di Viviana Lanza
Il Riformista, 29 dicembre 2021
"Un'orribile mattanza o il frutto di un'istituzione malata?". Questo interrogativo che don Franco Esposito, parroco della casa circondariale di Poggioreale, lancia dalla sua pagina Facebook ispira una riflessione a partire dai fatti del 6 aprile 2020, ovvero i pestaggi avvenuti all'interno del carcere di Santa Maria Capua Vetere. Il gip Sergio Enea quella vicenda la definì proprio "un'orribile mattanza". Che fosse un atto estemporaneo o l'epilogo operativo di un sistema distorto è quello che si cerca di capire. Anche in tribunale.
"Indignarsi per quello che è successo nel carcere di Santa Maria di Capua Vetere è poca cosa, ma credo che anche fare un processo e mandare in carcere un po' di persone serva a poco, se non addirittura ad aumentare il sentimento di vendetta da una parte e la rabbia dall'altra", sostiene don Franco che una posizione rispetto all'interrogativo la prende. "Quello che è successo è il frutto di un sistema, quello carcerario, che in sé è disumano e degradante".
Per il sacerdote "non sono tanto le azioni violente emerse grazie alle telecamere di sorveglianza a dover essere condannate, ma è un sistema violento che quotidianamente, anche senza violenze fisiche, contribuisce a creare rapporti di inimicizia alimentati da una realtà che è contro l'uomo". Una mattanza che ha generato ferite più nella dignità che nel corpo e che "non possono certo essere rimarginate con le condanne" che, a loro volta, "distruggeranno persone e famiglie di nuovi condannati e manterranno le ferite aperte e sanguinanti".
Nel 1971 il professor Philip George Zimbardo, con l'aiuto dei suoi assistenti, allestì nei sotterranei del campus di Stanford una finta prigione, reclutando una ventina di giovani studenti volontari perché la metà di loro diventasse per due settimane un gruppo di detenuti e l'altra metà un gruppo di guardie nell'improvvisata prigione di Stanford. Le guardie svolgevano regolari turni di otto ore e indossavano una divisa. L'esperimento dimostrò che comuni studenti, indossati i panni delle guardie, si trasformarono in aguzzini e i ragazzi detenuti, dopo qualche iniziale tentativo di resistenza, divennero passive vittime delle loro angherie. Cosa stava succedendo a quei soggetti sani, equilibrati, appartenenti alla classe media, acculturati e privi di qualsiasi comportamento deviante? Dopo appena due giorni i detenuti iniziarono a protestare per la loro condizione.
Le guardie, dalla loro, iniziarono a praticare nei loro confronti forme sempre più violente a livello fisico e psicologico. I carcerati furono costretti a cantare canzoncine, a defecare in secchi che non potevano svuotare, a pulire a mani nude le latrine. Zimbardo fu costretto a mettere fine al suo esperimento che, in principio, avrebbe dovuto durare quindici giorni dopo appena sei, perché iniziarono gli episodi di violenza. "Il bilancio di quell'esperimento - dice don Franco Esposito - è quello che accade quotidianamente nei penitenziari".
"Le attività rieducative ridotte all'osso per mancanza di fondi e di personale, e anche il lavoro con percentuali irrisorie diventano un alibi per giustificare un sistema fuorilegge che produce il 70% di recidiva. Mentre l'esperimento di Stanford fu interrotto, la pena del carcere in Italia rimane l'unica risposta che lo Stato sa dare davanti al male e alla violenza".
"Permettetemi ora di sognare - conclude - Cosa succederebbe se invece di processi e condanne per i fatti di Santa Maria si proponesse un progetto di riparazione dove le vittime e i colpevoli potessero scegliere, liberamente, di percorrere un serio cammino di consapevolezza di ciò che è veramente accaduto, per poi potersi incontrare, guardarsi negli occhi, ragionare sui danni provocati, sulle ferite inflitte, sulle conseguenze delle azioni compiute e subite, e poi aiutate da persone preparate, cercare il modo per riparare?".
di Mario Chiavario
Avvenire, 29 dicembre 2021
Tutu, un bimbo italiano e l'obiettivo di umanizzare la giustizia. Un novantenne sudafricano, vescovo anglicano, che muore. Un bambino italiano che ha ricevuto o riceverà dal padre il dono di un giocattolo. A prima vista, niente accomuna le due notizie, con quotidianità ed eccezionalità che nei primi dettagli ulteriori s'intrecciano, raddoppiando le differenze.
Desmond Tutu era uomo famoso in tutto il mondo da quando, nel 1984, era stato insignito del Nobel per la pace a causa della sua opposizione, non violenta ma intransigente, al regime dell'apartheid che allora teneva ancora il Sudafrica in una morsa mostruosa. Il destinatario del giocattolo è uno dell'immensa folla di piccoli che in questi giorni hanno avuto o avranno la gioia di trovarsi tra le mani uno o molti regali, e il suo nome e cognome non può, non deve dir nulla a nessuno: solo che qui il regalo verrà consegnato in carcere.
Niente di eccezionale, per il primo, il vescovo, quanto a tempo e modalità dell'evento che ha fatto la notizia, ma lo è certamente la personalità del defunto; al contrario, nel secondo caso, quello del bimbo, è invece singolare la vicenda venuta sui media: il luogo, infatti, è il carcere. Eppure, se si guarda un po' più a fondo, qualcosa di comune c'è. E non di poco conto. Tutu non fu unicamente un della sua gente contro il razzismo al potere. Caduto l'apartheid, è poi stato promotore, e presidente, di quella 'Commissione per la verità e la riconciliazione', con la quale si è tentato - e non invano - di evitare che un passato di oppressione e di violenze si frapponesse come macigno insormontabile e senza varchi a un futuro, pur sempre irto di difficoltà anche pesanti ma aperto a una collaborazione tra tutte le entità etniche del Sudafrica. E ciò ha potuto realizzarsi perché le pur comprensibili propensioni per un uso della giustizia come mezzo di rivalsa e di vendetta hanno ceduto il passo non all'oblio ma, appunto, alla ricerca rigorosa di una verità, per quanto scomoda: senza
privilegiare la severità di sanzioni, in larga parte condonate anche per i crimini più gravi a fronte di sincere ammissioni di colpe. Una giustizia 'umana', insomma, nel senso migliore della parola, e riparativa. Disarmata delle armi più usuali, benché non rinunciataria, né a senso unico a discrezione degli oppressi divenuti vincitori. Quanto al dono del giocattolo, deve aggiungersi che il carcere di cui si parla è uno di quelli che accolgono persone assoggettate al regime speciale dell'art. 41 bis dell'ordinamento penitenziario. Di regola, a chi si trova in tale situazione, è vietato lo scambio personale di oggetti con l'esterno.
E il divieto è sicuramente giustificato, dato il pericolo che sotto spoglie innocenti si nascondano messaggi o anche qualcosa di più pericoloso.
La Corte di Cassazione ha tuttavia autorizzato, nella specie, che la consegna avvenisse personalmente, e non attraverso l'intermediazione di un agente penitenziario, come era stato indicato dagli uffici ministeriali. La soluzione, in nome dell'art. 30 della Costituzione e dell'art. 8 della Convenzione europea dei diritti umani che tutelano l'infanzia, è stata trovata con riferimento a modalità che dovrebbero garantire anche dal punto di vista della sicurezza: sì, dunque, alla consegna personale, la più congrua per far cogliere al piccolo il significato affettivo del dono; ma con il pacco, sigillato e custodito con tutte le cautele fino a pochi istanti prima dal personale penitenziario, incaricato anche della successiva sorveglianza.
Normalità del tutto recuperata? No; non illudiamoci né cediamo a sentimentalismi. Il contesto resta drammaticamente inusuale; è la realtà di feroci sodalizi criminali che impone misure adeguate di contrasto. Però, ecco un esempio di come si possa evitare di trasformare il contrasto in qualcosa che impedisce, a dei bimbi, di godere anche solo per un momento, di un gesto di affetto nella sua dimensione più autentica. Insomma, anche qui, sia pure in una dimensione minuscola, una giustizia che si sforza di non essere disumana.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 29 dicembre 2021
L'allarme del deputato di Azione Enrico Costa: dove è finito il decreto attuativo annunciato dalla ministra Cartabia? "Nella legge di bilancio dello scorso anno fu approvata la mia proposta di rimborso delle spese legali agli assolti. Stanziati 8 mln di euro per il 2021. Il Governo (Giustizia e Mef) ha impiegato 1 anno (anziché 2 mesi) a fare decreto attuativo. E gli 8 mln stanno andando in fumo": è l'allarme lanciato dall'onorevole Enrico Costa, responsabile giustizia di Azione, dal suo account twitter.
Proprio un mese fa vi avevamo raccontato che la ministra Marta Cartabia aveva dato il via libera al decreto attuativo attraverso il quale si adottano i criteri e le modalità di erogazione dei rimborsi delle spese legali per gli assolti e che mancava solo l'avallo del ministro dell'Economia Daniele Franco. Questo ulteriore passo è stato compiuto ma poi si sono perse le tracce del decreto attuativo. Sarebbe stato inviato alla Corte dei conti per la sua registrazione, ma di sicuro e concreto non c'è nulla.
"Due giorni fa ho presentato in commissione giustizia un emendamento che prevedeva lo stanziamento di 16 milioni per il 2022", ci racconta Costa. Il Governo, con la sottosegretaria Anna Macina, ha espresso parere contrario e, come leggiamo dal resoconto di seduta, ha dichiarato "di non essere in grado di dare indicazioni puntuali sull'iter del decreto interministeriale, che ritiene in fase di completamento, essendo stato trasmesso alla Corte dei conti per la sua registrazione" e che "per quanto è nella sua conoscenza vi è l'impegno e l'interesse del Governo ad intervenire in tale materia, evidenziando come non vi siano ragioni per non esprimere un convinto parere favorevole su un eventuale ordine del giorno" che Costa dovrebbe presentare domani e dopo domani.
Un subemendamento simile era stato bocciato anche al Senato. "Ho apprezzato l'onestà della Macina ma sono preoccupato per questo posizioni del ministero della Giustizia - conclude Costa. Non possiamo essere ostaggi dei funzionari e dei rimpalli di responsabilità degli uffici. Il Parlamento ha approvato questa norma e il Governo, in quanto Esecutivo, non può permettersi di porre un freno ad un principio di civiltà approvato dal potere legislativo".
di Carmelo Palma
Il Foglio, 29 dicembre 2021
Le varie "Scontrinopoli" o "Rimborsopoli" che hanno avvelenato e - ora è il caso di dirlo, dopo il suicidio di Angelo Burzi - anche insanguinato la politica italiana sono state il riflesso della cattiva coscienza della giustizia e della politica.
L'ex capogruppo e assessore di Forza Italia alla regione Piemonte era un personaggio particolare: un liberale conservatore intriso di suggestioni libertarie, ideologicamente anticomunista e sentimentalmente filoradicale e dunque lontanissimo dal bigottismo conformista della destra "Dio, Patria e Famiglia". Berlusconiano della prima ora, fondatore di FI in Piemonte e consigliere in regione dal 1995 al 2015, eppure, malgrado l'inclinazione dichiaratamente partigiana, sempre ostentatamente disorganico e dissidente.
È stato un assessore regionale al bilancio decisamente rigorista (e presto sacrificato al quieto vivere consociativo), poi un predicatore abbastanza inascoltato dell'alternativa al "sistema Torino", che fino all'elezione di Chiara Appendino aveva visto per un quarto di secolo la sinistra governare il capoluogo piemontese e il centro-destra cercare rapporti di convivenza e di mutua utilità. Era finito con altre decine di eletti delle varie consiliature trascorse a Palazzo Lascaris nelle inchieste della procura contabile e penale di Torino sull'utilizzo dei fondi dei gruppi consiliari regionali e lì era iniziata la sua - e non solo sua - disgrazia.
Di che inchieste si parla? Anche qui, senza contestualizzazione storica, la cronaca sembra quella anodina e burocratica di un mattinale di questura. Vediamo dunque il contesto. Per decenni le dotazioni finanziarie dei gruppi consiliari regionali sono state, alla pari di quelle dei gruppi parlamentari, affidate alla piena discrezionalità degli eletti. Ogni spesa direttamente o indirettamente connessa all'esercizio del mandato elettivo era considerata insindacabile, alla stregua degli atti politici propriamente intesi, che spesso anche in quelle spese trovavano espressione concreta. L'autonomia politica, anche in ordine all'utilizzo dei fondi, era considerata - ripeto: pacificamente - un presupposto imprescindibile della libertà dell'eletto. Questo non configurava alcuna immunità rispetto a forme di controllo contabile o amministrativo, né, tantomeno, rispetto all'esercizio dell'azione penale, ma definiva un quadro, politicamente opinabile, ma giuridicamente esplicito di massima e indiscutibile libertà di spesa e utilizzo dei fondi assegnati ai gruppi consiliari.
Un consigliere regionale che avesse pagato dai fondi del gruppo un "fuori busta" a un dipendente avrebbe dovuto essere condannato a risarcire la spesa illegittima alla regione. E se avesse usato i medesimi fondi per acquistare un'abitazione o un'automobile privata, camuffando la transazione da consulenza, si sarebbe certamente meritato la condanna, se l'accusa fosse stata provata, per peculato e truffa. Ma non c'era modo di distinguere né di discriminare - tanto meno penalisticamente - la qualità politica delle condotte relative all'utilizzo dei fondi dei gruppi e alle tipologie di spese ammissibili, essendovi tutte ricomprese - da quelle di rappresentanza a quelle di viaggio, vitto e alloggio, a quelle per convegni, iniziative e consulenze - purché attinenti all'esercizio del mandato elettivo, in un quadro nel quale l'attinenza era, nella sostanza, autocertificata e quindi sempre censurabile.
C'è una evidente differenza tra (esempi di fantasia) ospitare, rifocillare e far viaggiare a spese di un gruppo consiliare i relatori di un convegno sul contenimento della spesa sanitaria e usare gli stessi riguardi per una rete di collaboratori impegnati a promuovere sul territorio le iniziative politiche degli eletti. Ma non esisteva alcuna norma che consentisse di considerare l'una spesa illecita e l'altra lecita, né che prevedesse - come sarebbe stato prudente - un contingentamento dei limiti massimi ammissibili delle spese meno controllabili, tipicamente quelle di cosiddetta "rappresentanza". A lungo, non si sentì neppure il bisogno di offrire un quadro di riferimento, se non costrittivo, almeno più preciso e quindi anche più tutelante per gli eletti. Il massimo della discrezionalità politica esponeva comunque ad attacchi e abusi, favoriti proprio dal "silenzio" e dunque dall'incertezza del diritto.
Fino a che sono continuati i tempi di pace alla politica andava, ovviamente, benissimo così e alla magistratura contabile e penale altrettanto, poiché la cosiddetta "onestà" non era ancora diventata la gallina dalle uova d'oro e il rifugio delle canaglie dell'antipolitica e quindi non era né un fucile da imbracciare, né un palcoscenico da calcare. Gli scontrini e i rimborsi - a differenza degli appalti e delle tangenti - non erano ancora di moda. Lo sarebbero diventati, anticipando il trionfo del M5S che non a caso sulla "trasparenza", intesa nel senso della tracciabilità contabile delle spese individuali, hanno guadagnato prima una patente di nobiltà e poi edificato un sistema para-totalitario di controllo e intimidazione degli eletti.
Come Tangentopoli fu annunciata e innescata dalla crisi finanziaria del 1992, così la strada a Scontrinopoli e Rimborsopoli venne aperta dal quasi default della fine degli anni zero. A un paese impoverito e atterrito fu fatto, per la seconda volta, credere che poteva trovare ragione di tutte le indignazioni e soddisfazione di tutte le pretese direttamente nelle tasche dei politici. Lì si è aperto - come era avvenuto vent'anni prima - un vaso di Pandora di inchieste (spesso in azioni a tenaglia con procure contabili) e non c'è praticamente eletto regionale di quegli anni che non si sia visto chiedere conto di qualunque cosa, a misura dell'interpretazione - più o meno ragionevole, arbitraria o inquisitoria - che i singoli magistrati contabili e penali davano all'attinenza delle spese documentate con il mandato elettivo, anche post-determinandone i criteri di ammissibilità.
Nel mazzo degli indagati e dei condannati in Italia in questi anni non mancano certamente casi quasi ridicoli di latrocinio, ma la grande maggioranza dei casi ha riguardato spese la cui natura privata, presupposto dal peculato, discendeva da una interpretazione assai discutibile e "buonsensistica" dell'interesse pubblico. Così il risultato è stato - e non poteva che essere così - quello di una giurisprudenza randomica e contraddittoria, con sentenze di assoluzione ("perché il fatto non costituisce reato", come in primo grado è avvenuto a Burzi) e di condanna (come gli è successo in secondo grado) ugualmente perentorie. Una macchina infernale, dove a fare la differenza tra i sommersi e i salvati bastava il pregiudizio o la fatalità e nessuna pronuncia poteva più ambire a un requisito minimo di credibilità.
Come ha scritto in una sentenza di assoluzione uno dei giudici chiamati a decidere su alcuni di questi casi, l'utilizzo dei fondi da parte di un consigliere per iniziative manifestamente autopromozionali - ad esempio: pagare cene agli elettori, organizzare attività di pura propaganda - dovrebbe, in assenza di precise norme penali, trovare sanzione fuori dalle aule di giustizia. In ogni caso, "l'amara constatazione che ciò normalmente non accade non può però indurre a una impropria sostituzione della responsabilità penale a quella politica; su ciò di cui il giudice penale non può parlare, occorre tacere" (Letizio Magliaro, Gip del Tribunale di Bologna, sentenza 2191/15). Parole d'oro e quindi rare.
Non potendosi auspicare che, dietro lo schermo della obbligatorietà dell'azione penale, ci fosse nella magistratura italiana complessivamente intesa sufficiente rigore per attenersi a questo esempio, sarebbe spettato alla politica intervenire, ma la politica ovviamente era, in tutte le sue parti, impegnata a lavorare perché i salvati fossero "loro" e i sommersi "gli altri". Di ristabilire in mezzo a tutta questa buriana un principio di diritto, neanche a parlarne.
Ora il timore, per chi lo ha conosciuto, è che Burzi non si sia salvato proprio per non essersi voluto intruppare tra i potenziali salvati, per avere trasformato la sua difesa in una denuncia e per avere continuato orgogliosamente a fare politica, senza dichiarare una incondizionata e preventiva fiducia nella roulette russa delle sentenze, non fondate sulla legge ma su una casistica morale, che non dovrebbe essere mai posta a fondamento dell'azione penale.
di Giuseppe Di Federico
Il Riformista, 29 dicembre 2021
Alcuni giorni fa ho letto sul Sole 24 Ore un articolo dal titolo "L'università deve farsi carico della preparazione al concorso da magistrato". È scritto da un professore universitario, Gian Luigi Gatta, che è, come lui stesso dice, consulente della Ministra Cartabia e componente del Comitato direttivo della Scuola superiore della magistratura. Affronta due temi di grande importanza, uno riguarda le disfunzioni del concorso di ingresso in magistratura e l'altro il ruolo che l'università dovrebbe avere nella preparazione dei candidati a quel concorso.
Quanto al primo tema egli fa riferimento ai dati di due concorsi di cui uno, quello bandito nel 2019 è in corso di svolgimento.
Dopo aver ricordato che i concorsi non forniscono tutti i magistrati che sono necessari, indica che in un recente concorso la percentuale dei promossi agli esami scritti è stata molto bassa (9,7% degli esaminati) e la percentuale dei promossi ai successivi esami orali è stata molto alta (94%). Propone, quindi di diminuire la difficoltà degli scritti e di aumentare quella degli esami orali. Trovo apprezzabile che un professore di diritto utilizzi cifre e percentuali in un suo scritto (siamo in pochissimi a farlo) tuttavia in questo caso, come in altri, i numeri non dicono tutto ed è rischioso trarre conclusioni solo da essi. Certamente non è vero che negli esami scritti si applichino criteri valutativi severi e tantomeno che sia consigliabile diminuirne il rigore. Per quanto i numeri citati del Prof. Gatta sembrino indicarlo, non è così. Lui stesso ci dice che spesso il numero dei vincitori del concorso è inferiore, anche di molto, al numero dei posti messi a concorso, e quindi che il concorso non è in grado di soddisfare le esigenze di personale togato del nostro sistema giudiziario. È un problema che il concorso ha da moltissimi anni.
Nel tentativo di risolverlo, e cioè per consentire ad un numero maggiore di candidati di superare le prove scritte, un decreto di molti anni fa, il DPR n. 617/1963, ha stabilito che le commissioni di concorso non debbono più bocciare i candidati per l'insufficienza in una delle tre prove scritte, ma effettuare una valutazione complessiva delle tre prove. Come conseguenza il numero di coloro che dopo di allora ottennero la votazione minima di 36 su 60 aumentò subitaneamente, e cioè dall'1,7% dei 1737 magistrati reclutati nel periodo 1955-1963 al 31,4% dei 2670 reclutati nel periodo 1967-1982. Consistente quindi il numero dei magistrati che da allora sono stati ammessi agli orali pur non avendo ottenuto la sufficienza in tutte e tre le prove scritte. Nonostante questo, i concorsi continuarono spesso a non fornire un numero di magistrati pari al numero dei posti messi a bando. Col passare degli anni il numero degli ammessi all'orale col minimo dei voti è aumentato arrivando a superare, e non di poco, il 40% (cioè circa la metà dei nuovi magistrati), come avvenuto per i 680 magistrati assunti nel 2018 e 2019 (D.M. 2 febbraio 2018 e D.M. 8 febbraio 2019).
Aggiungo che due magistrati che sono stati presidenti delle commissioni di concorso, Corrado Carnevali e Nicola Lipari, hanno indicato che vi sono numerosi casi in cui le prove scritte vengono superate con la piena idoneità in una sola delle tre prove scritte, e nelle relazioni ufficiali dei concorsi da loro presieduti, hanno usato il termine "stampellati" per indicare coloro che erano entrati in magistratura con due stampelle. Le proposte di riforma del Prof. Gatta certamente indicano un problema reale, cioè quello di evitare che il numero dei vincitori sia inferiore, o troppo inferiore, al numero dei posti banditi. È una preoccupazione che permea di sé i lavori di molte delle commissioni di concorso anche negli esami orali, ma mi fermo qui perché mi sembra chiaro che il suggerimento del prof. Gatta di rendere meno rigorose le prove scritte sia già stato tentato molti anni fa: ha certamente ridotto il rigore delle valutazioni senza raggiungere gli obiettivi voluti.
Due postille. La prima: la riforma del reclutamento è un problema complesso che deve affrontare in primo luogo la scarsa attendibilità delle prove di concorso nel misurare le conoscenze dei candidati, come le nostre ricerche hanno mostrato sin dagli anni 1980 (Archivio Penale 2020, n.1). Un problema che può essere affrontato solo modificando la struttura delle prove di esame, un fenomeno che non è certo possibile trattare in questa sede.
La seconda postilla: non mi sarei dato la briga di scrivere questo articolo se il prof. Gatta non avesse voluto informarci di essere il consulente della Ministra Cartabia. Anche se non richiesto, ritengo sia sempre opportuno dare una mano per tentare di evitare il peggio nella gestione del nostro già disastrato ordinamento giudiziario.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 29 dicembre 2021
Il Consiglio di Stato impone il rispetto il più ampio possibile del contraddittorio e non la mera recezione della denuncia. In un procedimento amministrativo di prevenzione, conclusosi con l'ammonimento per comportamenti asseritamente persecutori nei confronti di una ex fidanzata, il Consiglio di Stato conferma la decisione del Tar sull'affermata violazione del diritto di difesa, perché l'ammonito, coinvolto in prima battuta nell'iter dall'autorità amministrativa cui conseguiva il rigetto della richiesta misura di protezione della "parte debole", non era stato poi interpellato in ordine a una nuova denuncia della stessa donna che aveva costituito l'unica base dell'adozione dell'ammonimento. Palazzo Spada con la sentenza n. 8468/2021 ha, infatti rigettato il ricorso della Questura.
La donna, ex fidanzata dell'uomo colpito dalla misura, aveva denunciato in due diverse occasioni comportamenti analoghi, indicati come stalking. Si trattava di numerosi messaggi telematici, di pressanti richieste di amicizia su piattaforme social e di asseriti appostamenti ingeneranti quello stato di ansia di chi si ritiene vittima della persecuzione altrui.
Solo che la prima denuncia non aveva determinato l'adozione della misura di prevenzione proprio e in ragione del contenuto dell'audizione del denunciato. Quindi, rilevano i giudici amministrativi di primo e di secondo grado, la questura ha creato un vulnus dei diritti della difesa quando, a seguito di successiva denuncia per nuovi fatti, sovrapponibili a quelli per i quali era intervenuto il rigetto dell'ammonimento, aveva invece "de plano" adottato la prescrizione della misura di prevenzione.
La Questura con il ricorso davanti al Consiglio di Stato negava, al contrario, tale violazione del contraddittorio, assumendo che la prima interlocuzione con il soggetto passivo della misura avrebbe a questi garantito in pieno l'esercizio di una valida difesa e che l'asserita reiterazione dei medesimi comportamenti come emergente dalla seconda denuncia era circostanza di pericolo sufficiente all'ammonimento del denunciato. Per i giudici, invece, nulla ostava all'audizione e al coinvolgimento il più efficace possibile delle parti, e in particolare del soggetto nel mirino della decisione del questore.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 ore, 29 dicembre 2021
Cassazione. Depositate le motivazioni del procedimento contro Puigdemont. L'esclusione della parte lesa dal procedimento relativo all'esecuzione di un mandato d'arresto europeo, non lede il diritto di difesa né alla luce della Carta né dei principi sovranazionali.
La giurisprudenza europea ha, infatti, affrontato il tema delle prerogative che spettano alla vittima, esclusivamente riguardo al "criminal proceeding" e, dunque nel processo penale di merito. La Cassazione (sentenza 47244) ha depositato le motivazioni con le quali ha respinto il ricorso presentato da Vox, partito nazionalista di destra spagnolo, contro le ordinanze con le quali è stata sospesa l'estradizione in Spagna dell'ex presidente catalano Carles Puigdemont in attesa della decisione della Corte di giustizia europea.
Vox aveva chiesto di intervenire come persona offesa nel procedimento di consegna per i reati di malversazione e sedizione, a carico di Puigdemont in relazione al referendum per l'indipendenza della Catalogna. Per la Suprema corte Vox, secondo l'ordinamento italiano, non ha neppure dimostrato di essere parte lesa e dunque titolare del bene giuridico leso nei reati contestati. Né di rivestire il ruolo di acusador popular che, nel sistema spagnolo, è l'accusa privata promossa uti cives.
di Lanfranco Caminiti
Il Dubbio, 29 dicembre 2021
La morte di Angelo Burzi è solo l'ultima di una lunga lista iniziata con Tangentopoli Un trentennio segnato dal rapporto distorto tra il mondo politico e la magistratura. "Ai miei compagni di cella. 4 luglio 1993. Cari Ranieri e Vittorio, non preoccupatevi: è un suicidio in piena regola. Lo dichiaro in piena lucidità e capacità di intendere e volere. Intendo con questo evitare conseguenze per questo mio atto di cu non avete alcuna responsabilità. Vi ringrazio per la compagnia. Cella 102, V raggio".
Poi, dopo aver lasciato in bella mostra il biglietto, Gabriele Cagliari andò alle docce, mise la testa in un sacchetto di plastica - quello aveva, per suicidarsi - e si lasciò mancare l'aria. Il pm che lo aveva interrogato per l'ennesima volta gli aveva negato per l'ennesima volta la libertà, dopo aver lasciato intendere che invece, forse; poi, se n'era andato in vacanza. A Cagliari sembrava d'essere trattato "come un cane". Scrisse in una lettera ai familiari: "Miei carissimi Bruna, Stefano, Silvano, Francesco, Ghiti, sto per darvi un nuovo, grandissimo dolore. Ho riflettuto intensamente e ho deciso che non posso sopportare più a lungo questa vergogna. La criminalizzazione di comportamenti che sono stati di tutti, degli stessi magistrati, anche a Milano, ha messo fuori gioco soltanto alcuni di noi, abbandonandoci alla gogna e al rancore dell'opinione pubblica. La mano pesante, squilibrata e ingiusta dei giudici ha fatto il resto. Ci trattano veramente come non- persone, come cani ricacciati ogni volta al canile".
Anche Angelo Burzi, l'ex consigliere regionale e fondatore di Forza Italia in Piemonte, che si è suicidato ieri l'altro dopo la definitiva condanna per "Rimborsopoli" ha scritto alcune lettere - alla moglie, alle figlie e a un gruppo di amici fidati. Deve averle preparate nei giorni precedenti, scritte con calma, con lucidità. Deve averle nascoste, per evitare che qualcuno le scoprisse. Poi, ha declinato un invito a cena in casa di parenti, a Biella, la vigilia di Natale, a cui invece la moglie è andata, ha preso la 357 Magnum, regolarmente detenuta - quello aveva, per suicidarsi - si è chiuso in bagno, e si è sparato. Prima però ha chiamato il 112 - chiedendo ai carabinieri di fare presto a venire, che non voleva fosse la moglie a scoprirlo.
Il figlio di Cagliari ha raccolto tutta la corrispondenza scritta dal padre in carcere e ne ha fatto un archivio "pubblico" online. Ci sono anche gli interrogatori e le poesie che scrisse in quei quattro mesi: "Prigione # 3. Passo e ripasso sulla mia orma / come il giaguaro imprigionato / che non ha pensiero ma ossessione: / feretro viola della mia pazzia. / "De profundis clamavit ad te" / a questa profondità ti chiamo / e ti richiamo anima del mondo. / Tu che ora tieni la falce alle mie spalle. Aprile 1993". Ma c'è anche: "Il giorno 9.3.93 alle ore 13.50 presso la Casa Circondariale di Milano S. Vittore, avanti a me, dr. Gherardo Colombo, Sostituto procuratore della Repubblica in Milano, è presente: Cagliari Gabriele, in atti già generalizzato. Adr: Intendo rispondere. Confermo quanto ho dichiarato al GIP nell'interrogatorio di oggi". Non sappiamo cosa vorrà fare e quando, la signora Giovanna Perino, moglie di Burzi, delle lettere del marito, se renderle pubbliche - "Si è ucciso perché si sentiva innocente, lo ha fatto perché era innocente", ha detto - e potremmo capire il pudore. L'ex governatore del Piemonte Roberto Cota, destinatario di una lettera, che con Burzi era finito nell'inchiesta e come lui è stato condannato, ha detto che Burzi ricostruisce tutta la sua vicenda giudiziaria. Io credo che queste lettere siano, in qualche modo, un "documento collettivo", pubblico, come pubbliche sono state le vicende politiche e giudiziarie a cui fanno riferimento. Il suicidio di Burzi, come già quello di Cagliari, non è un "fatto privato". Interroga tutti noi. Dovrebbe.
Sergio Moroni, deputato socialista travolto da Tangentopoli e che si suicidò il 2 settembre del 1992 con un fucile - quello aveva, per suicidarsi - nella cantina del condominio dove abitava, scrisse anche lui delle lettere prima del "gesto" ("Quando la parola è flebile, non resta che il gesto"). Una era indirizzata al presidente della Camera, Napolitano, e comincia così: "Egregio Signor Presidente, ho deciso di indirizzare a Lei alcune brevi considerazioni prima di lasciare il mio seggio in Parlamento compiendo l'atto conclusivo di porre fine alla mia vita".
E si sofferma su un punto che a me sembra ancora centrale: "Mi auguro solo che questo possa contribuire a una riflessione più seria e più giusta, a scelte e decisioni di una democrazia matura che deve tutelarsi. Mi auguro soprattutto che possa servire a evitare che altri nelle mie stesse condizioni abbiano a patire le sofferenze morali che ho vissuto in queste settimane, a evitare processi sommari (in piazza o in televisione) che trasformano un'informazione di garanzia in una preventiva sentenza di condanna".
Beh, non è andata così. E il suicidio di Burzi, trent'anni dopo, sta qui a mostrarcelo. Certo, Rimborsopoli non è Tangentopoli - che fu un vero sconquasso della vita e della società politica. Eppure, nei suicidi di Cagliari e Moroni e Burzi, ritroviamo la medesima disperazione, il medesimo senso di ingiustizia, la medesima sensazione di essere "come cani ricacciati ogni volta al canile". Dovremmo chiederci tutti che cosa è successo, nel rapporto tra politica e magistratura, in questi trent'anni. Che cosa sta succedendo ancora. E ancora.
di Irene Famà
La Stampa, 29 dicembre 2021
"Chi poteva salvarlo non l'ha fatto. Era alto un metro e 80 era arrivato a pesare 49 kg". Detenuto nel carcere di Torino, avrebbe dovuto scontare la pena in una comunità ma era scappato. "Era ancora vivo. Eppure così magro, così debole. Che stava male l'abbiamo detto a tutti. Ai magistrati, ai medici del carcere. Nessuno ci ha ascoltato. Loro avrebbero potuto aiutarlo, ma nessuno l'ha fatto".
È lo sfogo di dolore di due genitori, mamma Rosalia e papà Mario, che hanno visto il loro Antonio, un ragazzo alto un metro e 80, deperire, diventare fragile, arrivare a pesare 49 chili. E poi morire a 28 anni per un'infezione che quel corpo debole non è riuscito a sconfiggere.
L'hanno visto arrivare seduto su una sedia a rotelle nel "parlatorio" del carcere "Lorusso e Cutugno" di Torino. Chiedeva assistenza. "Non riesco più a mangiare", diceva. Ma intorno a lui credevano fosse un modo per ottenere benefici. Mamma Rosalia e papà Mario tutto questo l'hanno osservato da fuori le sbarre. E da lì hanno fatto quel che hanno potuto. Insieme ad altri. Come la garante dei detenuti, che la situazione di Antonio l'aveva segnalata alla direzione della casa circondariale, e a un educatore che per descrivere Antonio aveva usato queste parole: "Ha le stesse sembianze di Cucchi". Mamma Rosalia e papà Mario dicono una frase coraggiosa: "Abbiamo sempre creduto nella giustizia e vogliamo continuare a crederci". Parole che in questo contesto hanno più di un significato.
Antonio di guai ne aveva avuti diversi. Ad esempio un arresto per una rapina a una prostituta. Avrebbe dovuto scontare una pena in una comunità per tossicodipendenti, ma un mese prima della fine è andato via. Così è finito al penitenziario del quartiere Vallette con un'accusa in più: l'evasione. I genitori, rappresentati dagli avvocati Gianluca Vitale e Massimo Pastore, oggi non vogliono "discutere se Antonio dovesse o non dovesse stare in carcere". Il punto è un altro: "In carcere avrebbe dovuto essere aiutato e questo non è successo".
E Antonio di aiuto ne aveva bisogno. Si drogava da quando aveva 14 anni. Cocaina, cannabinoidi, benzodiazepine. Soffriva d'ansia, di depressione. Il carcere come luogo di riabilitazione, di crescita, di riscatto, così si sente dire spesso. Per lui non è stato così. Antonio, con la giustizia, aveva delle questioni da mettere a posto, questo è certo. Ma ne aveva altrettante da far quadrare con sé stesso. Per questo, sofferente, aveva bisogno d'aiuto. E quell'aiuto non l'ha trovato. Al contrario, anche in cella - là dove avrebbe dovuto essere tenuto lontano da tutto ciò che poteva fagli del male - ha continuato a drogarsi, lo dicono gli accertamenti di laboratorio.
È vero che non riusciva più a mangiare, ed è altrettanto vero che le terapie dei medici non le seguiva e al ricovero in ospedale si opponeva. Perché? Antonio era un ragazzo difficile, da accompagnare, assistere, accudire. È stato lasciato solo. Curato, come si legge nelle carte dell'inchiesta sulla sua morte, in "invalicabili note difficoltà imposte dall'ambiente carcerario".
Quattro persone sono state per omicidio e lesioni colpose. Il pm al termine delle indagini ha chiesto l'archiviazione perché "non ci sono elementi sufficienti ad ascrivere loro colpevoli omissioni idonee a cagionare o favorire il decesso". Mamma Rosalia e papà Mario la legge non l'hanno mai contestata, nemmeno quando a violarla è stato loro figlio: "Ora chiediamo giustizia anche per lui".
primamonza.it, 29 dicembre 2021
È accaduto nel pomeriggio di domenica 26 dicembre 2021 presso la Casa circondariale di Monza. A darne notizia è Domenico Benemia, segretario regionale della Uilpa, che ha anche lanciato l'allarme: "Al Sanquirico manca il personale specializzato nel gestire gli ospiti psichiatrici".
L'allarme dei sindacati - Il detenuto che si è tolto la vita, di nazionalità italiana, in passato era più volte stato ricoverato a Villa Serena - la sezione psichiatrica del San Gerardo - e domenica si trovava nell'infermeria del Sanquirico. "La situazione nella Casa circondariale di Monza è critica - ha osservato il sindacalista - Manca il personale specializzato che possa gestire i detenuti psichiatrici. E prova è l'alto numero di suicidi, nonché l'altrettanto alto numero di aggressioni ai danni del personale della polizia penitenziaria".
- Ragusa. L'orto del carcere, dove sbocciano lavoro e dignità per i detenuti
- Messina. La presidente del Tribunale di Sorveglianza: "Meno carcere e più misure alternative"
- Porto Azzurro (Li). Carcere, i progetti dei volontari dell'Associazione Dialogo per il 2022
- Saluzzo (Cn). Detenuti donano pasta e dolci alla mensa della Caritas
- Firenze. Teatro in streaming per un ponte tra il carcere e la città









