di Valter Vecellio
lindro.it, 30 dicembre 2021
È avvilente, e anche inquietante. In occasione di questa che è l'ultima nota sui temi della giustizia per l'anno 2021, si è andati a ritroso: la prima, e poi la seconda, la terza, fino all'undicesima. Il senso di avvilimento, di sgomento, di inquietudine non deriva dall'aver commesso errori.
Quelli non sono un problema, se ne fanno sempre, anche se in questo caso, per fortuna, nessuno grave e irreparabile. In nessuna della cinquantina di note di quest'anno una smentita. Tutto bene, allora? Al contrario: tutto male; proprio per questo il senso di sgomento: praticamente nulla da emendare, nulla di che pentirsi, nulla che sia stato smentito.
Quelle note le si potrebbero riproporre tali e quali, modificandone solo la data. Certo: oggi abbiamo un ministro della Giustizia, Marta Cartabia e prima s'aveva Alfonso Bonafede; ora c'è Mario Draghi, prima s'aveva Giuseppe Conte; con tutti i limiti, le lacune, le incapacità, le incomprensioni che questi personaggi, e altri che se ne possono citare, hanno; con tutti gli errori commessi e quanti ne commetteranno, non c'è dubbio che siano meno peggio di chi c'era prima. Quando si dice 'Si stava meglio quando si stava peggio', si fa un grosso errore: la verità è che quando si stava peggio, si stava peggio.
Però lo sgomento, l'avvilimento sta nel fatto che ancora, come allora, ci si trova a osservare che non viene assicurato come sarebbe giusto e doveroso il diritto al diritto; ci sono temi, problematiche sistematicamente, pervicacemente eluse: la giustizia, come viene amministrata; la condizione delle carceri, la detenzione: riguarda non solo i detenuti, ma anche chi li custodisce e li assiste, la più generale comunità penitenziaria, tutta in 'sofferenza'.
Tra qualche mese, a Corte Costituzionale piacendo, e se le Camere non saranno sciolte, si andrà a votare su un discreto numero di referendum che hanno per tema la giustizia. Sono referendum 'invisibili'. È scattato un ordine secondo il quale non se ne deve parlare? Forse no; comunque c'è un tacito, ferreo blackout informativo, e massimamente nelle televisioni private o pubbliche che siano.
In una delle prime note del gennaio scorso si è parlato di Leonardo Sciascia, in occasione del centenario della nascita: le sue coraggiose posizioni per la difesa del diritto e la giustizia giusta. Il modo migliore per ricordare Sciascia è leggerlo, fare tesoro dei suoi tanti 'insegnamenti', a partire dalla sua 'ossessione' la Giustizia, la necessità di giudicare; la cattiva amministrazione. Riflettere sui suoi allarmi, 'ammonimenti' validi anche oggi.
L'affilata, precisa analisi dell'errore giudiziario, che spesso non si può definire tale: " E' da dire, innanzi tutto, che la parola 'errore' è alquanto approssimativa...", perché spesso è invece "un trasgredir le regole ammesse anche da loro...", da coloro che prima le hanno elaborate e hanno poi il compito di applicarle; cosicché "L'errore è nel vagare sulla verità senza riuscire a scorgerla, nel mancare dei principi, delle regole, degli strumenti che consentono di scorgerla; ma quando i principi ci sono, le regole si conoscono e degli strumenti si dispone, di errore non si può più parlare vuol dire semplicemente, che dei principi non si vuole tener conto, le regole non si vogliono applicare, gli strumenti non si vogliono usare".
E comunque si possono catalogare come errori giudiziari non aver controllato se non dopo settimane e mesi (fatti trascorrere dalla vittima in carcere) una data e un luogo di nascita, per accorgersi che si tratta di un'omonimia? È errore giudiziario aver ritardato il controllo di un alibi, di un confronto con un testimone? Ci sono persone che si sono uccise, per questi ritardi, per questo differire di indagini che si potevano risolvere nel giro di pochi minuti, e facilmente. Si può considerare un errore il caso della signora che fa un mese di carcere perché nella sua automobile i carabinieri trovano una pistola giocattolo del figlio? È possibile che tra le mani esperte di un carabiniere una pistola-giocattolo continuasse a sembrare una pistola vera e che per un mese intero quella finta arma abbia vagato da un ufficio all'altro senza che nessuno la riconoscesse per quello che era, mentre la signora vagava da un carcere all'altro?
Osserva Sciascia: "Innegabile la crisi in cui versa in Italia l'amministrazione della giustizia (e crisi è forse parola troppo leggera) deriva principalmente dal fatto che una parte della magistratura non riesce a introvertire il potere che le è assegnato, ad assumerlo come dramma, a dibatterlo ciascuno nella propria coscienza, ma tende piuttosto ad esteriorizzarlo, a darne manifestazioni che sfiorano, o addirittura attuano, l'arbitrio. Quando i giudici godono il proprio potere invece di soffrirlo, la società che a quel potere li ha delegati, inevitabilmente è costretta a giudicarli. E siamo a questo punto".
A quel punto si era, Sciascia vivo. A quel punto si era nel gennaio scorso quando quella confidenza si è riproposta in una delle prime note per 'L'Indro'; a questo punto siamo ancora. E a questo punto ci si ritroverà tra un anno? Ci si deve imporre, come una sorta di dovere, l'aforisma coniato da Romain Rolland: "Il pessimismo della ragione, l'ottimismo della volontà".
Ma ecco che ci scivola sotto gli occhi un editoriale per il sito 'Cremonasera.it' scritto dal magistrato milanese, il giudice per le indagini preliminari Guido Salvini. 'Piccola' storia, 'piccola' vicenda, ma estremamente indicativa, significativa.
"Buone notizie dalla magistratura", esordisce Salvini con perfida ironia. "C'è la prima mossa per recuperare appeal ed affrontare finalmente la crisi che l'ha tramortita. Il segretario di Magistratura Indipendente, una delle correnti più colpite dallo scandalo dell'Hotel Champagne, ha annunciato sulle mailing-list dell'Associazione una nuova ed importante iniziativa: è stato siglato un accordo con Italo grazie al quale gli iscritti avranno uno sconto del 30% sull'acquisto di tutti biglietti per qualsiasi tratta. In realtà i magistrati quando viaggiano per servizio sono già rimborsati dal Ministero. Ma ora potranno usufruire del cospicuo sconto anche quando viaggiano per diletto, per soggiorni balneari o nei luoghi d'arte, e forse l'accordo si estende anche ai familiari, chissà. Comunque da oggi iscriversi alla corrente è diventato ancora più vantaggioso, non solo per fare man bassa di uffici direttivi e di incarichi prestigiosi. I magistrati non sono sottopagati, al contrario, ma il beneficio servirà a riaffermare giustamente il loro status, diverso da quello dei comuni cittadini e dei comuni pendolari ad esempio, uno status e una credibilità che ultimamente si sono un po' appannati. Era certamente quello che, per cominciare ad uscire dalla crisi della giustizia, tutti si aspettavano. Altro che riforma del CSM. Comunque buone feste e buon viaggio a tutti".
Si sarebbe tentati di pensare che i lupi, per quanto spelacchiati, non tradiscono comunque la loro natura; ma ci si intende di magistrati, non di lupi; per cui questo parallelismo lo si rinnega subito. Comunque tutto depone a favore delle ragioni del pessimismo. Forza e coraggio.
di Paolo Ferrua
Il Dubbio, 30 dicembre 2021
Mentre l'appello dell'imputato è previsto dal Patto internazionale sui diritti civili e politici, quello del pm non è tutelato né dalla Costituzione né dalle fonti sovranazionali.
1. Non v'è dubbio che l'appello del pubblico ministero avverso le sentenze di assoluzione e, di conseguenza, la possibilità di una condanna pronunciata per la prima volta in sede di appello rappresentino una grave ed insanabile contraddizione all'interno dell'ordinamento processuale. Premessa necessaria del discorso è che, mentre l'appello dell'imputato trova espresso riconoscimento nell'art. 14 comma 5 del Patto internazionale sui diritti civili e politici che garantisce ad ogni condannato il diritto al "riesame della colpevolezza", l'appello del pubblico ministero non è tutelato né dalla Costituzione, che garantisce solo il ricorso per Cassazione avverso ogni sentenza, né dalle fonti sovranazionali. L'imputato condannato per la prima volta in appello subisce un grave pregiudizio, potendo esperire contro la sentenza solo il ricorso in Cassazione.
Anche ad ammettere che il "riesame della colpevolezza", garantito dal Patto internazionale, non implichi necessariamente una rinnovazione totale del giudizio, resta del tutto evidente che quel "riesame" non possa essere soddisfatto dal solo ricorso in Cassazione: sia perché il controllo del giudice di legittimità verte sulla motivazione della sentenza, anziché direttamente sul tema della colpevolezza, sia perché in terza istanza è esclusa l'assunzione di prove, diverse da quelle documentali.
2. Si obietterà che la Corte costituzionale con la sentenza n. 26 del 2007 dichiarò illegittima la soppressione dell'appello del pubblico ministero. Vero, ma fu una sentenza poco convincente, emanata in un clima politico avvelenato dai processi a Berlusconi. Basti pensare alla clamorosa contraddizione in cui incappò allora la Corte costituzionale. Il ricorso per Cassazione del pubblico ministero contro la sentenza di assoluzione fu ritenuto inadeguato a soddisfare gli interessi dell'accusa; ma, con una stupefacente inversione di prospettiva, il ricorso dell'imputato contro la condanna pronunciata per la prima volta in appello fu, invece, considerato sufficiente a garantire gli interessi della difesa. La discriminazione tra accusa e difesa, a fronte dello stesso mezzo di impugnazione, in spregio alla logica e al principio costituzionale della parità tra le parti, non avrebbe potuto essere più evidente.
Nessuno può negare che un'ingiusta condanna sia più grave rispetto ad un'ingiusta assoluzione. Sarebbe, quindi, del tutto ragionevole che l'impugnazione del pubblico ministero contro l'assoluzione fosse limitata al solo ricorso per Cassazione, mentre quella dell'imputato contro la condanna fruisse della doppia garanzia dell'appello e del ricorso.
Non riusciamo ad immaginare un solo caso in cui un'assoluzione gravemente ingiusta non possa trovare adeguato rimedio attraverso il ricorso in Cassazione del pubblico ministero. Certo, l'inevitabile vaghezza della formula dell'"oltre ogni ragionevole dubbio"' lascia una certa discrezionalità decisoria. Esistono casi limite - i c.d. casi difficili - nei quali la nebulosità dell'aggettivo "ragionevole" consegna di fatto al giudice il potere discrezionale di assolvere quanto di condannare: discrezionalità sta appunto a significare la possibilità di una scelta fra più opzioni, ciascuna del tutto legittima.
Questa discrezionalità funge da limite al controllo della Cassazione che, da un lato, è tenuta a verificare se il giudice abbia violato la regola dell'oltre ogni ragionevole dubbio, travalicandone i limiti, ma, dall'altro, deve rispettare i margini di opinabilità connaturati alla regola; in altri termini, può sanzionare la scelta del giudice, quando superi quei margini, non quando sia rimasta al loro interno. Ora, proprio nei casi in cui siano ipotizzabili opposte decisioni - in sé parimenti legittime, quindi insindacabili in Cassazione - mentre appare equo che il giudice d'appello possa, in base al proprio convincimento, riformare la condanna in proscioglimento, sarebbe decisamente iniqua l'ipotesi inversa, di riforma del proscioglimento in condanna.
3. Ulteriori motivi di perplessità nei riguardi della condanna pronunciata in secondo grado derivano dal terzo comma dell'art. 111 Cost. che riconosce all'accusato la facoltà, "davanti al giudice, di interrogare le persone che rendono dichiarazioni a suo carico, di ottenere la convocazione e l'interrogatorio di persone a sua difesa".
Se il giudice, davanti a cui va garantito il diritto alla prova, è il giudice investito del potere di condannare o assolvere, appare incongruo che una condanna possa essere inflitta in appello da un giudice diverso da quello che ha avuto il completo e diretto contatto con le fonti di prova. L'imputato ha sì esercitato il suo diritto alla prova in primo grado; ma in quella sede è stato assolto, mentre a pronunciare la condanna è un giudice autorizzato a decidere sulla base di un esame almeno in parte cartolare o, comunque, anche in caso di rinnovazione della prova, non altrettanto efficace quanto quello svolto in primo grado (la testimonianza perde progressivamente di credibilità con il decorso del tempo e, soprattutto, ad ogni sua ripetizione).
Si obietterà che analoghi problemi potrebbe porre, dal punto di vista dell'accusa, la riforma in senso assolutorio della condanna pronunciata in primo grado. Ma, a prescindere dalla circostanza che il diritto alla prova è espresso dall'art. 111 comma 3 Cost. come garanzia dell'imputato, la sensibile differenza è che, mentre la conversione di una condanna in assoluzione implica un'attività essenzialmente demolitiva, la conversione di un'assoluzione in condanna esige un'attività costruttiva per la quale è più che mai importante il rapporto diretto con le fonti di prova.
4. Come rimediare all'anomalia? Le soluzioni possibili sono due. La prima, a mio avviso da privilegiare, è sopprimere l'appello avverso le sentenze di proscioglimento. La seconda, più laboriosa, è trasformare l'appello avverso le medesime sentenze in una fase puramente rescindente, destinata ad aprire per il giudice di secondo grado l'alternativa tra il rigetto dell'impugnazione (id est, la conferma del proscioglimento) e il suo accoglimento; in quest'ultimo caso, la sentenza sarebbe annullata e gli atti restituiti ad un giudice di primo grado per la rinnovazione del giudizio. Resta il fatto che il passaggio da un'assoluzione pronunciata in primo grado ad una condanna irrevocabile implicherebbe ben cinque gradi di giudizio, salvo rinunce dell'imputato: troppi nella logica di una ragionevole durata del processo.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 30 dicembre 2021
Accolto il ricorso di un carcerato che chiedeva l'acquisto di 2 mazzi di carte: un diritto giustificato dall'allarme legato alla diffusione dei contagi. In tempi di pandemia c'è un rischio legato all'uso di oggetti in comune. Partendo da questa considerazione, la Cassazione (sentenza 47184) ha accolto il ricorso di un detenuto contro il no del giudice di sorveglianza alla sua richiesta di acquistare 2 mazzi di carte, uno francese uno napoletano, da tenere nella cella di detenzione. Per il giudice che aveva negato il permesso la richiesta di aver delle carte in camera era immotivata, visto che per lo svago l'amministrazione penitenziaria le metteva a disposizione dei detenuti.
Il no del magistrato di sorveglianza - Il Magistrato di sorveglianza aveva espresso il suo diniego con un decreto adottato de plano e dunque senza indagini o approfondimenti. E questo proprio perché la domanda era stata bollata come poco più che un "capriccio", come una comodità personale e quindi come tale al di fuori della tutela effettiva che l'ordinamento giudiziario garantisce quando è in gioco la lesione di diritti o la violazione del divieto di trattamenti inumani e degradanti.
Il sì dei giudici di legittimità - Nel caso esaminato i giudici di legittimità affermano invece che alla base dell'istanza del detenuto c'era un diritto soggettivo, "la domanda - si legge nella sentenza - era collegata alla richiesta esplicita del reclamante di garantire una forma di tutela del diritto alla salute, posizione legittimante di presidio super-primario".
La Suprema corte sottolinea, infatti, le giuste preoccupazioni del detenuto "in relazione alle condizioni di impiego in socialità, dei mazzi stessi, esistenti e messi a disposizione dei detenuti, da parte dell'Amministrazione, in una congiuntura di pieno allarme legato al pericolo di diffusione del virus Covid-19".
di Simona Musco
Il Dubbio, 30 dicembre 2021
Intervista a Gaetano Pecorella, ex presidente della Commissione Giustizia della Camera e padre della legge (poi bocciata dalla Consulta) che impediva la possibilità di impugnare le sentenze di assoluzione pronunciate in primo grado.
"L'unica ragione che giustifica storicamente la bocciatura della legge che eliminava l'appellabilità delle sentenze di assoluzione è che non si è voluto dar torto ai pm che non volevano perdere questo potere". A dirlo, al Dubbio, è Gaetano Pecorella, avvocato e padre della legge che, 15 anni fa, aveva impedito la possibilità di impugnare le sentenze di assoluzione pronunciate in primo grado, norma poi bocciata dalla Consulta.
Il caso Burzi riapre il dibattito sulla possibilità di impedire l'appello per le sentenze di assoluzione...
È bene ricordare che la Commissione Lattanzi aveva predisposto un progetto di riforma generale per il ministro Cartabia che prevedeva nuovamente, tra le altre cose, l'inappellabilità delle sentenze di assoluzione di primo grado da pm. Non è da poco sapere che Lattanzi sia stato non solo presidente della Corte costituzionale, ma anche magistrato presidente di sezione di Cassazione e che abbia scritto moltissimi lavori di grande interesse. Questo per dire che evidentemente la mia proposta dell'epoca non era affatto isolata e non lo è neanche oggi. La cosa grave è che il ministro Cartabia abbia del tutto ignorato questa proposta, il che fa pensare che, ancora una volta, la pressione della magistratura abbia avuto i suoi effetti.
Questa vicenda ci racconta come i tempi della giustizia e anche le sue modalità d'azione possano influire sulla vita delle persone in modo tragico. In questo caso con gesti estremi, che ci riportano indietro ai tempi di Tangentopoli. Come commenta questo caso?
Come sappiamo, non è il primo suicidio collegato a inchieste. Alcuni hanno segnato la storia della nostra magistratura in modo pesante, senza considerare che quelli in carcere aumentano ogni anno e sono il segno di una giustizia che invece di garantire alla fine uccide coloro che ne sono vittime. È una giustizia che non avrei difficoltà a definire assassina, senza dare la colpa a nessuno, visto che se la gente si uccide qualcuno ne ha determinato la morte con qualche persecuzione o con tempi lunghi. Le vite delle persone rimangono appese a un filo in attesa di sapere cosa altri uomini decideranno del loro futuro.
Da cosa era nata la sua proposta di legge?
Una delle ragioni che aveva determinato la mia proposta, che peraltro traeva spunto da un congresso di Magistratura democratica, era quella di ridurre i tempi del processo. Il giudizio di appello contrasta nettamente con il sistema processuale che abbiamo adottato, perché si basa sulle carte e non sulla formazione della prova direttamente nel contraddittorio delle parti. Dopo che la Corte costituzionale ha dichiarato incostituzionale la legge sull'inappellabilità, la giurisprudenza è stata costretta a trovare dei rimedi a una situazione che era obiettivamente contraria al principio della formazione della prova in contraddittorio e alle direttive dell'Unione europea. I rimedi sono però abbastanza grotteschi: nel caso in cui la Corte d'Appello intenda modificare l'assoluzione deve rinnovare la prova dichiarativa. Ma il punto è la struttura generale del processo. Con la stessa legge era stato introdotto il principio dell'aldilà di ogni ragionevole dubbio, che per fortuna non è stato dichiarato incostituzionale. E non si vede come sia possibile, laddove in primo grado i giudici hanno ritenuto, sulla base di prove raccolte direttamente, che la persona sia innocente, che quegli stessi elementi in appello diventino prova di colpevolezza. Tant'è vero che la legge che all'epoca fu approvata consentiva l'appello solo nell'ipotesi in cui il pm avesse indicato prove nuove.
Il presidente vicario del Tribunale di Milano ha definito una cattiva idea quella di impedire l'appello delle sentenze di assoluzione, in quanto esse stesse potrebbero rappresentare un errore giudiziario. Come risponde a questa affermazione?
Nelle regole del nostro processo, la prova che conta è quella che viene formata nel contraddittorio delle parti e davanti al giudice che deciderà. Il processo accusatorio non prevede mai un appello da parte del pm. E questo perché un errore giudiziario è più facile si faccia sulle carte che non davanti a un giudice che ha visto in faccia i testimoni, li ha sentiti e ha posto loro domande. È una furbizia quella di dire che l'errore potrebbe essere fatto in primo grado. Se accade in secondo grado cosa facciamo? Estraiamo a sorte chi ha ragione? Questo non è accettabile e lo è così poco che la stessa giurisprudenza dice che nell'ipotesi bisognerebbe rinnovare le audizioni. Ma io mi domando: se sulla base di quelle audizioni una persona è stata assolta, com'è possibile che sulla base delle stesse possa reggersi una condanna al di là di ogni ragionevole dubbio?
Soprattutto dopo anni gli stessi testimoni potrebbero non ricordare più cos'è successo...
Non è pensabile che in secondo grado si avvicinino alla verità più di quanto lo facessero in primo grado, visto che il tempo incide sulla memoria e sui particolari. Direi che l'unica ragione che giustifica storicamente quello che è avvenuto è che non si è voluto dar torto ai pm, che non volevano perdere questo potere.
La Consulta bocciò però la sua legge. Come giudica quella sentenza?
Come una delle più inaccettabili. Il ragionamento si basò sull'articolo 3, cioè sulla parità delle parti. Ma quando mai si può dire che c'è una parità delle parti, nel processo penale, tra accusa e difesa? Il pm ha giustamente dei poteri che la difesa non può avere, però mentre la difesa come diritto costituzionale ha quello di difendersi sempre fino alla sentenza definitiva, perché c'è l'articolo 24, nulla prevede la Costituzione per quanto riguarda il potere del pm di appellare. L'appello non è un diritto costituzionale. L'unica obbligatorietà è quella di iniziare l'azione penale, ma non quella di andare avanti, altrimenti il pm dovrebbe appellare sempre.
Con la riforma del processo penale è cambiato qualcosa?
Aver eliminato l'inappellabilità è un grave torto che il ministro Cartabia ha fatto alle garanzie individuali. Una persona resta sotto processo per tempi enormi, incalcolabili, tant'è che poi alla fine la sua resistenza fisica si logora e una persona perbene può arrivare al suicidio. Perché il problema è quello: un innocente che per anni viene indicato come presunto colpevole può anche perdere fiducia in tutto, in se stesso, nelle istituzioni. Può perdere la famiglia, l'onore... Se avessero un po' più di cultura alcuni magistrati andrebbero a vedere come nei Paesi anglosassoni, da cui noi abbiamo mutuato il modello, l'appello del pm non esiste.
Il pg di Torino ha quasi ipotizzato il vilipendio nei confronti della magistratura per chi ha associato il suicidio di Burzi alla sua vicenda giudiziaria...
Questa tecnica delle "minacce", in un Paese in cui c'è la libertà di pensiero e la libertà di criticare le sentenze e la magistratura non è solo inopportuna, ma anche un grave abuso, secondo me. Ho vissuto tante vicende giudiziarie e posso dire che un assolto in primo grado vive un eventuale capovolgimento della sentenza in appello in maniera molto più traumatica di una condanna in primo grado. Quando dopo anni tutto si capovolge si immagini qual è il dramma interiore che una persona perbene può vivere. Più che minacciare chi ha delle critiche da fare, forse sarebbe più opportuno che si valutasse più a fondo quello che certi magistrati fanno e come lo fanno. Una critica non può essere considerata vilipendio.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 30 dicembre 2021
Intervista alla Garante comunale dei detenuti. "Quando arrivano in prigione è troppo tardi. Lì sono sempre considerati "tossici", nessuno gli crede. E sono sempre di più: un numero cresciuto a dismisura con la pandemia".
"Il carcere non è assolutamente il luogo adatto per curare questi ragazzi. L'anno prossimo prenderò la lista di questi giovani, nati alla fine degli anni 90 o all'inizio del nuovo millennio, con disturbi comportamentali importanti, spesso con doppia diagnosi, di cui non si occupa nessuno, e lavorerò per loro. Quando arrivano in carcere è troppo tardi, bisogna prevedere percorsi psichiatrici e trattamentali all'esterno. Giovani che nei periodi critici - di solito estate e dicembre - compiono reati. E sono sempre di più: un numero cresciuto a dismisura con la pandemia". È quasi un appello, quello di Monica Cristina Gallo, garante dei detenuti di Torino, che oggi parteciperà alla conferenza stampa dei familiari di Antonio Raddi, a due anni dalla sua morte. Era detenuto nel carcere torinese delle Vallette, Antonio, tossicodipendente di 28 anni quando morì il 30 dicembre 2019 per un'infezione polmonare dopo aver perso 25 chili di peso nel giro di tre mesi. La mamma Rosalia, il padre Mario e la sorella maggiore Natascia, con i nipotini che lo adoravano, si sono opposti alla richiesta del pm di archiviare l'indagine che vede accusati quattro medici penitenziari di omicidio colposo, per non aver fatto abbastanza per salvare la vita del giovane. La famiglia è in attesa della decisione del Gip.
Dottoressa Gallo, chi era Antonio Raddi?
Un ragazzo bello, con un bel sorriso, e dalla mente brillante, ma con un passato di tossicodipendenza importante. E, come spesso avviene, quando le famiglie chiudono i rubinetti, per poter comperare le dosi cadono in percorsi di illegalità. Lui aveva già scontato parte della pena in carcere, poi era stato trasferito in una comunità esterna dove stava procedendo bene, come testimoniato da tutti gli operatori SerD. Aveva ancora da scontare poco tempo. Ma un giorno evade per andare a casa dai suoi. Perciò torna in carcere dove ricomincia tutto da capo: un anno di pena. Lui non lo accetta, lo sente come un fallimento, per sé e per la sua famiglia. Comincia a stare male, manifesta rabbia e sofferenza, qualche volta fa uso di farmaci, subisce alcune sanzioni disciplinari, e il pregresso percorso non gli consente di entrare nella comunità interna al carcere, Arcobaleno. Peggiora. Inizia un dimagrimento repentino, racconta di vomitare sangue, ha degli svenimenti, i compagni di cella riferiscono una condizione drammatica. La prima volta che l'ho visto, per richieste di routine, stava sulle sue gambe, poi su una sedia a rotelle.
In quei giorni è stato visitato? Ha ricevuto un supporto psicologico?
Il diario clinico riporta le visite e il supporto ricevuto ma, a mio avviso, con uno sguardo assuefatto. Un tossicodipendente in carcere resta solo un "tossico", che infastidisce, ha pretese, e il malessere non viene creduto. Lui in passato aveva avuto episodi di anoressia, che non vennero presi in considerazione. Il 10 dicembre venne trasferito nel "repartino" penitenziario dell'ospedale torinese Molinette, con piccole stanze senza bagno, sempre chiuse, dove non può fumare e con all'interno anche malati psichiatrici. Antonio non ce la fa, firma per uscire e torna nel penitenziario. Ho sollecitato più volte la direzione dell'istituto di una presa in carico più adeguata, anche psicologica, perché il ragazzo non reggeva la carcerazione. Dissi che Antonio non era in condizione di poter scegliere consapevolmente. Dopo quattro giorni venne ricoverato in un altro ospedale dove venne sottoposto ad alcune terapie e poi riportato nuovamente in carcere. Fino a quando entrò in uno stato di coma irreversibile. Io facevo da spola tra lui e i genitori, per cercare di fare da collegamento tra i sanitari e la famiglia, perché purtroppo - ed è un gravissimo problema - a loro non era concesso parlare con i medici. Credo veramente di non aver mai utilizzato così tanta energia "istituzionale" per far sì che questo ragazzo venisse salvato.
Perché questo caso viene fuori solo adesso?
C'era un'indagine in corso che noi abbiamo rispettato, come da indicazione del Garante nazionale, il cui ufficio si è anche occupato della vicenda. Una linea che è stata condivisa dalla famiglia con la quale ho instaurato un rapporto di fiducia. Due anni fa gli avvocati Massimo Pastore e Gianluca Vitale, legali della famiglia, mi chiesero di raccogliere i documenti e i dati riguardanti Antonio, e con il dossier che fornii loro andarono in procura. Ma ora, con la richiesta di archiviazione la situazione è cambiata.
Il Dap ha definito la casa circondariale Lorusso e Cutugno, "le Vallette", la più complessa d'Italia. Perché lo è?
Innanzitutto perché c'è una grandissima varietà di circuiti: collaboratori di giustizia, alta sicurezza, sex offender, comunità per tossicodipendenti, l'istituto di custodia attenuata per le madri con i bambini, l'articolazione di salute mentale, il famoso "Sestante". Con così tanti e differenti percorsi trattamentali diventa di difficile gestione. E poi, come molti istituti, soffre di carenze di personale: ad oggi ci sono 1378 detenuti su 1096 posti disponibili, di cui 672 stranieri, con 12 educatori ed un solo direttore. Nell'articolazione psichiatrica oggi ci sono 26 persone. Ma c'è una sofferenza psichica che non è certificata. Fino a che non esplode. È di quella che ci dobbiamo occupare.
Corriere del Mezzogiorno, 30 dicembre 2021
Allarme dei Garanti: "Tra poco non ci saranno più celle per l'isolamento". In Campania attualmente in sei istituti penitenziari (Poggioreale, Secondigliano, Santa Maria Capua Vetere, Ariano Irpino, Salerno e Sant'Angelo dei Lombardi) sono stati contagiati dal Covid 86 detenuti, di cui uno solo ricoverato in ospedale, e 45 agenti di polizia penitenziaria. Questi i dati diffusi dai garanti dei detenuti della Campania Samuele Ciambriello, di Napoli Pietro Ioia, Caserta Emanuela Belcuore, e Avellino Carlo Mele. "C'è il rischio concreto - denunciano - che in alcune carceri non ci siano a breve nemmeno le celle per l'isolamento sanitario o per i contagiati o per isolamenti precauzionali per coloro che hanno avuto contatti con i contagiati". "Pur non essendoci l'obbligo di esibizione di Green pass e tamponi a carico sia dei familiari che degli avvocati, raccomandiamo agli stessi - chiedono - una vigilanza, un'attenzione e rispetto della funzione di prevenzione, che è fondamentale per evitare il dilagare del Covid in quanto il diritto alla salute dei detenuti è prioritario".
"Ci auguriamo - proseguono i garanti - che all'interno degli stessi istituti vengano adoperate misure di prevenzione sociosanitarie, vadano intensificati da parte delle Asl la disponibilità a somministrare in tempo utile e ragionevole i tamponi, oltre che dare la possibilità ai detenuti di vaccinarsi in tempi brevi". "In questo periodo speciale vanno intensificate le misure alternative al carcere - aggiungono - così come il numero delle scarcerazioni da Covid, che per il momento è stato molto contenuto nei numeri e ci auguriamo che sia detenuti in attesa di giudizio che definitivi con particolari situazioni sanitarie, con patologie oncologiche, cardiologiche o mentali possano ricevere arresti domiciliari o detenzione domiciliare. Il carcere non può essere una discarica sociale né una vendetta, ci auguriamo che tutti i soggetti istituzionali, a partire dalla politica, evitino immobilismi delle norme e il distanziamento carcerario (continuando a non fare nessun decreto di ristoro per i detenuti e atti di clemenza). La politica faccia qualcosa, subito".
ilcorriere.net, 30 dicembre 2021
Se non ora quando? Come non pensare di utilizzare i 132,9 milioni di euro previsti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) e i fondi messi a disposizione dal Governo per far compiere un salto di qualità alla sanità e all'edilizia penitenziaria?". Con questo doppio interrogativo il garante regionale delle persone detenute Bruno Mellano ha aperto questa mattina, nella Sala Viglione di Palazzo Lascaris, la conferenza stampa di presentazione del Sesto dossier delle criticità strutturali e logistiche delle carceri piemontesi.
"La pandemia - ha aggiunto - ha esasperato e aggravato i problemi esistenti. Va riconosciuto alle Istituzioni e all'Amministrazione penitenziaria di aver compiuto qualche passo per porvi rimedio, ma è indispensabile proseguire il potenziamento strutturale e infrastrutturale in modo omogeneo in tutti gli Istituti. Così come è necessario provvedere alla cronica carenza di personale nelle aree educativo-trattamentali, di polizia penitenziaria e di personale amministrativo, financo dei ruoli apicali come direttori e comandanti".
Il documento, elaborato dal garante regionale in collaborazione con il Coordinamento piemontese dei garanti, verrà indirizzato al ministro della Giustizia Marta Cartabia, ai sottosegretari di Stato Francesco Paolo Sisto e Anna Mancina, al capo e al vicecapo dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria Bernardo Petralia e Roberto Tartaglia, al provveditore dell'Amministrazione penitenziaria del Piemonte, Liguria e Valle d'Aosta Rita Russo, al capodipartimento della Giustizia minorile e di comunità Gemma Tuccillo e al responsabile del Centro di giustizia minorile del Piemonte Antonio Papalardo.
All'evento sono intervenuti i garanti comunali di Alba Alessandro Prandi, Alessandria Alice Bonivardo, Asti Paola Ferlauto, Biella Sonia Caronni, Cuneo Alberto Valmaggia, Ivrea Raffaele Orso Giacone, Saluzzo Paolo Allemano e Torino Monica Cristina Gallo, che hanno denunciato come gli istituti carcerari siano stati negli anni abbandonati a se stessi e necessitino d'interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria troppo a lungo attesi e non più rimandabili.
"È necessario operare in fretta per adeguare gli ambienti - ha insistito Mellano - affinché il carcere possa sempre più essere vissuto come un'occasione di recupero, di formazione, di reinserimento nella società per trasformare il tempo della detenzione in un'occasione di riscatto personale e sociale". Oltre alle criticità, il Coordinamento piemontese dei garanti ha annunciato una serie di iniziative per il 2022, tra cui un rinnovato impegno per la sanità penitenziaria, che prevede anche momenti di incontro e di confronto con la Commissione Sanità del Consiglio regionale.
All'incontro hanno preso parte anche il componente dell'Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale Gianluca Gavazza, il consigliere Diego Sarno, il direttore dell'Ufficio interdistrettuale esecuzione penale esterna di Torino Domenico Arena e Matilde Chareum dell'Ufficio osservazione e trattamento del Provveditorato regionale dell'Amministrazione penitenziaria (Prap).
ilvibonese.it, 30 dicembre 2021
Trasferito a Napoli, è molto grave ma ce la farà. Si ripropone il tema drammatico dei suicidi in
carcere e della detenzione dei pazienti psichiatrici. Diverse cicatrici sul suo giovane corpo, segni di una sofferenza che dura da sempre. La prova che a togliersi la vita ci ha provato più volte, anche di recente. Stavolta non ha usato una lama improvvisata, ma l'alcol. Se l'è versato addosso e s'è dato fuoco. A salvarlo, la prontezza degli agenti della Polizia penitenziaria del carcere di Vibo Valentia e, soprattutto, il personale del Pronto Soccorso ed i medici del reparto di Chirurgia, Anestesia e Rianimazione dello Jazzolino di Vibo Valentia, che l'hanno curato, stabilizzato, intubato e preparato per il trasferimento nel Centro Grandi Ustionati del Cardarelli di Napoli. È molto grave, ma ce la farà, anche se le conseguenze saranno devastanti alla luce della gravità delle ferite lasciate dal fuoco.
Protagonista e vittima di una vicenda che ripropone il tema dei suicidi nelle carceri e della cura dei detenuti affetti da patologie psichiatriche, un trentenne di origini magrebine, recluso nella media sicurezza per reati comuni. Una emergenza che da Nord a Sud viene denunciata, oltre che da settori della politica, anche dalle organizzazioni sindacali della Polizia penitenziaria e dalle associazioni. Solo nel 2021 sono stati 53 i suicidi consumati, su 130 morti totali nelle carceri italiane. Una lieve flessione rispetto al 2020 (62 suicidi e 152 morti)
Numeri comunque alti, troppo alti. Che nascondono drammi e, talvolta, anche responsabilità del sistema. Come quelle ravvisate dalla sezione civile della Corte d'Appello di Catanzaro che appena nello scorso agosto, con una sentenza storica, ha condannato il Ministero della Giustizia a risarcire la moglie ed i quattro figli di Salvatore Giofré, morto suicida nel 2008, a 50 anni, proprio nel carcere di Vibo Valentia.
di Romina Marceca
La Repubblica, 30 dicembre 2021
I risultati dell'inchiesta della Regione confermano "rilevanti criticità nella documentazione sanitaria". Se Wissem Ben Abdel Latif ha mangiato o ha bevuto, se la pressione arteriosa era regolare o se lo erano i battiti del suo cuore nei tre giorni di ricovero all'ospedale San Camillo, molto probabilmente non lo sapremo mai. Dopo la rivelazione di Repubblica sulla documentazione mancante nella cartella clinica del tunisino morto a 26 anni nel Servizio psichiatrico arriva anche il sigillo da parte della Regione.
"Soprattutto al Servizio psichiatrico del San Camillo, la qualità della documentazione sanitaria ha mostrato rilevanti criticità", scrivono in una nota dal Centro regionale Rischio clinico al termine dell'inchiesta interna voluta dalla direzione regionale Salute. L'inchiesta interna della Regione ha messo in luce anche dell'altro. Wissem non avrebbe avuto sin da subito la possibilità di parlare con un mediatore culturale nella sua lingua. Tanto che gli ispettori hanno scritto: "È emersa la difficoltà nel reperimento del servizio di mediazione culturale".
E, con molta probabilità, non sapremo nemmeno se le fasce che tenevano costretto il migrante a letto erano posizionate in modo corretto. Uno dei dati di maggior rilievo per un paziente che viene ricoverato in "contenzione" come era Wissem Abdel. Su questo monitoraggio e su altri parametri non riportati in una apposita scheda, la Regione scrive ancora: "Viene segnalato alla Asl Roma 3 l'importanza di revisionare le procedure clinico-operative per la corretta gestione delle complicanze gestite nel reparto comprese le attività di monitoraggio, segnalazione e gestione di eventuali eventi avversi".
Dall'inizio di dicembre gli avvocati della famiglia del migrante morto e il legale del Garante nazionale dei detenuti hanno chiesto un'integrazione degli atti in loro possesso dove c'è soltanto il "registro di contenzione". C'è la data di inizio della procedura di immobilizzazione, il 25 novembre. Ma non sono indicati gli orari in cui è stata interrotta. Viene scritto che il paziente era "sedato", aveva un "comportamento aggressivo", era "confuso" e "disorientato" in ogni giorno di degenza.
Per ogni giorno, poi, viene scritto "contenzione" o "contenuto", il 28 novembre viene indicato alle 4,20 "arresto cardiocircolatorio". Ma se quel paziente aveva dormito o se stava bene o male, nessuno lo ha scritto in quel registro. Perché quei dati dovevano essere annotati nella scheda mancante: quella di "utilizzo della contenzione fisica". Ma che fine ha fatto quella scheda? Non è mai stata compilata o è andata persa?
Nella relazione, la Regione spiega che ha concentrato l'inchiesta "dal momento del ricovero presso il Servizio psichiatrico del Grassi fino all'exitus (decesso, ndr) verificatosi presso il Servizio psichiatrico, di competenza della Asl Roma 3 all'interno dell'azienda ospedaliera San Camillo".
Wissem era arrivato al Grassi il 23 novembre con una diagnosi di disagio "schizo-affettivo". Aveva rifiutato la terapia che gli avevano prescritto al Cpr di Ponte Galeria dove si trovava dai primi di ottobre. "Non accettava quella condizione", hanno raccontato i suoi compagni di viaggio. Dal 25 novembre è stato trasferito al San Camillo, per competenza territoriale.
Al termine della loro relazione gli ispettori della Regione danno delle indicazioni: "Si segnala alla Asl Roma 3 l'importanza di attivare il servizio di mediazione culturale che è stato possibile solo dopo alcuni giorni dal ricovero". La relazione è arrivata all'Asl 3 che adesso dovrà "mettere immediatamente in atto le azioni di miglioramento e il superamento delle problematiche rilevate entro il 31 gennaio 2022".
di Carlotta Rocci
La Repubblica, 30 dicembre 2021
Mistero in corso Brunelleschi. È stato un fantasma alle sue stesse udienze, ora lo è, probabilmente, per le vie della città, con il suo carico di problemi evidenti. Così evidenti da essere stato rilasciato, il 28 dicembre, dal Cpr dove era trattenuto dal 25 ottobre. Un caso anomalo, quello di Abdel, marocchino di 42 anni, che ha destato la preoccupazione non solo del suo difensore, l'avvocato Alessandro Praticò, ma anche della garante dei detenuti, Monica Gallo. Come stia e cosa gli sia successo, soprattutto dove sia ora, sono i quesiti a cui non è stata data risposta: un mistero che ancora una volta coinvolge una persona fragile portata e lasciata per mesi nella struttura al centro delle polemiche dopo il suicidio di Moussa Balde, e diventata anche oggetto di un'inchiesta della procura.
"Quello che colpisce in questo caso sono le coincidenze molto strane" spiega l'avvocato Praticò. Ricapitolando i fatti: a ottobre il marocchino, che non risulta avere precedenti penali, viene fermato. È in Italia dal 2005, ma è irregolare e così viene portato al Cpr. Viene fissata una prima udienza, il 25, entro le 48 ore da quando è stato sorpreso senza documenti, in cui Abdel compare davanti al giudice e spiega di avere problemi psichici, ma non è in grado di dimostrarlo, in quanto la documentazione medica sarebbe rimasta in Spagna. Il suo trattenimento al Cpr viene convalidato. Dopo trenta giorni si svolge la seconda udienza davanti al giudice.
Nel frattempo lui ha nominato di fiducia l'avvocato Praticò che già l'aveva assistito per la precedente udienza come difensore d'ufficio. Stranamente però, il 24 novembre, Abdel non si presenta in aula, e nemmeno viene portato davanti al giudice. Il legale rimarca la stranezza e spiega che dovrebbe quanto meno esserci una rinuncia scritta alla sua comparizione.
Tuttavia il giudice convalida ugualmente senza dar troppo peso alla mancata presenza. Due giorni dopo l'avvocato si reca al Cpr per incontrarlo e capire la situazione: "Non vuole vedere nessuno, forse non sta bene" gli viene detto, senza che così possa verificare le sue condizioni. L'avvocato tuttavia non viene revocato e continua ad assisterlo. Terza udienza dopo altri trenta giorni: anche questa volta Abdel non compare davanti al giudice. E ancora una volta, sempre più stupito, il difensore chiede come sia possibile che non sia stato portato con la forza, e di disporre una consulenza psichiatrica. Il giudice convalida il trattenimento per altri trenta giorni.
La Garante Monica Gallo si interessa al caso e chiede al Cpr informazioni su Abdel. Il suo avvocato riprova ad andare a trovarlo. E qui la sorpresa: il Cpr, dopo 60 giorni, a soli 4 giorni dall'udienza, spiega solo che "è stato dimesso dal centro il 28 dicembre, per sopraggiunta incompatibilità alla vita in una comunità ristretta".
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