di Riccardo Noury
Il Domani, 5 agosto 2021
La vicenda di Ikram Nazih, la ragazza italo-marocchina condannata a tre anni di carcere al suo rientro in Marocco per un post giudicato blasfemo, pubblicato due anni prima e rimasto online non più di 15 minuti, e sulla quale Domani sta portando avanti un'importante campagna di sensibilizzazione e informazione, ci può aiutare a conoscere meglio un contesto repressivo assai più ampio, praticamente globale. Oltre che in Marocco, in almeno altri 80 stati sono in vigore leggi che criminalizzano la blasfemia, definita nei codici penali come reato di "offesa alla religione", "offesa ai sentimenti religiosi", "offesa alle figure sacre della religione" e in altri modi ancora.
Se nella maggior parte di questi stati è applicata la shari'a o l'Islam è la principale o esclusiva religione riconosciuta, non mancano eccezioni rilevanti: l'India e la Russia su tutte, dove le religioni dominanti influenzano le leggi e sono in strettissimo rapporto con poteri autoritari. A proposito della Russia, basti ricordare la vicenda del gruppo punk femminista Pussy Riot, tre artiste del quale nel 2012 vennero condannate a due anni di carcere per "teppismo motivato da odio religioso", per aver messo in scena nella cattedrale di Cristo Re a Mosca uno spettacolo ritenuto blasfemo nei confronti della chiesa ortodossa. Per inciso, in Italia la blasfemia non è più un reato solo dal 1999: da allora è considerato un illecito amministrativo, punito con una sanzione che può superare i 300 euro. Persino nel mondo del calcio, non è raro che un calciatore che bestemmi sul campo di gioco sia punito con una giornata di squalifica: è quanto è successo nell'ultimo campionato di serie A, tra gli altri, al calciatore della Roma Brian Cristante e a quello della Lazio Manuel Lazzari. In almeno quattro stati - Mauritania, Brunei, Iran e Pakistan - e in quelli settentrionali della Nigeria, per il reato di blasfemia è prevista addirittura la pena di morte. Quello del Pakistan, dove la sezione 298-C del codice penale è applicata decine di volte all'anno senza che per fortuna vengano eseguite condanne a morte, è il caso più evidente da cui arriva la storia più conosciuta al mondo: quella di Aasia Bibi, la donna di religione cristiana che per quasi 10 anni ha rischiato che venisse eseguita la condanna a morte, infine annullata.
Le organizzazioni per i diritti umani denunciano da decenni come le norme contro la blasfemia vigenti in Pakistan siano utilizzate per vendetta personale, per dispute private, sulla base di accuse del tutto inventate così come per punire, oltre ai cristiani, anche gruppi islamici considerati eterodossi, come la comunità ahmadiyya.
Almeno altri due casi nel mondo sono diventati noti a seguito dell'impegno delle organizzazioni per i diritti umani. Il primo è quello di Mohammed Mkhaïtir, un attivista della Mauritania arrestato all'inizio del 2014 e condannato a morte per aver pubblicato su Facebook un post giudicato blasfemo, nel quale aveva criticato l'uso della religione per giustificare pratiche discriminatorie contro la casta cui apparteneva. La condanna è stata annullata solo alla fine del 2017. Rischia invece ancora la pena di morte, anche se per il momento una prima condanna è stata annullata, il giovane cantante nigeriano Yahya Sharif Aminu, giudicato blasfemo contro il profeta dell'Islam per estratti di suoi brani che aveva fatto circolare via WhatsApp. In ciascuno di questi casi, ed è comunque una costante nei tre stati menzionati, vi è stata una forte pressione nei confronti delle autorità affinché emettessero condanne esemplari: Yahya Sharif Aminu è stato arrestato dopo che una folla di facinorosi aveva assaltato la sua abitazione, Mohammed Mkhaïtir ha continuato a ricevere minacce da parte di gruppi di fanatici pronti ad eseguire loro stessi la condanna a morte annullata. In Pakistan, coloro che si opponevano alle leggi sulla blasfemia (avvocati e persino ministri) sono stati assassinati e la stessa Aasia Bibi è stata costretta all'esilio.
Dunque, quello di Ikram Nazih, lungi dall'essere isolato, è piuttosto l'ennesimo grave caso di uso sproporzionato delle norme contro la blasfemia. Ci ritroviamo la tendenza dei governi a rafforzare il consenso utilizzando norme a protezione della religione di stato e, soprattutto, la conferma che i profili social sono sotto costante monitoraggio: quando non fa prima qualche zelante credente che segnala, ci arrivano i sempre più numerosi guardiani e spioni della rete.
Nelle vicende delle Pussy Riot e di Mohammed Mkhaïtir le leggi contro la blasfemia sono state usate per intenti evidentemente politici; in quella di Aasia Bibi e in decine analoghe alla sua, per perseguitare una minoranza religiosa; in quelle di Yahya Sharif Aminu e di Ikram Nazih per punire, ricorso a un verso di Franco Battiato, "un po' di leggerezza e di stupidità". In ogni caso, quando un governo criminalizza l'offesa alla religione non è mai un buon segno. Le storie che ho raccontato si sono concluse con assoluzioni o mitigazioni delle condanne. C'è da sperare che, anche nel caso di Ikram, alla spietatezza del giudice di primo grado seguano la clemenza e la saggezza del giudice d'appello.
di Maso Notarianni
Il Domani, 5 agosto 2021
Ci sono 800 persone che stanno ancora aspettando di essere sbarcate, perché le autorità non hanno ancora assegnato un porto. La situazione sulle navi di Sos Méditerranée e di Sea-Watch è diventata più che insostenibile, pericolosa. L'Europa deve immediatamente riattivare un sistema di ricerca e soccorso, sul modello di Mare Nostrum.
Oggi non si rischia né pioggia e né vento, oggi non si sogna di navigare, oggi il mare lo andiamo a salutare" (Buontempo, Ivano Fossati). C'era "buontempo" sulle coste della Libia la scorsa settimana. Per questo centinaia di persone sono scappate sulla spiaggia e sono salite sulle imbarcazioni più o meno di fortuna, più o meno organizzate da scafisti e trafficanti, per attraversare quel mare che assomiglia sempre più a un cimitero maledetto e sconsacrato.
Per cercare chi un poco di speranza, chi di salvezza, chi la pace. Quattrocentocinquanta di loro, nella notte tra giovedì e venerdì scorso hanno avuto la buona sorte di incrociare delle navi. Delle navi civili che fanno quello che l'Italia, Malta e l'Europa intera si rifiutano incredibilmente di fare: salvare vite. Altre centinaia, probabilmente, non sono state altrettanto fortunate. Perché per una scelta disumana e criminale i governi europei, quello italiano in primis, impediscono alle navi della marina e della guardia costiera di intervenire con dei salvataggi se non in prossimità delle coste, di poco fuori dalle proprie acque territoriali.
A una settimana da quella notte, ci sono 800 persone che stanno ancora aspettando di essere sbarcate, perché le autorità non hanno ancora assegnato un porto, e la situazione sulle navi di Sos Méditerranée e di Sea-Watch è diventata più che insostenibile. Pericolosa. "La situazione - dicono da Sea Watch - continua a peggiorare drammaticamente. Molte persone sono disidratate fino al collasso, altre hanno ferite infette o infezioni della pelle. Per tutte le persone a bordo chiediamo alle autorità l'assegnazione immediata di un porto sicuro". Dalla Ocean Viking di Sos Méditerranée confermano la pericolosità della situazione a bordo: "Con l'aumento delle onde e il caldo soffocante, le condizioni fisiche dei naufraghi su Ocean Viking stanno peggiorando. Continuiamo a valutare, curare e monitorare i pazienti, ma tutti i sopravvissuti devono sbarcare in un porto sicuro il prima possibile".
Il governo italiano invece fa il minimo, e per evitare pesanti condanne concede evacuazioni mediche solo per chi è in imminente pericolo di vita. Il salvataggio in mare non è più considerato un'emergenza e nessuno si preoccupa del fatto che, mentre queste navi stanno ferme in attesa di sbarcare i naufraghi salvati, ci sono altre centinaia di naufraghi che nessuno salverà dalla morte per annegamento o dalle torture nei campi in Libia.
"A bordo di queste navi ci sono persone che hanno già sofferto fin troppo: abusi, violenze, poi lo shock del viaggio in mare. Non devono passare un minuto più del necessario sul ponte di una nave", dicono da bordo della nave Resq People, della "nuova" organizzazione ResQ, che sta per salpare dalla Spagna verso il Mediterraneo centrale. Il punto, ha ragione il deputato Erasmo Palazzotto (Leu), è che "grazie alle poche navi civili di soccorso ancora presenti, molte tragedie sono state scongiurate, ma che il peso e la responsabilità dei soccorsi sia interamente lasciato a loro è inaccettabile". L'Europa deve immediatamente riattivare un sistema di ricerca e soccorso, sul modello di Mare Nostrum, se non vuole passare alla storia - non sarebbe la prima volta - come mostruoso carnefice.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 5 agosto 2021
Come previsto l'Italia continuerà ad addestrare la cosiddetta Guardia costiera libica. Dopo il voto della Camera ieri è arrivato il via libera anche da parte del Senato alla risoluzione del governo sulle missioni internazionali, compresa quella che prevede, con una spesa di 10,5 milioni di euro, il supporto ai miliziani di Tripoli. Contro questa missione, per la quale si proceduto con un voto separato, si sono espressi 25 senatori e uno si è astenuto.
Protesta delle opposizioni per essersi vista negata la possibilità di votare una risoluzione firmata dall'ex M5S Gregorio De Falco e da altri dieci senatori e con la quale si chiedeva di bloccare sia i finanziamenti alla cosiddetta Guardia costiera libica che quelli alle missioni navali Irini, Mare sicuro ed Eubam Lybia esclusivamente nelle parti in cui sono previsti finanziamenti e addestramento diretti alla Marina del Paese nordafricano. "La risoluzione è stata estromessa dalla votazione", ha protestato De Falco dopo aver ricordato che i miliziani di Tripoli sono di fatto sotto il comando della Turchia. I senatori di Alternativa c'è hanno poi occupato i banchi del governo, cosa che ha portato la presidente di turno Anna Rossomando a sospendere la seduta per cinque minuti.
"Invece di criminalizzare chi salva le persone in mare - ha detto la senatrice Emma Bonino alla ripresa del dibattito - noi dobbiamo spezzare qualunque connivenza a terra sul territorio libico. Tutti sappiamo cosa succede: chiunque venga salvato viene riportato nei lager, si chiamano così". Contro la "Scheda 48", quella relativa all'addestramento della Guardia costiera libica, hanno votato anche i dem Verducci, Nannicini e D'Arienzo. Italia viva ha invece votato a favore della risoluzione del governo anche se per la vicecapogruppo Laura Garavini "il nostro impegno in Libia va rivisto e ripensato".
di Mario Deaglio
La Stampa, 5 agosto 2021
Adam Smith, considerato - con qualche esagerazione - il padre dell'Economia politica, sosteneva giustamente che il pane non ci deriva dalla benevolenza del fornaio, bensì dalla sua previsione della vendita di quest'alimento a un determinato prezzo. Nell'orizzonte di Smith era implicito che il fornaio non doveva avvelenare la farina: sarebbe stato impiccato sulla pubblica piazza. Tra i molti, Luigi Einaudi era fautore di tassazioni di emergenza in periodi di emergenza.
Oggi ci limiteremmo a imporre al fornaio una multa salata se il suo pane risultasse comunque adulterato, ma il principio è lo stesso: l'esistenza di un confine tra libertà individuale e interesse collettivo è sempre stata riconosciuta tranne che dal liberismo più intransigente, purtroppo in forte ascesa in tempi recenti - ma non recentissimi - soprattutto negli Stati Uniti.
Questo limite è particolarmente evidente in periodi di emergenza. Durante la seconda guerra mondiale, per contrastare il pericolo dei bombardamenti notturni sui centri abitati veniva imposto, in ogni Paese, che fosse o meno democratico, l'oscuramento: chi avesse violato l'oscuramento tenendo in casa propria le luci accese e le finestre spalancate - rendendo così chiaramente visibile l'agglomerato urbano agli aerei nemici - sarebbe sicuramente stato non solo arrestato ma forse, se recidivo, pure condannato per alto tradimento.
La situazione attuale ricorda questi "lockdown notturni" di settantacinque anni fa, con le finestre sbarrate e i rifugi antiaerei: l'emergenza virus, infatti, appare sicuramente paragonabile a un'emergenza bellica, per molti versi ancora più pericolosa delle bombe sganciate al buio. Il Covid-19 è un nemico da sterminare, altrimenti sterminerà noi. Del resto, il numero dei morti da Covid-19 comincia a gareggiare con quello dei civili uccisi nei bombardamenti proprio nell'ultimo conflitto mondiale.
La lotta al Covid- 19 richiede limitazioni particolarmente dure alle libertà individuali precisamente perché non è un nemico umano che mi colpisce solo se vuole: il coronavirus colpisce sempre, senza un piano definito per una sorta di riflesso condizionato e quindi, per il solo fatto di respirare senza mascherina, se sono infetto senza saperlo, posso far morire un'altra persona che mi passa vicino.
Certo, la conoscenza minuta degli esseri umani e dei loro comportamenti resa possibile dall'elettronica dei nostri giorni fa sorgere la prospettiva di un uso improprio, o addirittura criminale, dei dati personali. Lo dimostra, tra l'altro, l'attacco di pirati informatici alla Regione Lazio e i controlli sulle società che operano mediante Internet sono sicuramente tutti da riscrivere non solo per quanto riguarda il trattamento fiscale ma anche, tra l'altro, per quello dei dati personali. Il che dovrebbe andare in parallelo a comportamenti temporaneamente obbligatori contro il Covid-19: pur molto diverse tra loro, rappresentano le frontiere della libertà dei nostri giorni.
padovaoggi.it, 5 agosto 2021
Gabriele Vacis, con gli attori della Compagnia Matricola Zero, sono impegnati nel laboratorio di teatro in carcere con i detenuti dell'alta sicurezza. "Non può esserci giustizia dove c'è abuso, non può esserci rieducazione dove c'è sopruso" parole, queste pronunciate dal premier Mario Draghi dopo la visita al carcere di Santa Maria Capua Vetere, imprescindibili anche per il Teatro Stabile del Veneto che proprio in questi giorni è impegnato in un progetto di formazione presso la Casa Circonadriale "Due Palazzi".
A lavorare con i detenuti dell'alta sicurezza del carcere padovano sono il regista Gabriele Vacis e gli attori della compagnia Matricola Zero per un laboratorio teatrale che mette al centro tematiche come la relazione, l'ascolto e la fiducia e in cui il teatro diventa il mezzo attraverso cui esplorare le proprie potenzialità e il proprio modo di stare con gli altri.
Il progetto organizzato dallo Stabile del Venetgo si inserisce nel più ampio programma nazionale "Per Aspera ad Astra" promosso da Carte/Blanche Compagnia Teatrale della Fortezza di Volterra e sostenuto da Acri con Fondazione Cariparo e giunto ormai alla sua quarta edizione. Nel corso del laboratorio che, oltre alla presenza eccezionale di Vacis per le giornate dal 14 al 16 luglio con un focus dedicato all'azione del camminare, vede la collaborazione di Maria Celeste Carobene, Alice Centazzo, Marco Mattiazzo, Federica Chiara Serpe e Leonardo Tosini nel ruolo di formatori teatrali, si arriverà alla realizzazione di una drammaturgia originale con il coinvolgimento dei detenuti.
cronachepicene.it, 5 agosto 2021
Anche quest'anno l'amministrazione comunale di San Benedetto del Tronto ha deliberato il sostegno al progetto, proposto dai volontari dell'associazione "Il Germoglio Onlus", per impiegare alcuni detenuti nella cura e manutenzione dei giardini pubblici e delle aree comunali.
I detenuti, alcuni agli arresti domiciliari, durante questa estate vengono impiegati sotto la vigilanza dei volontari dell'associazione che operano su autorizzazione dei competenti uffici del Ministero della Giustizia e la supervisione del personale del Servizio Aree verdi del Comune.
"E' questo il terzo anno che sosteniamo il progetto - dice l'assessore alle politiche sociali Emanuela Carboni - perché l'esperienza ci insegna che queste persone ricevono benefici dall'impegno per la collettività e dimostrano, in primo luogo a loro stessi, che è possibile una ripartenza dopo l'esperienza del carcere. Ringrazio la cooperativa Il Germoglio e il suo presidente Cosimo Bleve per essersi impegnati in questo percorso sicuramente non facile ma che dà, come abbiamo verificato, ottimi risultati."
di Giuliano Battiston
Il Manifesto, 5 agosto 2021
La situazione resta tragica a Lashkargah con i civili intrappolati nelle loro abitazioni. I Talebani continuano l'offensiva militare su alcuni capoluoghi di provincia, specie a Lashkargah, nella provincia meridionale dell'Helmand, ma le città si ribellano al grido di "Allah Akbar", "Dio è grande".
L'iniziativa è partita tre notti fa a Herat, dopo che le forze speciali ne avevano sventato la conquista. Dai tetti delle case, di sera, si sono rincorse le invocazioni: "Allah Akbar, Allah Akbar, Allah Akbar". Per lunghi minuti le voci dei residenti, bambini e adulti, uomini e donne, si sono accavallate. Invocano aiuto e protezione, ma allo stesso tempo protestano: contro i Talebani. La protesta ieri si è diffusa in molte altre città, fino a diventare la più importante mobilitazione della società dai tempi delle "marce per la pace".
Le voci non si sono però alzate a Lashkargah. I civili sono intrappolati da giorni nelle loro abitazioni. Pensano a salvarsi. Si combatte dentro la città, "a poche centinaia di metri" dal nostro ospedale, riferisce il personale di Emergency. Anche ieri gli Stati Uniti hanno bombardato postazioni e depositi dei Talebani nella periferia di Lashkargah. I bombardamenti sono uno dei pochi mezzi a disposizione per frenare l'avanzata talebana. Ma causano vittime civili e sono una risorsa limitata. Soprattutto dopo il 31 agosto, data entro la quale anche l'ultimo soldato sarà rientrato negli Stati Uniti. Cosa accadrà dopo, quanto e come Washington vorrà e potrà controllare dal cielo l'avanzata territoriale dei Talebani è tutto da vedere. Per ora si guadagna tempo per permettere alle forze di sicurezza e al governo di riprendere il controllo della situazione.
Il Presidente Ashraf Ghani in un discorso alle Camere riunite del Parlamento ha detto che entro sei mesi la situazione tornerà stabile. Per poi criticare la "scelta improvvisa" di Washington sul ritiro. Ieri è stata diffusa la notizia che Mawlawi Talib, uno dei comandanti Talebani che coordinano l'assalto a Lashkargah, sarebbe tra i 5.000 prigionieri rilasciati dal governo nel 2020. L'accordo bilaterale tra Washington e i Talebani firmato a Dona nel febbraio 2020 prevedeva il rilascio dei detenuti. Kabul non era parte di quell'accordo, ma il presidente Ghani, dopo aver tentato a lungo di resistere, ha ceduto alle pressioni americane. Gli era stato assicurato che quei detenuti non sarebbero tornati sul campo di battaglia e che il loro rilascio avrebbe favorito il negoziato con i Talebani.
Il dialogo intra-afghano è cominciato nel settembre 2020, ma non ha prodotto nulla di concreto. E parte di quei detenuti ora combattono le forze governative. I Talebani hanno rivendicato anche l'autobomba di ieri contro la residenza di Kabul del ministro della Difesa, Bismillah Khan, antagonista di lungo corso. L'attentato ha causato almeno 8 morti. Poco prima, nella casa del ministro c'era anche Ahmad Masud, figlio del "leone del Panjshir" e uno dei politici che da mesi chiama alla mobilitazione nazionale per una "seconda resistenza".
L'offensiva per la conquista dei capoluoghi di provincia prosegue anche al nord. Ieri i Talebani hanno cinto d'assedio la città di Shebergan, nella provincia di Jowzyan, feudo del maresciallo Dostum. Da mesi in Turchia, nelle scorse ore si sono moltiplicate le voci su un suo possibile rientro. Mira a imitare le gesta di un altro ex signore della guerra, Ismail Khan, che ha mobilitato uomini e mezzi per aiutare le forze di sicurezza a resistere all'assalto dei Talebani nella città di Herat. Ma Dostum potrebbe essere meno fortunato: distretti e province settentrionali sono caduti come birilli, nelle scorse settimane.
Il suo intervento, sempre che arrivi, potrebbe essere tardivo. L'offensiva militare continua, ma la leadership talebana continua a dirsi pronta al negoziato. L'inviato speciale Usa Zalmay Khalilzad, artefice dell'accordo di Doha, ammonisce: se arrivano al potere con la forza, quello dei Talebani sarà un governo pariah. L'inviato dell'Unione europea minaccia il taglio dei fondi. Ma più passa il tempo, più territorio conquistano, maggiori saranno le loro richieste. Ora non si accontentano più della metà del potere. Pensano di avere diritto al 70-80 per cento. Così sostiene tra gli altri l'ex capo dei servizi segreti e candidato alla presidenza, Rahmatullah Nabil. Lo conferma indirettamente anche Khalilzad.
I talebani pensano di usare anche con gli afghani la strategia adottata con gli americani: usare la leva militare per ottenere concessioni politiche. Ma potrebbero aver fatto male i conti, dimenticando che nel Paese non ci sono solo territori da conquistare, ma anche una popolazione civile. Determinata, soprattutto nelle città, a non farsi soggiogare o sottomettere. Le invocazioni serali, gli "Allah Akbar" che si rincorrono sui tetti e per le strade, dove giovani e adulti indossano la bandiera nazionale, sono un segnale inequivocabile, anche se forse effimero: sul piano militare i Talebani sono forti, ma debolissimi su quello sociale.
Con la loro insistenza sull'opzione militare, con la loro violenza che, torna a denunciare Human Rights Watch, si fa spesso rappresaglia, stanno facendo un favore al nemico principale, il governo di Kabul. Non gode di grande legittimità agli occhi della popolazione, ma si sta rafforzando grazie alla crescente opposizione ai Talebani. Che ieri hanno reso pubblico un comunicato in cui dicono che quegli "Allah Akbar" sono falsi. Al contrario, servono a dire che c'è un altro Islam oltre a quello con cui i Talebani giustificano il loro jihad. Sempre meno comprensibile ora che le truppe straniere si ritirano.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 4 agosto 2021
La restrizione dei colloqui, diventata necessaria per la pandemia, sta creando in diversi bambini delle problematiche psicologiche, molti avvocati denunciano questa discriminazione e chiedono che il divieto venga tolto. Mentre, con tutte le accortezze necessarie per proteggersi dal Covid, i colloqui in carcere sono stati ripristinati, i bambini dei detenuti al 41 bis sono ancora obbligati ad effettuarli dietro un vetro divisore. Sono passati oramai due anni da questa restrizione diventata necessaria nel periodo emergenziale, ma sta creando in diversi bambini delle problematiche psicologiche dovute dall'assenza dei contatti fisici con i propri padri reclusi in regime duro.
di Andrea Pugiotto
Il Manifesto, 4 agosto 2021
Il 29 luglio cadeva il quinto anniversario della scomparsa di Alessandro Margara, ricordato da La Società della Ragione e dall'Archivio Margara - come ogni anno - con un seminario ispirato alle sue battaglie di scopo. Se la toponomastica serve a coltivare la memoria collettiva, lascia increduli che la sua città, Firenze, non gli abbia ancora dedicata una via o una piazza.
di Giusy Santella
mardeisargassi.it, 4 agosto 2021
La violenza non è il solo problema in carcere: questo è quanto emerge dal Rapporto di metà anno presentato il 29 luglio dall'Associazione Antigone. In un momento in cui il carcere è tornato nel dibattito pubblico, i dati diffusi ci invitano ad andare al di là delle immagini della mattanza di Santa Maria Capua Vetere e a portare avanti una riflessione più ampia sul tema delle condizioni di detenzione, a cominciare dall'endemico problema del sovraffollamento.
- "La morte di Lamine Hakimi va chiarita". Interrogazione parlamentare di +Europa
- Giustizia, primo sì ma la maggioranza va in direzioni opposte
- Violenze nelle carceri: iniziati i lavori della Commissione ispettiva DAP
- Il punto debole di una riforma necessaria
- Giustizia, i 5S rivendicano la riforma del processo penale. Scontro sul silenzio stampa dei pm











