di Vittorio Sabadin
La Stampa, 27 dicembre 2021
Robert Maudsley è considerato estremamente pericoloso, deve essere sorvegliato a vista 24 ore al giorno. Robert Maudsley, il più pericoloso serial killer del Regno Unito, morirà da solo in una cella di vetro costruita nei sotterranei della prigione HMP Wakefield, dopo che il tribunale ha respinto la sua richiesta di scontare l'ergastolo insieme agli altri detenuti. Maudsley è considerato estremamente pericoloso, e come l'Hannibal Lecter del "Silenzio degli innocenti" e il Raoul Silva di "Skyfall", deve essere sorvegliato a vista 24 ore al giorno.
Il serial killer, che ha 68 anni, trascorrerà il resto della sua vita in una cella trasparente di 5,5 per 4,5 metri, costruita appositamente per lui e protetta da vetri a prova di proiettile. Vi passerà 23 ore al giorno, dormirà su una lastra di cemento e si servirà di un wc e di un lavandino imbullonati al pavimento. Avrà anche un tavolo e una sedia di cartonato, non usabili per colpire qualcuno. L'acronimo HMP per la prigione di Wakefield sta per "Her Majesty Prison Service", un servizio il cui obiettivo, come dichiarato, è "servire il pubblico tenendo in custodia coloro che sono stati condannati dai tribunali" e "prendersi cura di loro con umanità, aiutandoli a condurre una vita rispettosa della legge e utile in custodia e dopo il rilascio".
Ma con Maudsley non c'è modo di essere umani, hanno sostenuto i dirigenti della prigione. Ha ucciso in modo feroce cinque uomini tra il 1974 e il 1978, quattro dei quali pedofili e uno assassino della moglie. Il primo omicidio lo commise nel 1974, a 21 anni, uccidendo a Londra un John Farrell che gli aveva mostrato foto di bambini dei quali aveva abusato sessualmente. Maudsley si consegnò alla polizia, ma a causa del suo stato mentale non venne ritenuto idoneo a sostenere un processo. Fu invece mandato al Broadmoor Hospital, un ospedale psichiatrico che dal 1863 ospita i detenuti più pericolosi d'Inghilterra.
Tutto andò bene per alcuni anni, finché al Broadmoor non fu ricoverato anche David Francis, un molestatore di bambini. Maudsley e il suo compagno di prigionia David Cheeseman si chiusero in una cella con Francis, e lo torturarono a morte appendendo poi il suo corpo a un gancio perché le guardie lo vedessero. Condannato per omicidio, Maudsley fu portato a Wakefield, dove la sorveglianza e le guardie non riuscirono a impedirgli di commettere altri due delitti. Per primo strangolò e pugnalò Salney Darwood, 45 anni, che era stato appena incarcerato per aver ucciso sua moglie. Nascose il corpo della vittima sotto il letto e riuscì ad entrare nella cella di Bill Roberts, 56 anni, che aveva abusato sessualmente di una bambina. Lo accoltellò al corpo e al cranio con un coltello che si era costruito piegando del metallo, e poi gli sbatté la testa contro il muro.
Il tribunale lo condannò all'ergastolo con la raccomandazione che non fosse mai rilasciato. Secondo il "Daily Star", nel suo appello ai giudici con il quale chiedeva condizioni di carcerazione migliori, Maudsley aveva chiesto di poter avere la compagnia di un pappagallo oltre a quella degli scarafaggi e delle mosche, di poter vedere la televisione e sentire nastri di musica classica. Se il servizio carcerario avesse detto di no, allora avrebbe voluto una pillola di cianuro. Non ha avuto né il pappagallo né il cianuro, ma una cella trasparente per il resto dei suoi giorni.
di Andrea Riccardi
Il Domani, 27 dicembre 2021
"Bambini invisibili, tratta dei minori e stato civile in Africa", libro di San Paolo edizioni a cura di Adriana Gulotta, racconta la storia di tanti bambini e bambine, ma anche di giovani e adulti, che, di fronte alla vita, si ritrovano senza nome e cittadinanza. Si concentra in particolare sull'Africa, mostrando come, con un lavoro paziente, a mani nude, non sia impossibile contrastare un destino di anonimato dalla nascita, da cui non è facile riscattarsi.
Dei 125 milioni di bambini che ogni anno nascono nel mondo, un terzo non viene iscritto allo stato civile: una fascia della popolazione che, annualmente, vede perpetuata una sorte di esclusione. Questa è la vicenda dei bambini "invisibili", che diventano minori venduti, piccoli schiavi buoni per ogni mestiere, anche i più rischiosi, compreso quello del sesso, ma anche bambini soldati, manodopera a basso costo e di facile gestione (meglio degli adulti), fornitori di organi per i trapianti (e quindi condannati a morte), lavoratori domestici senza diritti e spesso retribuzione... gente destinata a essere sfruttata in ogni modo.
Ci si sofferma in genere sui casi singoli, sui gruppi di sfruttati, ma qui si va al cuore di quello che è il meccanismo di esclusione: la mancanza di un'identità legalmente riconosciuta dallo stato, per cui - come si legge nel libro - "non si fa parte della popolazione della propria nazione, non si può essere iscritti a scuola, né usufruire dei servizi sanitari, si è più vulnerabili allo sfruttamento e agli abusi".
Le conseguenze sulla vita dei singoli, bambini prima e adulti poi, sono tante, ma un'unica esclusione è alla base di tutto. Il libro rappresenta drammaticamente la carenza fondamentale di tanti piccoli di fronte al proprio futuro: esistono, ma non sono riconosciuti; vivono ma sono invisibili; il loro nome non ha rilievo legale e significato per la società e le sue istituzioni. Un popolo di invisibili vive nel mondo. Adriana Gulotta, curatrice del lavoro, fin dall'introduzione ci ricorda che non si tratta di una storia solo africana, ma di molti paesi del mondo: dai Rohinghya, "il popolo mai registrato dell'Asia", ai bambini indocumentados al confine con gli Stati Uniti, prime vittime di quell'esodo della disperazione e della speranza di migliaia di centroamericani che salgono dal sud verso gli Stati Uniti, e tanti altri. Anche a livello internazionale, si è ormai consapevoli che la tratta dei minori è una nuova schiavitù: un popolo di dieci milioni di bambini e adolescenti nel mondo. Se perdono la memoria di chi sono ancora o non l'hanno maturata, finiscono dispersi nel caos del mondo. Senza documenti, sono senza patria. La registrazione allo stato civile è tutt'altro che una banalità o un rito scontato. È la memoria oggettiva e legale di una persona esistente in una comunità nazionale, al di là della coscienza del soggetto o dei suoi familiari. A chi vive nei paesi europei l'iscrizione allo stato civile appare una normalità quasi un'ovvietà, anche se - nei casi in cui non avviene - si constatano le conseguenze davvero negative che ne derivano. E invece essa rappresenta non solo il fondamento soggettivo della propria esistenza legale e sociale, dei diritti e dei doveri, ma è anche un elemento decisivo perché un agglomerato di fatto divenga una società civile, con una base giuridica e con la presenza di istituzioni democratiche. Il voto, ad esempio, è strettamente connesso alla cittadinanza.
Il libro mostra, attraverso tante storie dolorose, le conseguenze dell'assenza di registrazione allo stato civile. Si può dire: si nasce, ma si vive in modo dimezzato. Le testimonianze sulla realtà provengono da attori sul territorio connessi all'impegno della Comunità di Sant'Egidio e del programma Bravo! (Birth registration for all versus oblivion!). Non racconta semplicemente casi limite, vicende dolorose, di un costume che si fa fatica a cambiare, istituzioni che non funzionano... Già sarebbe meritevole. È anche la storia di una "rivolta" contro la realtà dei bambini invisibili che le comunità di Sant'Egidio incontrano quotidianamente in Africa e in altri paesi del mondo.
Questa rivolta non è solo una denuncia, ma anche uno studio laborioso e appassionato per aiutare le istituzioni civili a farsi carico di questa domanda di vita. La rivolta è stata paziente, fatta di competenze acquisite e di capacità di collaborazione e di servizio alle istituzioni. Perché c'è bisogno di istituzioni funzionanti sul territorio per accedere alla comunità civile con la propria identità legalmente riconosciuta, sancendo l'uscita dalla fascia dei discriminati di fatto, sudditi del caso e della volontà altrui, non cittadini liberi di uno stato che riconosce l'uguaglianza dei diritti.
La non registrazione allo stato civile produce non solo un mondo di invisibili, ma anche di sudditi, privi di diritti, impossibilitati a contrattare, soggetti a ogni violenza, prima di tutto quella dell'economia. Penalizza in modo tutto particolare le bambine e le donne, il cui futuro non è pensato in quanto soggetti di una società civile e di un'economia in crescita. Più gli invisibili diventano attori, più le donne diventano protagoniste, più si sviluppa l'economia di un paese. Lo sappiamo bene. L'arretratezza di intere fasce della popolazione è legata proprio a questo "anonimato", che le destina a non accedere a nessuna opportunità, ma a limitarsi a sopravvivere. Per questo, inizialmente, si è parlato dell'assenza di registrazione allo stato civile come di una condanna per i singoli, ma lo è anche per molta parte della popolazione e, a ben vedere, per una società sempre più caratterizzata dalla diseguaglianza. Ma tanta diseguaglianza si paga. Perché, nel mondo globale i giovani non si rassegnano all'anonimato ma cercano vie, anche violente e oppositive, per affermare sé stessi.
È una riflessione che dovremmo fare con più attenzione. Nelle pagine di questo libro si legge la dinamica di un lavoro che merita attenzione anche nei particolari. La ricostruzione dettagliata spiega infatti come la storia di una "rivolta" contro una grande ingiustizia passi attraverso un costruttivo e competente impegno, nonché attraverso la rivitalizzazione delle strutture e istituzioni dello stato, le quali avevano sofferto per le crisi economiche e i tagli di bilancio. Uno stato con istituzioni che funzionano è una grande conquista, specie per le fasce meno protette. Bravo! mostra come passione e competenza vadano insieme. L'una non si esaurisce con la crescita dell'altra. La competenza non logora la passione, ma anzi indica che la "rivolta" contro l'ineguaglianza è possibile e può dare quotidianamente frutti concreti. Bravo! nasce da questa rivolta contro l'esclusione e offre, attraverso la registrazione allo stato civile, alla bambina o al bambino, ma anche all'adulto, le possibilità di ritrovare appieno la propria cittadinanza, di essere libero. Non è il raggiungimento di una condizione di opulenza o di successo, ma la liberazione da una schiavitù che diventa un fatto culturale e anche una festa in comunità marginali e periferiche.
Tzvetan Todorov ha parlato dell'uomo contemporaneo come di un "uomo spaesato". Spaesato vuol dire senza paese: non l'ha mai avuto, l'ha perduto, vi è estraneo o tale si sente. La globalizzazione accentua lo spaesamento e crea spaesati di fronte agli ampi orizzonti che si aprono. La reazione è chiudersi ma, per vivere un'apertura globale, c'è bisogno di una comunità di appartenenza, di una patria. Leggendo questo libro, sono stato colpito non solo dalle storie di dolore, ma anche da quanto si può fare per cancellarlo e aprire opportunità di futuro. Ho ripensato alla parola "patria", che spesso abbiamo confinato nella retorica nazionalista. Patria, dal latino pater, padre, ma anche da patrius, è la terra dei padri. Lo stato civile è la memoria dell'appartenenza a una patria.
Il lavoro di Bravo! è quello di trovare un nome e una patria, un'opera di grande umanesimo. Il senso di una persona, di una bambina o un bambino, stanno scritti in un nome e in un cognome, in generalità che vengono registrate e affidate, nello stato civile, alla memoria delle istituzioni. Poi ci sarà una storia di una vita che si sviluppa, cresce, muore. Ma avrà lasciato una traccia sulla terra.
di Letizia Tortello
La Stampa, 27 dicembre 2021
La madre di Alaa Abdel Fattah, simbolo di piazza Tahrir: "L'Italia smetta di vendere armi all'Egitto". "Grazie a Paola e Claudio Regeni, che non hanno smesso un attimo di farsi sentire, per non permettere al regime egiziano di restare impunito facendo ciò che vuole di cittadini e stranieri, e per non aver permesso all'Italia di stare a guardare, pretendendo i nomi dei responsabili dell'uccisione di Giulio. Vi aiuterò, promesso, come posso. Grazie a Patrick Zaki, sempre presente alle udienze per Alaa. L'Egitto non può morire in questa mafia". Laila Soueif, docente di Matematica all'Università del Cairo, lotta da 15 anni per la libertà della sua famiglia, e quando parla di Giulio Regeni si commuove per la rabbia e l'impotenza. Suo figlio Alaa Abdel Fattah è appena stato condannato ad altri 5 anni, è detenuto nel carcere di massima sicurezza di Tora. Blogger e informatico, autore del libro "Non siete ancora stati sconfitti", pubblicato in Italia da Hopefulmonster, è stato arrestato nel 2006, poi di nuovo nel 2011 quando è stato uno dei volti più in vista della rivoluzione di piazza Tahrir. Degli ultimi dieci anni, ne ha passati 8 in cella. Prima di lui era toccato al padre, Ahmed Seif al-Islam, avvocato e attivista, prigioniero con Sadat e Mubarak, torturato con scariche elettriche e fratture a gambe e braccia.
Signora Soueif, come sta Alaa? Può visitarlo?
"Sì, sono andata martedì. Vive profondi alti e bassi, ha momenti di sfida e di rabbia, ma stavolta la mia paura più grande, con una sentenza così ingiusta e pesante, è che possa perdere la speranza. Si aspettava questo esito. Per lo stato di emergenza del Paese, solo il capo dell'esercito, che è Al Sisi, potrebbe rigettare la sentenza. Ai suoi avvocati sono state negate le carte del processo, non è possibile fare appello. Alaa non ha potuto nemmeno difendersi. Non mi aspetto molto. Di certo, continuiamo a protestare, perché la gente ha il diritto di sapere cosa sta succedendo in Egitto".
Lei ha scritto una lettera in prima pagina sul New York Times in cui denunciava condizioni disumane di detenzione. Cosa accade nelle carceri egiziane?
"Per due anni gli è stato vietato tutto, anche di vedere la luce del sole per molto tempo. I prigionieri come mio figlio, che è ancora trattato meglio di altri anche grazie alla sua esposizione internazionale, non possono leggere libri, non è permesso loro di allenarsi, e questo è totalmente fuorilegge. Alaa è stato spogliato e violentemente picchiato e minacciato la prima notte dopo l'arresto. Col Covid, non sapevamo più dove fosse finito, ogni giorno andavo fuori dal carcere a protestare, ho anche dormito lì. Ci hanno picchiato, mia figlia Sanaa è stata arrestata quando siamo andate a denunciare. Ci sono persone come Mohammed Ibrahim che hanno tentato il suicidio: lui non può nemmeno ricevere visite dei parenti. Ci sono torture, ho visto prigionieri trasportati bendati come se non fossero uomini, si verificano trattamenti disumani".
Di cosa è accusato Alaa?
"Di diffondere fake news. Nello specifico, nel 2019, ha ritwittato un tweet di un prigioniero della sua area morto in strane condizioni. Dicono che si sarebbe tolto la vita, che comunque sarebbe responsabilità della prigione, ma non è così: è stato torturato fino alla fine. Ci sono forti indizi che lo dimostrano".
Lei ha subito minacce dal governo? Ha paura?
"Cosa mi può capitare di peggio di un figlio da 10 anni in carcere. Io mi esprimo contro il regime perché mi prendo i miei rischi, ma in Egitto nessuno può parlare in sicurezza. Insegno Algebra, materia astratta, e continuo a farlo. Se fossi docente di materie politiche, sarei stata allontanata. Con me non vale la pena, creerebbe più problemi e cattiva stampa al regime cacciarmi dall'università".
Zaki aveva l'appoggio dell'Italia e per fortuna è libero. Ci sono migliaia di altri detenuti senza nome e volto. Vi sentite dimenticati dalla comunità internazionale?
"Zaki è così carino, viene sempre a sostenere Alaa, e mi auguro che possa tornare presto in Italia a studiare. No, non mi sento dimenticata o sola. Distinguo tra governi e attivisti come le Ong che ci sostengono. Personalmente non ho fiducia nei governi occidentali, in nessuno. Credo che i governi europei come Italia, Germania, Francia e Regno Unito qualche pressione la facciano, ma poi siano interessati più al business con il Cairo. Continuano a fare accordi per vendere armi, o energia elettrica. Con contratti milionari, continuano a supportare il regime, attivamente. Fanno gli interessi delle grandi compagnie, ma non credo che sia ciò che importa alla maggior parte dei loro cittadini. Dico a voi, cittadini occidentali: pesate di più le azioni in politica estera dei vostri governi, monitorare le pressioni per il rispetto dei diritti umani".
Com'è l'Egitto del 2021? Cosa prevede per il suo Paese?
"Non c'è più neanche un simulacro di democrazia. Nessuno di quelli che stanno al governo finge nemmeno di rispettare legge e Stato di diritto. Lo Stato è in completa decomposizione in tutti i servizi, è semi-fallito con una macchina molto viziata e corrotta. La situazione è volatile, il regime può restare al potere a lungo o potrebbe esserci un default improvviso. Siamo governati da un tot di mafie, che guadagnano sulla nostra pelle. Non sappiamo nemmeno chi sono i finanziatori stranieri. Di certo, la gente è sempre più povera e sta diventando più violenta. E anche lo Stato. Lo spirito del 2011 si è perso completamente".
La Stampa, 27 dicembre 2021
Spariti 2 membri di Save the Children. L'Onu: "Siamo sgomenti". E prosegue la persecuzione giudiziaria nei confronti di Aung San Suu Kyi. Almeno 38 civili uccisi, gran parte dei quali ritrovati carbonizzati, in un'area dove è radicata la minoranza cristiana cattolica: il massacro di Natale di cui si è macchiato due giorni fa l'esercito birmano ha provocato sdegno sui social media e tra le organizzazioni coinvolte, a partire da Save the Children, che teme l'uccisione anche di due suoi dipendenti ancora dispersi. In scia ad altre uccisioni di massa emerse fin da giugno, la strage è l'ennesima riprova della gravità della situazione nel Paese asiatico, dove l'esercito autore del golpe lo scorso febbraio impiega sempre più il pugno di ferro contro il dissenso. Stavolta il massacro, nel quale secondo Save the Children sono morte almeno 38 persone tra cui donne e bambini, è avvenuto nello stato Kayah, nell'est del Paese: un'area dove da decenni la minoranza Karenni - in maggioranza cattolica - rivendica una maggiore autonomia. Ieri mattina, i resti carbonizzati di sette veicoli sono stati ritrovati nella cittadina di Hpruso.
Tra i veicoli c'era anche quello di due birmani che lavoravano per Save the Children e stavano tornando a casa; l'organizzazione, che si è detta "inorridita", ha sospeso tutte le sue operazioni nell'area ma anche in altre regioni birmane dove è attiva. Secondo la milizia dei ribelli Karenni, le persone uccise erano civili che cercavano di mettersi in salvo dai combattimenti nella zona. Per l'esercito birmano, i militari hanno aperto il fuoco sul convoglio dopo che i veicoli non si erano fermati a un posto di blocco, sparando contro i soldati. I media statali hanno parlato di un numero imprecisato di "terroristi armati" uccisi nei villaggi della zona. La strage ricorda quelle avvenute a luglio e ai primi di dicembre nel distretto di Sagaing e nello stato Chin, nel nord-ovest del Paese.
Secondo il governo di unità nazionale del Myanmar - un esecutivo ombra formato dalle forze dell'opposizione democratica - i militari erano impegnati in una operazione di repulisti nell'area, la stessa strategia utilizzata per decenni contro diverse milizie etniche e nel 2017 responsabile dell'esodo in Bangladesh di oltre 700 mila Rohingya. In risposta al massacro, il governo di unità nazionale ha reiterato l'esortazione alla comunità internazionale ad agire contro "i crescenti crimini di guerra e contro l'umanità" della giunta del generale Min Aung Hlaing. Oltre ai massacri documentati da mesi, che hanno spinto l'Alto commissariato per i diritti umani dell'Onu a dirsi "sgomento davanti all'allarmante escalation di gravi abusi dei diritti umani", nelle ultime settimane operazioni militari qualche centinaio di chilometri più a sud hanno spinto oltre cinquemila birmani a riparare oltre confine in Thailandia.
Con Aung San Suu Kyi già condannata a quattro anni e in attesa di altri processi, un dissenso schiacciato nel sangue nelle proteste in città e organizzatosi in resistenza armata nelle campagne, milizie etniche attive da decenni e ora a formare un fronte comune col resto dell'opposizione, l'impressione è che la spirale di violenza sia destinata a proseguire.
Restando su San Suu Kyi, un tribunale guidato da militari ha rinviato al 10 gennaio i verdetti contro la leader deposta, accusata di importazione e possesso di walkie-talkie illegali. Il caso è tra i tanti intentati contro la 76enne vincitrice del Premio Nobel per la pace da quando l'esercito ha preso il potere a febbraio. I sostenitori e gli analisti indipendenti affermano che tutte le accuse contro di lei sono motivate politicamente con il tentativo di screditarla e legittimare la presa del potere da parte dei militari.
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 27 dicembre 2021
Hanno vietato alle donne di viaggiare da sole per distanze superiori a 72 chilometri dalla residenza. Inoltre, ai taxisti è raccomandato di non accettare passeggere che non indossino il "velo islamico". Più trascorre il tempo e più l'Afghanistan del "nuovo" regime dei talebani assomiglia a quello vecchio del Mullah Omar, che governò a Kabul prima degli attentati dell'11 settembre 2001. Ormai quasi non c'è settimana senza che i loro dirigenti non promulghino provvedimenti liberticidi, specie nei confronti delle donne. Dopo i forti limiti all'educazione e al diritto di lavorare, l'ultimo in ordine di tempo vieta loro di viaggiare da sole per distanze superiori a 72 chilometri dalla residenza. Inoltre, ai taxisti è raccomandato di non accettare passeggere che non indossino il "velo islamico". Cresce nel frattempo la censura contro le musiche e i film importati dall'estero, circa la metà dei giornalisti afghani ha perso il posto, tra loro l'80% sono donne.
A ben vedere, un passo avanti rispetto al periodo 1996-2001, quando i talebani vietarono in modo assoluto gli spostamenti e con la minaccia di pene severe contro ogni donna che fosse uscita di casa non accompagnata da un uomo adulto tra i famigliari. Ma, in verità, un drammatico salto indietro, tenendo conto che il ventennio di presenza della coalizione a guida americana aveva impresso miglioramenti rilevanti nel Paese. Ciò che sta avvenendo è il graduale ritorno ai costumi estremamente conservatori dell'universo rurale pasthun, di cui i talebani sono i pretoriani armati con il pieno sostegno dei mullah e dei capi villaggio.
Stupisce però che a 130 giorni dalla loro presa del potere e di fronte al collasso in cui è precipitato il Paese - almeno metà della popolazione soffre la fame, il sistema sanitario è in ginocchio, le banche paralizzate - i talebani dedichino attenzioni ed energie per reprimere le donne e imporre la loro interpretazione oscurantista del Corano. Un motivo in più per condizionare gli aiuti internazionali alla difesa dei diritti civili. Anche il ritorno della rappresentanza Ue a Kabul dovrà essere caratterizzato da pressioni in questo senso.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 27 dicembre 2021
Secondo quanto riportato dall'ong Iran Human Rights, le autorità iraniane hanno rinviato di dieci giorni l'esecuzione di Hossein Shahbazi, condannato a morte per un reato commesso quando era minorenne. Shahbazi è stato condannato alla pena capitale nel 2018, quando aveva 17 anni, riconosciuto colpevole di omicidio durante una rissa che aveva coinvolto più persone. Non c'è da essere tranquilli, purtroppo: il 24 novembre un altro minorenne al momento del reato, Arman Abdolali, era stato messo a morte nonostante le autorità avessero informato i suoi genitori che l'esecuzione era stata rinviata, impedendo così loro di dare persino l'ultimo saluto al proprio figlio. L'Iran è uno dei pochissimi stati in cui si eseguono condanne a morte nei confronti di rei minorenni, una prassi del tutto vietata dal diritto internazionale.
di Pio d'Emilia
Il Messaggero, 27 dicembre 2021
Dopo una moratoria di fatto di tre anni, che lasciava ben sperare, il Giappone ha eseguito nei giorni scorsi tre condanne a morte, riprendendo la macabra tradizione di effettuarle in segreto, dandone notizia a difensori e parenti solo ad esecuzione eseguita, e sempre a fine anno, quanto il Parlamento è in ferie ed i media meno attenti a questo genere di notizie. Non che in genere lo siano particolarmente, visto che secondo i sondaggi ufficiali (anche se l'ultimo risale al 2015) oltre l'80% dei giapponesi è favorevole alla pena di morte. Se negli Stati Uniti, l'altro paese del G7 che ancora mantiene la pena di morte, il dibattito è presente e vivace, in Giappone è totalmente assente. La pena di morte è considerata la giusta punizione per chi ha commesso delitti efferati: kokka adauchi, la chiamano alcuni, vendetta di Stato.
Un triste passo indietro per un Paese che vanta uno dei più bassi tassi di criminalità al mondo e che oramai da molti anni è oggetto di pesanti denunce da parte di Amnesty International e di altre associazioni umanitarie, per un sistema giudiziario che grazie agli enormi poteri della polizia (che ha 23 giorni, rinnovabili, per sottoporre gli indiziati a durissimi interrogatori senza la presenza dei difensori) e all'azione penale discrezionale da parte della pubblica accusa, aumenta il rischio di abusi e di errori giudiziari spaventosi.
Come quello che ha visto come protagonista Sakae Menda, assolto dopo 38 anni trascorsi nel braccio della morte, scomparso di recente dopo aver dedicato gli ultimi anni della sua vita a denunciare la crudeltà del sistema: i condannati (attualmente sono 107, quelli in attesa dell'esecuzione, che in Giappone avviene per impiccagione) sono tenuti in totale isolamento e vengono avvertiti solo pochi ore prima dell'esecuzione, vivendo così nel perenne terrore che per loro ogni giorno possa essere l'ultimo ("lo Stato uccide la nostra anima, prima del corpo", ha scritto Menda nel suo diario).
Ancora più emblematico il caso dell'ex pugile Iwao Hakamada, scarcerato (ma ancora in attesa del nuovo processo) nel 2014 dopo 50 anni trascorsi nel braccio della morte, un record assoluto riconosciuto dal Guinness dei Primati. Secondo la difesa, che si è avvalsa del pentimento di uno dei giudici che a suo tempo l'aveva condannato, Norimichi Kumamoto, che ha denunciato le pressioni subite dagli altri due membri del collegio giudicante, imponendogli l'unanimità e addirittura costringendolo, in quanto il più giovane, a scrivere la motivazione, l'ex pugile era stato sottoposto per 23 giorni ad interrogatori lunghi anche 16 ore, per un totale di 264 ore in 23 giorni.
Alla fine, dopo essere stato più volte picchiato, aveva confessato, e nonostante in tribunale avesse ritrattato denunciando le violenze della polizia, era stato condannato a morte. Ora, a 85 anni, con la mente oramai devastata e accudito dalle cure amorevoli della sorella, vive in attesa della revisione del processo. Sempre che la Corte Suprema respinga l'ultimo appello della procura, che invece ha chiesto l'annullamento della sentenza che ne disponeva la scarcerazione in attesa di un nuovo processo.
Un accanimento giudiziario che da anni la Comunità di Sant'Egidio, in prima linea assieme ad altre organizzazioni che si battono per l'abolizione della pena di morte o quanto meno per l'adozione di una moratoria sulle esecuzioni, denuncia in varie iniziative, anche in Giappone. Ma che non riescono, nonostante alcune autorevoli adesioni da parte di deputati, intellettuali e soprattutto l'Ordine Nazionale degli Avvocati, a sensibilizzare i media e l'opinione pubblica. "Ho a lungo riflettuto, caso per caso ha dichiarato l'attuale ministro della Giustizia, Yoshihisa Fujiwara, il cui ordine firmato personalmente è indispensabile per esefuire le sentenze ma non me la sono sentita di interrompere una tradizione profondamente radicata e condivisa dal nostro popolo".
In realtà, non è proprio così. Il Giappone durante l'illuminata epoca Heian (800-1185) fu uno dei pochi Paesi ad abolire ufficialmente la pena di morte (mentre in Occidente era in arrivo la Santa Inquisizione, con le sue torture, roghi e quant'altro), per poi ripristinarla, in varie e particolarmente crudeli forme (crocifissioni anche a testa in giù, smembramenti, bollimento) mano a mano che la civiltà avanzava. Fino ad istituirla formalmente, sia pure per un numero ridotto di reati particolarmente gravi (11, attualmente) nell'epoca Meiji, alla fine dell'800. Da allora, nonostante la pena di morte sia stata abolita in oltre 2/3 del mondo e la tendenza sia in aumento, nessuno, in Giappone, che insieme agli Stati Uniti è l'unico Stato del G7 a mantenerla, ha avuto il coraggio di rimetterci le mani.
Per chi volesse approfondire l'argomento, dal punto di vista non solo giudiziario, ma anche storico e culturale, consiglio di vedersi Koshikei (L'impiccagione, https://it.wikipedia.org/wiki/L%27impiccagione) il pressoché sconosciuto capolavoro di Nagisa Oshima (L'impero dei Sensi, Merry Christmas Mr. Lawrence), Palma d'Oro nel 1969 a Cannes. Lo trovate in versione integrale, con sottotitoli, su You Tube: https://www.youtube.com/watch?v=RpH_Dqbz5ME.
di Stefano Rizzi
lospiffero.com, 26 dicembre 2021
La tragica morte di Angelo Burzi ripropone l'annoso tema del rapporto tra politica e magistratura e mette in luce tutte le storture del sistema giudiziario. L'ex vice guardasigilli Costa: "Inaccettabili i tempi ed evidenti le disparità di sentenze a singhiozzo".
Il suicidio di Angelo Burzi, tra i fondatori di Forza Italia, a lungo assessore regionale e riferimento per il mondo liberale piemontese e non solo, ha suscitato profondo cordoglio e non meno stupore nel mondo politico. La sua recente condanna, dopo l'assoluzione in primo grado, per quella che venne ribattezzata come la Rimborsopoli regionale scaturita da un'inchiesta sull'utilizzo dei fondi dei gruppi consiliari che data ormai quasi dieci anni, pesa come un macigno sulla tragedia personale. Pesano, non di meno, quei tempi eccessivamente lunghi della giustizia, la gogna mediatica e pure le disparità con cui presunti od effettivi reati sono apparsi essere trattati nei processi, insinuando il dubbio di differenze rispetto agli schieramenti politici. Logoramento e frustrazione. Enrico Costa, liberale, deputato di Azione, già viceministro alla Giustizia e protagonista (quasi sempre in solitaria) di battaglie per una giustizia più efficiente e rispettosa dei diritti, non usa a caso queste parole parlando dell'amico Angelo con cui ho condiviso anni in consiglio regionale, durante i quali ne ho conosciuto bene i valori, la serietà, l'impegno, il coraggio delle sue idee".
di Carmine Di Niro
Il Riformista, 26 dicembre 2021
È morto nella tarda serata del 24 dicembre, alla vigilia di Natale, puntandosi la pistola alla testa. È scomparso così all'età di 73 anni l'ex assessore regionale del Piemonte Angelo Burzi una delle figure di spicco del mondo politico locale nell'area del centrodestra e decano di Forza Italia, tra i fondatori del partito azzurro in Piemonte. Stando alle prime ricostruzioni dei carabinieri, intervenuti in serata venerdì, Burzi, che era solo nella sua abitazione di piazza Castello a Torino, si è sparato alla tempia con la sua pistola regolarmente registrata.
luccaindiretta.it, 26 dicembre 2021
Il senatore dem al consueto appuntamento della vigilia di Natale con l'assessore regionale Stefano Baccelli. Consueta visita per la vigilia di Natale da parte del senatore Andrea Marcucci al carcere di San Giorgio. Con lui l'assessore regionale Stefano Baccelli. Da entrambi l'auspicio che Lucca possa dotarsi di una nuova struttura fuori dalle mura cittadine.
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