di Francesca Morandi
La Provincia di Cremona, 31 dicembre 2021
Don Roberto Musa, cappellano del carcere di Cà del Ferro: "Qui nessuno viene lasciato indietro". Farina, lievito, zucchero, sale, margarina. Soprattutto, passione, amore, entusiasmo. È da questo straordinario impasto che nascono i prodotti sfornati da 'Dolce e salato', pasticceria - panetteria della cooperativa 'Fratelli Tutti', inaugurata in via Buoso da Dovara il 13 novembre scorso, Sant'Omobono. Un negozio laboratorio inedito, perché qui imparano il mestiere i ragazzi disabili e i detenuti che hanno imboccato un percorso di giustizia ripartiva.
Don Roberto Musa, cappellano del carcere di Cà del Ferro, è presidente di "Fratelli Tutti"; vice è Maria Pia Rosani, lei presidente della onlus Futura. Il bancone pieno di bontà, alla parete la frase di San Francesco d'Assisi: "Chi lavora con le mani, è un operaio. Chi lavora con le mani e la testa, è un artigiano. Chi lavora con le mani, la testa e il cuore, è un artista".
"Fratelli Tutti - spiega don Roberto - è stata fondata all'inizio dell'anno, ispirandoci un po' alle parole di Papa Francesco nell'Enciclica dove in diversi punti parla di una realtà sia economica che sociale che sia inclusiva. Il Papa raccomanda che nessuno venga lasciato indietro, che nessuno venga dimenticato. E, allora, abbiamo pensato a due realtà che, purtroppo, spesso risultano un po' ai margini della nostra società: persone che stanno facendo o hanno appena terminato un'esperienza di detenzione e persone con disabilità. Abbiamo pensato che le persone che stanno vivendo un'esperienza di detenzione, potessero essere una risorsa utile a sostegno delle altre realtà che potessero includere persone con disabilità. Da qui l'idea di partire con la panetteria-pasticceria".
A 'Dolce e Salato' lavora un detenuto in affidamento, la settimana prossima ne arriveranno altri due. "C'è una grande collaborazione con la dottoressa Padula, direttrice del carcere, e gli educatori". Una decina, invece, sono i ragazzi con fragilità, età media trent'anni. Alcuni stanno facendo un percorso di tirocinio, altri sono già assunti. Nel laboratorio, ad insegnare ai ragazzi ci sono Giancarlo, maestro pasticcere assunto, Cesare, Angelo e Costantino, "tre bravissimi pasticceri in pensione che si sono rimessi in gioco. Tutta la biscotteria la fanno i ragazzi sotto la loro guida", prosegue il don.
Un mese intenso, dicembre. "C'è stata una buona risposta da parte di tante persone - spiega don Roberto -. Quello che a noi serve, adesso, è potenziare ancora di più la possibilità di collaborazione con altre realtà, producendo tanti biscotti, il pane, i pasticcini magari per bar, mense. Il nostro interesse non è produrre utile, però più lavoriamo, più possiamo dare. Alcuni stanno facendo un percorso di tirocinio, altri sono già assunti. I numeri non sono grandissimi, ma cerchiamo di coinvolgere il più possibile in questo progetto. Con Futura c'è una bella e attivissima collaborazione, uno scambio di volontari, perché nei giorni frenetici del Natale abbiamo avuto bisogno di volontari".
Due le commesse assunte: Monnalisa e Noemi. "A chi viene qui, chiediamo sensibilità e consapevolezza di lavorare con persone piene di entusiasmo, con voglia di fare". Come Simone, 32 anni che in laboratorio sta pesando e confezionando i biscotti. "Sembra un gioielliere", dice don Roberto. "In una pasticceria di Casalbuttano avevo già fatto tirocinio, qui imparo da pasticcere". E come Valentina, 30 anni, alle prese con farina e margarina, mentre il maestro Giancarlo inforna i cannoncini. Valentina ha fatto della sua passione un lavoro. "Ho fatto formazione anche con il maestro Iginio Massari". Lei fonde arte e pasticceria. "Io sono la terza", dice, indicando la terza frase di San Francesco.
Nel laboratorio si sperimenta. La settimana dopo l'Epifania, si creeranno biscotti inerenti la Pasqua e la linea per la primavera. "La nostra intenzione, se il commercio prende piede, è trasformare, come abbiamo già fatto con altri, il contratto di formazione lavoro in contratto di assunzione in modo tale che abbiano un lavoro - prosegue don Roberto.
Poi, sarebbe il massimo se ci 'rubassero' i ragazzi: vuol dire che sono bravi. Se restano qui ci fa piacere, ma vuol dire che abbiamo colto nel segno, che il percorso formativo è stato fatto in maniera adeguata. E così anche per i detenuti. Sono persone che vengono, lavorano, si portano a casa il loro stipendio, imparano un mestiere, però, inserite in questa dimensione, danno un contributo a costruire una realtà diversa. È bello pensare che due realtà che vengono considerate un problema, fuse insieme diventino una risorsa". Pizze, pane e focacce, bignè torte. E per specialità, i pasticciotti pugliesi con crema pasticcera, nutella, crema e amarena. Si fanno solo qui, a 'Dolce e salato'.
Ristretti Orizzonti, 31 dicembre 2021
L'Archivio Sandro Margara, costituito da Fondazione Giovanni Michelucci, Associazione Volontariato Penitenziario e La Società della ragione onlus, promuove un appello alle autorità cittadine affinché la figura e l'impegno di Sandro Margara, insigne magistrato, tra i padri della Riforma penitenziaria, vengano riconosciuti mediante l'intitolazione di un significativo luogo pubblico nella Città di Firenze.
Appello - Chiediamo che a Sandro Margara, insigne Magistrato di Sorveglianza e tra i padri della Riforma penitenziaria, sia intitolato uno spazio pubblico della Città di Firenze
Sandro Margara è stato Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Firenze, Direttore generale del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria del Ministero della Giustizia, Presidente della Fondazione Giovanni Michelucci e, infine, Garante della Regione Toscana per la tutela dei diritti delle persone private della libertà personale.
La sua azione per ricondurre il sistema dell'esecuzione penale nell'alveo della Costituzione e il suo forte impulso al rafforzamento delle misure alternative alla detenzione hanno rappresentato un punto di riferimento per il movimento della Riforma penitenziaria.
Le Murate e gli altri Istituti carcerari fiorentini, periodicamente oggetto della protesta dei detenuti negli anni Sessanta e Settanta, videro più volte l'impegno di Sandro Margara, volto al dialogo ed al rispetto dei diritti umani e civili dei detenuti, dare un forte impulso al cambiamento delle condizioni di detenzione nella ricerca di una maggiore aderenza ai principi costituzionali della pena e di un diverso rapporto con la città.
Questo suo impegno continuo, lucido, competente, sempre animato dal senso di giustizia e di umanità, è testimoniato sino agli anni più recenti dall'amplissima rete di relazioni intessute con numerosissime istituzioni pubbliche, associazioni operanti nel sociale, nel volontariato, e sempre tese al dialogo, alla ricerca di opportunità autentiche di reinserimento sociale, capaci di promuovere l'incontro tra il carcere e mondi come la scuola, l'università, il lavoro.
L'intitolazione a Sandro Margara di un luogo pubblico nella Città di Firenze, caratterizzato come luogo rappresentativo della sua azione e "crocevia" d'incontro nella città tra giustizia e senso di umanità, appare un giusto riconoscimento per l'alto valore del suo impegno ed anche un segno per rafforzare nella memoria collettiva l'importanza del recupero delle persone e dell'inclusione in una visione della giustizia ispirata al principio di umanità e di una pena costituzionalmente orientata.
Il bel processo di rigenerazione urbana degli spazi e dei cortili del "Complesso delle Murate", compiuto dal Comune di Firenze in anni recenti, ha aperto un interessante percorso di riflessione sui luoghi della memoria, oltre che sull'esigenza di ripensare l'istituzione penitenziaria con capacità prospettica e riformatrice, processo che troverebbe degna prosecuzione con l'intitolazione di uno spazio pubblico cittadino a Sandro Margara.
Promotori: Saverio Migliori, Grazia Zuffa, Franco Corleone, Corrado Marcetti, Ignazio Becchi, Patrizia Meringolo, Susanna Rollino, Stefano Anastasia, Marcello Bortolato, Silvia Botti, Carla Cappelli, Beniamino Deidda, Antonietta Fiorillo, Francesco Maisto, Mariella Orsi, Katia Poneti, Massimiliano Signorini, Antonio Vallini.
È possibile aderire all'appello fino al 31 gennaio 2022 tramite il link: https://bit.ly/appellomargara
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 31 dicembre 2021
Il bilancio. La strage non si ferma. Record di intercettazioni dei libici, mentre le violazioni dei diritti crescono a ovest e a est. Negli ultimi dodici mesi 144.400 cittadini stranieri hanno attraversato le frontiere Ue "senza permesso": sono appena lo 0,03% della popolazione europea.
A poche ore dalla fine dell'anno i migranti giunti in Italia attraversando il Mediterraneo sono meno di 70mila. Ieri i dati del ministero dell'Interno segnavano 67.040 sbarchi. In un caso su sette si è trattato di minori stranieri non accompagnati: 9.478. Tra le nazionalità svetta quella tunisina con 15.671 individui. Distaccate le altre: Egitto (8.352), Bangladesh (7.797), Iran (3.903). Il primo paese dell'Africa subsahariana è la Costa d'Avorio, con 3.807 persone. La Tunisia è in testa anche alla classifica delle espulsioni: al 15 novembre erano 3mila, di cui oltre la metà verso il paese nordafricano.
Nel corso del 2021 almeno 1.864 persone hanno perso la vita nel Mediterraneo. Più delle 1.448 del 2020 e meno delle 1.885 del 2019. Dal 2014, quando l'Organizzazione mondiale per le migrazioni (Oim) ha avviato il monitoraggio "Missing migrants", mancano all'appello in 23.150. La rotta più mortifera è ancora quella centrale con 1.506 vite perse. Quel tratto di mare segna un altro triste record. Le catture di migranti in fuga dalla Libia da parte della sedicente "guardia costiera" di Tripoli sono state 32.425 fino a Natale. Quasi il triplo delle 11.891 dello scorso anno. Circa 20mila migranti sono stati invece riportati a terra dalle autorità di Tunisi, "sotto le pressioni esercitate dal governo italiano che ha fornito delle motovedette a questo scopo". Lo afferma il Forum tunisino per i diritti economici e sociali in un rapporto pubblicato il 20 dicembre. Lo sforzo di Roma nel fornire mezzi, finanziamenti, assistenza e formazione alle guardie costiere degli Stati nordafricani per ostacolare partenze e arrivi da mare sta dando i suoi frutti. A quale prezzo?
Se tutte le persone che hanno provato a raggiungere l'Italia e attraverso di essa l'Europa fossero arrivate a destinazione, gli sbarchi sarebbero stati circa 121mila. Può sembrare un numero alto se paragonato al triennio precedente: 34.154 nel 2020; 11.471 nel 2019; 23.370 nel 2018. Eppure, guardando più indietro, sarebbero stati meno dei 181.436 del 2016, dei 153.842 del 2015 e dei 170.100 del 2014.
I migranti toccano terra in Italia, ma spesso hanno come obiettivo altri paesi europei. Nonostante il Regolamento di Dublino stabilisca la competenza del paese di approdo per la procedura d'asilo 397mila degli 867mila migranti sbarcati dal 2011 si sono diretti autonomamente altrove (dati: Ispi, Matteo Villa). Sullo sfondo resta il generale decremento della popolazione che nel 2020, per la prima volta, ha riguardato anche il segmento straniero: l'Istat calcola il 7% di cittadini di paesi terzi in meno rispetto al 2019. Non è un caso che per il prossimo anno il governo abbia previsto un decreto flussi per 70mila lavoratori migranti (il doppio dell'anno precedente).
Il prezzo dell'allarme su una presunta "emergenza" e su un'inesistente "invasione" lo paga chi perde la vita in mare o chi è riportato a forza nelle prigioni in Libia. Nessun memorandum ne ha determinato la chiusura, né si è impegnato a garantire il rispetto dei diritti umani nel paese nordafricano. A ottobre l'Alto commissariato delle Nazioni unite per i diritti umani (Ohchr) ha parlato esplicitamente di "crimini di guerra" e violazioni contro migranti e rifugiati commesse "su vasta scala da attori statali e non, con un alto livello di organizzazione e con l'incoraggiamento dello Stato".
Se a sud del vecchio continente le politiche di contrasto della mobilità umana hanno contribuito a creare l'inferno libico, la situazione dei diritti umani è peggiorata anche a ovest e a est. Il tratto di oceano Atlantico che unisce l'arcipelago spagnolo delle Canarie alle coste occidentali dell'Africa è il nuovo cimitero marino. Gli effetti sociali del Covid-19 e le tensioni geopolitiche nell'area, combinati con la chiusura dei passaggi su Ceuta e Melilla e attraverso il Mediterraneo occidentale, hanno fatto moltiplicare traversate e morti: circa un migliaio quelli accertati dall'Oim, molti di più quelli stimati dalla Ong Caminando Fronteras.
A EST il braccio di ferro tra il dittatore bielorusso Alexander Lukashenko e il premier polacco Mateusz Morawiecki, sostenuto dalle autorità europee, ha causato vittime e respingimenti di massa. Alla fine la Commissione Ue ha proposto di sospendere per sei mesi le garanzie per i richiedenti asilo attraverso: semplificazione dei rimpatri, limitazioni ai passaggi di frontiera e trattenimento di chi cerca protezione. Nel 2021, secondo l'Oim, 144.440 migranti (compresi i richiedenti asilo) hanno attraversato "senza permesso" le frontiere Ue di mare e di terra. Lo 0,03% della popolazione europea.
di Raffaele Oriani
La Repubblica, 31 dicembre 2021
Erano figli dei lavoratori emigrati italiani. Considerati per anni clandestini, vivevano nascosti in casa per paura che i vicini li denunciassero. Ma oggi, ormai adulti, hanno deciso di farsi sentire. Siamo zucconi. Ci riesce difficile capire, e quando capiamo è quasi impossibile sentire che i migranti siamo noi. In America tanto tempo fa. In Svizzera appena l'altro ieri.
È svizzero Max Frisch, lo scrittore che negli anni Sessanta trova la formula giusta: "Volevamo braccia, sono arrivati esseri umani". Ed è italiano Egidio Stigliano, che oggi ha sessant'anni, si siede in un caffè di Zurigo, ordina l'acqua tonica in una delle sue due lingue e comincia a raccontare nell'altra: "Mamma e papà arrivarono dalla Basilicata il primo marzo 1963, faceva freddo e non avevano dove dormire".
Stigliano è quello che si dice un uomo arrivato, fa il neuropedagogo in una clinica di San Gallo, è console onorario nel principato del Liechtenstein. Ma è soprattutto un bambino, un ex bambino che ha una storia da raccontare: "Papà faceva il muratore, la mamma era operaia in fabbrica, alla Svizzera servivano lavoratori che alimentassero il boom, non famiglie che iniziassero una nuova vita". Tra i 500 mila immigrati italiani che in quegli anni vivono in Svizzera, Egidio non è contemplato: "I lavoratori stagionali non avevano diritto a portare con sé i figli, e così tanti di noi vissero per anni in assoluta clandestinità: quando la mattina mamma e papà andavano a lavorare, io sgusciavo dalla porta ma invece di andare a scuola mi inoltravo da solo nel bosco". In questo caffè dove tutto sa di benessere svizzero, Egidio tira su le maniche del suo bel maglione e mostra l'avambraccio leggermente storto: "Un giorno mi ruppi il braccio, ma non si poteva andare in ospedale: un medico mi visitò di nascosto, anche l'ingessatura doveva essere clandestina".
Sono storie di tanti anni fa. Ma in Svizzera si continuano a raccontare a mezza voce e a dimenticare subito dopo: lo scorso primo ottobre, un gruppo di ex bambini clandestini ha fondato a Zurigo l'associazione Tesoro. Dopo tanto non detto, vogliono che il Paese in cui stanno passando la vita riconosca la brutalità dello statuto dello stagionale che fino al 2002 ha diviso genitori e figli: "Non è più tempo di testimonianze, oggi chiediamo le scuse ufficiali della Confederazione e un risarcimento simbolico per questa ingiustizia" dice Paola De Martin, docente all'Accademia delle Arti di Zurigo e presidente dell'associazione delle ex famiglie clandestine.
Lontano dalle finestre - Non è ancora acqua passata, sono ferite sempre vive. Marina Frigerio è nata a Lugano e vive a Berna. Da psicoterapeuta ha una lunga consuetudine con i figli degli stagionali: "Fino agli anni Novanta ho continuato a ricevere ragazzini in difficoltà di cui era molto difficile ricostruire la storia personale e famigliare". Una bambina di otto anni aveva paura di tutto, e la mamma non sapeva che dire: "La incontravo nel consultorio cantonale, e la mamma era talmente reticente che il primo sospetto fu che la piccola fosse vittima di abusi in famiglia". Poi Frigerio cambia ambulatorio e comincia a ricevere nella sede del sindacato italiano: "Lontano dai locali dell'autorità costituita, la mamma cominciò a parlare e a raccontarmi che la piccola era stata chiusa per anni in casa con la consegna di non far rumore e di non avvicinarsi alle finestre perché la polizia avrebbe potuto portarla via: parlava pianissimo, aveva paura della sua stessa voce".
Un'altra bambina oggi ha settant'anni, e ricorda bene i mesi passati da sola in mansarda muovendosi in punta di piedi per non fare scricchiolare il parquet: "Come figlia di stagionali avevo diritto a stare qui per sei mesi, poi sarei dovuta tornare in Italia" racconta Catia Porri, che vive a Zurigo ed è tra le più attive promotrici di Tesoro. "Per tenermi con loro, i miei genitori mi fecero rientrare in Svizzera nel bagagliaio dell'auto, e mi nascosero per i successivi sei mesi". Così per tre anni: sei mesi di vita normale, e sei mesi di confino in attesa che papà e mamma tornassero dal lavoro. Catia Porri è lapidaria: "Eravamo in migliaia a vivere così, e il boom economico svizzero si è nutrito anche di questa sofferenza". È passato tanto tempo, non tutti l'hanno retto nello stesso modo: "Negli anni Ottanta e Novanta le piazze dell'eroina di Zurigo parlavano spesso italiano" spiega Marina Frigerio. "Gli spacciatori erano legati alla mafia, ma tra i tossici si contavano soprattutto tanti figli di stagionali segnati da quegli anni di paura e isolamento forzato".
In attesa di giustizia - Nel Novecento la Svizzera ha avuto un rapporto difficile con l'infanzia: in questi ultimi anni sono stati riconosciuti ufficialmente i drammi dei bambini nomadi sottratti ai genitori, e dei bambini di famiglie disagiate dati in affido in condizioni di semischiavitù. L'associazione Tesoro vorrebbe che le prossime scuse andassero alle famiglie dei migranti stagionali: "Nella mia vita c'è un buco di diciotto mesi in cui la memoria famigliare mi vuole a Zurigo, ma le carte ufficiali mi danno ancora in Italia" ci racconta Paola De Martin.
"Avevo tre anni, le foto di quel periodo mi ritraggono spesso in interni con le tapparelle abbassate, ma nonostante sia trascorso mezzo secolo se chiedo lumi a mia mamma lei si irrigidisce impaurita". Alla mamma mancano le parole, ma è fiera che la figlia abbia fondato un'associazione per fare chiarezza e ottenere giustizia per lei e il padre che non c'è più: "Sono convinta che le scuse della Confederazione la pacificherebbero e le permetterebbero di parlarmi finalmente di quel periodo che la tormenta ancora".
Tre anni fa, De Martin pubblica un'accorata lettera aperta all'allora ministra della Giustizia, Simonetta Sommaruga. Nella sua risposta, Sommaruga definisce "disumano" il modo in cui furono trattati gli immigrati stagionali. Non sono ancora le scuse ufficiali, ma all'Università di Neuchâtel è appena iniziata la prima indagine sullo statuto degli stagionali finanziata interamente dalla Confederazione: "Uscita indenne dalla guerra, la Svizzera aveva un gran bisogno di manodopera" ci spiega la storica Magali Michelet. "Ma puntò a isolare i lavoratori dalle loro famiglie per tre ragioni fondamentali: non si voleva che gli stranieri si stabilissero definitivamente, si temeva il contagio comunista dei lavoratori italiani e si preferiva approfittare della manodopera senza sobbarcarsi le spese di Welfare che le famiglie portano inevitabilmente con sé". Era la quadratura del cerchio: tutta l'energia delle braccia, senza la seccatura degli esseri umani.
Oggi gli italiani in Svizzera vanno di moda, e a Zurigo il vecchio, offensivo epiteto Tschingg (da cinque, gridato tra i giocatori di morra) dà addirittura il nome a una lussuosa catena di fast food. Ma gli ex bambini non dimenticano: "Quegli anni di paura passati a sbirciare i coetanei che giocavano in strada sono sempre con me" dice Stigliano. "E ogni volta che qualcuno equipara clandestini e delinquenti sento come una coltellata". Nella sua lettera aperta Paola De Martin notava che da qualche anno gli italiani sono considerati dei migranti-modello: "È solo un trucco per dividerci da chi oggi subisce quello che subimmo noi allora". Sul treno che ci porta a Zurigo salgono i poliziotti di frontiera: in tutta la carrozza chiedono i documenti solo a una ragazza di colore. Qualcosa non va, lei protesta, la fanno scendere con il suo bambino. Ecco, quelli di Tesoro sanno che i migranti siamo noi. E che le scuse ai bambini di ieri aiuterebbero anche i bambini di oggi.
di Linda Laura Sabbadini*
La Stampa, 31 dicembre 2021
Il 2020 è stato l'anno della sovrapposizione della crisi pandemica e di quella economico- sociale, dell'aumento della mortalità e del crollo dell'occupazione. Il 2021 si configura come l'anno della risalita, con l'arrivo dei vaccini, e del recupero di gran parte dell'occupazione persa. Le statistiche ci dicono che giovani, donne e stranieri sono stati i soggetti più colpiti dal punto di vista del lavoro. Ma i giovani hanno superato i tassi di occupazione pre-pandemia, le donne e gli stranieri no. Il punto minimo del livello di occupazione è stato raggiunto nel mese di gennaio 2021.
Il crollo è stato pesante. Gli occupati erano diminuiti di 878 mila unità in 12 mesi. Ma nei primi 10 mesi del 2021 si recuperano 625 mila occupati. Il recupero del 2021 ha riguardato ambedue i sessi. Ma le donne devono ancora recuperare in proporzione più degli uomini, sono l'1,2% di occupate in meno di gennaio 2020 contro lo 0,9% degli occupati. Anche i giovani da 25 a 34 anni sono stati colpiti dalla crisi pandemica. Il loro tasso di occupazione era passato dal 62,8% al 59,6% nel gennaio 2021.
Ma a ottobre 2021 il tasso di occupazione risale, superando quello pre-pandemia. Anche se, va detto, rimane una distanza significativa di addirittura 6,6 punti di tasso di occupazione dal lontano 2007, mai più recuperata negli anni. E il recupero riguarda molto di più la componente maschile. Non vanno sottovalutati i 535 mila disoccupati da 50 a 64 anni. È un numero elevato per un segmento di popolazione particolarmente vulnerabile a cui prestare attenzione. Il tasso di occupazione delle persone di questa fascia di età non è tornato ai livelli pre-pandemia.
La maggiore caduta di occupazione nel 2020 è avvenuta in proporzione tra gli indipendenti e i dipendenti con contratti a tempo determinato. A ottobre 2021 non si sono ancora recuperati i livelli di occupazione dei lavoratori indipendenti. 347 mila in meno rispetto a gennaio 2020. Un crollo che penalizza soprattutto le donne, che sono più frequentemente a capo di imprese molto piccole e più vulnerabili.
Nei periodi di crisi gli occupati a tempo determinato sono i primi a diminuire. Ma nella ripresa sono anche i primi a crescere, perché le imprese in una prima fase di uscita dalla crisi preferiscono non rischiare con l'assunzione di dipendenti a tempo indeterminato. E così è stato anche in questi due anni. A ottobre 2021 ci ritroviamo con 100 mila occupati a tempo determinato in più rispetto a gennaio 2020. Dinamica che contribuisce a spiegare il recupero dell'occupazione giovanile, particolarmente caratterizzata da precarietà. Analizzare i dati non destagionalizzati del III trimestre del 2021, fa emergere elementi di interesse non presenti nei dati mensili commentati sinora. Intanto va detto che la situazione più critica tra le donne riguarda le straniere.
Nel terzo trimestre 2021 le donne italiane hanno raggiunto lo stesso livello di tasso di occupazione del terzo trimestre 2019, anzi un +0,1. Le straniere sono sotto di 3,5 punti. Recuperano più lentamente, dopo essere state colpite maggiormente, perché penalizzate dal fatto di essere concentrate nel settore dei servizi alle famiglie.
La loro situazione è più critica anche degli uomini stranieri che, essendo inseriti molto nell'edilizia, nella manifattura, hanno potuto assorbire meglio il contraccolpo della crisi. Stiamo recuperando, non c'è dubbio nel 2021. Ma attenzione: mai come ora il nostro futuro dipenderà da come indirizzeremo le nostre risorse. Non possiamo permetterci una crescita senza inclusione. E soprattutto abbiamo bisogno della crescita di occupazione strutturale, che riduca le enormi disuguaglianze territoriali, di genere, e generazione nel nostro mercato del lavoro.
*Direttora centrale dell'Istat
di Stefano Cappellini
La Repubblica, 31 dicembre 2021
La pandemia ha avuto tra le sue conseguenze collaterali, non però meno dannose, l'esasperazione dei difetti di una classe politica molto abituata a rimandare e poco a decidere. E l'obbligo vaccinale è una possibile sveglia.
C'è un passaggio dell'intervista rilasciata ieri a Repubblica da Enrico Letta che va letto nel suo pieno significato: "Il 2022 non può essere un anno elettorale". Il segretario del Pd non intende solo che va esclusa ogni tentazione di tornare al voto prima della scadenza naturale della legislatura. Vuole anche diffidare quanti coltivano l'idea, non sono pochi, che i mesi successivi all'elezione del nuovo capo dello Stato si trasformino in una campagna elettorale permanente, con i partiti della maggioranza non più impegnati a governare bensì solo a preparare la rincorsa alle urne del 2023. Si tratta di un rischio concreto.
Anche per questo, probabilmente, e non solo per l'emergenza sanitaria, Letta ha scelto di lanciare la proposta dell'obbligo vaccinale. Necessaria per affrontare la nuova fase della lotta alla pandemia quanto per ricordare alla maggioranza che al Paese serve un governo nel pieno delle sue funzioni, capace di prendere decisioni forti e non scontate. Sempre non a caso Letta ha aggiunto che Draghi, quale che sia il suo destino personale, riesca cioè o meno ad andare al Quirinale, deve essere "tutelato".
L'elezione di un capo dello Stato a larga maggioranza, coerente con quella che sostiene l'esecutivo, è una condizione necessaria ma non sufficiente a garantire che il Paese abbia la guida che occorre in un momento simile. Si respira tra i partiti un'aria di rompete le righe, ultimi giorni di Pompei, verrebbe da dire, non fosse che non è il tempo più adatto per metafore apocalittiche. L'impressione - fondata - è che qualcuno speri di cogliere in un colpo solo l'occasione di frustrare l'ambizione quirinalizia di Draghi e costringerlo a restare in una versione depotenziata, azzoppato nella corsa al Colle e dunque funzionale solo a garantire una sorta di ordinaria amministrazione, un disbrigo degli affari correnti, però tra veti, slogan e impuntature elettorali. La paralisi, in una parola.
Intendiamoci, non si tratta di alimentare la vulgata - sbagliata per più ragioni - che vuole Draghi buono e i partiti cattivi. È più che lecito, è auspicabile che le forze politiche abbiano voglia e interesse a chiudere la parentesi eccezionale dell'unità nazionale e a tornare a una competizione tra i poli che non necessiti più di uscire dallo stallo assoluto chiamando a Palazzo Chigi un avvocato pronto a ogni formula né un super-tecnico che commissari i partiti. Però questa strada non può passare dal sacrificio del vitello buono e quindi dalla rimozione, in senso psicanalitico prima ancora che politico, della necessità di continuare a governare il Paese mentre si affilano le armi per la legislatura successiva.
L'obbligo vaccinale è una possibile sveglia. La pandemia ha avuto tra le sue conseguenze collaterali, non però meno dannose, l'esasperazione dei difetti di una classe politica molto abituata a rimandare e poco a decidere, attenta al (presunto) consenso di giornata e perciò sempre tentata dal rilancio velleitario o dal benaltrismo.
Veniamo da mesi in cui è stata costantemente spostata l'asticella dell'irresponsabilità, con alcuni partiti che hanno fatto la guerra a qualsiasi misura anti-Covid, dal lockdown alle mascherine (incredibile solo a dirsi), dal Green Pass semplice a quello rafforzato, al punto da lasciare dedurre all'opinione pubblica che alcuni leader non credono all'esistenza di una pandemia o, più verosimile, non hanno mai una ricetta concreta, solo strepiti, garbugli, invettive da bar. Se chiudi, devi aprire, se apri, devi chiudere, se introduci il Green Pass è perché non hai coraggio di fare l'obbligo vaccinale, ma se chiedi l'obbligo vaccinale non va bene comunque (quest'ultimo esempio non è generico, è esattamente ciò che ha fatto Fratelli d'Italia nelle ultime ore). Per tornare alla politica non basta togliere di mezzo l'ingombrante attuale presidente del Consiglio trovando altrove il nuovo capo dello Stato. Per tornare alla politica servirebbe la politica, quella che da tempo fa più difetto alla gran parte dei partiti italiani.
di Roberta Barbi
vaticannews.va, 31 dicembre 2021
Il nuovo libro di suor Emma Zordan, religiosa delle Adoratrici del Sangue di Cristo e da otto anni volontaria nell'istituto romano di Rebibbia, raccoglie le paure e le emozioni dei reclusi durante la pandemia. Edito dalla Libreria Editrice Vaticana, vanta la prefazione del cardinale Giuseppe Petrocchi, arcivescovo dell'Aquila.
"Non tutti sanno che chi è in carcere può cambiare e provare dolore per le vittime del reato che ha commesso; non tutti sanno che la solitudine è il sentimento costante che gli ospiti provano, dovuto alla lontananza dalla famiglia specie ora in tempo di Covid; non tutti sanno che l'indifferenza della società nei confronti di chi è detenuto può uccidere più di ogni altra cosa; non tutti sanno che in carcere ci sono anche persone innocenti e persone meritevoli che potrebbero avere dei benefici che puntualmente non ottengono".
È un fiume in piena questa piccola grande religiosa delle Adoratrici del Sangue di Cristo, suor Emma Zordan, da otto anni volontaria nel carcere romano di Rebibbia dove organizza, tra le altre cose, laboratori di scrittura per i detenuti, i cui lavori vengono poi raccolti e pubblicati affinché anche fuori, finalmente, si sappia davvero come si vive lì dentro. L'ultimo si intitola: "Non tutti sanno", racconta la pandemia all'epoca del primo lockdown e la prefazione è stata scritta dal cardinale Giuseppe Petrocchi, arcivescovo dell'Aquila grande amico dei detenuti.
L'indifferenza uccide più del pregiudizio - Raccontare il carcere attraverso la voce di chi lo vive, quotidianamente, sulla propria pelle, è fondamentale secondo la religiosa: "Gli scritti delle persone ospiti mettono in luce la realtà carceraria dall'interno e servono ad abbattere i pregiudizi e soprattutto l'indifferenza della società nei loro confronti". Un'indifferenza che può uccidere: "Gli ospiti sanno, quando vengono reinseriti nel lavoro, che nei loro confronti c'è tanta diffidenza, che il carcere è un marchio che non riescono a levarsi di dosso, che li accompagnerà sempre, e questo è mortificante. Importante è invece riscoprire l'umanità di queste persone, considerarle, appunto, persone". Per questo, ci anticipa suor Emma, la prossima pubblicazione che curerà avrà per tema proprio l'indifferenza nei confronti dei reclusi.
Il carcere al tempo del Covid: un abbandono totale - Nel libro si racconta come si vive in carcere al tempo del Covid, la paura, la solitudine, a partire dal primo lockdown, ormai quasi due anni fa: "Non riuscimmo a spiegare a chi stava dentro cosa stava succedendo fuori perché non ci è stato più consentito di entrare a causa dell'emergenza sanitaria - ricorda suor Emma - scrivevo ad alcuni, ricevevo risposte, ma era tanta l'angoscia di non poter stare vicino a queste persone che hanno tanto bisogno, mi sentivo a disagio così lontana, il disagio di chi si sente fuori da casa propria". Oggi il lockdown è lontano, ma purtroppo non la pandemia, che è tornata a colpire forte in Italia, tanto è vero che i contagi salgono ovunque, istituti di pena compresi: "Il carcere ancora oggi è abbandonato a se stesso, i progetti sono fermi, i volontari pochissimi, e questo ha un impatto molto forte sui sentimenti dei reclusi, trasforma tutto in passività, dolore, rabbia, sofferenza, mancanza di desiderio di futuro. Il tempo sembra non scorrere più", è la testimonianza della religiosa.
Il periodo di Natale: solitudine e senso di colpa - "Il carcere è sempre brutto, ma se possibile durante le feste ancora di più - spiega suor Emma - la distanza dalla famiglia, il ricordo dei Natali passati con i propri cari acuisce il senso di colpa per gli errori commessi. Non riescono a perdonarsi". La religiosa anche quest'anno ha organizzato per gli ospiti una festa con dolci e regali: "Ma è molto di più quello che ho ricevuto io da loro, ho imparato la pazienza, la resilienza, la solidarietà e il senso dell'umorismo, che nonostante la situazione in cui vivono, è una loro caratteristica".
"Oggi il carcere è casa mia" - Suor Emma va con la memoria a otto anni fa, al giorno in cui per la prima volta ha messo piede in un carcere: "Anch'io avevo i miei pregiudizi che erano quelli della gente comune, mi esprimevo per stereotipi ben poco evangelici - racconta - poi quando sono entrata tra quelle mura mi si è stretto il cuore. Pian piano ci siamo avvicinati e ho iniziato ad ascoltarli. Oggi queste persone, con cui passo la maggior parte del mio tempo, per me sono fratelli, amici e compagni di viaggio. Il carcere è casa mia: entrarci mi dona gioia e tanta pace". E ora questo lo sanno tutti.
di Paolo Ercolani
Il Fatto Quotidiano, 31 dicembre 2021
L'errore più grande che si può compiere nell'atto di giudicare fatti storici e politici è quello di applicare il criterio morale. Il più grave per due ragioni sostanziali: la prima conduce a pensare che taluni soggetti politici siano mossi dal "bene", per cui la ragione starebbe sempre e comunque dalla loro parte, a prescindere dalle azioni che compiono in nome di quella medesima ragione. La seconda spinge a convincersi che il bene e il male siano effettivamente individuabili con infallibile certezza, e soprattutto separabili nettamente: per cui da una parte ci sono i buoni e dall'altra i cattivi. Da una parte i depositari di tutte le ragioni e dall'altra i titolari di tutti in torti.
La nostra epoca sciagurata, in cui domina la logica binaria e manichea dei social network ("mi piace"/"non mi piace"), ha finito con l'esaltare in maniera parossistica l'atteggiamento erroneo di cui sopra. Mai come oggi ci si schiera a prescindere, come la tifoseria di uno stadio.
La posizione a cui si aderisce diventa una maglia da indossare al posto della pelle, una bandiera da sventolare, una fede incrollabile da proclamare. Chiunque provi ad avanzare un ragionamento critico e complesso - capace di utilizzare la categoria hegeliana della "distinzione", per mettere in risalto luci e ombre delle due fedi opposte - viene ricoperto di insulti da entrambe le tifoserie, con l'accusa infamante di avere qualche interesse personale che lo spinge a non aderire alla verità del "Verbo".
Un tempo si sarebbe utilizzato il termine "dogmatismo" per definire tale atteggiamento mentale, mentre oggi si può parlare tranquillamente di cretinismo. Quest'ultimo alimentato dalla logica egocentrica e quantitativa promossa dalla Rete: quella per cui il soggetto di un'opinione deve entusiasmare i tifosi e la loro sete di messaggi netti e banali, se vuole essere seguito da molti follower ed ottenere un buon numero di like.
Il ragionamento articolato, la riflessione profonda, la critica bilanciata sono tutti elementi di disturbo. Servono alla comprensione, ma ostacolano il consenso. E oggi il consenso numerico che anche gli opinionisti o intellettuali ottengono in Rete può tradursi in benefici economici o in qualche maniera comunque quantificabili. Ecco perché l'odierno "tradimento dei chierici" consiste prevalentemente nell'abbandono del ragionamento complesso e, con esso, dell'opinione pubblica alla logica "cretinistica" del tifo da stadio.
Questa lunga premessa per dire che si può giudicare in due modi la decisione della Corte suprema russa di sciogliere la Ong "Memorial", quella nata nel 1989 per svelare i crimini compiuti dal regime sovietico. Il primo è quello moralistico, per cui alla condanna del comunismo tout court (quello di regime insieme a quello rivoluzionario) si accompagna la facile lamentela per l'ennesimo caso di autoritarismo e diritti umani lesi da parte di un sistema autoritario (nel caso specifico quello di Putin). Tutto vero, tutto condivisibile, tutto facile. Come i like guadagnati.
Oppure si può applicare un pensiero più complesso, e allora scopriremmo che il governo autoritario di Putin - con le sue decisioni e pratiche liberticide - rappresenta piuttosto l'ennesimo colpo al cuore di quella "gigantesca avventura umana per cambiare il mondo" che è stata il comunismo rivoluzionario. Né più e né meno di Boris Eltsin - altro fenomeno di autoritarismo, però appoggiato dall'Occidente liberale in nome di quella che è stata una trasformazione selvaggia della società russa (passata dalla miseria collettiva del regime sovietico alla ricchezza sfrenata di pochissimi propria di un regime liberista) - Vladimir Putin è un dittatore di Stato che non solo non ha più bisogno dell'Occidente liberista, ma oggi lo avversa frontalmente. Anche e soprattutto ideologicamente: di qui il suo utilizzo cinico delle vittime dei gulag per marcare una distanza da chi oggi è nuovamente nemico.
Lo stesso cinismo che l'Occidente liberale aveva utilizzato nell'appoggiare Eltsin - in nome del superamento del regime comunista - quando in realtà si trattava di stringere affari con i pochissimi neomiliardari russi (mentre la stragrande maggioranza del popolo faceva la fame peggio che sotto il comunismo). Lo stesso cinismo che oggi, proprio oggi, gli Stati Uniti mettono in pratica nel colpire con una violenza devastante - e in un silenzio quasi generalizzato che risulta agghiacciante - Julian Assange, privato della libertà e con la vita distrutta in virtù della colpa più imperdonabile: aver svelato i segreti del governo americano.
Bisognerebbe spiegarglielo, ai complottisti nostrani e non, che è perfino comico gridare al regime per un vaccino, un green pass o delle politiche che cercano di contenere una pandemia oggettiva. Certo che c'è un regime, ma quello è davanti ai nostri occhi, nei nostri stati che fingono di battersi per i diritti civili pur di poter distruggere incontrastati quelli politici e sociali. Non è certo nascosto nei meandri di una "Spectre" farmacologica o di una élite di mostri. Certo anche che è meglio far finta di non vederlo questo regime. Come fecero i liberali quando esplodeva il nazifascismo, o i comunisti occidentali quando fingevano che in Urss si era realizzato il paradiso. Perché se lo individui sul serio quel regime, poi non hai scuse per non combatterlo.
*Filosofo, Università di Urbino "Carlo Bo"
di Franco Venturini
Corriere della Sera, 31 dicembre 2021
L'ultima arma vincente, dall'Africa all'Azerbaigian si chiama Bayraktar TB2, è fabbricato interamente in Turchia, svolge efficacemente missioni di ricognizione e di attacco, e soprattutto costa poco. L'ultimo clamoroso esempio viene dalla interminabile e feroce guerra d'Etiopia. Quattro settimane fa le forze ribelli della regione del Tigré, inizialmente vittime della guerra che il Nobel par la Pace Abiy Ahmed aveva scatenato contro di loro nel novembre 2020, si erano riprese, erano avanzate per centinaia di chilometri, e si accingevano ormai a conquistare la capitale Addis Abeba. Poi sono arrivati i droni. Qualcuno cinese via Emirati, qualcuno iraniano per altre vie traverse.
Ma il vero trionfatore della battaglia che il 5-6 dicembre ha consegnato la vittoria al traballante Abiy Ahmed portava una sola firma: quella di Erdogan. Si chiama Bayraktar TB2, è fabbricato interamente in Turchia, svolge efficacemente missioni di ricognizione e di attacco, e soprattutto costa poco. In Italia lo conosciamo perché nel 2019 fu lui a salvare Tripoli dall'attacco del cirenaico Haftar. E da allora il TB2 ha viaggiato molto. Ha consentito all'Azerbaigian di battere l'Armenia. È stato veduto all'Irak e alla Somalia. È entrato a far parte dell'aviazione militare marocchina e anche di quella del Qatar. E poi, colpo grosso e paradossale vista la sostanziale collaborazione tra Ankara e Mosca, è stato fornito all'Ucraina. Sollevando l'ira di Putin, che riguarda sì la complessiva espansione della NATO fino ai confini della Russia, ma visto che la Turchia fa parte della NATO anche quei temibili droni dovranno essere messi sul tavolo.
Le vendite del TB2 continuano soprattutto in Africa, dove Erdogan ha fatto un lungo viaggio con gli abiti del piazzista: comprate, e vincerete le guerre. Intendiamoci, le armi le vendono tutti e i turchi sono stati bravi a creare il TB2, con videocamere, bombe o missili. La legge del mercato è da sempre più forte degli scrupoli etici e anche delle considerazioni strategiche. Ma ora la nuova regola è che sono loro, i droni, a decidere chi vince i conflitti convenzionali. Se poi costano anche poco...
di Vittorio Da Rold
Il Domani, 31 dicembre 2021
A che punto è la situazione in Siria stravolta da una sanguinosa guerra civile? Un rapido passo indietro nel passato recente può servire a capire meglio il complesso quadro attuale. Il 15 marzo 2011 iniziano le proteste popolari in Siria contro il presidente Bashar al Assad, nato nel 1965 a Damasco e subentrato a suo padre Hafez, morto il 17 luglio 2000 dopo 30 anni di potere ininterrotto. Le proteste di piazza, all'inizio pacifiche, si trasformano ben presto in guerra civile con un bilancio di almeno 350mila morti e 11 milioni di profughi secondo le più recenti statistiche dell'Onu.
Il 15 agosto del 2011 le potenze occidentali chiedono al presidente Bashar al Assad di dimettersi e di farsi da parte, ma il regime alauita, una minoranza religiosa musulmana vicina agli sciiti, resiste alle pressioni e chiede aiuto alla Russia di Vladimir Putin, che per rientrare nel gran gioco mediorientale dopo la caduta dell'Unione sovietica, nel 2015 manda armi, navi, caccia e militari sul terreno a sostegno del regime. Anche l'Iran degli ayatollah, che cerca uno sbocco al Mediterraneo, manda truppe scelte, i pasdaran, le guardie della rivoluzione khomeinista, a sostegno del governo siriano. A questo punto la situazione gradualmente volge a favore di Assad. Nel 2016 c'è la svolta del conflitto, quando a nord il regime riconquista la strategica città di Aleppo che era in mano ai gruppi ribelli dal 2012. Il 5 marzo 2020 viene firmato un cessate il fuoco a Idlib, ultimo bastione di ribelli e jihadisti.
Il 27 maggio 2021 Bashar al Assad viene rieletto per un quarto mandato presidenziale con il 95,1 per cento dei voti, nonostante l'occidente e le ong accusino il regime che le elezioni non siano state né libere né tanto meno regolari.
Dopo dieci anni di guerra civile, devono essere ricordati tre dati per capire la situazione siriana: la minaccia dell'Isis è stata ridotta ma non è scomparsa del tutto; le premesse del rovesciamento del regime di Assad si sono rivelate illusorie e, infine, i curdi siriani sono stati abbandonati dagli Stati Uniti ai tempi di Donald Trump. L'ex presidente ha dato il via libera all'invasione turca di aree cuscinetto in territorio siriano fino a 30 chilometri dal confine, dopo che le milizie curde siriane avevano combattuto come uniche truppe sul terreno contro l'Isis.
Nell'inventario della sanguinosa storia siriana va ricordato che dopo 12 anni di esclusione, soprattutto su pressione degli Emirati Arabi Uniti e l'Arabia Saudita, la Siria potrebbe rientrare nella Lega araba nel vertice previsto a marzo in Algeria. Insomma Assad è rimasto saldamente al potere mentre i suoi oppositori interni e internazionali hanno dovuto riconoscere lo status quo a Damasco. Recentemente gli Emirati Arabi Uniti, un tempo ostili alla Siria, hanno fatto sapere di voler rafforzare i rapporti con Damasco.
Anche il presidente turco Erdogan, nemico di Assad ma che in passato passava insieme alle rispettive famiglie le vacanze estive al mare con Bashar, ha dovuto ricredersi e venire a patti con Damasco. E soprattutto dimenticare di annettersi Aleppo.
Che la presa politica turca sulla Siria, in linea con la politica estera neo-ottomana, si stia allentando è sempre più evidente anche a causa della svalutazione della moneta turca e della politica monetaria di Erdogan. A questo proposito l'ex ala siriana di al Qaida, che guida una coalizione di milizie cooptate di fatto dalla Turchia nel nord ovest della Siria, ha deciso di adottare il dollaro statunitense nelle transazioni petrolifere e di abbandonare la lira turca, sempre più svalutata.
A riferirlo è il The Syria Report, portale di approfondimento economico e finanziario sulla Siria, secondo cui i vertici di Hay'at Tahrir ash-Sham (Hts, Ente per la liberazione della Siria), la coalizione di gruppi armati guidata da Jabhat an Nusra, l'ex ala siriana di al Qaida, ha deciso di passare al "biglietto verde" invece della lira turca negli scambi commerciali da e per la Turchia di carburante, benzina e altri derivati del petrolio. Pecunia non olet.
Un segnale importante di distacco graduale dalla Turchia del presidente Erdogan che è stata la nazione protettrice di questa area. Hts controlla ampie porzioni della Siria nord occidentale fuori dal controllo di Damasco. La stessa zona è sottoposta da anni a una forte influenza politica ed economica turca. La Turchia ambisce a estendere la sua influenza in territori dell'ex impero ottomano e ha infatti truppe militari dispiegate nella zona di Idlib e a nord di Aleppo e si coordina di fatto con le milizie qaidiste nella zona.
Alla luce della svalutazione della lira siriana, Hts aveva due anni fa adottato la lira turca nei territori siriani sotto tutela di Ankara. Ma dopo la drammatica svalutazione della lira turca a causa dei continui tagli dei tassi di interesse, la dirigenza qaidista siriana ha deciso di usare il biglietto verde. Hts controlla direttamente la compagnia Watad, che gestisce il redditizio business dell'importazione dalla Turchia dei derivati del petrolio e della distribuzione a Idlib e aree limitrofe.
Anche Israele monitora il quadrante siriano con molta attenzione. Tel Aviv ha colpito due volte gli impianti di armi chimiche in Siria negli ultimi due anni in una campagna per impedire alla Siria di rinnovare la produzione di armi chimiche, secondo quanto riportato dal Washington Post. Molti ricorderanno le fumose "linee rosse" evocate dall'allora presidente Barack Obama sull'uso di armi chimiche da parte del regime siriano, linee puntualmente superate senza gravi conseguenze. L'accuratezza del rapporto, che citava non identificati ex funzionari dell'intelligence statunitense e occidentale, è stata confermata a Reuters da una persona a conoscenza dell'operazione che ha rifiutato di essere identificata per nome o nazionalità. L'esercito israeliano ha rifiutato di commentare ma ci sono buone probabilità che lo scenario descritto dal Washington Post sia reale.
Poi c'è la "bomba" rilanciata recentemente dall'inchiesta del New York Times sull'impero della droga che la famiglia Assad avrebbe costruito in Siria per cercare finanziamenti, pagare le armi e i soldati per riconquistare i territori perduti. Secondo il New York Times la droga commercializzata in Siria è il Captagon, un composto sintetico di anfetamina e altre sostanze.
Ma c'è di più. La produzione e la distribuzione di questa droga sintetica sarebbe saldamente nelle mani dell'esercito siriano e in particolare della quarta divisione corazzata dell'esercito comandata da Maher al Assad, fratello minore del presidente Bashar. Maher è di fatto capo anche della Guardia repubblicana, il nucleo dei pretoriani del regime. Il fratello maggiore della famiglia Assad, Basil, che avrebbe dovuto prendere il posto in linea ereditaria del padre Hafez, morì prematuramente in un incidente d'auto nel 1994 e questo fatto tragico aprì la strada al vertice del regime al fratello Bashar richiamato da Londra dove viveva e dove aveva conosciuto la moglie Asma. Un altro fratello di Assad, Majad, è morto nel 2009.
Ma torniamo alle attività legate alla droga e al ruolo del clan Assad in una attività su cui resta difficile fare stime economiche. Il fatto, denunciato dal New York Times, trasformerebbe la Siria in un narco stato. Un paese dove paradossalmente mancano i medicinali e il presidente Bashar al Assad ha disposto nei giorni scorsi l'aumento dei prezzi di più di 12mila qualità di farmaci, come riporta il quotidiano panarabo Al Arabi al Jadid.
La decisione è stata presa dopo il crollo della produzione di medicinali locali e l'aumento del contrabbando. Da quanto emerso, gli aumenti vanno dal 30 al 50 per cento del prezzo. Antidolorifici e medicinali per bambini sono stati risparmiati dall'aumento dei prezzi. È dunque evidente che la commercializzazione della droga sintetica di cui parla il New York Times sta diventando uno strumento rilevante per finanziare il governo centrale di Damasco in una situazione di bilanci pubblici sempre più in rosso.
Non a caso il Consiglio del popolo, il parlamento monocamerale della Siria, ha approvato a fine dicembre la legge finanziaria per l'anno 2022. I fondi stanziati superano i 13 miliardi di lire siriane (poco più di quattro milioni e mezzo di euro). Poca cosa rispetto alle reali esigenze delle famiglie siriane provate da dieci anni di guerra civile. Ma a pesare sul futuro del paese sono anche le sanzioni europee contro il regime di Bashar al Assad in vigore dal dicembre 2011. Esse includono un embargo petrolifero e il congelamento degli asset della Banca centrale siriana entro i confini dell'Ue. Nessuno, però, a Bruxelles è in grado di rispondere alla domanda cruciale per il futuro dei siriani e dei milioni di profughi: fino a quando durerà questo stato di cose?
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