di Davide Varì
Il Dubbio, 2 agosto 2021
Bocciate le pregiudiziali di costituzionalità alla riforma del processo penale con 357 voti contrari, 48 i favorevoli. Domani si dovrebbe votare la fiducia e martedì il via libera finale. La riforma della giustizia, licenziata venerdì dalla Commissione Giustizia, è arrivata a Montecitorio. Il dibattitto su due maxi-emendamenti al provvedimento è stato preceduto dal voto sulle pregiudiziali di costituzionalità presentate dalle opposizioni. Pregiudiziali che sono state bocciate dall'aula con 357 voti contrari e 48 favorevoli. L'intenzione del governo di chiedere il voto di fiducia già in serata, da votare domani. Martedì il via libera finale al provvedimento.
di Luca Muleo
Corriere della Sera, 2 agosto 2021
L'associazione: nemmeno il Covid ha ridotto il sovraffollamento. "Neanche la pandemia ha saputo azzerare il sovraffollamento". È una delle prime conclusioni che introducono i risultati del rapporto Antigone, l'associazione che ogni anno fornisce il suo monitoraggio sulle condizioni di detenzione nelle carceri italiane. I numeri raccontano come a una riduzione fisiologica legata al Covid, nell'ultimo trimestre in cui è stata effettuata la rilevazione, da dicembre 2020 a marzo 2021, siano tornati a salire. E la Dozza di Bologna sembra non fare eccezione trovandosi al quindicesimo posto tra le venti carceri del paese con maggior tasso di sovraffollamento. Se il dato nazionale si attesta al 106,2% contro il 98% ritenuto fisiologico per un sistema che sia pronto a garantire sempre un numero di posti liberi, a Bologna il tasso raggiunge il 149,2% con 746 detenuti per 500 posti, peggio di Regina Coeli a Roma, o Catania e Bari. Mentre la regione è sesta al 109,25% con 3270 presenze su 2993 posti.
di Silvio Buzzanca
La Repubblica, 2 agosto 2021
Il via libera definitivo alla riforma domani dopo l'esame degli ordini del giorno e il sì finale al provvedimento. Il testo poi passa al Senato. Attesa per verificare il dissenso grillino dopo le assenze di ieri sulle pregiudiziali. Lunedì mattina tranquilla a Montecitorio. Saloni vuoti, buvette deserta, addetti alle pulizie in azione per rimettere ordine dopo la tumultuosa seduta notturna di ieri. Ma ci si prepara a trascorrere la nottata in aula. Ieri infatti alle 22,30 il governo ha posto la questione di fiducia sulla riforma della giustizia targata Marta Cartabia e Mario Draghi e stasera alla stessa ora cominceranno le votazioni che andranno avanti nella notte.
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 2 agosto 2021
Ma che cosa pensa il magistrato del proprio provvedimento che tiene in prigione una donna e il suo bambino? Ci sono tre ipotesi, mi pare. La prima: pensa che sia giusto, e cioè che sia appropriata la legge che, suo tramite, realizza quell'abominio. Se è così, credo sia esatto tenerlo per aguzzino, perché non si vede come considerare altrimenti uno che imprigiona quell'innocente.
di Matteo Pucciarelli
La Repubblica, 2 agosto 2021
L'ex presidente del Consiglio difende l'intesa sul testo Cartabia: "È stata una vittoria". E si scaglia contro Melicchio che vota con l'opposizione. Toninelli insiste: meglio consultare gli iscritti. In assemblea coi parlamentari Giuseppe Conte se la prende con i disidenti e difende a spada tratta l'accordo di giovedì scorso in Consiglio dei ministri, "è stata una vittoria". Lo fa anche Alfonso Bonafede ("voterò sì alla fiducia e lo farò con grande orgoglio"), l'ex ministro della Giustizia la cui riforma è stata cestinata - a sentire le dichiarazioni pubbliche di esponenti di Lega, Forza Italia e Italia Viva - e che invece, parola dello stesso ex presidente del Consiglio, "è per tre quarti sovrapponibile a quella di Marta Cartabia".
L'assemblea degli eletti del M5S alla fine promuove il lavoro del proprio (quasi) presidente del partito, anche se alla storia dei "tre quarti" sono in pochi a dar credito. Sui reati ambientali, ad esempio, sono stati i deputati della commissione Ambiente a chiedere ulteriori allargamenti temporali nei processi, ma è praticamente impossibile fare altre modifiche al testo, così anche sulla gestione del decreto semplificazioni c'è stata qualche lamentela. Danilo Toninelli ha ribadito che avrebbe preferito far vidimare l'accordo dagli iscritti con una votazione sulla nuova piattaforma ("la riforma rimane la riforma Bonafede e quindi non tradiamo nessun valore e non tradiamo nessun principio. Non possiamo presentarci e svolgere l'attività politica, istituzionale e di governo se ogni volta dobbiamo passare per il voto sul web", la replica di Conte).
Una sola deputata invece ha spiegato che no, difficilmente dirà sì in aula, oggi o domani, al voto di fiducia. "Sono in difficoltà. Ci sono stati miglioramenti ma questo testo resta un abominio. Con questo non voglio mancare di rispetto alle persone che si sono impegnate per migliorare la riforma e a chi ha più competenze ma sono molto in difficoltà anche se non mi sono mai permessa di uscire con dichiarazioni su questo mio disagio", le parole di Antonella Papiro.
Dopodiché c'è un dato che ieri ha fatto preoccupare Conte, cioè l'assenza in aula alla Camera di una quarantina di deputati del Movimento, un quarto del gruppo, al voto sulla pregiudiziale di costituzionalità proposta dagli ex 5S di "L'Alternativa C'è". Nomi anche di peso, come Giulia Sarti, che poi però a inizio discussione ha illustrato la riforma; ma pure l'ex sottosegretario alla Giustizia Vittorio Ferraresi, l'ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio del governo Conte Riccardo Fraccaro. "È vero che era domenica, che la nostra presenza non era fondamentale, ma noi la nostra forza la dimostriamo con la compattezza. Chi vuole bene al M5S partecipa alle votazioni ed ai processi decisori compattamente, esprimendo la nostra linea", ha sottolineato.
E all'unico voto interno in dissenso sulle pregiudiziali, quello di Alessandro Melicchio, altro rimprovero: "Hai mancato di rispetto a tutti i tuoi colleghi ed è arrogante e presuntuoso pensare che la tua coscienza sia più importante di quella collettiva e dei tuoi colleghi. D'ora in poi queste cose devono cambiare". Posto che comunque altri gruppi (Forza Italia, Italia Viva, il misto) hanno avuti tassi di presenza ancora più bassi, e la Lega molto simili a quelli dei 5 Stelle. Segnale di ammutinamento in vista della fiducia che si voterà oggi? Nel Movimento assicurano di no. "Ero al matrimonio della mia migliore amica - assicura ad esempio Vittoria Baldino, una dei non presenti a Montecitorio - e peraltro penso che la presenza del M5S sia stata determinante per evitare una moria di processi. Conte ha fatto un ottimo lavoro. Al governo ha dimostrato ampie doti di mediatore, ora determinazione".
Oggi e domani comunque sarà una doppia giornata di voto per il Movimento. Non solo sulla riforma della giustizia, ma anche per la modifica dello Statuto e che istituisce la figura del presidente, Conte per l'appunto. Problemi non ce ne saranno, se non per il quorum. Infatti la modifica passerà solo se parteciperà la maggioranza assoluta degli iscritti, altrimenti si dovrà andare in seconda convocazione, il 5-6 agosto, dove basterà la maggioranza semplice
di Federico Capurso
La Stampa, 2 agosto 2021
Domenica d'agosto inedita a Montecitorio, in tanti scelgono il mare. Quarantuno grillini non si presentano, il leader li striglia. La Giustizia, le Olimpiadi o le vacanze? Per un giorno diventa difficile dire quale sia l'ordine delle priorità dei nostri deputati, costretti - pur di iniziare la discussione della riforma Cartabia - a presentarsi alla Camera sotto il sole sahariano della prima domenica d'agosto. Quando il presidente della Camera Roberto Fico dà il via alla giornata, alle 14, la prima impressione è che in tanti abbiano preferito il mare. Forza Italia e il gruppo Misto sono praticamente dimezzati, a Italia viva manca un deputato su tre, e i Cinque stelle, dopo le recenti fibrillazioni, contano 41 assenti ingiustificati. O meglio, le giustificazioni date non sembrano essere proprio inattaccabili. In tre sono a un matrimonio, una decina ha "problemi logistici", e dei rimanenti "alcuni non si sono presentati perché avevano impegni sui territori - fanno sapere dal direttivo M5S - Altri invece non hanno dato spiegazioni. Ma questa, in fondo, non è la nostra riforma".
Per quanto indigesta, a Giuseppe Conte non è "affatto piaciuto" l'atteggiamento mostrato dai deputati e li striglia: "È vero che era domenica, che la nostra presenza non era fondamentale, ma noi la nostra forza politica la dimostriamo con la compattezza". Peccato che per fare la ramanzina sull'eccepibile comportamento dei suoi, Conte decida di convocare un'assemblea dei parlamentari mentre l'Aula a Montecitorio è ancora riunita. E infatti i deputati, per seguire la riunione di partito, devono mettere da parte i lavori parlamentari, infilare le cuffiette e connettersi su Zoom. Non che prima, all'interno della Camera, il livello dell'attenzione generale fosse altissimo. Deputati di ogni schieramento hanno già da un pezzo gli occhi fissi sugli schermi dei telefonini, intenti a seguire le Olimpiadi. Un po' come Fantozzi, alla proiezione della Corazzata Potemkin con la radiolina nascosta per non perdersi Italia-Inghilterra.
Si potrebbe cronometrare il tempo che separa lo storico doppio oro olimpico, ottenuto per il salto in alto e i cento metri, dal momento dell'ovazione scattata a Montecitorio. Questione di secondi e giù urla e applausi. C'è anche chi se l'è perso, come il vice-capogruppo dei Cinque stelle Riccardo Ricciardi, che esce infuriato in cortile: "Possibile che la Rai, nel 2021, non faccia vedere le Olimpiadi in streaming?". Avrebbe dovuto fare come il suo collega Simone Valente, che fa segno di essere occupato a chi si avvicina, mostrando il cellulare: "Telefonata? No, sto vedendo la diretta su Eurosport". Le vie dello streaming sono infinite, ma in fondo Valente, da ex sottosegretario allo Sport, è comprensibile che le percorra. Anche la deputata di Fratelli d'Italia Rachele Silvestri, ascolana, è occupata: "Sta per partire la Quintana, ho un groppo allo stomaco", dice al suo capogruppo, Francesco Lollobrigida.
I meloniani, a metà pomeriggio, si riposano. La loro raffica di richiami al regolamento è stata respinta, a fatica, dal presidente della Camera Roberto Fico, così come la richiesta di voto segreto sulle pregiudiziali di costituzionalità. Fico "ha perso anche troppo tempo", borbottano i "veterani" del Pd: "Un'ora e mezza a spiegare e a rievocare il caso del voto segreto sul green pass". Volano, tra i loro banchi, battutine sarcastiche: "Fico sta trattando questioni fon-da-men-ta-li, ma non potremmo discuterne in un altro momento?". Ad Alessandro Melicchio, M5S, le pregiudiziali invece interessano, perché è l'unico della maggioranza a votare a favore: "Vedo criticità di tipo costituzionale e il testo nel complesso non mi piace, nonostante Conte e i ministri M5S lo abbiano migliorato", dice a La Stampa.
Però vuole rassicurare i suoi: "Non è in discussione il mio voto favorevole sulla fiducia". Ci provano gli ex M5s di Alternativa c'è a smorzare l'atmosfera da infradito, occupando i banchi del governo in segno di protesta quando il ministro per i rapporti con in Parlamento Federico D'Incà pone la fiducia sulla riforma (si voterà oggi). Ma è un lampo. Poi si può tornare a pianificare le vacanze. Tanto che un gruppo di quattro leghisti si sparpaglia in cortile e ognuno, con lo smartphone, partecipa alla videochiamata con una collega rimasta a casa malata: "Tranquilla, non ti stai perdendo nulla".
di Gian Domenico Caiazza
Il Riformista, 2 agosto 2021
Non facciamoci distrarre dal penoso teatrino politico andato in scena in questi ultimi giorni a proposito di "riforma della giustizia penale". Disinteressiamoci delle bandierine pateticamente piazzate da tutti in ogni dove, e di improbabili leader che pretenderebbero di costruire su simili cialtronerie nientedimeno che la propria nuova avventura politica (auguri!). Salutiamo con la dovuta soddisfazione la fine dell'era Bonafede e del suo fanatico culto dell'"imputato a vita" come cifra -pensa te- di una giustizia finalmente equa e "uguale per tutti" (?!). Investiamo tutte le nostre incerte speranze sul fatto che i soldi arrivino davvero, e che possano finalmente essere spesi per rinnovare profondamente le strutture collassate della amministrazione della giustizia penale, vera e principale causa della irragionevole durata dei processi in Italia.
Concentriamoci invece su ciò che davvero questa vicenda, sedimentatasi in particolare intorno al tema della prescrizione, ci ha ancora una volta drammaticamente confermato. Si faccia finalmente uno sforzo coraggioso (il fondo di Paolo Mieli sul Corsera lascia baluginare qualche scampolo di speranza) da parte dei media e di qualche leader politico meno conformista e giudiziariamente non intimidito, per lanciare seriamente una profonda riflessione sulla vera emergenza democratica di questo Paese. Vale a dire l'anomalo, indebito, incostituzionale potere di interdizione e condizionamento che la Magistratura italiana esercita nei confronti del Parlamento e del Governo in materia di legislazione penale.
La umiliante condizione nella quale versa la nostra malferma democrazia è chiarissima: se alla Magistratura non piace una legge in materia penale ed in materia di ordinamento giudiziario, quella legge non si fa. O altrimenti - se il Governo, come in questa ultima vicenda, oppone una seppur ossequiosa resistenza, va riscritta quanto più possibile nei sensi brutalmente indicati dalle bocche di fuoco mediatiche che puntualmente, e con accorta strategia, fanno partire l'immancabile cannoneggiamento.
Non raccontiamoci la storiella della libera manifestazione di pensiero che la magistratura rivendica. Se un magistrato di Procura ai vertici dell'Antimafia si permette di dire, per di più contro ogni logica ed ogni effettiva realtà giudiziaria, ma con la forza micidiale che gli deriva dallo scranno, che una legge in gestazione tra Governo della Repubblica e Parlamento sovrani "mette in pericolo la sicurezza nazionale", e quell'altro Procuratore simbolo, nello stesso giorno, che "migliaia" di mafiosi rimarranno impuniti, siamo semplicemente in presenza di un protervo tentativo di indebito condizionamento del potere legislativo e di quello esecutivo da parte di un potere - quello giudiziario - il cui compito costituzionale è di applicare la legge, ossequiandola fedelmente, non di scriverla.
D'altro canto, pretendere - per capirci - che il Capo dello Stato non rilasci interviste sul merito di una legge mentre essa è in discussione in Parlamento, non ha nulla a che fare con la limitazione della libertà di manifestazione del pensiero del Capo dello Stato, ma ha molto a che fare con la intangibilità degli equilibri costituzionali. Se poi si aggiungono al cannoneggiamento mediatico di cui sopra i pareri del Csm e - sopra ogni altra cosa - il lavoro quotidiano, tecnicamente dettagliato e perciò sostanzialmente incontrollabile, della legione di magistrati militarmente distaccati presso il Ministero di Giustizia, il quadro è completo e chiarissimo, per chi non voglia foderarsi gli occhi di prosciutto. Chi nutrisse ancora qualche dubbio sulla sistematica progettazione, attraverso quei distacchi, del condizionamento del Ministro di Giustizia di turno, legga la documentata testimonianza di Luca Palamara. Siamo l'unico Paese al mondo nel quale accade una vergogna del genere. Unico in tutto il mondo, non so se sono stato chiaro.
Dunque, possiamo finalmente sperare, quando avremo finito di ascoltare minacciose assurdità sui processi in fumo di mafia e di droga (cioè, come è a tutti noto, gli unici processi che in Italia si celebrano da sempre in tempi imparagonabilmente inferiori alla media di tutti gli altri, perché nella quasi totalità con imputati detenuti e dunque entro i termini di scadenza della custodia cautelare), che qualcuno ci ascolti? Occorre porre fine a questa inconcepibile anomalia democratica, che da decenni condiziona, in tema di giustizia penale e di ordinamento giudiziario, la sovranità della politica democraticamente eletta ad opera di una burocrazia intoccabile, mai responsabile dei propri atti, e come se non bastasse addirittura distaccata ad occupare fisicamente, tecnicamente e politicamente il potere esecutivo lì a via Arenula, al Ministero di Giustizia.
Avanti, dunque, con la separazione delle carriere (quella vera, perché della separazione delle funzioni, già pressoché in atto nella realtà, non ce ne facciamo nulla), e con il divieto di distacco dei magistrati presso il potere esecutivo: questa è la strada maestra dell'unica, vera, indispensabile riforma liberale della giustizia penale, in grado di restituire al Paese gli equilibri costituzionali e democratici tra poteri dello Stato, da troppo tempo perduti.
di Valentina Maglione
Il Sole 24 Ore, 2 agosto 2021
Verso la riforma. Il testo all'esame della Camera incarica un altro magistrato di valutare prima le richieste dei Pm per ridurre carichi e arretrati. Si avvicina l'udienza filtro per i giudizi a citazione diretta di fronte al tribunale monocratico. È una delle novità previste dalla riforma del processo penale, che prova così a offrire una cura a uno dei settori della giurisdizione penale più in sofferenza, soprattutto in termini di arretrato (cresciuto del 41,1% in dieci anni, mentre quello delle pendenze penali totali è sceso del 5,2%).
La norma è contenuta nel testo approvato venerdì scorso dalla commissione Giustizia della Camera. A dettagliarla è uno degli emendamenti presentati dal Governo in base alle proposte in Commissione - voluta dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia, e presieduta da Giorgio Lattanzi. Ma l'accordo raggiunto in seno alla maggioranza - su questo punto, a differenza di altri, a partire dalle norme sull'improcedibilità - ha sostanzialmente confermato l'impianto del disegno di legge delega approvato quando ministro era Alfonso Bonafede.
L'udienza filtro non ha solo finalità deflattive, ma punta anche a evitare il dibattimento se non necessario perché, come spiega la relazione della commissione Lattanzi, "il dibattimento per chi è costretto a subirlo costituisce già di per sé una "pena", che non deve essere inflitta se ne mancano le ragioni".
La modifica è stata pensata a partire dall'alto numero delle assoluzioni nei giudizi di primo grado: l'incidenza delle condanne sui definiti, negli anni 2015- 2019, è pari in media al 41% del totale. Ma la norma, secondo gli operatori, non è esente da criticità. La "citazione diretta" Il rito monocratico (in cui cioè la decisione spetta a un solo giudice) a citazione diretta è quello riservato ai reati meno gravi. Sono quelli previsti dall'articolo 550 del Codice di procedura penale: le contravvenzioni e i delitti puniti con la pena della reclusione non superiore a quattro anni nel massimo o con la multa, oltre ad altri reati individuati puntualmente, come rissa aggravata, furto aggravato, lesioni personali stradali.
In questi casi, oggi il processo si instaura senza che sia preceduto da una richiesta di rinvio a giudizio da parte del pubblico ministero, con la conseguente fissazione dell'udienza preliminare. È l'ipotesi di fatto più frequente. E la riforma prevede di ampliare ancora il raggio della citazione diretta ai reati con pena fino a sei anni, che non presentino rilevanti difficoltà di accertamento. L'udienza predibattimentale In questi procedimenti a citazione diretta, la riforma propone di introdurre un'udienza predibattimentale in camera di consiglio, di fronte a un giudice diverso da quello davanti al quale si dovrà eventualmente celebrare il dibattimento.
In questa udienza il giudice avrà, di fatto, il ruolo di filtrare le citazioni dirette formulate dal Pm, per verificare l'effettiva necessità della celebrazione del dibattimento. Così, se il processo non è definito con un procedimento speciale, il giudice sarà chiamato a valutare, sulla base degli atti contenuti nel fascicolo del Pm, se sussistono le condizioni per pronunciare sentenza di non luogo a procedere perché gli elementi acquisiti non consentono una ragionevole previsione di condanna. Altrimenti, il giudice fisserà la data per una nuova udienza per l'apertura del dibattimento, da tenere non prima di 20 giorni di fronte a un altro giudice.
Nel parere sulla riforma approvato giovedì scorso dal plenum, il Csm ha valutato positivamente gli obiettivi e le potenzialità deflattive dell'udienza filtro ma ha anche sollevato preoccupazioni sulle ricadute organizzative, perché la "doverosa previsione" per cui il dibattimento si dovrà svolgere di fronte a un giudice diverso da quello dell'udienza filtro aumenterà le ipotesi di incompatibilità, con problemi soprattutto nei tribunali più piccoli. Netti, invece, nei loro pareri sulla riforma, gli avvocati dell'Unione delle Camere penali, per cui la previsione di un'udienza filtro rischia di appesantire i meccanismi processuali.
di Barbara Acquaviti
Il Messaggero, 2 agosto 2021
Giuseppe Conte elogia la "compattezza" del M5s e, anzi, la considera addirittura la chiave che ha consentito al governo di uscire dall'impasse. Dopo l'accordo raggiunto in Consiglio dei ministri la riforma della giustizia è blindata e lo è in particolare per i pentastellati. Perché la mediazione siglata è soprattutto il risultato del fragile equilibrio interno tra l'ala governista e quella contiana. Ma c'è un numero che aiuta a capire quante macerie abbia lasciato nel gruppo grillino: 41. Tanti erano ieri gli assenti al primo voto sul testo Cartabia, quello sulle pregiudiziali di costituzionalità presentate dall'opposizione. Escludendo quelli in missione, praticamente uno su quattro.
Riforma della Giustizia, in settimana il varo da parte della Camera - Nessuna conseguenza pratica per il prosieguo dell'iter parlamentare della riforma, visto che le pregiudiziali alla fine risultano essere bocciate con 357 no. Nonostante l'opposizione faccia il suo mestiere mettendo in atto un serrato ostruzionismo, il timing non cambia. Oggi si voterà la fiducia e per domani è atteso il primo via libera da parte di Montecitorio. Alla fine solo uno dei pentastellati decide di votare con le opposizioni, Alessandro Mellicchio. Ma quei banchi vuoti, pur in una anomala domenica agostana di votazioni, è il segno di un malessere che Giuseppe Conte prova a mitigare dicendo che "non è un compromesso al ribasso".
Nell'incontro con i gruppi parlamentari convocato via zoom proprio per sedare i malumori, arriva anche a sostenere che l'impianto resta quello dei 5stelle. "Noi abbiamo una riforma che rimane per buona parte nostra. Bonafede ha ricevuto molti attacchi ingiustamente. Probabilmente perché aveva fatto bene e aveva toccato interessi che si oppongono alle riforme vere". Ma di quella riforma del processo penale rimane ben poco, soprattutto del caposaldo dell'abolizione della prescrizione.
L'inversione a U - Anche se adesso il leader in pectore fa una quasi inversione a U. "Non abbiamo più la visione che il processo non debba mai finire". L'ex premier stigmatizza le assenze anche perché la parte che gli tocca interpretare impone che dica che non c'è mai stata nessuna intenzione di minare il governo. "È vero che era domenica, che la nostra presenza non era fondamentale ma noi la nostra forza politica la dimostriamo con la compattezza. Chi vuole bene al M5s partecipa alle votazioni e ai processi decisori compattamente, esprimendo la nostra linea". Ma, soprattutto, Conte sostiene che non ci sia alcuna ragione di passare dal voto degli iscritti.
"La riforma rimane la riforma Bonafede e quindi non tradiamo nessun valore e non tradiamo nessun principio. Non possiamo presentarci e svolgere l'attività politica, istituzionale e di governo se ogni volta dobbiamo passare per il voto sul web". Una scelta contestata durante la riunione con i gruppi dall'ex ministro, Danilo Toninelli.
"Credo che il voto degli iscritti sulla giustizia sarebbe stato un elemento di forza e non di debolezza". Ma il rischio di esiti imprevedibili era concreto e per il leader in pectore sarebbe stata una prima clamorosa sconfessione della linea ufficiale. Oggi però gli iscritti M5s saranno chiamati a esprimersi su un altro punto: il nuovo statuto. Sul testo, frutto della tregua tra Grillo e Conte al termine di uno scontro squadernato in piazza senza remore, si voterà a partire dalle 10.
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di Liana Milella
La Repubblica, 2 agosto 2021
Lorusso (Fnsi): "Garantire il diritto di cronaca". La norma entra nella riforma della giustizia con l'emendamento del responsabile Giustizia di Azione. Si apre il dibattito: la presunzione d'innocenza può prevalere sul diritto a informare.
Come sempre, quando si parla di diritti e di Costituzione, le interpretazioni possono anche andare in direzioni opposte. Ma soprattutto si apre il dibattito su quale dei diritti citati possa alla fine prevalere su un altro. Stavolta, sotto i riflettori, c'è "il diritto all'oblio", principio di cui a lungo si è discusso anche in Europa dove, alla fine, è prevalsa la raccomandazione di tenere conto del diritto di chi è finito sul web con un'attribuzione o una connotazione fortemente negativa che, di conseguenza, se riconosciuta inesatta o addirittura non vera, va cancellata. E questo vale anche per i processi, e per un imputato che, alla fine dell'iter giudiziario, viene assolto.
L'emendamento Costa - E arriviamo qui all'emendamento di Enrico Costa sul diritto all'oblio per gli imputati assolti che possono chiedere e ottenere di veder deindicizzato il loro nome sul web. Che significa? Che il fatto, con tutti i dettagli, resta, la storia del processo e dell'inchiesta non vengono cancellati. Ma chi cerca su internet il nome del soggetto coinvolto non lo troverà più perché quel nome sarà cancellato dai motori di ricerca. "Principio di civiltà giuridica" dice Costa. Altrettanto dicono gli avvocati.
Ma è inevitabile interrogarsi sulle conseguenze "storiche" di questa scelta. Che, diciamolo subito, è in linea con le direttive europee: la conseguenza sarà che, se sono stata imputata in un processo - un fatto storico quindi, innegabile nella sua realtà e svolgimento - ma alla fine sono stata assolta, dai motori di ricerca il mio nome verrà cancellato.
L'emendamento sul diritto all'oblio contenuto nella riforma della giustizia - Repubblica aveva parlato per prima, il 27 aprile, dell'emendamento Costa. Perché già in quella data il deputato di Azione - ex Forza Italia, responsabile Giustizia prima di quel partito e ora di quello di Carlo Calenda, una storia politica in famiglia perché suo padre Raffaele Costa è stato tra i fondatori del Partito liberale, nonché deputato per 30 anni, ministro e sottosegretario più volte - aveva presentato il suo pacchetto sulla presunzione di innocenza come emendamento al processo penale.
E tra le varie proposte c'era anche quella che oggi è diventata uno dei pochi emendamenti recepiti, con il consenso del governo, nella legge. Il testo dice così: "Prevedere che il decreto di archiviazione, senza la sentenza di non luogo a procedere o di assoluzione, costituiscano titolo per l'emissione di un provvedimento di deindicizzazione che, nel rispetto della normativa europea in materia di dati personali, garantisca in modo effettivo il diritto all'oblio degli indagati o imputati".
Sabato l'emendamento è entrato a pieno titolo nella riforma. Costa ovviamente esulta e dichiara: "È stata approvata una norma di civiltà, in base alla quale una persona assolta o prosciolta non può essere marchiata a vita". E spiega: "La sentenza sarà il titolo per ottenere, senza se e senza ma, che i motori di ricerca effettuino l'immediata dissociazione dei dati personali degli assolti dai risultati di ricerca relativi al procedimento penale".
Guardiamo bene alle parole, "norma di civiltà", "la persona assolta non può essere marchiata a vita". Comportano, di conseguenza e inevitabilmente, che se anche la storia del processo, dal momento dell'indagine fino alla conclusione resteranno sul web nei vari passaggi di cronaca, tuttavia scompare definitivamente il nome della persona indagata, poi finita sotto processo, e poi alla fine assolta. Cioè siamo di fronte a un dato storico innegabile, che però non potrà più essere ricondotto alla persona alla fine assolta. Per intenderci, se cerchi il nome di cui una persona, che è finita sotto processo ma poi è stata assolta, non verrà fuori anche la storia del processo stesso. Non ci sarà alcun collegamento.
Salvaguardare il diritto di cronaca - A guardarla dal punto di vista dell'informazione, del diritto di cronaca, sembra proprio un vulnus. Il segretario della Fnsi, la Federazione nazionale della stampa, Raffaele Lorusso, di fronte alla notizia reagisce così: "Il tema del diritto all'oblio va affrontato, ma anche discusso. Al contempo è necessario tenere nel debito conto il diritto di cronaca, che non vuol dire gogna mediatica, ma diritto alla conoscenza di determinati fatti, come essere imputati in un processo. Questo diritto va garantito".
E ancora: "Il tema è delicato perché nella Costituzione c'è l'articolo 15 (la libertà di ogni forma di comunicazione è inviolabile), ma anche l'articolo 21 (la stampa non può essere soggetta a censure). Quindi una soluzione non può essere trovata con un emendamento, ma in una riforma più organica, perché altrimenti così si dà l'impressione di una forzatura. Il governo e il Parlamento avrebbero dovuto trovare il tempo per occuparsi del diritto di cronaca e della libertà d'espressione, del carcere su cui la Consulta ha detto che è tempo di decidere, nonché delle querele temerarie ferme da due anni al Senato. Ma tutto questo, lo ripeto, non può ridursi a un emendamento".
Le conseguenze pratiche - Ma cosa succederà, in concreto, quanto la riforma entrerà in vigore, alla fine dell'anno, dopo il voto del Senato e la stesura della legge delega? A quel punto, secondo Costa, toccherà a Google intervenire sulle richieste di deindicizzazione che via via verranno presentate. Al momento, quando arrivano, vengono respinte, proprio per la tutela del diritto alla notizia. Ma, con la legge, non potrà più essere così.
Già oggi, digitando la formula "diritto all'oblio" sul web, si può vedere che molti siti offrono la possibilità di organizzare la richiesta di cancellazione. A questo punto la domanda è: non sapremo più se un parlamentare o un politico, ad esempio, ha avuto un processo, oppure se un candidato alle elezioni ha una storia giudiziaria? Per Costa il diritto all'oblio non favorirà tanto le persone note, "di cui si sa tutto, ma i cittadini normali che, magari proponendosi per un lavoro, si vedono opporre una vecchia storia giudiziaria da cui sono stati assolti, e che però continua a inficiare per sempre la loro vita". A questo punto il dibattito sui sì e sui no è aperto.
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