di Carmelo Palma
Il Foglio, 29 dicembre 2021
Le varie "Scontrinopoli" o "Rimborsopoli" che hanno avvelenato e - ora è il caso di dirlo, dopo il suicidio di Angelo Burzi - anche insanguinato la politica italiana sono state il riflesso della cattiva coscienza della giustizia e della politica.
L'ex capogruppo e assessore di Forza Italia alla regione Piemonte era un personaggio particolare: un liberale conservatore intriso di suggestioni libertarie, ideologicamente anticomunista e sentimentalmente filoradicale e dunque lontanissimo dal bigottismo conformista della destra "Dio, Patria e Famiglia". Berlusconiano della prima ora, fondatore di FI in Piemonte e consigliere in regione dal 1995 al 2015, eppure, malgrado l'inclinazione dichiaratamente partigiana, sempre ostentatamente disorganico e dissidente.
È stato un assessore regionale al bilancio decisamente rigorista (e presto sacrificato al quieto vivere consociativo), poi un predicatore abbastanza inascoltato dell'alternativa al "sistema Torino", che fino all'elezione di Chiara Appendino aveva visto per un quarto di secolo la sinistra governare il capoluogo piemontese e il centro-destra cercare rapporti di convivenza e di mutua utilità. Era finito con altre decine di eletti delle varie consiliature trascorse a Palazzo Lascaris nelle inchieste della procura contabile e penale di Torino sull'utilizzo dei fondi dei gruppi consiliari regionali e lì era iniziata la sua - e non solo sua - disgrazia.
Di che inchieste si parla? Anche qui, senza contestualizzazione storica, la cronaca sembra quella anodina e burocratica di un mattinale di questura. Vediamo dunque il contesto. Per decenni le dotazioni finanziarie dei gruppi consiliari regionali sono state, alla pari di quelle dei gruppi parlamentari, affidate alla piena discrezionalità degli eletti. Ogni spesa direttamente o indirettamente connessa all'esercizio del mandato elettivo era considerata insindacabile, alla stregua degli atti politici propriamente intesi, che spesso anche in quelle spese trovavano espressione concreta. L'autonomia politica, anche in ordine all'utilizzo dei fondi, era considerata - ripeto: pacificamente - un presupposto imprescindibile della libertà dell'eletto. Questo non configurava alcuna immunità rispetto a forme di controllo contabile o amministrativo, né, tantomeno, rispetto all'esercizio dell'azione penale, ma definiva un quadro, politicamente opinabile, ma giuridicamente esplicito di massima e indiscutibile libertà di spesa e utilizzo dei fondi assegnati ai gruppi consiliari.
Un consigliere regionale che avesse pagato dai fondi del gruppo un "fuori busta" a un dipendente avrebbe dovuto essere condannato a risarcire la spesa illegittima alla regione. E se avesse usato i medesimi fondi per acquistare un'abitazione o un'automobile privata, camuffando la transazione da consulenza, si sarebbe certamente meritato la condanna, se l'accusa fosse stata provata, per peculato e truffa. Ma non c'era modo di distinguere né di discriminare - tanto meno penalisticamente - la qualità politica delle condotte relative all'utilizzo dei fondi dei gruppi e alle tipologie di spese ammissibili, essendovi tutte ricomprese - da quelle di rappresentanza a quelle di viaggio, vitto e alloggio, a quelle per convegni, iniziative e consulenze - purché attinenti all'esercizio del mandato elettivo, in un quadro nel quale l'attinenza era, nella sostanza, autocertificata e quindi sempre censurabile.
C'è una evidente differenza tra (esempi di fantasia) ospitare, rifocillare e far viaggiare a spese di un gruppo consiliare i relatori di un convegno sul contenimento della spesa sanitaria e usare gli stessi riguardi per una rete di collaboratori impegnati a promuovere sul territorio le iniziative politiche degli eletti. Ma non esisteva alcuna norma che consentisse di considerare l'una spesa illecita e l'altra lecita, né che prevedesse - come sarebbe stato prudente - un contingentamento dei limiti massimi ammissibili delle spese meno controllabili, tipicamente quelle di cosiddetta "rappresentanza". A lungo, non si sentì neppure il bisogno di offrire un quadro di riferimento, se non costrittivo, almeno più preciso e quindi anche più tutelante per gli eletti. Il massimo della discrezionalità politica esponeva comunque ad attacchi e abusi, favoriti proprio dal "silenzio" e dunque dall'incertezza del diritto.
Fino a che sono continuati i tempi di pace alla politica andava, ovviamente, benissimo così e alla magistratura contabile e penale altrettanto, poiché la cosiddetta "onestà" non era ancora diventata la gallina dalle uova d'oro e il rifugio delle canaglie dell'antipolitica e quindi non era né un fucile da imbracciare, né un palcoscenico da calcare. Gli scontrini e i rimborsi - a differenza degli appalti e delle tangenti - non erano ancora di moda. Lo sarebbero diventati, anticipando il trionfo del M5S che non a caso sulla "trasparenza", intesa nel senso della tracciabilità contabile delle spese individuali, hanno guadagnato prima una patente di nobiltà e poi edificato un sistema para-totalitario di controllo e intimidazione degli eletti.
Come Tangentopoli fu annunciata e innescata dalla crisi finanziaria del 1992, così la strada a Scontrinopoli e Rimborsopoli venne aperta dal quasi default della fine degli anni zero. A un paese impoverito e atterrito fu fatto, per la seconda volta, credere che poteva trovare ragione di tutte le indignazioni e soddisfazione di tutte le pretese direttamente nelle tasche dei politici. Lì si è aperto - come era avvenuto vent'anni prima - un vaso di Pandora di inchieste (spesso in azioni a tenaglia con procure contabili) e non c'è praticamente eletto regionale di quegli anni che non si sia visto chiedere conto di qualunque cosa, a misura dell'interpretazione - più o meno ragionevole, arbitraria o inquisitoria - che i singoli magistrati contabili e penali davano all'attinenza delle spese documentate con il mandato elettivo, anche post-determinandone i criteri di ammissibilità.
Nel mazzo degli indagati e dei condannati in Italia in questi anni non mancano certamente casi quasi ridicoli di latrocinio, ma la grande maggioranza dei casi ha riguardato spese la cui natura privata, presupposto dal peculato, discendeva da una interpretazione assai discutibile e "buonsensistica" dell'interesse pubblico. Così il risultato è stato - e non poteva che essere così - quello di una giurisprudenza randomica e contraddittoria, con sentenze di assoluzione ("perché il fatto non costituisce reato", come in primo grado è avvenuto a Burzi) e di condanna (come gli è successo in secondo grado) ugualmente perentorie. Una macchina infernale, dove a fare la differenza tra i sommersi e i salvati bastava il pregiudizio o la fatalità e nessuna pronuncia poteva più ambire a un requisito minimo di credibilità.
Come ha scritto in una sentenza di assoluzione uno dei giudici chiamati a decidere su alcuni di questi casi, l'utilizzo dei fondi da parte di un consigliere per iniziative manifestamente autopromozionali - ad esempio: pagare cene agli elettori, organizzare attività di pura propaganda - dovrebbe, in assenza di precise norme penali, trovare sanzione fuori dalle aule di giustizia. In ogni caso, "l'amara constatazione che ciò normalmente non accade non può però indurre a una impropria sostituzione della responsabilità penale a quella politica; su ciò di cui il giudice penale non può parlare, occorre tacere" (Letizio Magliaro, Gip del Tribunale di Bologna, sentenza 2191/15). Parole d'oro e quindi rare.
Non potendosi auspicare che, dietro lo schermo della obbligatorietà dell'azione penale, ci fosse nella magistratura italiana complessivamente intesa sufficiente rigore per attenersi a questo esempio, sarebbe spettato alla politica intervenire, ma la politica ovviamente era, in tutte le sue parti, impegnata a lavorare perché i salvati fossero "loro" e i sommersi "gli altri". Di ristabilire in mezzo a tutta questa buriana un principio di diritto, neanche a parlarne.
Ora il timore, per chi lo ha conosciuto, è che Burzi non si sia salvato proprio per non essersi voluto intruppare tra i potenziali salvati, per avere trasformato la sua difesa in una denuncia e per avere continuato orgogliosamente a fare politica, senza dichiarare una incondizionata e preventiva fiducia nella roulette russa delle sentenze, non fondate sulla legge ma su una casistica morale, che non dovrebbe essere mai posta a fondamento dell'azione penale.
di Giuseppe Di Federico
Il Riformista, 29 dicembre 2021
Alcuni giorni fa ho letto sul Sole 24 Ore un articolo dal titolo "L'università deve farsi carico della preparazione al concorso da magistrato". È scritto da un professore universitario, Gian Luigi Gatta, che è, come lui stesso dice, consulente della Ministra Cartabia e componente del Comitato direttivo della Scuola superiore della magistratura. Affronta due temi di grande importanza, uno riguarda le disfunzioni del concorso di ingresso in magistratura e l'altro il ruolo che l'università dovrebbe avere nella preparazione dei candidati a quel concorso.
Quanto al primo tema egli fa riferimento ai dati di due concorsi di cui uno, quello bandito nel 2019 è in corso di svolgimento.
Dopo aver ricordato che i concorsi non forniscono tutti i magistrati che sono necessari, indica che in un recente concorso la percentuale dei promossi agli esami scritti è stata molto bassa (9,7% degli esaminati) e la percentuale dei promossi ai successivi esami orali è stata molto alta (94%). Propone, quindi di diminuire la difficoltà degli scritti e di aumentare quella degli esami orali. Trovo apprezzabile che un professore di diritto utilizzi cifre e percentuali in un suo scritto (siamo in pochissimi a farlo) tuttavia in questo caso, come in altri, i numeri non dicono tutto ed è rischioso trarre conclusioni solo da essi. Certamente non è vero che negli esami scritti si applichino criteri valutativi severi e tantomeno che sia consigliabile diminuirne il rigore. Per quanto i numeri citati del Prof. Gatta sembrino indicarlo, non è così. Lui stesso ci dice che spesso il numero dei vincitori del concorso è inferiore, anche di molto, al numero dei posti messi a concorso, e quindi che il concorso non è in grado di soddisfare le esigenze di personale togato del nostro sistema giudiziario. È un problema che il concorso ha da moltissimi anni.
Nel tentativo di risolverlo, e cioè per consentire ad un numero maggiore di candidati di superare le prove scritte, un decreto di molti anni fa, il DPR n. 617/1963, ha stabilito che le commissioni di concorso non debbono più bocciare i candidati per l'insufficienza in una delle tre prove scritte, ma effettuare una valutazione complessiva delle tre prove. Come conseguenza il numero di coloro che dopo di allora ottennero la votazione minima di 36 su 60 aumentò subitaneamente, e cioè dall'1,7% dei 1737 magistrati reclutati nel periodo 1955-1963 al 31,4% dei 2670 reclutati nel periodo 1967-1982. Consistente quindi il numero dei magistrati che da allora sono stati ammessi agli orali pur non avendo ottenuto la sufficienza in tutte e tre le prove scritte. Nonostante questo, i concorsi continuarono spesso a non fornire un numero di magistrati pari al numero dei posti messi a bando. Col passare degli anni il numero degli ammessi all'orale col minimo dei voti è aumentato arrivando a superare, e non di poco, il 40% (cioè circa la metà dei nuovi magistrati), come avvenuto per i 680 magistrati assunti nel 2018 e 2019 (D.M. 2 febbraio 2018 e D.M. 8 febbraio 2019).
Aggiungo che due magistrati che sono stati presidenti delle commissioni di concorso, Corrado Carnevali e Nicola Lipari, hanno indicato che vi sono numerosi casi in cui le prove scritte vengono superate con la piena idoneità in una sola delle tre prove scritte, e nelle relazioni ufficiali dei concorsi da loro presieduti, hanno usato il termine "stampellati" per indicare coloro che erano entrati in magistratura con due stampelle. Le proposte di riforma del Prof. Gatta certamente indicano un problema reale, cioè quello di evitare che il numero dei vincitori sia inferiore, o troppo inferiore, al numero dei posti banditi. È una preoccupazione che permea di sé i lavori di molte delle commissioni di concorso anche negli esami orali, ma mi fermo qui perché mi sembra chiaro che il suggerimento del prof. Gatta di rendere meno rigorose le prove scritte sia già stato tentato molti anni fa: ha certamente ridotto il rigore delle valutazioni senza raggiungere gli obiettivi voluti.
Due postille. La prima: la riforma del reclutamento è un problema complesso che deve affrontare in primo luogo la scarsa attendibilità delle prove di concorso nel misurare le conoscenze dei candidati, come le nostre ricerche hanno mostrato sin dagli anni 1980 (Archivio Penale 2020, n.1). Un problema che può essere affrontato solo modificando la struttura delle prove di esame, un fenomeno che non è certo possibile trattare in questa sede.
La seconda postilla: non mi sarei dato la briga di scrivere questo articolo se il prof. Gatta non avesse voluto informarci di essere il consulente della Ministra Cartabia. Anche se non richiesto, ritengo sia sempre opportuno dare una mano per tentare di evitare il peggio nella gestione del nostro già disastrato ordinamento giudiziario.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 29 dicembre 2021
Il Consiglio di Stato impone il rispetto il più ampio possibile del contraddittorio e non la mera recezione della denuncia. In un procedimento amministrativo di prevenzione, conclusosi con l'ammonimento per comportamenti asseritamente persecutori nei confronti di una ex fidanzata, il Consiglio di Stato conferma la decisione del Tar sull'affermata violazione del diritto di difesa, perché l'ammonito, coinvolto in prima battuta nell'iter dall'autorità amministrativa cui conseguiva il rigetto della richiesta misura di protezione della "parte debole", non era stato poi interpellato in ordine a una nuova denuncia della stessa donna che aveva costituito l'unica base dell'adozione dell'ammonimento. Palazzo Spada con la sentenza n. 8468/2021 ha, infatti rigettato il ricorso della Questura.
La donna, ex fidanzata dell'uomo colpito dalla misura, aveva denunciato in due diverse occasioni comportamenti analoghi, indicati come stalking. Si trattava di numerosi messaggi telematici, di pressanti richieste di amicizia su piattaforme social e di asseriti appostamenti ingeneranti quello stato di ansia di chi si ritiene vittima della persecuzione altrui.
Solo che la prima denuncia non aveva determinato l'adozione della misura di prevenzione proprio e in ragione del contenuto dell'audizione del denunciato. Quindi, rilevano i giudici amministrativi di primo e di secondo grado, la questura ha creato un vulnus dei diritti della difesa quando, a seguito di successiva denuncia per nuovi fatti, sovrapponibili a quelli per i quali era intervenuto il rigetto dell'ammonimento, aveva invece "de plano" adottato la prescrizione della misura di prevenzione.
La Questura con il ricorso davanti al Consiglio di Stato negava, al contrario, tale violazione del contraddittorio, assumendo che la prima interlocuzione con il soggetto passivo della misura avrebbe a questi garantito in pieno l'esercizio di una valida difesa e che l'asserita reiterazione dei medesimi comportamenti come emergente dalla seconda denuncia era circostanza di pericolo sufficiente all'ammonimento del denunciato. Per i giudici, invece, nulla ostava all'audizione e al coinvolgimento il più efficace possibile delle parti, e in particolare del soggetto nel mirino della decisione del questore.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 ore, 29 dicembre 2021
Cassazione. Depositate le motivazioni del procedimento contro Puigdemont. L'esclusione della parte lesa dal procedimento relativo all'esecuzione di un mandato d'arresto europeo, non lede il diritto di difesa né alla luce della Carta né dei principi sovranazionali.
La giurisprudenza europea ha, infatti, affrontato il tema delle prerogative che spettano alla vittima, esclusivamente riguardo al "criminal proceeding" e, dunque nel processo penale di merito. La Cassazione (sentenza 47244) ha depositato le motivazioni con le quali ha respinto il ricorso presentato da Vox, partito nazionalista di destra spagnolo, contro le ordinanze con le quali è stata sospesa l'estradizione in Spagna dell'ex presidente catalano Carles Puigdemont in attesa della decisione della Corte di giustizia europea.
Vox aveva chiesto di intervenire come persona offesa nel procedimento di consegna per i reati di malversazione e sedizione, a carico di Puigdemont in relazione al referendum per l'indipendenza della Catalogna. Per la Suprema corte Vox, secondo l'ordinamento italiano, non ha neppure dimostrato di essere parte lesa e dunque titolare del bene giuridico leso nei reati contestati. Né di rivestire il ruolo di acusador popular che, nel sistema spagnolo, è l'accusa privata promossa uti cives.
di Lanfranco Caminiti
Il Dubbio, 29 dicembre 2021
La morte di Angelo Burzi è solo l'ultima di una lunga lista iniziata con Tangentopoli Un trentennio segnato dal rapporto distorto tra il mondo politico e la magistratura. "Ai miei compagni di cella. 4 luglio 1993. Cari Ranieri e Vittorio, non preoccupatevi: è un suicidio in piena regola. Lo dichiaro in piena lucidità e capacità di intendere e volere. Intendo con questo evitare conseguenze per questo mio atto di cu non avete alcuna responsabilità. Vi ringrazio per la compagnia. Cella 102, V raggio".
Poi, dopo aver lasciato in bella mostra il biglietto, Gabriele Cagliari andò alle docce, mise la testa in un sacchetto di plastica - quello aveva, per suicidarsi - e si lasciò mancare l'aria. Il pm che lo aveva interrogato per l'ennesima volta gli aveva negato per l'ennesima volta la libertà, dopo aver lasciato intendere che invece, forse; poi, se n'era andato in vacanza. A Cagliari sembrava d'essere trattato "come un cane". Scrisse in una lettera ai familiari: "Miei carissimi Bruna, Stefano, Silvano, Francesco, Ghiti, sto per darvi un nuovo, grandissimo dolore. Ho riflettuto intensamente e ho deciso che non posso sopportare più a lungo questa vergogna. La criminalizzazione di comportamenti che sono stati di tutti, degli stessi magistrati, anche a Milano, ha messo fuori gioco soltanto alcuni di noi, abbandonandoci alla gogna e al rancore dell'opinione pubblica. La mano pesante, squilibrata e ingiusta dei giudici ha fatto il resto. Ci trattano veramente come non- persone, come cani ricacciati ogni volta al canile".
Anche Angelo Burzi, l'ex consigliere regionale e fondatore di Forza Italia in Piemonte, che si è suicidato ieri l'altro dopo la definitiva condanna per "Rimborsopoli" ha scritto alcune lettere - alla moglie, alle figlie e a un gruppo di amici fidati. Deve averle preparate nei giorni precedenti, scritte con calma, con lucidità. Deve averle nascoste, per evitare che qualcuno le scoprisse. Poi, ha declinato un invito a cena in casa di parenti, a Biella, la vigilia di Natale, a cui invece la moglie è andata, ha preso la 357 Magnum, regolarmente detenuta - quello aveva, per suicidarsi - si è chiuso in bagno, e si è sparato. Prima però ha chiamato il 112 - chiedendo ai carabinieri di fare presto a venire, che non voleva fosse la moglie a scoprirlo.
Il figlio di Cagliari ha raccolto tutta la corrispondenza scritta dal padre in carcere e ne ha fatto un archivio "pubblico" online. Ci sono anche gli interrogatori e le poesie che scrisse in quei quattro mesi: "Prigione # 3. Passo e ripasso sulla mia orma / come il giaguaro imprigionato / che non ha pensiero ma ossessione: / feretro viola della mia pazzia. / "De profundis clamavit ad te" / a questa profondità ti chiamo / e ti richiamo anima del mondo. / Tu che ora tieni la falce alle mie spalle. Aprile 1993". Ma c'è anche: "Il giorno 9.3.93 alle ore 13.50 presso la Casa Circondariale di Milano S. Vittore, avanti a me, dr. Gherardo Colombo, Sostituto procuratore della Repubblica in Milano, è presente: Cagliari Gabriele, in atti già generalizzato. Adr: Intendo rispondere. Confermo quanto ho dichiarato al GIP nell'interrogatorio di oggi". Non sappiamo cosa vorrà fare e quando, la signora Giovanna Perino, moglie di Burzi, delle lettere del marito, se renderle pubbliche - "Si è ucciso perché si sentiva innocente, lo ha fatto perché era innocente", ha detto - e potremmo capire il pudore. L'ex governatore del Piemonte Roberto Cota, destinatario di una lettera, che con Burzi era finito nell'inchiesta e come lui è stato condannato, ha detto che Burzi ricostruisce tutta la sua vicenda giudiziaria. Io credo che queste lettere siano, in qualche modo, un "documento collettivo", pubblico, come pubbliche sono state le vicende politiche e giudiziarie a cui fanno riferimento. Il suicidio di Burzi, come già quello di Cagliari, non è un "fatto privato". Interroga tutti noi. Dovrebbe.
Sergio Moroni, deputato socialista travolto da Tangentopoli e che si suicidò il 2 settembre del 1992 con un fucile - quello aveva, per suicidarsi - nella cantina del condominio dove abitava, scrisse anche lui delle lettere prima del "gesto" ("Quando la parola è flebile, non resta che il gesto"). Una era indirizzata al presidente della Camera, Napolitano, e comincia così: "Egregio Signor Presidente, ho deciso di indirizzare a Lei alcune brevi considerazioni prima di lasciare il mio seggio in Parlamento compiendo l'atto conclusivo di porre fine alla mia vita".
E si sofferma su un punto che a me sembra ancora centrale: "Mi auguro solo che questo possa contribuire a una riflessione più seria e più giusta, a scelte e decisioni di una democrazia matura che deve tutelarsi. Mi auguro soprattutto che possa servire a evitare che altri nelle mie stesse condizioni abbiano a patire le sofferenze morali che ho vissuto in queste settimane, a evitare processi sommari (in piazza o in televisione) che trasformano un'informazione di garanzia in una preventiva sentenza di condanna".
Beh, non è andata così. E il suicidio di Burzi, trent'anni dopo, sta qui a mostrarcelo. Certo, Rimborsopoli non è Tangentopoli - che fu un vero sconquasso della vita e della società politica. Eppure, nei suicidi di Cagliari e Moroni e Burzi, ritroviamo la medesima disperazione, il medesimo senso di ingiustizia, la medesima sensazione di essere "come cani ricacciati ogni volta al canile". Dovremmo chiederci tutti che cosa è successo, nel rapporto tra politica e magistratura, in questi trent'anni. Che cosa sta succedendo ancora. E ancora.
di Irene Famà
La Stampa, 29 dicembre 2021
"Chi poteva salvarlo non l'ha fatto. Era alto un metro e 80 era arrivato a pesare 49 kg". Detenuto nel carcere di Torino, avrebbe dovuto scontare la pena in una comunità ma era scappato. "Era ancora vivo. Eppure così magro, così debole. Che stava male l'abbiamo detto a tutti. Ai magistrati, ai medici del carcere. Nessuno ci ha ascoltato. Loro avrebbero potuto aiutarlo, ma nessuno l'ha fatto".
È lo sfogo di dolore di due genitori, mamma Rosalia e papà Mario, che hanno visto il loro Antonio, un ragazzo alto un metro e 80, deperire, diventare fragile, arrivare a pesare 49 chili. E poi morire a 28 anni per un'infezione che quel corpo debole non è riuscito a sconfiggere.
L'hanno visto arrivare seduto su una sedia a rotelle nel "parlatorio" del carcere "Lorusso e Cutugno" di Torino. Chiedeva assistenza. "Non riesco più a mangiare", diceva. Ma intorno a lui credevano fosse un modo per ottenere benefici. Mamma Rosalia e papà Mario tutto questo l'hanno osservato da fuori le sbarre. E da lì hanno fatto quel che hanno potuto. Insieme ad altri. Come la garante dei detenuti, che la situazione di Antonio l'aveva segnalata alla direzione della casa circondariale, e a un educatore che per descrivere Antonio aveva usato queste parole: "Ha le stesse sembianze di Cucchi". Mamma Rosalia e papà Mario dicono una frase coraggiosa: "Abbiamo sempre creduto nella giustizia e vogliamo continuare a crederci". Parole che in questo contesto hanno più di un significato.
Antonio di guai ne aveva avuti diversi. Ad esempio un arresto per una rapina a una prostituta. Avrebbe dovuto scontare una pena in una comunità per tossicodipendenti, ma un mese prima della fine è andato via. Così è finito al penitenziario del quartiere Vallette con un'accusa in più: l'evasione. I genitori, rappresentati dagli avvocati Gianluca Vitale e Massimo Pastore, oggi non vogliono "discutere se Antonio dovesse o non dovesse stare in carcere". Il punto è un altro: "In carcere avrebbe dovuto essere aiutato e questo non è successo".
E Antonio di aiuto ne aveva bisogno. Si drogava da quando aveva 14 anni. Cocaina, cannabinoidi, benzodiazepine. Soffriva d'ansia, di depressione. Il carcere come luogo di riabilitazione, di crescita, di riscatto, così si sente dire spesso. Per lui non è stato così. Antonio, con la giustizia, aveva delle questioni da mettere a posto, questo è certo. Ma ne aveva altrettante da far quadrare con sé stesso. Per questo, sofferente, aveva bisogno d'aiuto. E quell'aiuto non l'ha trovato. Al contrario, anche in cella - là dove avrebbe dovuto essere tenuto lontano da tutto ciò che poteva fagli del male - ha continuato a drogarsi, lo dicono gli accertamenti di laboratorio.
È vero che non riusciva più a mangiare, ed è altrettanto vero che le terapie dei medici non le seguiva e al ricovero in ospedale si opponeva. Perché? Antonio era un ragazzo difficile, da accompagnare, assistere, accudire. È stato lasciato solo. Curato, come si legge nelle carte dell'inchiesta sulla sua morte, in "invalicabili note difficoltà imposte dall'ambiente carcerario".
Quattro persone sono state per omicidio e lesioni colpose. Il pm al termine delle indagini ha chiesto l'archiviazione perché "non ci sono elementi sufficienti ad ascrivere loro colpevoli omissioni idonee a cagionare o favorire il decesso". Mamma Rosalia e papà Mario la legge non l'hanno mai contestata, nemmeno quando a violarla è stato loro figlio: "Ora chiediamo giustizia anche per lui".
primamonza.it, 29 dicembre 2021
È accaduto nel pomeriggio di domenica 26 dicembre 2021 presso la Casa circondariale di Monza. A darne notizia è Domenico Benemia, segretario regionale della Uilpa, che ha anche lanciato l'allarme: "Al Sanquirico manca il personale specializzato nel gestire gli ospiti psichiatrici".
L'allarme dei sindacati - Il detenuto che si è tolto la vita, di nazionalità italiana, in passato era più volte stato ricoverato a Villa Serena - la sezione psichiatrica del San Gerardo - e domenica si trovava nell'infermeria del Sanquirico. "La situazione nella Casa circondariale di Monza è critica - ha osservato il sindacalista - Manca il personale specializzato che possa gestire i detenuti psichiatrici. E prova è l'alto numero di suicidi, nonché l'altrettanto alto numero di aggressioni ai danni del personale della polizia penitenziaria".
di Giada Drocker
La Repubblica, 29 dicembre 2021
Nel penitenziario c'è anche chi produce formaggi e chi il miele dalle arnie. "Ce la posso fare, stavolta è diverso. Prima quando uscivo dal carcere mi sentivo a disagio, ora no: so fare qualcosa e posso farcela". Parla Bruno Monti, 45 anni, 25 di questi in cella con piccole pause a casa, tra una condanna e l'altra. Cura l'orto al carcere di contrada Pendente a Ragusa. Sorride, sempre, anche nei momenti difficili. La sua famiglia a casa lo aspetta. Da poco è diventato nonno. Crede che coltivare la terra sia il modo per dare futuro alla sua famiglia e chi lo ha aiutato ad imparare dentro al carcere è pronto a dargli una mano pure fuori. Cos'è il futuro per lei? "La terra! Voglio stare con le mie figlie, vedere crescere mia nipote. Sono orgoglioso della forza di mia moglie, per quanto ha fatto". Bruno da poco è solo a prendersi cura dei terreni, l'altro detenuto ammesso al programma di "semilibertà" è stato trasferito e ha perso i benefici.
L'idea dell'orto è partita da un dono che si trasformato in progetto: "Libere tenerezze", abbracciato dall'Enciclica di papa Francesco sulla Cura del Creato. Alcuni detenuti ammessi al lavoro esterno, hanno ridato vita ai terreni incolti interni al carcere arrivando ad una produzione stagionale venduta anche all'esterno, i cui proventi servono a rifinanziare ciò che all'orto serve e a dare sostanza alle altre iniziative interne al carcere. "È cominciato tutto con la pandemia - spiegano Fabio Ferrito e Alessandro Vitrano dell'associazione di clown dottori "Ci ridiamo su" di Ragusa che cura il progetto - Abbiamo coinvolto il carcere per la produzione di mascherine che scarseggiavano. I detenuti hanno confezionato un migliaio di mascherine poi consegnate ad associazioni, case di riposo e a chi ne aveva bisogno. Per ringraziare, abbiamo pensato di consegnare loro dei semi di zucchine lunghe e Bruno ha chiesto all'amministrazione penitenziaria se era possibile piantarli. Da lì è iniziato tutto".
Finocchi, lattughe, sedano, carciofi, cavolfiori e da poco anche gli avocado. Sei i detenuti ammessi al lavoro esterno (2 all'orto), sono famiglia. Chi aiutava Bruno era lo "chef" del gruppo: cucinava di tutto, pur non avendo un forno. Aveva creato un contenitore per le lasagne, suo orgoglio. Un grande lavoro interno al carcere, direzione, area trattamentale e sicurezza, in team per affrontare criticità e risolverle. Il risultato? Oltre il 50% dei 180 detenuti sono impegnati in attività: corsi di alfabetizzazione, scuola (24 seguono l'Alberghiero), 50 si occupano della preparazione dei pasti, delle pulizie e delle manutenzioni. Vengono retribuiti, e l'impiego è a rotazione. Nessuno viene lasciato solo. Si lavora su recupero, risocializzazione, consapevolezza, dignità. E uno degli indicatori del clima interno al carcere, dove la privazione della libertà personale è dura da accettare con la colpa da metabolizzare, è la quasi assenza di atti autolesionistici. La direttrice Giovanna Maltese, assieme al comandante della polizia penitenziaria, Chiara Morales e alla responsabile area trattamentale Rosetta Noto racconta la fatica, ma anche l'entusiasmo di un impegno volto al recupero. Nel carcere un laboratorio di prodotti caseari, la coop "Sprigioniamo sapori" che produce e vende dolciumi e conserve utilizzando materie prime di eccellenza del territorio. Tutto fatto a piccoli passi, in equilibrio tra sicurezza e recupero, insegnamento e inventiva personale. I detenuti imparano un mestiere, progettano futuro. "Valorizzare tutto il buono che c'è, potenziarlo per evitare che una volta uscito dal carcere, il detenuto torni a delinquere" dice la direttrice. Bruno nell'orto rinasce, impara; quando uscirà vuole coltivare un terreno, fare impresa. A novembre ha visitato un'azienda che coltiva piante tropicali.
"Mi hanno insegnato trucchi utili; qui abbiamo costruito una serra per gli avocado e ora so cosa serve alle piante e come mi devo comportare per farle crescere sane e bene". Al suo fianco, un agronomo, Alessandro Scrofani. Dai suoi insegnamenti ha imparato ad osservare, leggere le piante, riconoscere gli insetti buoni e cattivi perché l'orto "parla". Bioagricoltura. Compost autoprodotto con gli scarti dell'orto. E la rigenerazione delle persone passa dalla rigenerazione degli spazi. I semi dell'orto generano altro: "Ali per volare", una batteria di arnie per la produzione del miele e un piccolo prefabbricato per le galline. Bruno è grato: "In tanti qui hanno creduto in me; prima un corso di operaio edile, poi ho curato il giardino, ora l'orto. So fare tanto - dice - Non mi spaventa più uscire fuori. Libertà, responsabilità, confronto, crescita, fiducia: io mi sento cresciuto e pronto".
di Nuccio Anselmo
Gazzetta del Sud, 29 dicembre 2021
A cinque mesi dal suo insediamento dialoghiamo con la presidente del Tribunale di Sorveglianza, Francesca Arrigo, per un settore della giustizia poco conosciuto.
Quali sono oggi i problemi più gravi che oggi ostacolano il lavoro dei Tribunali di sorveglianza?
"Svolgo le funzioni di magistrato di Sorveglianza dal 2010 e non ho mai avuto la percezione di gravi problemi che impediscono il lavoro del mio Ufficio; abbiamo, a fasi alterne, registrato ritardi nell'acquisizione delle relazioni richieste, ma niente di così grave da ostacolare in modo significativo il nostro lavoro per la trattazione dei procedimenti pendenti. Se poi invece il riferimento è alla effettiva rieducazione del condannato, che però non rientra tra le competenze del Tribunale, ma è obiettivo in generale della pena, anche nelle forme della misura alternativa, questa è legata, oltre che alle caratteristiche personologiche, alle risorse familiari e agli strumenti forniti dai Servizi sul territorio".
Come avete gestito le domande di scarcerazione legate all'emergenza Covid?
"Con la massima serenità, procedendo alle scarcerazioni per ragioni di salute solo in casi davvero critici, nei quali la permanenza in istituto avrebbe potuto arrecare un pregiudizio davvero irreparabile. Si è trattato di scarcerazioni relative a detenuti affetti da gravi patologie, in relazione ai quali sono stati gli stessi sanitari in servizio presso la struttura detentiva ad evidenziare che l'eventuale affezione da Covid sarebbe stata con esito infausto".
Sul giudice di sorveglianza in periodo di pandemia c'è stato, o c'è, secondo lei un peso psicologico maggiore? E le decisioni che riguardano i detenuti con patologie pregresse, quelli più esposti al virus?
"Devo dire che non ho avvertito né in me né nelle colleghe un peso psicologico particolare, abbiamo certo preso atto della situazione, ma è stata gestita con serenità e comunque il numero delle scarcerazioni da "Covid" è stato contenuto nei numeri. Sì, come ho già detto, le scarcerazioni hanno riguardato soggetti con patologie gravi e pregresse".
In Italia i detenuti sono grosso modo il doppio dei posti disponibili, nelle carceri della nostra provincia com'è la situazione?
"Allo stato attuale non registriamo sovraffollamento".
Il carcere oggi è veramente la nostra "extrema ratio" o no?
"Mi sembra di assistere in effetti ad un progressivo ampliamento delle misure alternative e della loro portata applicativa. A titolo estremamente esemplificativo basti pensare alla stabilizzazione della misura di cui alla legge 199/2010, all'innalzamento del limite edittale di pena per fruire del beneficio dell'affidamento in prova e ancora alla eliminazione di alcune preclusioni previste a pena di inammissibilità".
L'immagine italiana del carcere cosa ci dice, e in particolare quelli di Messina e Barcellona cosa ci dicono?
"Il carcere di Messina non registra particolari criticità; è dotato di Sai (è il cosiddetto Servizio assistenza intensificata, n.d.r.) e questo comporta la gestione di detenuti di spessore criminale diverso e maggiore di quelli che dovrebbero invece essere allocati in una casa di reclusione. Il passaggio della medicina penitenziaria all'Asp ha fatto registrare qualche iniziale disservizio, ma vedo una seria volontà di risolvere i problemi, quantomeno a livello locale... quanto al carcere di Barcellona, nel quale insiste una articolazione per la tutela della salute mentale, vi sono analoghi problemi, anche qui in via di risoluzione. Entrambe le strutture sono dirette da persone che hanno cura di offrire attività trattamentale. È noto il progetto teatrale, esistente presso il carcere di Messina-Gazzi e che si sta avviando anche presso il carcere di Barcellona. Vi sono anche altri progetti formativi, bloccati a lungo a causa della pandemia, ma che a breve dovrebbero essere attuali. Sia io che le colleghe frequentiamo personalmente le strutture detentive, certo il carcere non è un luogo ameno... vedo però una comunità in cui i ruoli sono "attenuati" dalla umanità delle persone. Faccio riferimento alla Polizia penitenziaria che nel distretto di Messina, per il quale posso riferire, mi pare nella gran parte collaborativa e soprattutto comunicativa... mi è capitato spesso che i detenuti delle due diverse strutture abbiano speso parole di elogio per il personale di Polizia penitenziaria".
Il carcere è diventato soltanto una "vendetta" della società oggi?
"Non credo che il carcere possa definirsi una vendetta, ci sono persone davvero socialmente pericolose, che hanno bisogno di contenimento e soprattutto di potersi confrontare per comprendere il disvalore delle loro condotte. Non bisogna dimenticare che molti autori di delitto vengono da contesti nei quali il reato non è neanche percepito quale disvalore".
La sua opinione sul tema dell'ergastolo ostativo?
"Penso che tutto ciò che viene cristallizzato e non consente di valutare la situazione concreta non possa dirsi confacente alla prescrizione secondo cui la pena debba avere anche un effetto
rieducativo".
Le norme di cui si discute oggi sono un favore ai boss mafiosi?
"La tendenza è di evitare gli immobilismi delle norme che pongono preclusioni a pena di inammissibilità".
Tre temi cardine dal punto di vista tecnico-giuridico: la discrezionalità della magistratura di sorveglianza, e poi i suoi rapporti con l'amministrazione penitenziaria e la magistratura di merito. Oggi secondo lei si esplicano in maniera corretta oppure no?
"Quanto al profilo della discrezionalità, bisogna intendersi correttamente. La nostra è una discrezionalità "vincolata", nel senso che la valutazione è comunque rigidamente ancorata all'esito dei dati acquisiti, e sul punto evidenzio che cerchiamo di avere informazioni complete e dettagliate. Quanto ai rapporti con l'Amministrazione penitenziaria, sono sempre stati improntati a correttezza, nel rispetto dei ruoli, che vedono certamente la magistratura di sorveglianza con funzioni di controllo. Considerato l'ulteriore profilo, io posso parlare anche alla luce della mia variegata esperienza personale, che è quella di giudice della esecuzione ora e di giudice della cognizione nel passato... non ritengo che si possa parlare di interferenze tra la magistratura che si occupa della cognizione e quella che si occupa della esecuzione, si tratta di fasi diverse temporalmente e nelle quali vengono in valutazione elementi diversi. Il giudice della cognizione deve valutare il fatto di reato, il magistrato di sorveglianza deve invece partire dal fatto, anzi dai diversi fatti di reato per valutare la persona del reo, il suo vissuto e tutti quegli elementi che possono essere utili per comprendere se il soggetto possa o meno fruire di benefici penitenziari".
È soltanto un luogo comune ormai, secondo lei, il concetto che il giudice di sorveglianza "demolisce" le sentenze dei colleghi, oppure ci sono delle correnti di pensiero che ragionano ancora in questo modo?
"In verità non ho mai avuto questa percezione, esiste la previsione legislativa delle misure alternative e in generale dei benefici penitenziari, che devono quindi trovare applicazione. Non mi pare ci sia spazio per parlare di "demolizione" delle sentenze, come ho già detto la magistratura di sorveglianza parte dalla valutazione della sentenza, ma deve tenere conto di tanti altri elementi... forse questo all'occhio del profano della materia può apparire una demolizione".
La figura dell'esperto del Tribunale di sorveglianza secondo lei ha bisogno dei correttivi anche dal punto di vista legislativo oppure va bene così com'è stata delineata? Nella pratica quotidiana viene applicata la previsione legislativa?
"Se la domanda significa se gli esperti hanno un peso nelle decisioni, la risposta è certamente sì... chiaramente nella valutazione del settore di competenza, anzi evidenzio l'importanza del ruolo degli esperti, che con la loro esperienza professionale, di medici, psicologi, assistenti sociali, ci fanno meglio comprendere appunto la persona, che come ho evidenziato è l'entità in valutazione".
La sottile linea di demarcazione tra il fine rieducativo e il fine vessatorio del carcere, e lo sbilanciamento evidente oggi verso il secondo profilo secondo lei come si risolve? Insomma quando il detenuto deve essere rimesso in libertà?
"Quando ha dimostrato di avere avviato, sia pure a livello embrionale, un percorso di revisione critica del vissuto criminale, chiaramente poi la valutazione sarà più rigorosa in relazione anche alla entità della pena espianda e soprattutto al profilo di pericolosità sociale che viene in valutazione...".
Il tema dell'accesso al lavoro è centrale, cosa si deve fare per questo ambito? Cosa pensa dell'accesso al volontariato?
"Certamente una prospettiva lavorativa ha un valore prognostico importante, ma non tutti i condannati ne hanno la possibilità. L'espletamento di attività di volontariato è certamente una valida alternativa, nella misura in cui venga portata avanti con serietà e impegno. Cerchiamo di stare attenti alle attività di volontariato o alle attività lavorative di "facciata", acquisendo informazioni di Ps prima della concessione dei benefici e relazioni Uepe quanto all'effettivo svolgimento delle attività".
Uno dei principali problemi secondo molti addetti ai lavori è la tempistica delle decisioni, cosa si può fare per rendere più celeri le vostre decisioni, è solo una questione di organici?
"Non ho mai pensato alla tempistica delle decisioni come un problema del mio ufficio, è successo che certamente nel periodo dell'emergenza Covid la gran parte dei procedimenti ha subito rinvii d'ufficio, ma non per disservizi, bensì per previsione legislativa volta ad evitare il diffondersi del contagio... i procedimenti pendenti presso il mio ufficio allo stato sono tutti fissati e contenuti nel tempo. È poi possibile che il singolo procedimento possa subire rinvii per la necessità di acquisire relazioni che tardano ad arrivare, ma si tratta di variabili esterne al mio Tribunale. Ho recentemente sottoscritto un protocollo con l'Uepe di Messina proprio per evitare inutili udienze e ottimizzare le risorse in atto esistenti".
Le è mai accaduto di aver preso decisioni di cui poi si è pentita?
"No".
tenews.it, 29 dicembre 2021
Verranno organizzati, inoltre, momenti di sensibilizzazione sulle tematiche carcerarie, in collaborazione con altre realtà e con il coinvolgimento delle scuole. "La situazione sanitaria non può fermare l'azione dei volontari. E all'interno delle normative anti-contagio sarà possibile continuare le attività educative e di assistenza".
Con queste parole Licia Baldi, presidente di Dialogo l'associazione elbana di volontariato di giustizia, esprime soddisfazione a conclusione dell'incontro avuto nei giorni scorsi presso la Casa di reclusione di Porto Azzurro, con il Direttore dott. Francesco D'Anselmo, con le educatrici Giuseppina Canu e Sara Aiosi e con la vice comandante Ruggiero della polizia penitenziaria.
"È stato un incontro - continua Baldi - caratterizzato da reciproco ascolto e autentico confronto, necessari perché la vicinanza e la condivisione da parte dell'istituzione penitenziaria sono elemento essenziale per la realizzazione di qualsiasi programma e progetto che il volontariato si prefigga di attuare".
I volontari hanno presentato il programma di attività che si svolgeranno sia all'interno che all'esterno del carcere. Una parte di primo piano spetta ai colloqui personali con i detenuti, a cui, per il momento, si dedicano due persone, in attesa dell'autorizzazione per un terzo volontario. Sul versante formativo, strumento primario di crescita personale, l'Associazione cerca di offrire occasioni culturali attraverso la scuola, il teatro e la biblioteca. Continua quindi l'attività di supporto scolastico agli stranieri (alfabetizzazione) e quello agli universitari (progetto UniversAzzurro). L'organizzazione e la fruizione della biblioteca, per la quale si auspica una più adeguata collocazione, rivestono una grande importanza per la riflessione e la conoscenza.
Un contributo alla comunicazione e socializzazione viene dal progetto Teatro, un'esperienza consolidata che vede il coinvolgimento di studenti di Piombino (alternanza scuola lavoro) e di ospiti della cooperativa Altamarea di Portoferraio. Il progetto si inserisce nel più ampio progetto regionale e nazionale di teatro in carcere. Un altro progetto è "Il verde tra le mura", con attività teorico-pratiche di orticultura e giardinaggio. Un modo per favorire la crescita personale è la meditazione, attraverso un corso che pone attenzione alla creatività e alla conoscenza di sé. Nel 2022 prenderanno il via due nuovi progetti: "Scacchi al Forte" e il corso di Inglese.
Continua l'attività di reperimento e distribuzione del vestiario e dei prodotti per l'igiene personale, in modo da venire incontro a chi si trova in situazione di bisogno. Vale la pena ricordare che la metà della popolazione detenuta è di origine straniera. Inoltre, Dialogo cercherà di sostenere le persone che si dedicano all'artigianato, con l'obiettivo di poter organizzare una mostra, come avvenuto più volte in passato. Per quanto riguarda le attività esterne, nella casa di via Bechi a Portoferraio i volontari continueranno ad occuparsi di accoglienza e ospitalità sia per i familiari che accedono ai colloqui che per i detenuti che fruiscono di permesso premio.
Verranno organizzati, inoltre, momenti di sensibilizzazione sulle tematiche carcerarie, in collaborazione con altre realtà e con il coinvolgimento delle scuole. "Tutto questo - dichiara la presidente Licia Baldi - lo intendiamo come il nostro contributo di cittadini per l'attuazione della Costituzione Italiana, nello specifico dell'art.27 che mette al centro la dignità della persona condannata e, quindi, l'aspetto rieducativo e riabilitativo". L'associazione Dialogo, come si vede, è impegnata in diverse attività e lancia un appello: c'è spazio per altre persone, giovani e meno giovani, che vogliano impegnarsi anche solo un'ora a settimana. Sicuramente un'occasione di crescita che verrà favorita attraverso momenti formativi basati soprattutto sulla condivisione delle esperienze. Per contatti: scrivere a
- Saluzzo (Cn). Detenuti donano pasta e dolci alla mensa della Caritas
- Firenze. Teatro in streaming per un ponte tra il carcere e la città
- Larino (Cb). "Viaggio nel Molise", concluso il progetto realizzato nel carcere
- Trani. "Rock oltre le sbarre", musica e umanità nel carcere
- Spettacolo teatrale nel carcere di Carinola: presente anche il Garante regionale dei detenuti









