostro paese come da tempo chiediamo.
In conclusione il vero problema di Marassi è quello di essere da oltre un anno privo di un Direttore dopo la promozione della Dottoressa Milano a Provveditore del Triveneto, di essere rimasto privo anche di un Comandante fino alla scorsa estate ed affidato ad una gestione provvisoria per un periodo irragionevolmente lungo. Fondamentale è che il Dap provveda al più presto alla nomina di un nuovo Direttore e la scelta cada su una figura di adeguato profilo, attenta alle esigenze del trattamento e capace di dialogo e di confronto con detenuti e detenenti, qualità importanti che sembrano essere venute meno in troppe occasioni in questi ultimi mesi".









