di Vito Carucci
Il Domani, 4 agosto 2021
Aadil ha 27 anni ed è siriano. Dal 2019 vive a Parma, adesso ha una casa, un po' di soldi in tasca per sopravvivere, ma può anche imparare l'italiano, parlare con uno psicologo nei momenti di difficoltà e chiedere un aiuto agli esperti per trovare un lavoro che gli garantisca un futuro migliore. Aadil può fare tutto questo perché inserito in un progetto che in gergo tecnico prende il nome di "accoglienza integrata". Grazie al servizio dell'orientamento al lavoro, Aadil era riuscito a trovare un posto ben pagato da impiegato, ma qualche mese fa è stato licenziato a causa della crisi economica provocata dal Covid. Non si è arreso e grazie ad alcune amicizie è riuscito a trovare una nuova occupazione. "Questa esperienza sarebbe stata impossibile nei centri d'asilo dove prevale una logica di controllo e di gestione anziché di emancipazione delle persone accolte. L'integrazione avviene soprattutto quando le persone costruiscono dei legami sul territorio" dice Michele Rossi, direttore del Ciac.
Il Ciac (Centro immigrazione asilo e cooperazione internazionale) è una delle prime esperienze in Italia di accoglienza integrata, nata per volontà della società civile. La sua storia inizia nel 1993, quando a Parma è stata promossa la campagna "Fermiamo un fucile per volta" per l'accoglienza e il sostegno dei disertori della guerra nella ex Jugoslavia. Poi nel 2001 il Ciac è entrato a far parte della rete istituzionale dei centri per richiedenti asilo, grazie alla legge Turco-Napolitano che destinava finanziamenti ai comuni per progetti volti all'integrazione degli stranieri. Nato a Fidenza, il progetto si è poi diffuso in tutta la provincia di Parma e oggi dà asilo a 230 persone, sperimentando pratiche di convivenza interculturale come l'ospitalità di rifugiati in famiglie italiane e il progetto "Tandem" (co-housing tra giovani italiani e giovani rifugiati).
I diversi modelli - Tra le persone accolte c'è anche Taiwo, un ragazzo nigeriano di 25 anni che è fuggito dal proprio paese per una discriminazione legata al proprio orientamento sessuale. Taiwo è riuscito a integrarsi così bene con la comunità parmense da scegliere di partecipare a un'attività di gruppo non semplice sul piano emotivo: la restituzione dei beni personali delle persone morte di Covid alle famiglie di appartenenza. Quest'attività è stata premiata anche da un'onorificenza pubblica da parte del comune di Parma. "Il suo passato difficile poteva far temere un isolamento dalla società, invece si è messo in gioco in maniera positivamente inaspettata - segnala Rossi - a riprova del fatto che un rifugiato è essenzialmente una persona in cerca di una comunità dove veder riconosciuta la propria personalità". Per capire come funziona il sistema d'integrazione italiano per i richiedenti asilo bisogna tenere a mente due sigle: Cas (centri d'accoglienza straordinari) e Sai (Sistema d'accoglienza e d'integrazione). A distinguere i due modelli c'è molto più di una consonante. "I Cas non coinvolgono gli enti locali, invece chi è nel Sai è dentro la comunità, dentro i luoghi pubblici, dentro i servizi del territorio" dice Rossi.
Infatti, i primi sono strutture individuate dalle prefetture, in convenzione con cooperative, associazioni e strutture alberghiere, secondo le procedure di affidamento dei contratti pubblici. Questi centri erano immaginati al fine di sopperire alla mancanza di posti nelle strutture ordinarie di accoglienza (ecco perché "straordinari"), ma di fatto sono diventati i luoghi dove si concentra il maggior numero di immigrati "irregolari": secondo i dati del ministero dell'Interno quasi 50.000 dei 75.000 richiedenti asilo o beneficiari di protezione sono ospitati nei Cas, gli altri 25.000 nella rete Sai.
I richiedenti asilo presenti nelle strutture straordinarie rimangono qui in attesa che la loro domanda di protezione sia esaminata dalle commissioni territoriali competenti; un tempo che può durare persino due anni. "Lì i richiedenti asilo sono "parcheggiati" in attesa di sapere cosa ne sarà della loro vita" dice Gianfranco Schiavone, uno degli ideatori del modello di accoglienza di piccola scala e diffusa sul territorio italiano oltre che presidente del "Consorzio Italiano Solidarietà - Ufficio rifugiati onlus" di Trieste (un altro progetto di accoglienza integrata).
Quello dei Cas è un sistema che pecca di trasparenza: non sappiamo quante sono precisamente le strutture, dove si trovano e quali sono gli enti gestori. Quindi, in questa categoria, sono inclusi una molteplicità di centri, sia in termini di dimensioni che di qualità dei servizi offerti. Tuttavia, per gli operatori dell'accoglienza integrata come Michele Rossi, i due modelli non sono minimamente paragonabili: "Molto spesso le persone che arrivano hanno delle ferite psicologiche; per curarle, occorre la definizione di progetti individualizzati a opera di un'équipe multidisciplinare. Tutto ciò non è previsto nei Cas".
Anche Schiavone si rifiuta di mettere i due sistemi sullo stesso piano: "C'è stato un miglioramento dei servizi offerti dai Cas, ma è un miglioramento relativo perché continuano a essere favoriti centri di grandi numeri (fino a 600 persone ndr) dove si verifica una sproporzione incredibile tra il numero degli operatori sociali e il numero di ospiti con tutto ciò che ne consegue sulla carenza dei servizi".
Il Sai rappresenta invece il ripristino del sistema Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) dopo la parentesi dei "decreti sicurezza" di Salvini che aveva escluso da questi centri i richiedenti asilo che non avevano ancora visto concluso l'iter di riconoscimento della loro protezione. Il Sai è costituito dalla rete degli enti locali che per la realizzazione di progetti di accoglienza integrata accedono al Fondo nazionale per le politiche e i servizi dell'asilo (finanziato per la metà dall'Unione europea). Nel 2021 sono stati finanziati 760 progetti, coinvolgendo 1.800 comuni circa (dati ministero dell'Interno). Questo sistema prevede la partecipazione volontaria degli enti locali alla rete dei progetti di accoglienza e l'implementazione sul territorio dei progetti da parte di associazioni del terzo settore. Qui i richiedenti asilo o le persone che beneficiano già di una protezione hanno la possibilità di essere accolte per sei mesi, eventualmente prorogabili.
Secondo la legge 173/2020 - approvata dal secondo governo Conte - che ha modificato i "decreti sicurezza" introdotti da Salvini, i Cas non sono più una tappa obbligata per i richiedenti asilo, ma strutture che dovrebbero attivarsi in via temporanea solo nel caso in cui non ci sia disponibilità di posti nel Sai. La persona ospitata nei Cas dovrebbe rimanere in quelle strutture solo il tempo necessario all'espletamento delle operazioni utili alla definizione della posizione giuridica dello straniero come richiedente asilo (verbalizzazione della domanda d'asilo e avvio dell'iter). Peccato che la riforma sia rimasta lettera morta per diversi aspetti. Nel caso in esame, non sono stati approvati i decreti attuativi per definire un regime transitorio che gradualmente ampli i posti disponibili nel Sai e svuoti i Cas. Il risultato, come si vede dai numeri, è che il modello prevalente rimane quello dei Cas. "Non c'è un vero investimento né una strategia per arrivare a un sistema unico d'inclusione sociale" dice Schiavone.
Le proposte - Il carattere volontario della partecipazione degli enti locali alla rete di accoglienza integrata è chiaramente uno dei limiti del sistema Sai: 1.800 comuni su 8.000 circa non raggiungono nemmeno un quarto del totale. Inoltre, c'è un'evidente sproporzione di progetti tra regioni meridionali e settentrionali: ai primi posti troviamo Sicilia e Calabria con 100 progetti l'una, negli ultimi troviamo Friuli-Venezia Giulia con 9 e Trentino-Alto Adige con 5 progetti. "È da notare che una regione ricca come il Veneto ospita solo 20 progetti" sottolinea Rossi.
Dietro la carenza di partecipazione non si nascondono solo motivi ideologici, ma anche altre ragioni. "La difficoltà maggiore è quella di trasformare i progetti in effettiva realtà. Quindi, a fronte di una progettualità migliore e un maggiore sostegno economico, più comuni potrebbero aderire alla rete di accoglienza integrata" dice Matteo Biffoni, sindaco di Prato e delegato Anci (Associazione nazionale comuni italiani) per le politiche per l'integrazione. Perché un comune dovrebbe aderire al sistema Sai? "C'è un ritorno di lavoro e di servizi per tutta la comunità; ad esempio, l'attivazione di uno scuolabus in alcuni comuni del sud con i fondi nazionali per l'asilo potrebbe andare a vantaggio anche dei bambini autoctoni" afferma Biffoni.
Rossi pensa che per allargare l'adesione degli enti locali e superare la precarietà della rete Sai, "bisognerebbe concepire i servizi dell'accoglienza integrata come servizi socio-assistenziali al pari di quelli attivi per gli anziani, i giovani e i disabili". Così facendo, il sistema ordinario di accoglienza diventerebbe parte integrante del welfare nei diversi livelli di governance: nazionale, regionale e locale. Questa è una delle sette proposte presentate nel rapporto "L'accoglienza di domani" da Europasilo: una rete nazionale di venti associazioni (tra cui ci sono il Ciac e il Consorzio italiano solidarietà) impegnate nell'accoglienza che si occupano di promuovere buone pratiche d'asilo. Tra le tesi si trova anche il superamento del modello del Cas e l'istituzione di un "Ente nazionale per il diritto d'asilo a garanzia e tutela del sistema". Inoltre - si legge nel documento - "va superata l'ambiguità rispetto al ruolo del terzo settore nell'organizzazione del sistema e il connesso annoso problema della modalità di affidamento del servizio". Infatti, "una volta inquadrato quale parte integrante del sistema del welfare, il sistema Sai dovrebbe articolarsi sul principio di sussidiarietà con il terzo settore e non su quello della concorrenza, che vige per il codice degli appalti".
Quando chiediamo a Rossi se hanno avuto almeno un riscontro politico alle loro proposte ci risponde: "Ci hanno detto che questa non è la fase politica opportuna per occuparsi di questi temi. Sono vent'anni che ce lo sentiamo dire". Infatti, è da vent'anni che Rossi e Schiavone - come tanti altri - si impegnano per far sì che i richiedenti asilo siano ben accolti e inclusi nelle nostre società. Eppure, in tutti questi anni non sono stati fatti grandi progressi, a detta di Schiavone: "Se nel 2000 mi avessero detto che dopo vent'anni il sistema di accoglienza integrata sarebbe stato ancora così incompiuto e non ben radicato sul territorio non ci avrei creduto. E ho la percezione che lo scenario non cambierà a breve".
di Marino Niola
La Stampa, 4 agosto 2021
È il modo in cui viviamo che ci fa essere ciò che siamo. Non una presunta origine biologica. E comunque l'origine, come diceva il grande filosofo berlinese Walter Benjamin, sta nel fiume delle trasformazioni e rimescola continuamente i materiali della nostra nascita.
Al mondo non ci sono che due razze, quella di chi ha e quella di chi non ha. Sono parole che Cervantes nel Don Chisciotte, mette in bocca alla nonna di Sancho Panza per riassumere i fondamentali della condizione umana. Siamo nel 1605, al tempo delle colonizzazioni e delle scoperte geografiche, e fra le persone veramente intelligenti il concetto di razza è già obsoleto, un vecchio arnese del pensiero. Buono solo per chi vuol farne un uso contundente. Ieri come oggi.
Una "parola malata", l'ha definita il direttore di questo giornale nel suo editoriale del 30 luglio scorso, proponendo opportunamente di cancellarla dal lessico delle istituzioni. Anche per neutralizzare la tossicità allo stato inerziale che si trova al fondo di questo vocabolo maledetto. Perfino quando viene usato con le migliori intenzioni, come nell'articolo 3 della nostra Costituzione. Dove il termine viene impugnato dai Padri Costituenti come antidoto esplicito contro quella viralità, quella infezione che aveva ammalato le coscienze al tempo delle leggi razziali. O, meglio, razziste. Come una zavorra della storia, una patologia del linguaggio in grado di resistere agli anticorpi della civiltà e della conoscenza. Che siano le evidenze della ragione. O che siano le certe dimostrazioni della scienza. Che ha un bell'affannarsi a scodellare prove che la razza non spiega un bel niente delle differenze tra gli uomini. Che i nostri comportamenti non sono un prodotto di madre natura ma di madre cultura. Perché gusti e tendenze, passioni e vocazioni, consuetudini e attitudini, eredità e identità sono il risultato dell'ambiente in cui viviamo, dell'educazione che riceviamo, delle influenze che subiamo, delle esperienze che facciamo. E di quello che ciascuno di noi sceglie di essere.
Etichettare e trattare gli altri come inferiori, peggiori, traditori, malfattori e "meno umani" di noi, è un atteggiamento che si ripete. Al quale il francese Joseph Arthur Gobineau, nel 1853 offre una sponda teorica pubblicando il Saggio sulla disuguaglianza delle razze umane, vera bibbia del razzismo. Che applica ai popoli e alle società un termine in precedenza usato solo per le razze animali. La "parola malata" infatti deriva dal francese medievale haraz, riferito agli allevamenti degli stalloni da riproduzione. Un'etimologia "bestiale", che applicata agli umani finisce per produrre una de-umanizzazione della persona.
In realtà la questione di fondo resta l'enorme sproporzione tra l'assoluta inconsistenza scientifica della nozione di razza e la sua straordinaria capacità di resistenza storica e politica. A denunciare per primo questa sproporzione è stato Claude Lévi-Strauss, il più grande antropologo di sempre. Che nel 1952, a pochi anni dall'orrore della Shoah, scrive su invito dell'Unesco Razza e storia, un illuminato discorso sugli usi ed abusi della parola razza. E torna sull'argomento nel 1971, sempre su incarico dell'Unesco, con un testo, tradotto immediatamente in italiano da L'Espresso col titolo Il colore delle idee. Dove il grande studioso smonta, uno dopo l'altro, i falsi sillogismi razziali, fondandosi sui risultati delle ricerche scientifiche, unanimi nell'affermare che la razza non esiste.
È la cultura invece che determina quel che chiamiamo erroneamente razza e non il contrario. Insomma, è il modo in cui viviamo che ci fa essere ciò che siamo. Non una presunta origine biologica. E comunque l'origine, come diceva il grande filosofo berlinese Walter Benjamin, sta nel fiume delle trasformazioni e rimescola continuamente i materiali della nostra nascita. Li fonde, li confonde, li trasfonde. Lo prova il fatto che il 99% del nostro Dna è comune a tutti gli altri individui del pianeta. E quell'1% è quel che distingue me da mio fratello. E anche me da Beyoncé. E, per venire a noi, quello che ci fa italiani - lingua, tradizioni, costumi, valori, gusti - non si eredita dai geni, ma si acquisisce vivendo con altre persone che tramandano questo patrimonio immateriale. Peraltro, in continuo cambiamento per effetto di scambi, prestiti, ibridazioni, migrazioni, contatti.
In sostanza, la razza non esiste sul piano scientifico, ma purtroppo resiste come mito, soprattutto come mito politico. Un motivo in più per cancellarla dal vocabolario del marketing, delle statistiche, delle leggi. E anche dalla Costituzione. Perché è un lemma infetto, una tara inemendabile, un primordiale algoritmo dell'esclusione. Che sposta ogni volta la soglia della differenza per trasformarla in disuguaglianza, individuando continuamente nuovi bersagli. Ebrei o armeni, meridionali o immigrati e via all'infinito. Con l'effetto devastante di sdoganare atteggiamenti inqualificabili. Che adesso una politica che ha perso il senso del pudore difende e diffonde, come l'ennesima mutazione di un virus antico. La variante delta della barbarie.
di Emiliano Squillante
Il Manifesto, 4 agosto 2021
Vitaly Shishov guidava l'organizzazione no profit Belarusian House. Era sparito il 2 agosto. Con la Bdu aiutava i cittadini in fuga. Lui stesso era scappato in Ucraina a seguito delle proteste del 2020 dalla repressione di Lukashenko. Dopo il dirottamento del volo Ryanair 4978 lo scorso maggio (e la relativa detenzione dell'oppositore Roman Protasevich) e la vicenda che ha coinvolto l'atleta olimpica Krystina Tsimanousskaya, diventata un caso internazionale dopo che le autorità di Minsk hanno tentato di rimpatriarla contro la sua volontà per essersi lamentata pubblicamente dei suoi allenatori alle Olimpiadi di Tokyo, la morte dell'attivista bielorusso Vitaly Shishov getta nuove ombre su un contesto di crescenti tensioni che vedono al centro il regime di Aleksandr Lukashenko in Bielorussia.
Il cadavere dell'attivista, la cui scomparsa era stata denunciata il 2 agosto dai familiari dopo il suo mancato ritorno a casa da una corsa, è stato ritrovato ieri mattina impiccato in un parco a Kiev. Una morte misteriosa, tanto che l'ipotesi di suicidio al momento non sembrerebbe nemmeno essere la pista principale su cui stanno lavorando gli investigatori, coordinati dalla Procura di Kiev: gli inquirenti hanno avviato un'indagine per omicidio premeditato, precisando che verranno prese in esame tutte le ipotesi possibili - inclusa quella di un omicidio "mascherato" da suicidio.
Che Shishov fosse una personalità scomoda al regime è indubbio: l'attivista guidava l'organizzazione no profit Belarusian House (Bdu), con sede nella capitale ucraina, che si occupa di aiutare i cittadini bielorussi in fuga dalla repressione delle autorità di Minsk ai danni degli oppositori, che contestano la vittoria di Lukashenko alle elezioni presidenziali di agosto 2020.
Un destino toccato anche a Shishov, costretto a fuggire in Ucraina dopo aver partecipato alle proteste. Ed è proprio la Bdu ad affermare con convinzione che non si tratterebbe di un suicidio, ricordando l'impegno di Shishov non solo a sostenere i connazionali in fuga (sono sempre di più quelli che fuggono in Ucraina, Lituania e Polonia), ma anche nell'organizzazione di manifestazioni contro il regime e nella creazione di una diaspora bielorussa in Ucraina.
"Si tratta senza dubbio di un'operazione speciale per eliminare una minaccia al regime: Vitaly era tenuto sotto stretta sorveglianza e noi stessi avevamo denunciato questa situazione alla polizia", si legge in un comunicato della Bdu, in cui viene sottolineato come Shishov avesse sempre reagito alla possibilità di un rapimento "in maniera stoica, con spensieratezza e umorismo".
Non solo: il capo della Polizia ucraina Igor Klimenko ha dichiarato durante un briefing che sul corpo dell'attivista sarebbero state riscontrate alcune ferite e abrasioni sul volto, sulle ginocchia e sul petto. Lesioni che gli inquirenti hanno attribuito ad una possibile caduta, ma che potrebbero anche essere il segnale di un pestaggio o di un'aggressione.
Nel frattempo, si stanno moltiplicando le reazioni internazionali a quello che viene considerato come l'ennesimo atto di repressione da parte del regime bielorusso. Un atto "orribile" secondo il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, che ha denunciato in un tweet la "grave escalation" rappresentata dalla "persecuzione" ai danni degli attivisti bielorussi. Messaggi simili sono arrivati anche dalla leader di opposizione Svetlana Tikhanovskaya, che si è detta "devastata dalla notizia", e dall'Alto rappresentante dell'Unione europea per la politica estera e la sicurezza, Josep Borrell, che ha affermato di essere "scioccato" elogiando le autorità di Kiev per aver avviato subito un'indagine sul caso. Sulla necessità di indagini "attente e meticolose" si sono espressi anche gli Usa, che con una nota dell'ambasciata hanno esortato le autorità giudiziarie ucraine a fare tutto il necessario per chiarire le circostanze della morte.
Anche dalla politica italiana arrivano numerosi i messaggi di condoglianze e le esortazioni all'Unione europea per una presa di posizione più incisiva contro le azioni del regime bielorusso: in particolare, alcuni parlamentari hanno proposto di creare una commissione d'inchiesta per far luce sulla vicenda. Anche il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, ha ribadito che le autorità di Kiev "faranno di tutto per chiarire le circostanze", e che il caso è anche all'attenzione del presidente Volodymyr Zelensky.
di Alessandra De Vita
Il Domani, 4 agosto 2021
"È chiaro che vogliono affossare la legge", dice il deputato. "Il Ddl Zan ha la forza di rendere questo paese più civile per tutti i cittadini, non solo per una parte". Sulla posizione di Renzi risponde: "La mediazione non può limitare la dignità delle persone". "Non ci sono vittime vulnerabili di per sé ma è la società che li rende tali", dice Alessandro Zan, il padre del disegno di legge che sta spaccando la politica, la maggioranza e il paese, dividendolo in ultrà favorevoli e contrari, che vedono nella nuova norma una forma controllo e censura.
Il deputato Zan risponde alle domande dopo un incontro con i giovani giurati dell'ultima edizione del Giffoni Film Festival, durante il quale anche loro gli hanno posto quesiti certo non facili. Tra tutte, è la premessa di Zan, "mi ha colpito quella di una ragazza che ha una malattia rara, mi ha detto che non riesce a curarsi con il sistema sanitario nazionale, perché per farlo dovrebbe prendere dei permessi dal lavoro oltre quelli consentiti".
E aggiunge: "Ci sono ancora tante barriere sociali, architettoniche e sanitarie che non consentono a tutti di curarsi gratuitamente, se avessimo una società senza barriere che consenta a tutti di vivere serenamente, questo renderebbe più agibile la vita dei cittadini. Ecco perché la piena cittadinanza si ottiene con uno stato più evoluto e il Ddl Zan ha la forza di rendere questo paese più civile per tutti i cittadini, non solo per una parte".
Come possa una proposta contro l'omotransfobia generare tanti dubbi e contrasti è certamente più chiaro a chi subisce il risvolto violento della non accettazione dell'altro. Kristen Corso, per esempio, non esce mai senza cuffie per strada, la musica copre tutti gli insulti. Perché questa ragazza transgender a imparato a ignorarne molti da quando è uscita dalla casa famiglia a cui era stata affidata a 15 anni, dopo aver perso entrambi i genitori.
Mostri da nascondere - "Per alcuni saremo sempre e comunque dei mostri da tenere nascosti e purtroppo ci sono persone al potere che la pensano così", racconta Kristen, che non riesce a capire per quale motivo ci sia così astio nei confronti di una legge che potrebbe garantire delle tutele in più a chi come lei subisce ogni giorno offese. "Se le loro vite non mi interessano perché la mia deve essere oggetto della loro morbosa attenzione? Perché non possiamo vivere ciò che siamo serenamente? Qualcuno ci penserebbe due volte prima di importunarmi se una legge glielo impedisse e neanche è detto, mica tutti rispettano le norme", riflette Kristen. Contrasti tra le forze politiche al governo intanto bloccano la votazione della legge in aula al Senato che potrebbe slittare al prossimo autunno. "L'incombenza di decreti ha impedito la votazione entro l'estate", spiega Zan, "si riparte a settembre ma questo è accaduto anche alla Camera l'anno scorso, confido, questa volta, in un senso di responsabilità perché quei partiti che hanno presentato 700 emendamenti è chiaro che vogliono affossare la legge e non continuare ad approvarla, dunque è importante che di fronte al paese la politica si assuma la responsabilità di dare una legge di civiltà che ha tutta l'Europa, tranne l'Italia".
Il partito di Matteo Renzi, Italia viva, ha rilanciato la proposta di modificare l'articolo 1, che definisce anche l'identità di genere (per tornare alle parole "omofobia" e "transfobia"). La mediazione offerta da Italia viva, il cosiddetto lodo Faraone-Unterberger. Tuttavia il senso di queste mediazioni non è ritenuto accettabile né dalla comunità Lgbt né dai promotori della stessa norma. "La mediazione può essere su tutto ma non può limitare la dignità e la vita delle persone", chiarisce Zan, "si può mediare su tutto ma non sui diritti, ecco perché ritengo che alcune proposte siano inaccettabili e renderebbero discriminatoria una norma antidiscriminatoria. Significherebbe creare dei cittadini di serie B, questo è inaccettabile e anticostituzionale".
I giovani - Il genere è fluido? È sconnesso dal corpo? Sarebbe questo, su per giù, il nodo da sciogliere in aula, intrecciato all'articolo sull'identità di genere svincolata da quella del sesso. Quanto è giusto porsi questa domanda in un paese democratico in cui l'espressione del sé dovrebbe essere un diritto garantito dalla Costituzione? Ma invece che ai costituzionalisti (che non hanno mancato tra l'altro di sollevare dei dubbi seppur di natura formale) il deputato padovano preferisce affidarsi ai ragazzi: "Le nuove generazioni sono le più grandi alleate dei diritti civili e dei diritti in generale e questo dimostra che siamo sulla giusta strada, che c'è ancora un conservatorismo in questo Paese che rema contro i diritti di libertà che sono sacrosanti perché parliamo di diritti umani", dice Zan, che conclude con un affresco delle nuove lotte che le nuove generazioni stanno portando avanti con grande coraggio: "Ci sono i giovani che attraverso i temi della giustizia sociale e dell'ambiente si avvicinano alla politica: è importante, abbiamo bisogno di loro per crescere in un paese migliore e più avanzato".
di Daniela Preziosi
Il Domani, 4 agosto 2021
La conferenza dei capigruppo al Senato ha respinto la proposta presentata dal capogruppo di Italia Viva, Davide Faraone, di trovare un accordo per portare in aula il ddl Zan e procedere alla discussione generale del provvedimento, prima della pausa estiva dei lavori dell'assemblea. Il tono del renziano Davide Faraone è sarcastico ieri pomeriggio quando al senato, a conferenza dei capigruppo ancora in corso, annuncia con enfasi: "Da oggi i diritti sono ufficialmente in vacanza: la proposta di Italia viva di cercare l'intesa e portare in aula già domani il disegno di legge Zan non ha trovato adesioni. Pd e Cinque stelle, che per settimane non hanno parlato di altro, hanno preferito un buen retiro estivo, seguiti dai principali quotidiani da cui sono scomparsi non solo i titoli, ma anche i trafiletti sulla legge che apriva le prime pagine".
La replica del Pd è altrettanto sarcastica: "Abbiamo deciso all'unanimità", informa il senatore Franco Mirabelli, "Faraone ha fatto il comunicato ma non la proposta". Insomma alla fine nei fatti va così: il calendario dell'aula del senato viene votato da tutte le forze politiche, dunque anche Iv. E comunque anche Lega e Forza Italia si associano alla scelta di non riportare in aula la legge contro l'omofobia per uno scampolo di tempo, prima della pausa estiva che al senato inizia il 6 agosto. Fino a quel giorno la tabella di marcia dei senatori è a tappe forzate: il voto di conversione di due decreti, quello sulle missioni internazionali e il bilancio del senato.
Per di più sulla Zan gravano quasi mille emendamenti. La stragrande maggioranza è stata presentata dalla Lega, ben 672, più di 20 firmati dal solo senatore Roberto Calderoli. A scorrere i testi, l'intento ostruzionista è evidente. Forza Italia ne ha presentati 134, più dei 127 di Fratelli d'Italia. La senatrice Udc Paola Binetti da sola ha rovesciato sul testo un'ottantina di modifiche. Le Autonomie quattro, cinque il senatore del gruppo misto Gregorio De Falco; tre Mattia Crucioli di Alternativa C'è. E poi ci sono i quattro di Italia viva: due a firma del capogruppo, Davide Faraone con il collega Giuseppe Cucca e due di Cucca con il socialista Riccardo Nencini. Sarebbero, nelle fantasie politiche renziane, quattro modifiche sulle quali potrebbero convergere anche le destre - almeno quelle di governo.
Ma dell'accordo che Iv reputa a portata di mano ancora non c'è ancora traccia ed è difficile immaginare che si sarebbe materializzato alla vigilia di Ferragosto. Però Faraone chiede comunque di andare avanti nell'esame della legge. In riunione alza i decibel. "Per forza", spiega poi, "da mesi mi fanno passare per quello che blocca tutto e invece loro adesso rinviano a chissà quando". Di "urla e tensione" in riunione parlano le agenzie. Ma dal Pd arriva una contro-narrazione: quelli che sono filtrati oltre la porta non sono i toni barricaderi di Faraone ma i rimproveri a lui dei colleghi "dopo il terzo comunicato che raccontava cose false".
Comunque sia andata, da giorni Faraone ironizza contro Pd e M5S. Chiede "se il provvedimento si è fermato a causa delle ferie di Fedez" e lamenta che "più che scriverci un libro come ha fatto Zan era meglio scriverla in gazzetta questa legge". Vero è che il deputato dem Alessandro Zan ha scritto un libro sulla vicenda della legge ha cui ha dato il cognome come primo firmatario (Senza paura, la nostra battaglia contro l'odio, Piemme editore, uscirà il 7 settembre). Per Faraone ora "la legge Zan rischia di finire nel dimenticatoio fino alle elezioni amministrative quando ricomparirà dal cilindro in veste di bandierina da sventolare, ma che, senza un accordo preventivo ha un destino già segnato".
Tutta diversa la lettura del Pd: "L'unica cosa che non va in vacanza è l'inaffidabilità di Iv", replica la senatrice Monica Cirinnà, "Se non avesse cambiato idea sul sostegno già espresso al ddl Zan alla Camera, cercando surreali mediazioni e presentando emendamenti che demoliscono il testo, le cose sarebbero andate diversamente. Il sostegno alla legge è forte nel paese. Il testo sarà in aula a settembre, quando ci sarà tempo e modo per evitare le tante trappole e imboscate contenute negli emendamenti della Lega e di Italia Viva".
di Alberto Negri
Il Manifesto, 4 agosto 2021
"Dopoguerre". Si tratta in sostanza di risparmiare sulla presenza militare diretta come è stato in Afghanistan o Iraq e di lasciare ardere focolai di guerra o di resistenza: sono le cosiddette guerre per procura, fatte con le vite degli altri. L'Iraq è stato questo, così come la Siria, la Libia e adesso il nuovo capitolo del conflitto in Afghanistan
A chi giova il caos in Afghanistan, causato dal ritiro Usa e anche assai prevedibile visto che i talebani sono all'offensiva da almeno tre mesi? Certamente non agli afghani e neppure all'Iran dove si è appena insediato alla presidenza l'ultraconservatore Ebrahim Raisi in trattativa con gli Usa sulle sanzioni, alla guida di un Paese, stritolato dall'embargo e dalla pandemia, che è sempre stato un avversario dei talebani. Gli iraniani, prima del ritiro americano, potevano accettare, o persino favorire, che i talebani destabilizzassero Kabul ma non possono tollerare che tornino adesso al potere. Anche se una loro delegazione è stata ricevuta a Teheran - così come a Mosca e Pechino - tutti ricordano che nel '98 massacrarono 11 diplomatici iraniani a Mazar el Sharif e che ora fanno la stessa cosa con la popolazione sciita afghana e gli hazara.
In Afghanistan si profila il rischio di una sanguinosa guerra civile che può trasformarsi in un altro conflitto sciita-sunnita, così come è stato in Iraq prima con Al Qaida e poi con l'ascesa del Califfato. È in momenti come questi che negli uffici strategici della repubblica islamica rimpiangono il generale Qassem Soleimani, fatto fuori dagli Usa nel 2020 a Baghdad.
La guerra Usa-Israele-Iran continua con ogni mezzo, dalle provocazioni agli attentati agli scienziati iraniani, ai raid aerei americani e israeliani in Siria e in Iraq contro le milizie filo-sciite e i pasdaran: se ne parla poco se non quando esplodono le tensioni nel Golfo del petrolio come è avvenuto con la nave israeliana colpita in Oman da un drone (due morti). L'Iran si troverà presto sotto pressione su tre fronti, nel Golfo, a est e a ovest e questa volta non c'è un Soleimani a indirizzare il sanguinoso vortice mediorientale.
Tutto questo avviene per una precisa scelta americana: creare il caos e sfruttarlo a proprio vantaggio e degli alleati di Washington, da Israele alle monarchie del Golfo che fanno parte o ruotano intorno al Patto di Abramo voluto da Trump. È questa la "strategia del caos" attuata, dall'Afghanistan alla Libia, da diverse amministrazioni repubblicane ma anche democratiche, compresa quella di Obama di cui era vicepresidente Biden. Si tratta in sostanza di risparmiare sulla presenza militare diretta come è stato in Afghanistan o Iraq e di lasciare ardere focolai di guerra o di resistenza: sono le cosiddette guerre per procura, fatte con le vite degli altri. L'Iraq è stato questo, così come la Siria, la Libia e adesso il nuovo capitolo del conflitto in Afghanistan.
È un tipo contraddittorio Biden. Da una parte riprende le trattative con Teheran sull'accordo nucleare del 2015 voluto da Obama e cancellato da Trump nel 2018, ma allo stesso tempo bombarda gli alleati dell'Iran in Iraq e in Siria. Anche in Iraq si sta ritirando lasciando la presenza militare soprattutto a una missione Nato che andrà sotto il comando dell'Italia. Insomma gli Usa creano i guai, come accadde con la guerra del 2003 contro Saddam, e noi ne paghiamo per decenni le conseguenze, esattamente come è avvenuto in Libia nel 2011 quando insieme e a francesi e inglesi attaccarono Gheddafi.
Qualcuno si ricorderà della reazione del segretario di stato Hillary Clinton al linciaggio e all'assassinio di Gheddafi, frase ricordata da Diana Johnstone nella sua biografia opportunamente intitolata "Hillary Clinton regina del caos": "Siamo venuti, abbiamo visto, è morto", un motto che pronunciò seguito da una gran risata. Tony Blinken, l'attuale segretario si stato, era allora il più entusiasta sostenitore dell'attacco in Libia. Sì, proprio quella Libia da dove è appena tornato il ministro degli esteri Di Maio, nella schiera di coloro che non si arrendono neppure davanti all'evidenza continuando a ringraziare gli Usa di non si sa quale favore.
È da notare che nel 2019, quando Khalifa Haftar assediava Tripoli e il governo Sarraj - legittimamente riconosciuto dall'Onu - gli Usa si sono astenuti dal bombardare il generale della Cirenaica, lasciando che poi fosse Erdogan a occupare la Tripolitania, con tutti i danni che ne sono venuti all'Italia. Perché gli Usa, sempre pronti a bombardare chiunque, non hanno fatto nulla? Semplice, perché il generale Haftar è sostenuto da Egitto ed Emirati, due Paese clienti di armi Usa, con in più gli Emirati entrati nel famoso patto di Abramo con Israele.
La guerra in Afghanistan era persa in partenza, sostiene il saggista indiano Pankaj Mishra. Eppure delle false convinzioni hanno alimentato un'iniziativa costata un numero enorme di vite umane e centinaia di miliardi di dollari, lasciando l'Afghanistan in condizioni peggiori di quelle in cui era prima. E non c'è neppure bisogno di invocare il cliché dell'Afghanistan come cimitero degli imperi per capire che i talebani erano una forza resistente e mutevole. Ma quello che ci appare un fallimento - come l'Iraq, la Libia o la Siria - non lo è se si applica la strategia americana del caos. C'è sempre una Clinton o un suo erede pronto a farsi quattro squallide risate.
di Laura Cappon
Il Domani, 4 agosto 2021
L'attivista marocchino Maati Monjib, arrestato a marzo, racconta il clima nel paese dove la ragazza italo-marocchina è detenuta. "Il suo destino dipenderà dal contesto politico". Maati Monjib può vantare un triste primato: è uno dei primi cittadini marocchini colpiti dal software Pegasus. Professore di storia politica all'Università di Rabat e fondatore di Freedom Now, comitato per la libertà di informazione e espressione, è una figura intellettuale con una storia di attivismo decennale in Marocco. E il suo impegno per i diritti umani lo ha spinto nelle maglie della repressione del governo marocchino.
Amnesty International già nel 2017 segnalò che il telefono di Monjib era stato un obiettivo del software-spia israeliano - in queste settimane sulle prime pagine di tutto il mondo per il suo uso disinvolto da parte di numerosi governi - quando il professore era già stato colpito anche dalla giustizia marocchina. La sua detenzione è terminata appena 5 mesi fa, lo scorso marzo, quando è stato scarcerato e messo in libertà provvisoria dopo 20 giorni di sciopero della fame.
La storia di Monjib è uno spaccato importante sul Marocco e sulla situazione dei diritti umani nel paese. È lo stesso contesto che ha portato alla detenzione di Ikram Nazih, la cittadina italo-marocchina condannata lo scorso 28 giugno a 3 anni di carcere e al pagamento di una multa per aver condiviso un post su Facebook che, con un gioco di parole, trasformava la sura 108 del Corano, detta "sura dell'abbondanza", in "sura del whisky".
"La situazione dei diritti umani in Marocco è la peggiore dalla prima metà degli anni Novanta", dice Monjib. "Solo le accuse sono cambiate: prima, negli anni Sessanta e Ottanta, erano politiche mentre ora dominano tre temi: sesso, denaro e collaborazione con i paesi stranieri. Sono capi di imputazione in sintonia con la popolazione che in maggioranza è conservatrice e nazionalista".
La vicenda di Monjib è un caso esemplare. Il 29 dicembre del 2020 è stato arrestato in un popolare ristorante della capitale. "La telecamera del locale era collegata al sistema di sorveglianza stradale di Rabat. Mi hanno riconosciuto quando mi sono tolto la mascherina per mangiare", racconta. "Così sono venuti a prendermi, mi hanno prelevato dal ristorante senza farmi nemmeno finire la prima portata. Una cosa che per me rappresenta un pericolo perché sono diabetico".
L'inchiesta per cui le autorità marocchine hanno disposto l'arresto di Monjib è relativa all'accusa di riciclaggio di denaro sporco. Il mese dopo, il 27 gennaio 2021 è stato condannato a un anno di carcere sulla base di un nuovo dossier in cui vengono formulate a suo carico accuse di "attentato la sicurezza interna dello stato", "frode" e "altri reati". La campagna per la sua liberazione e lo sciopero della fame portato avanti dall'attivista, complice la sua notorietà, hanno reso possibile la sua scarcerazione in tempi piuttosto rapidi, soprattutto a queste latitudini. Ma la vicenda giudiziaria è tutt'altro che conclusa.
Perché in Marocco la repressione non risparmia nemmeno chi ha un doppio passaporto. Lo abbiamo visto nel caso di Ikram, cittadina italo-marocchina, e lo rivediamo anche ora con la vicenda di Monjib, cittadino marocchino e francese. "Paradossalmente credo che nel mio caso il passaporto francese abbia provocato l'effetto contrario", dice. "Non solo non mi ha evitato il carcere ma è diventato un pretesto per sostenere che probabilmente non sono fedele al Marocco e alla monarchia. Credo che ora solo il passaporto Usa possa veramente aiutarti". Monjib conosce anche il caso di Ikram, il cui processo di appello è previsto, come confermato dalla Farnesina, nelle prossime settimane, e ne conferma gli aspetti di delicatezza, sia sul piano giuridico sia su quello diplomatico.
"Il destino della ragazza dipenderà dal contesto politico", spiega. "Dei contatti discreti ed efficaci del governo italiano con le autorità marocchine potrebbero aiutare". Non è da escludere però che l'esecutivo decida di porre fine all'episodio anche in maniera repentina. Il governo di Rabat, esaurita la spinta nazionalista potrebbe, come già accaduto, archiviare il caso.
Il passaporto europeo rischia di non essere più un fattore di protezione per i cittadini marocchini anche perché i rapporti tra Europa e Marocco negli ultimi mesi hanno conosciuto livelli crescenti di tensione. Lo scorso dicembre la dichiarazione dell'allora presidente americano Donald Trump ha riconosciuto la sovranità del Marocco sul Sahara occidentale in cambio della normalizzazione delle relazioni diplomatiche con Israele. Da allora i legami tra l'Europa e le autorità di Rabat non sono più gli stessi. "Il regime crede, con l'appoggio di Israele e della lobby filo-israeliana in America, di poter fare a meno dell'Unione europea", osserva Monjib. "Ancora di più perché il Marocco aiuta l'Ue a combattere il terrorismo e le migrazioni". Da qui le tensioni degli ultimi mesi. Lo scorso marzo il ministro degli Esteri marocchino Nasser Bourita ha chiesto al governo di sospendere le comunicazioni con tutte le entità tedesche a Rabat, citando "profondi disaccordi" con Berlino. Una reazione dovuta alle critiche che il governo tedesco aveva fatto nel dicembre del 2020 alle dichiarazioni di Trump.
A maggio, poi, c'è stato un altro episodio. Questa volta con la Spagna. Il Marocco ha aperto le frontiere provocando l'arrivo di 8mila migranti in due giorni nell'enclave spagnola di Ceuta dopo che le autorità di Madrid avevano accolto, in un ospedale di Logroño, Brahim Gali, il leader del Fronte Polisario, il movimento di liberazione del Sahara occidentale, nemico storico del Marocco. Questo nuovo scenario diplomatico, a livello interno, non ha fatto altro che acuire la repressione che il governo di Rabat porta avanti nei confronti di chi non è allineato. "La diffamazione degli oppositori democratici è diventata un pilastro essenziale del sistema di repressione", dice Monjib. "Le persone hanno più paura di vedere notizie o una propria foto sulla stampa ufficiale che di passare qualche mese in prigione. Diversi attivisti hanno interrotto le loro attività politiche.
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 4 agosto 2021
La città, nella regione dove operavano gli italiani, potrebbe essere la prima a cadere, tra poche ore. Una volontaria di Emergency: "Morti nelle strade, è un campo di battaglia". "Ci sono morti per le strade ovunque. I feriti spesso non possono essere soccorsi, le vie di comunicazione sono campi di battaglia, difficile portarli agli ospedali. Noi ormai da venerdì scorso ricoveriamo soltanto le vittime con ferite molto gravi da guerra. Il loro numero è in crescita esponenziale".
La voce di Leila Borsa arriva netta per telefono dal suo ufficio nell'ospedale di Emergency, nel centro di Lashkar Gah. Ogni tanto si sentono spari ed esplosioni. I colpi cadono molto vicini. "Gran parte della città è ormai in mano ai talebani, anche se il nostro quartiere, che è a pochi metri dal palazzo del governatore, resta sotto controllo delle truppe agli ordini del governo di Kabul", spiega questa 32enne della provincia di Milano, che da febbraio lavora per la ong italiana. Hanno 107 letti, quasi tutti occupati da pazienti appena ricoverati. Ne tengono una decina liberi per cercare di far fronte al continuo flusso degli arrivi. "La città è ormai deserta. I nostri ricoverati sono quasi tutti giovani combattenti, soldati del governo o talebani. Noi non facciamo differenza: curiamo chiunque bussi alla nostra porta. È sempre stata la filosofia di Emergency e ci permette di operare in regioni difficili come questa", aggiunge.
Le parole di Leila confermano con dettagli drammatici le notizie che arrivano incalzanti dall'Afghanistan negli ultimi giorni. I talebani hanno rilanciato la loro offensiva, mentre ancora gli americani, assieme agli alleati della coalizione internazionale, stanno completando il ritiro, la cui data finale è ora prevista per il 31 agosto. Cuore dei combattimenti sono al momento i tre capoluoghi delle regioni meridionali e orientali. A Herat, dove sino a giugno stava il contingente italiano, le milizie del "signore della guerra" locale, Ismail Khan, cercano di impedire che i talebani s'impadroniscano dell'aeroporto e della base adiacente (è stata il quartier generale italiano per circa un quindicennio). Combattimenti furibondi sono in corso anche a Kandahar, che è la città-simbolo dei talebani. Vi stava infatti il quartier generale del Mullah Omar, che nella prima metà degli anni Novanta organizzò militarmente il suo movimento di studenti delle scuole religiose islamiche e riuscì nel settembre 1996 a conquistare Kabul, prima di venire scacciato dall'invasione Usa nel 2001.
Ma tutto lascia credere che il primo capoluogo a venire conquistato possa essere proprio Lashkar Gah, che con i suoi 200 mila abitanti è la città più importante della regione di Helmand e rappresenta assieme a Kandahar il centro dell'etnia Pashtun, cui appartengono i talebani. Da qui transitano le maggiori vie di comunicazione col Pakistan. Ieri pomeriggio almeno nove dei dieci quartieri centrali di Lashkar Gah erano in mano ai talebani. Secondo le agenzie dell'Onu, i civili morti nelle ultime 24 ore sarebbero una quarantina. Ma fonti locali ne segnalano centinaia. Mancano acqua, elettricità, cibo. Il generale dell'esercito regolare, Sami Sadat, ha invitato i civili ad evacuare al più presto le loro case, lasciando intendere l'imminenza di pesanti bombardamenti con il sostegno dell'aviazione Usa. A Kabul una forte esplosione ha investito l'abitazione del ministro della Difesa, dove si trovano anche le ambasciate e gli uffici delle agenzie straniere. Ieri sera era incerto il numero delle vittime.
di Ornella Favero*
Ristretti Orizzonti, 3 agosto 2021
Carcere e ospedali: quanto contano l'ascolto e la comunicazione
Ho avuto di recente un'esperienza difficile di malattia e di ospedale, e la voglio raccontare. Prima di tutto per un motivo "futile", che è la consapevolezza di come funziona quel passaparola tra detenuti, e spesso anche operatori, che fa circolare le "notizie" nei luoghi di privazione della libertà e che viene definito spesso "radio carcere". Essendo il carcere un luogo ancora poco trasparente, al suo interno si sviluppa di frequente una capacità, amplificata rispetto al mondo "libero", di stravolgere tante notizie che arrivano dall'esterno. Ecco, su di me preferisco essere io a darle, le notizie, e a cominciare così a spezzare la CATENA DELLA CATTIVA INFORMAZIONE.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 3 agosto 2021
"Perché nel pool del Ministero che dovrà far luce sui pestaggi ed eventuali carenze nei soccorsi di quelle ore sono presenti anche dirigenti che hanno gestito quelle stesse ore a Modena? Quali criteri di selezione sono stati individuati per la selezione dei componenti della commissione ispettiva istituita dal ministero della Giustizia? Non è inopportuno che ci sia fra chi ha il compito di verificare gli abusi anche chi in quei giorni ha avuto compiti dirigenziali? E per quale motivo sono stati esclusi dalla composizione della commissione figure come i garanti dei detenuti?".
- Quale riforma per carcere e giustizia penale?
- Una commissione d'inchiesta sui pestaggi e i morti nelle carceri
- Pini (Pd). Garanti detenuti in commissione ispettiva su violenze, non i dirigenti presenti
- Nebbia dentro e fuori dal carcere: il rifiuto ideologico delle alternative alla detenzione
- I pestaggi in cella usati a sproposito contro la riforma Cartabia











